
domenica 30 novembre 2008
Gideon Levy: la mia famiglia è morta

Come il servizio segreto israeliano ha ostacolato i piani nucleari dell'Iran
| Teheran, 30 novembre - Il comandante in capo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, generale Mohammad Ali Jaafari, ha affermato all'agenzia Fars che il recente smantellamento di una rete spionistica israeliana in Iran non significa che lo Stato ebraico si prepari a un'imminente aggressione armata ai danni delll'Iran. Stando a Jaafari, i membri della rete di spionaggio disponevano di un equipaggiamento estremamente sofisticato e avevano alle spalle un addestramento di alto livello. |
sabato 29 novembre 2008
Uri Blau : licenza di uccidere da parte dell'IDF

Ethan Bronner I coloni che vorrebbero lasciare la Cisgiordania

Molti considerano gli insediamenti in Cisgiordania come uno fra i maggiori ostacoli alla pace in Palestina. Eppure, se è vero che la maggior parte dei coloni è determinata a rimanere, esiste una elevata percentuale che sarebbe disposta ad andarsene, se il governo israeliano desse loro la possibilità di ricominciare da capo, all’interno dei confini di IsraeleRimonim, Cisgiordania – Circondati dall’ostilità, vivendo su una terra che la maggior parte del mondo vuole restituire ai palestinesi affinché vi creino un loro stato, si incontrano silenziosamente in insediamenti ebraici come questo, pianificando il futuro. Ma questi coloni assediati della Cisgiordania, ampiamente considerati come un ostacolo alla pace, sorprendentemente vogliono solo una cosa: andar via.Mentre la stragrande maggioranza dei coloni dichiara di non voler assolutamente abbandonare il cuore della storica patria ebraica – queste antiche colline di una desolata bellezza i cui nomi biblici sono Giudea e Samaria – migliaia di altri coloni affermano di voler tornare entro i confini di Israele antecedenti al 1967.Dicono che il progetto di colonizzazione della Cisgiordania – almeno nella parte che si trova al di là della barriera di separazione che Israele sta costruendo – è destinato al fallimento, e che le loro vite sono in pericolo. Molti dicono anche qualcos’altro: l’occupazione israeliana delle terre rivendicate dai palestinesi è sbagliata, e loro non vogliono avere alcun ruolo in essa. Ma le loro case non hanno alcun valore, e dunque si trovano bloccati. Vogliono aiuto.”Sono venuto qui 25 anni fa, a vivere in campagna ed a crescere la mia famiglia”, ha detto David Avidan mentre sedeva nel soggiorno di un vicino, una sera di pochi giorni fa, per discutere una strategia per andarsene. “Volevamo colonizzare di nuovo tutta la terra di Israele”, ha aggiunto. “Ma ora, quando vedo come i nostri soldati trattano i palestinesi ai checkpoint, mi vergogno. Voglio che ce ne andiamo di qui. Voglio due Stati per due popoli. Ma non posso ottenere denaro in cambio della mia casa, e non posso andarmene”.Ci sono 280.000 coloni in Cisgiordania (oltre ai più di 200.000 ebrei israeliani che vivono a Gerusalemme Est, anch’essa presa nel 1967), e la stragrande maggioranza è fermamente determinata a rimanere, e ad opporsi ad uno Stato palestinese in queste terre. Ma 80.000 di essi vivono al di là della barriera, e i sondaggi indicano che molti vorrebbero andarsene. Se lo facessero, altri potrebbero seguirli volontariamente.
“Abbiamo fatto un sondaggio tre anni fa, e di nuovo uno lo scorso anno, ed i risultati sono stati gli stessi”, ha detto Avshalom Vilan, un parlamentare del partito di sinistra Meretz. “La metà dei coloni al di là della barriera è motivata ideologicamente, e non vuole andarsene. Ma circa il 40% di essi è pronto ad andar via ad un prezzo ragionevole”Vilan è uno dei leader di un movimento chiamato ‘Bayit Ehad’, o ‘One Home’, che vuole una legge che stanzi 6 miliardi di dollari per acquistare le case di 20.000 famiglie, in modo da permettere loro di ricominciare da capo all’interno dei confini di Israele. Gran parte della dirigenza di Kadima – il partito centrista al governo – insieme al Partito Laburista, più orientato a sinistra, sostiene la legge in linea di principio, e il governo ha ascoltato diverse presentazioni di questa legge.Ma la leadership al potere ha smesso bruscamente di appoggiarne l’approvazione, per paura di creare una spaccatura esplosiva nella società israeliana. Vi è anche la preoccupazione che un passo del genere equivalga a dar via una risorsa senza ottenere nulla in cambio dai palestinesi – un atto unilaterale simile al ritiro da Gaza di tre anni fa, che ha rafforzato il gruppo militante islamico di Hamas, e che è considerato in Israele come un fallimento.
I sostenitori della legge dicono che quella del ritiro da Gaza è una falsa analogia, perché un ritiro dei coloni dalla Cisgiordania rafforzerebbe l’Autorità Palestinese (ANP) sotto la guida del Presidente Mahmoud Abbas. L’ANP sta cercando di convincere l’opinione pubblica palestinese che due Stati sono possibili.I sostenitori della legge aggiungono che il punto principale è quello di avviare il trasferimento rapidamente, al fine di incoraggiare altri a fare altrettanto, dando inizio ad un processo ordinato per compiere un’impresa che è politicamente ed emotivamente complessa.Non succederà nulla prima delle elezioni di febbraio, ma i sostenitori della legge sperano che, se il ministro degli Esteri Tzipi Livni, di Kadima, otterrà un numero di voti abbastanza consistente per formare il prossimo governo, deciderà di andare avanti con rapidità. La Livni ha dichiarato che non appena vi saranno le condizioni per una soluzione a due Stati, sarà disposta a prendere maggiormente in considerazione l’idea di far passare la legge.I coloni che hanno preso posizione a favore di un tale passo dicono che la vita è ormai difficile.Benny Raz, 55 anni, che ha vissuto con la sua famiglia nell’insediamento di Karnei Shomron a partire dalla metà degli anni ‘90, negli ultimi anni ha cominciato a chiedere una via d’uscita, invitando il governo ad acquistare la sua casa e quelle dei coloni suoi compagni.“I miei vicini di casa mi guardavano come se fossi un traditore, o come se venissi da un altro pianeta”, ha raccontato. Ha detto di essere stato licenziato dal suo posto di lavoro come responsabile dei conducenti di autobus dell’insediamento, e che il chiosco di panini di sua moglie è stato boicottato e fatto fallire.”Ho ricevuto telefonate minacciose in cui mi dicevano che mi avrebbero ammazzato”, ha detto. “Oggi, porto con me una pistola, perché ho paura degli ebrei, non degli arabi”.Herzl Ben Ari, sindaco di Karnei Shomron, ha detto che il signor Raz è stato licenziato per incompetenza, e che il chiosco di panini ha avuto problemi igienici, due questioni estranee alla sua attività politica. Dani Dayan, presidente del Consiglio dei coloni, ha detto che, se gli immobili di alcune comunità hanno perso valore, la maggior parte delle case negli insediamenti in Cisgiordania ha ancora prezzi elevati”Questa legge è psicologica”, ha detto in riferimento alla proposta di legge. “Vogliono far pressione su di noi e sull’opinione pubblica israeliana per dare l’illusione che il nostro destino sia già segnato. A loro piace dire che tutti sanno che, alla fine, queste comunità non esisteranno più. Io dico il contrario. Sempre più persone, qui e all’estero, stanno iniziando a capire che non ci sarà nessuno Stato palestinese su queste terre”. Alcune case, abbandonate dai coloni che non erano disposti a rimanere, sono state occupate da giovani famiglie religiose che pagano un affitto minimo, e che sono state indirizzate in questi luoghi dalla leadership dei coloni. Vilan, il parlamentare di sinistra, ha detto che, con la sua legge, traslocare nelle case degli insediamenti acquistate dal governo sarebbe un reato punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione.‘One Home’ ha tenuto decine di incontri in giro per gli insediamenti in Cisgiordania, invitando coloro che vogliono andarsene a diventare attivi nel movimento.Nel corso di un incontro qui a Rimonim, molte persone hanno detto di aver paura che ciò che è accaduto a Benny Raz possa accadere anche a loro.Una fra coloro che Benny Raz ha contribuito a convincere, durante una precedente riunione, è Monika Yzchaki dell’insediamento di Mevo Dotan che, come l’insediamento del signor Raz, è nella metà settentrionale della Cisgiordania, e si trova dall’altra parte della barriera. Vi si è trasferita 16 anni fa con suo marito e i bambini piccoli.”Siamo venuti qui per avere una casa che potessimo mantenere, in una buona situazione”, ha detto per telefono. “Molti non capiscono che ci sono molti di noi che non sono né estremisti né pazzi. Ora devo mostrare il passaporto alla barriera per poter tornare a casa. Ora vivo in Palestina. Era normale che io pensassi che questo fosse il mio paese, e che loro pensassero che fosse il loro. Oggi è evidente che questo è il loro paese.” Poi ha aggiunto: ”Sono in grado di elencare 40 famiglie che vogliono andarsene, ma hanno paura di dirlo ad alta voce.”Interpellata su quale fosse il suo punto di vista riguardo ad uno Stato palestinese, ha detto: “Credo che dovrebbe esserci una soluzione a due Stati. Non si può vivere con persone che non hanno l’indipendenza. Devono imparare la loro lingua, insegnare ai loro figli il loro patrimonio culturale. Ma questo è il loro problema. Il mio problema è che il mio governo mi ha abbandonato”.Ethan Bronner è direttore degli uffici di Gerusalemme del New York Times; in precedenza ha lavorato nell’unità investigativa del giornale, occupandosi degli attacchi dell’11 settembre; tra il 1985 ed il 1997 aveva lavorato per il Boston Globe, del quale era stato a lungo corrispondente per il Medio Oriente, da Gerusalemme; questo reportage è apparso sul New York Times il 14/11/2008
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giovedì 27 novembre 2008
E' ora di passare dalla circoncisione di Amir a quella della Luce

il serpente non è all'esterno,ma all'interno ed è sempre più subdolo: passare dalla circoncisione di Amir alla circoncisione della luce, far entrare i Re magi dall'Oriente se si vuole salvare Israele da un destino che ll Golem rovesciato sta creando: e molti lo sanno, molti lo sanno e tessano veli per nascondere la Vergogna, la sete di potere e l'avidità in una Terra che ha sempre punito chi ha cercato di conquistarla con la violenza, la sete di potere. Il Cristo ebraico indica il cammino e dall'Oriente arrivarono i Re magi: l'unica strada per salvare il destino di due poli uniti dalla stessa catena e dalla stessa autodistruzione: questo silenzio avvolge 'oscurità malvagia di una fortezza che deve essere smantellata: uccidere il padre per trasfigurare se stessi ed evitare il ciclo perenne e infinito di un passato che ritornerà,temo, se il passaggio spirituale del Mar Rosso non verrà realizzato. Il nemico non è all'esterno è nell'oblio dello sguardo
domenica 23 novembre 2008
M. O.:"COME ANIMALI IN GABBIA", RACCONTI DALLA STRISCIA DI GAZA

(AGI) - Gaza, 23 nov. - "Come animali in gabbia". Cosi' si descrivono gli abitanti della Striscia di Gaza: senza corrente elettrica, senza scorte alimentari, senza latte per i propri figli dopo la nuova chiusura delle frontiere da parte di Israele che impedisce l'arrivo degli aiuti umanitari. Dal 5 novembre anche la stampa internazionale e' bandita dalla Striscia: Israele ne impedisce l'accesso ufficialmente per ragioni di sicurezza Ma un giornalista palestinese che abita a Gaza, Sameh Habeeb, ha raccontato all'AGI la situazione di questi giorni, attraverso le testimonianze degli abitanti. "Non ne possiamo piu', mi sembra di essere un animale in gabbia", ha raccontato Khalil Barakat, 50 anni, che vive nella colonia di Al Shati "Ho paura per la vita di mio figlio, ha solo 11 mesi", ha riferito una giovane mamma, "siamo senza corrente elettrica e giro tutto il giorno per trovare del cibo per il mio bambino Sono stata in alcuni negozi e non ho trovato nulla, tutto deserto". La donna ha raccontato che e' diventato impossibile trovare alcuni prodotti "come il latte, la carne, i pannolini...". Nella Striscia c'e' chi pero' cerca di resistere, chi e' ottimista e spera che la situazione possa migliorare. E' il caso di Hatem Shurab che sta programmando un concerto insieme ai suoi amici. "Sto tentando di far conoscere la sofferenza della gente attraverso la musica", ha raccontato, "cerchiamo di mettere fine all'assedio con le nostre voci e a mostrare a coloro che non vogliono sapere cosa avvenga qui, cosa sta accadendo". Hatem ha quindi annunciato che il 27 novembre suonera' insieme al suo gruppo a Gaza: "faremo un vero concerto", ha detto una delle poche persone che ha ancora la forza di sorridere.
Israele elegge il suo Bush
Eyad al-SERRAJ : Non sono ammessi fiori a Gaza

sabato 22 novembre 2008
Gideon Levy: la sinistra israeliana è nata nel peccato

"Non c'è una sinistra. Sono solo parole vuote. Quando l'unica manifestazione di protesta è quella degli studenti per i loro problemi interni, quando l’unica cosa di cui si discute nelle città e nei paesi riguarda lo spettacolo del Grande Fratello e le denunce più forti sono verso la corruzione e in particolare sui chilometri di viaggi aerei di Olmert, quando tutto questo potrebbe invece essere sostituito dall'interesse per i prigionieri palestinesi picchiati e sanguinanti– allora sappiamo per certo che non c’è un vero movimento per la pace in Israele oggi, nel 2008."Il movimento per la pace israeliano è nato nel peccato dell'occupazione ed è morto come figlio illegittimo della menzogna secondo cui “non ci sono partner” con cui negoziare da parte palestinese. Tra il settembre 1967 e l’ottobre 2000, ci sono stati 33 anni di scontro ostinato e determinato di una minoranza contro una maggioranza, i “traditori” contro i “patrioti”, i “profanatori” di Israele contro gli “amanti di Israele”, Davide contro Golia Continua qui
giovedì 20 novembre 2008
M.O./ Media internazionali protestano con governo israeliano

1Gerusalemme, 20 nov. (Ap) - I dirigenti dei principali organi di informazione mondiali hanno inviato una lettera di protesta al primo ministro israeliano, Ehud Olmert, per il divieto di ingresso nella Striscia di Gaza imposto ai giornalisti nelle ultime due settimane.
MO/ Media internazionali protestano con governo israeliano
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di Cherrie Heywood Gaza, disastro umanitario e blackout mediatico
Ramallah (Cisgiordania) - Israele ha imposto un blackout virtuale sulle notizie provenienti dalla Striscia di Gaza. Negli ultimi dieci giorni nessun giornalista straniero è potuto entrare nel territorio assediato per raccontare la crescente crisi umanitaria causata dalla chiusura totale delle frontiere di Gaza, voluta da Israele nelle due settimane passate.
Gaza, disastro umanitario e blackout mediatico
3Haaretz Editorial: Let journalists enter Gaza
lunedì 17 novembre 2008
amira Hass:Mani sporche di sangue
"Sha-looom", ha esordito la giovane voce al telefono. Ho capito subito che era l'assistente di qualche giornalista israeliano che voleva informazioni sui prigionieri palestinesi.
Amira Hass :Hebron, Sudafrica
Se il prestigio morale avesse il suo peso, dieci giorni fa l'asfalto di Shuhada street, una strada deserta nella città vecchia di Hebron, si sarebbe incrinato. Zaki Achmet era sconvolto dalla vista delle case vuote, che i palestinesi avevano dovuto lasciare a causa degli abusi dei coloni e dei soldati israeliani.Militante antiapartheid da quando aveva 14 anni, Achmet è il fondatore della Treatment action campaign (Tac), un movimento di base che si batte per assicurare la prevenzione e le cure contro l'aids per tutti i sudafricani. Anche lui contagiato, si è rifiutato a lungo di assumere i farmaci antiretrovirali: prima bisognava garantirli a tutti i malati di aids.
Perfino Nelson Mandela è andato a trovarlo, implorandolo di curarsi, ma lui ha rifiutato. Ha cambiato idea solo quando l'assemblea della Tac ha votato perché si lasciasse curare. Era l'agosto del 2003. Poco dopo il governo sudafricano ha reso gli antiretrovirali disponibili per tutti.
A Hebron c'era anche Barbara Hogan, che ascoltava il racconto di una caparbia donna palestinese, rimasta a vivere nella sua casa. I coloni le impediscono di percorrere a piedi la strada, così deve saltare di tetto in tetto e passare per i vicoli interni della città vecchia. La Hogan è stata condannata a dieci anni di carcere per aver aderito all'African national congress (Anc). Di origini ebraiche, oggi è deputata.
Il giudice dell'alta corte di giustizia Dennis Davis, membro attivo della comunità ebraica, osservava con stupore mentre un colono, armato di megafono, cercava di ostacolare la loro visita guidata. Lui e il suo collega della corte suprema di appello, Edwin Cameron, e gli altri giuristi e difensori dei diritti umani presenti nel gruppo, tutti vecchi avversari dell'apartheid, hanno visto con i loro occhi come funziona il sistema: la polizia israeliana è intervenuta per arrestare tre dei giovani militanti israeliani che guidavano il gruppo, permettendo invece al colono di continuare a minacciare i visitatori.Gli attivisti antiapartheid non hanno avuto nessuna difficoltà a capire perché negli ultimi dieci anni decine di migliaia di palestinesi sono stati costretti a lasciare la città vecchia. Nozizwe Madlala-Routledge, ex viceministra della sanità, ha ascoltato attentamente mentre le spiegavano dove un palestinese può camminare e dove no.
Non ricordava misure così restrittive durante l'apartheid in Sudafrica. Questi 23 militantti sudafricani hanno chiesto di visitare la Cisgiordania per farsi un'idea della situazione. Quando i tre israeliani sono stati portati via su un furgone della polizia, alcuni membri della delegazione hanno chiesto di parlare con i rappresentanti dei coloni, abili a nascondersi dietro parole di miele. "Siete stati ingannati", ha detto uno di loro, riferendosi in particolare a Yehuda Shaul, uno dei tre arrestati.
Shaul è un ebreo ortodosso che, dopo aver prestato servizio a Hebron come soldato regolare, è rimasto sconvolto per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi e ha fondato un'associazione chiamata Shovrim shtikat ("rompere il silenzio"). Poi ha cominciato a raccogliere le testimonianze dei soldati.
I membri della delegazione hanno capito subito che non aveva senso continuare la discussione. Incapaci di esprimere a parole il loro disappunto, hanno sollevato i pugni e intonato l'inno dell'Anc. Questo loro canto tranquillo e potente è stato trasmesso via cellulare a Shaul e ai suoi due compagni, che si trovavano già nella stazione di polizia di Hebron.articolo
Amira Hass:La chiusura ai mezzi d'informazione israeliani fa parte dell'assedio politico di Gaza

La chiusura ai mezzi d'informazione israeliani – soprattutto ai giornalisti israeliani che sono dichiaratamente contrari all'occupazione – fa parte dell'assedio politico, oltre che economico, di Gaza. Ed è parte integrante della manipolazione e della distorsione dell'informazione.Due settimane fa ho saputo che una seconda nave aveva sfidato l'assedio israeliano ed era riuscita ad arrivare al porto di Gaza. Quando ad agosto era partita la prima nave, promossa dal Free Gaza movement, un'iniziativa nata due anni fa, nessuno pensava che ce l'avrebbe fatta. Invece era passata: l'esercito israeliano aveva capito che l'uso della forza avrebbe attirato molta più attenzione.La terza sfida, ho saputo poi, sarebbe stata il 7 novembre. Così, insieme a un gruppo di parlamentari – molti di loro britannici e irlandesi, oltre a un italiano, Fernando Rossi, di Ferrara – ho chiesto di essere ammessa a bordo.
Un po' affollata (22 passeggeri invece dei 15 che potrebbe portare), la nave è partita da Larnaca, a Cipro. Un mare piatto e tranquillo e quindici ore di navigazione mi separavano da un posto che per me è diventato una seconda casa, anche se non ci vivo più.Verso le 7.30 del mattino seguente, un ufficiale della marina israeliana ha chiesto, via radio, da dove venivamo, i nomi dell'equipaggio e quelli dei passeggeri. Gli è stato detto che i nomi dei passeggeri li poteva verificare sul sito internet dell'associazione e magari fare una donazione. Dopo circa cinque minuti la voce è ricomparsa e ci ha augurato una buona giornata.Alcuni dei miei amici mi aspettavano all'ingresso del porto. A parte i pescatori che ci sono venuti incontro in mare – salutandoci, gesticolando e applaudendo, in piedi sulle loro piccole barche – l'accoglienza è stata tranquilla e misurata. Ci è stato detto che così avevano voluto le autorità di Hamas.
Il posto era gremito di nervosi agenti di sicurezza dalle lunghe barbe, importanti deputati palestinesi di Hamas, molti giornalisti e alcuni dei primi organizzatori della campagna, membri dei circoli laici e progressisti di Gaza che sono poi stati relegati ai margini. Tutto sembrava ordinato, anche fin troppo per i miei gusti.I miei amici laici si sono fatti coraggio e mi hanno abbracciato e baciato davanti agli imbarazzati (e forse anche un po' disgustati) agenti di sicurezza. Uno dei deputati di Hamas, che avevo intervistato in passato, mi ha accolto con calore. "Perché ci hai messo tanto?", mi ha chiesto. "Avevo provato a passare da una galleria", ho risposto, "ma non ce l'ho fatta". Ridere e scherzare funziona sempre con gli abitanti di Gaza. È successo anche due giorni dopo con un altro agente dall'aria severa. Aveva la barba alla taliban, nera come carbone. Non voleva che lasciassi il gruppo e me ne andassi da sola per strade che conosco benissimo. Mica crederà a quello che sostengono gli israeliani, cioè che tutti i palestinesi sono pericolosi?", ho esclamato. L'uomo ha riso, rivelando due fossette che mostravano quanto fosse giovane. Da quel momento in poi ha sempre zittito i colleghi che volevano sapere chi era venuto a parlare con me nell'atrio dell'albergo, dove stavo andando, dove mi fermavo e perché.
La nave è ripartita nel pomeriggio dell'11 novembre, portando con sé altri otto passeggeri. Sono alcuni degli abitanti di Gaza bloccati qui, che non possono partire per andare a studiare o farsi curare altrove. Io invece sono rimasta. Mi tratterrò ancora per qualche settimana, esercitando il mio dovere, e non solo il mio diritto, di giornalista.Sempre l'11 novembre, in mattinata, la sicurezza mi ha comunicato che, vista la situazione tesa (l'Olp e Al Fatah non hanno avuto il permesso di tenere delle cerimonie di commemorazione per il quarto anniversario della morte di Yasser Arafat), dovrò essere accompagnata ovunque io vada, per motivi di sicurezza. Così, per un paio di giorni dovrò probabilmente fare i conti con questa richiesta impossibileLeggi tutto...
domenica 16 novembre 2008
Zvi Bar'el : Schiacciare il tahadiyeh
Sderot e Gaza
Gideon Levy: come un mendicante che mostra i suoi artti
4 militanti uccisi, razzi su Negev, ferito israeliano nel negev
sabato 15 novembre 2008
Con Gideon Levy : fuoco sui pescatori palestinesi
giovedì 13 novembre 2008
Parroco di Gaza: è urgente fermare quest'assedio
Cristiani e musulmani uniti in preghiera per favorire il ritorno della pace nella Striscia di Gaza. E’ la proposta di padre Manawel Musallam, parroco della piccola comunità cristiana della Striscia che sottolinea come i fedeli delle due religioni condividano le stesse sofferenze a causa dell’assedio alla regione. Attraverso l’agenzia Sir il sacerdote lamenta “il silenzio delle istituzioni internazionali” sull’emergenza umanitaria che sta colpendo l’area, dove secondo il Comitato popolare contro l’assedio alla Striscia di Gaza, Israele ha chiuso da giorni i valichi di Erez, Abu Salem, Karni, Beit Hanoun e Sofa, e dove se gli stessi valichi non verranno riaperti la distribuzione di aiuti dell’UNRWA, l’agenzia ONU per l’assistenza ai rifugiati palestinesi, sarà compromessa. “Gaza deve vivere con dignità. E’ urgente fermare questo assedio per ridarle speranza e libertà” afferma padre Musallam, secondo cui la situazione per la popolazione è ulteriormente aggravata dall’emergenza sanitaria, che vede carenti i medicinali, e da quella igienica, che riduce la disponibilità d’acqua. Il sacerdote denuncia inoltre, la crisi occupazionale e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, che mettono a dura prova soprattutto le fasce più deboli della popolazione ed in particolare i bambini, ed auspica infine l’arrivo sul posto di “vescovi, cardinali, sacerdoti, religiosi e religiose come anche semplici fedeli perché possano rendersi conto di persona di questa grave situazione e darne notizia all’esterno”. (C.D.L.) http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=244533 allegato: Anastasio e sorelle a Gaza! – 394 « Conversando con Gerusalemme: le bombe sonore |
martedì 11 novembre 2008
bradley Burston : ora un premier arabo in Israele
Siria-Libano: creato un comitato congiunto per il controllo frontaliero
| Damasco, 11 novembre - Si è conclusa con la creazione di un comitato congiunto per il controllo frontaliero la visita in Siria del ministro degli Interni libanese Ziad Baroud. I due Paesi hanno gettato le basi per combattere il terrorismo e ogni altro tipo di crimine in coordinamento tra loro. Siria-Libano: creato un comitato congiunto per il controllo frontaliero |
domenica 9 novembre 2008
Gideon Levy : speriamo che Obama non sia amico di Israele
Amira Hass: Hamas disposto ad accettare uno Stato palestinese entro i confini del 1967
Clare Short, che ha fatto parte del governo dell'ex primo ministro britannico Tony Blair, ha chiesto ad Haniyeh di rinnovare la sua offerta. Egli ha risposto che il governo di Hamas ha deciso di accettare uno Stato palestinese sulle frontiere del ‘67 ed ha offerto a Israele una hudna o tregua a lungo termine, se Israele riconosce i diritti nazionali dei Palestinesi.
In risposta ad una domanda sull’impressione della comunità internazionale che esistano due Stati palestinesi, Haniyeh ha dichiarato: «Noi non abbiamo Stato, né a Gaza né in Cisgiordania. Gaza é assediata e la Cisgiordana è occupata. Quel che abbiamo nella striscia di Gaza non è uno Stato, ma un regime di un governo eletto. Uno Stato palestinese sarà creato solo nei territori del ‘67 ".
La delegazione parlamentare era guidata da Lord Nazir Ahmed, che è nato in Pakistan ed è membro della Camera dei Lord britannica. Ahmed, in Gran Bretagna il secondo musulmano eletto e l’unico nato musulmano, ha raccontato come, 10 anni fa, ha prestato giuramento alla Camera dei Lord su un Corano. "Ed ora, lei ci rappresenta», gli ha detto Haniyeh ieri.
Ahmed ha interrogato Haniyeh sulle relazioni di Hamas con l'Iran e gli ha chiesto di rispondere alle affermazioni dei "nostri amici sionisti" che dicono che Hamas, come l'Iran, ha intenzione di distruggere lo Stato d'Israele e di buttare gli Ebrei a mare.
"Le nostre relazioni con l'Iran sono come quelle con gli altri Stati musulmani. Un popolo assediato che attende con ansia una nave che viene dal mare vuol buttare gli Ebrei a mare? Il nostro conflitto non è con gli Ebrei, il nostro problema è con l'occupazione», ha detto Haniyeh.La nave di protesta, Dignity, ha accostato nel porto di Gaza ieri mattina, con 9 deputati inglesi e irlandesi a bordo, un deputato svizzero e un deputato italiano. I parlamentari hanno voluto esprimere la loro opposizione al blocco della striscia di Gaza e vedere i suoi effetti sulla popolazione di Gaza.
Si è trattato del secondo viaggio in 10 giorni di Dignità tra Cipro e la Striscia di Gaza e del terzo viaggio in 3 mesi che l’organizzazione Free Gaza Movement ha organizzato come protesta e visita dalla Striscia di Gaza.
Il momento più importante della prima giornata del gruppo nella striscia di Gaza è stato il loro incontro con Haniyeh nella sua residenza ufficiale situata a Rimal, un quartiere chic della città di Gaza – l’ex residenza di Yasser Arafat. L’incontro di due ore si è svolto in un ambiente amichevole, al termine del quale i parlamentari hanno potuto notare le buone maniere del loro ospite.
“La vostra visita dimostra che il popolo palestinese non è solo nella sua lotta contro il blocco e che molti popoli del mondo libero e colto ci sostengono», ha dichiarato Haniyeh ai suoi invitati.
Ha spiegato loro le ragioni per le quali Hamas ha boicottato i colloqui con Fatah che dovevano cominciare oggi al Cairo. «Avevamo 17 prigionieri politici [di Fatah, detenuti senza processo e senza accuse] che erano detenuti in condizioni difficili – Non ne sono fiero», ha detto Haniyeh. “Sono stati liberati. Ci aspettavamo una misura simile dai nostri fratelli di Ramallah, ma, purtroppo, la situazione non ha fatto che aggravarsi prima della riunione del Cairo."
Secondo Haniyeh, circa 400 attivisti di Hamas sono detenuti nelle prigioni dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania, e nessuna delle loro richieste di liberazione è stata accolta.
Haniyeh ha dichiarato che le dichiarazioni del Presidente palestinese, Mahmud Abbas, alla segretaria di Stato americana, Condoleezza Rice, durante la sua visita provano che gli Stati Uniti non permettono che le due fazioni palestinesi giungano a riconciliarsi. Egli ha dichiarato che l'Autorità Palestinese doveva sbarazzarsi del "pugno americano" che la controlla.
I politici europei avevano portato con loro una tonnellata di farmaci e 3 scanner utilizzati per le ferite alla colonna vertebrale, ha dichiarato Arafat Shoukri, 37 anni, un medico che risiede in Gran Bretagna.
«Noi portiamo farmaci di base come paracetamolo ed analgesici. Siamo rimasti scioccati quando abbiamo avuto la lista del Ministero della Salute nella striscia di Gaza - ciò significa che non hanno niente», ha detto Shoukri.
Le agenzie di aiuti internazionali, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa, hanno detto che praticamente nessun farmaco entrava nella striscia di Gaza. (traduzione di marianita) Leggi tutto...

