domenica 18 febbraio 2018

Danny Rubinstein La crisi per la corruzione di Netanyahu: ne faranno le spese i palestinesi

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 Giovedì 15 febbraio 2018, Middle East Eye
L’iniziativa di imputare il primo ministro israeliano per corruzione potrebbe spingerlo ancor di più nelle braccia della destra nazionalista: i palestinesi ne subiranno le conseguenze
In quanto anziano giornalista israeliano che ha scritto di palestinesi praticamente fin dalla fine della guerra del 1967 [la “guerra dei Sei Giorni”, ndt.], desidero testimoniare che nelle ultime settimane i palestinesi hanno continuato a dire che la loro situazione attuale è la peggiore di sempre.
Ed è ulteriormente peggiorata in seguito al terremoto politico provocato dalla raccomandazione della polizia israeliana che Netanyahu venga imputato di corruzione. Più la situazione di Netanyahu vacilla, più dovrà appoggiarsi alla sua base tradizionale: la destra ed i coloni. Ed il prezzo verrà pagato dai palestinesi. Per spiegare il rapporto tra Netanyahu ed i palestinesi dobbiamo tornare indietro a un episodio del suo passato.
Qualche anno fa, durante una sorta di incontro a Gerusalemme tra israeliani e palestinesi, il poeta israeliano Avoth Yeshurun (il nome d’arte di Yehiel Perlmutter), si alzò e si rivolse al poeta arabo Hanna Abu Hanna.
Solo un poco”
Yeshurun spiegò di essere arrivato come un pioniere nella terra di Israele, dopo le persecuzioni in Europa, per costruire una nuova società ebraica, una società giusta. Parlò a lungo della sua scoperta di una società ed una cultura arabe che per centinaia di anni erano state all’avanguardia della civilizzazione nel mondo. “Voi arabi siete grandi e forti,” disse.
Avete avuto le prime scuole di medicina al mondo; avete portato l’algebra in Europa insieme al sistema decimale e allo zero; avete rilanciato la filosofia aristotelica; avete guidato il mondo nell’arte, nella poesia, nella scienza, nella geografia e nell’astronomia, e avete rapidamente conquistato la vastità dell’Est e parte dell’Europa.”
Yeshurun guardò Hanna Abu Hanna e gridò: “Ecco quello che vi chiedo: spostatevi un poco, solo un poco. Voi dominate dall’oceano occidentale (il Marocco) fino al Golfo Persico, 300 milioni di persone, lasciate un po’ di spazio per noi, spostatevi un poco, solo un poco!!!”
Ricordo molto bene quell’incontro perché chi parlò dopo fu un anonimo giovane arabo che si alzò per affrontare Avoth Yeshurun e disse, in sostanza: “Cosa intendi per spostarci un poco? Cosa sarebbe un poco? Sono nato a Jaffa e tutta la mia famiglia vi aveva vissuto per centinaia di anni, e non mi sono spostato un poco, mi sono spostato di un bel po’, mi sono spostato del tutto. Noi siamo rifugiati. Abbiamo perso tutto. La casa e il giardino sono persi, la famiglia si è sparpagliata dappertutto. Questo è ‘un poco’?”
Debole – e forte
Tra i palestinesi che ho conosciuto, c’è sempre stata una tensione tra la loro identificazione come arabi e quella come palestinesi. In quanto arabi fanno parte di una nazione vasta, potente e prospera, ma come palestinesi sono deboli e impotenti. Recentemente abbiamo commemorato i 100 anni dalla emanazione della dichiarazione Balfour (novembre 1917), che nella cronologia palestinese è considerata l’inizio del conflitto tra la Palestina ed Eretz Yisrael [la Terra di Israele, ndt.].
E nel corso di questo secolo i palestinesi hanno continuamente cercato l’aiuto del grande e potente mondo arabo nella loro lotta contro l’Yishuv (pre-Stato) ebraico [la comunità degli ebrei sionisti in Palestina prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, ndt.] prima e contro Israele poi. I Paesi arabi tentarono di aiutare i palestinesi. Ci furono un tentativo durante la rivolta araba del 1936-39 e ovviamente le guerre del 1948 e poi del 1967 e dell’ottobre 1973. Ma tutti questi tentativi fallirono.
Spesso a Yasser Arafat è stato chiesto cosa avesse determinato il problema palestinese ed egli ha sempre dato la stessa risposta: “Siamo stati traditi dagli arabi.” Arafat pensava che gli arabi avessero tradito i palestinesi quando firmarono l’armistizio del 1949 con Israele, e che li tradirono di nuovo quando non consentirono ai palestinesi di continuare la loro lotta popolare contro Israele.
Lui stesso venne incarcerato in Egitto quando era studente al Cairo. In seguito fu imprigionato in Libano, in Siria (1966), e perseguitato in Giordania durante il “Settembre Nero” [repressione dei palestinesi da parte dell’esercito giordano, ndt.] nel 1970. La ragione fu sempre la stessa: Arafat e i suoi nazionalisti palestinesi lealisti chiedevano che gli Stati arabi li aiutassero a lottare – e ormai da molto tempo i governanti arabi si sono rifiutati.
Il “tradimento arabo” dei palestinesi continua tuttora – più che mai. Si prenda, ad esempio, l’Egitto, lo Stato arabo più grande e forte e quello che ha lottato per i palestinesi più di quanto abbia fatto qualunque altro Paese arabo. Il regime del Cairo sotto il generale al-Sisi è in una pessima situazione. Oggi la popolazione egiziana è circa di 100 milioni di abitanti. I problemi economici sono senza precedenti.
Una volta il presidente Sadat disse a noi, un gruppo di israeliani, che comprendeva i problemi di sicurezza di Israele. “Avete sempre paura che gli arabi vi attacchino, ma la nostra paura è diversa: ogni giorno temiamo che, alla sera, non avremo abbastanza da mangiare.”
Oltre alla terribile sfida economica di alimentare un centinaio di milioni di egiziani, il regime del Cairo è minacciato dai gruppi estremisti islamici. L’ISIS [lo Stato islamico, ndt.] è attivo nella penisola del Sinai; recentemente ha operato un attacco contro una moschea a ovest di El Arish e ucciso più di 300 fedeli. Il generale al-Sisi ha grandi problemi ad affrontare l’estremismo islamico.
In questo contesto posso immaginare il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che arriva per un incontro al Cairo con al-Sisi e gli dice: “Mi devi aiutare. Gli israeliani hanno costruito altre 50 unità abitative nella loro colonia di Ma’ale Adumim ed hanno espulso e demolito le case di decine di famiglie palestinesi, e un soldato ha arrestato una ragazza a Nabi Saleh, nei pressi di Ramallah…”
In un immaginario scenario piuttosto stravagante come questo, il generale al-Sisi starebbe pensando che Abu Mazen ha perso la testa. L’Egitto sta affrontando problemi di vita o di morte di decine di milioni di persone e Abu Mazen sta parlando al leader egiziano di qualche casa mobile parcheggiata in qualche colonia. Questi sono i problemi dei palestinesi?
In questo contesto la cooperazione militare e di intelligence tra Israele e l’Egitto è migliore di quanto non sia mai stata. Israele aiuta l’Egitto nella sua guerra contro gli estremisti islamici nel Sinai. L’Egitto è diventato un vero alleato di Israele.
La situazione è simile tra Israele e la Giordania, dove il re Abdullah ha problemi economici da affrontare, con centinaia di migliaia di rifugiati siriani, e deve respingere militanti islamici sulle frontiere con la Siria e l’Iraq. La cooperazione di intelligence tra Israele ed Amman è un fatto consolidato e ben noto da molto tempo.
Alleati arabi
E c’è di più. C’è anche una cooperazione politica di livello piuttosto alto tra Israele, Arabia saudita ed Emirati. Israele, i sauditi e gli Stati del Golfo hanno un nemico comune: l’Iran. I sauditi stanno combattendo gli iraniani in Yemen – dove gli iraniani lanciano missili verso il territorio saudita – così come sul suolo siriano e libanese. Quindi ha preso forma una specie di alleanza strategica tra Israele e gli Stati arabi sunniti contro l’Iran sciita. Tutto sotto il patrocinio del presidente americano Donald Trump.
In Medio Oriente i palestinesi non hanno prospettive. Assolutamente nessuna. Nessun Paese arabo li aiuterà, ma potrebbe piuttosto danneggiarli. Benjamin Netanyahu ed il suo governo lo sanno. Possono fare tutto quello che vogliono ai palestinesi. E quindi il governo israeliano di destra continua a costruire e sviluppare le colonie della Cisgiordania.
Il 60% della Cisgiordania che, in base agli accordi di Oslo, è controllato da Israele, è stato quasi completamente annesso a Israele. Praticamente ogni settimana sentiamo di nuove leggi o regolamenti che discriminano gli arabi in Cisgiordania e in Israele. Nell’ultima settimana, per esempio, è stata approvata una legge speciale per accordare all’università della colonia di Ariel lo stesso status di cui godono le istituzioni accademiche all’interno di Israele.
Riguardo a Gaza, non c’è praticamente più niente da dire. I due milioni di palestinesi a Gaza sono stati sotto assedio per un decennio. Gli egiziani ed il regime di Ramallah fanno molto poco per aiutarli. Il risultato è che Gaza è sull’orlo di un disastro umanitario di massa. C’è energia elettrica solo da quattro a otto ore al giorno. L’acqua non è potabile. La disoccupazione è circa del 50%. L’economia è limitata alla generosità delle organizzazioni umanitarie internazionali, guidate dall’ONU, che recentemente hanno fatto notizia quando Trump ha annunciato progetti per ridurre drasticamente il loro bilancio.
Non tanto bene
Come già detto, oggi la situazione dei palestinesi è la peggiore da molto tempo a questa parte. Una società frammentata sprofondata nell’indigenza e sottoposta al potere limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese, le cui forze di sicurezza sono diventate, in gran parte, complici di Israele.
Molti israeliani pensano che, finché i palestinesi stanno male, noi qui in Israele stiamo bene.
È così nei conflitti a somma zero. Ma nel nostro caso, non è così.
In Israele ci sono ambienti progressisti che pensano che anche noi siamo in una brutta situazione. Ormai da qualche tempo qui molte organizzazioni dei diritti umani hanno operato come l’opposizione più decisa al governo di Netanyahu.
La prova sta nella dura campagna di attacchi del regime contro le Ong. “Breaking the Silence” e i suoi soldati della riserva apertamente critici contro la condotta dell’esercito in Cisgiordania, “B’Tselem”, “Machsom Watch”, l’“Association for Civil Rights in Israel” [“Associazione per i Diritti Civili in Israele, ndt.], il “New Israel Fund” [“Nuovo Fondo Israele, ndt.]: tutte esistono da almeno 20 anni, ma solo ultimamente il governo Netanyahu le ha definite come il “Nemico numero uno”.
Netanyahu gode di ampio prestigio internazionale. È invitato nelle capitali internazionali, da Delhi a Varsavia, da Mosca a Washington. I suoi problemi sono principalmente in patria. Le critiche sono per lo più degli ambienti progressisti, all’interno di Israele, che non possono sopportare la realtà di quanto sta succedendo ai palestinesi. Egli sostiene sempre che tutte le critiche dirette contro il suo comportamento corrotto vengono da circoli progressisti di sinistra che cercano di rovesciare il suo governo.
Persino la raccomandazione della polizia di imputarlo di corruzione è vista da Netanyahu come nient’altro che un ulteriore tentativo politico da parte della sinistra traditrice di fare un colpo di stato. Quindi il grande timore è che l’attuale situazione lo spinga ancor di più nelle braccia della destra nazionalista e verso nuovi passi contro i palestinesi e contro i suoi nemici di sinistra. Mentre la presa di Netanyahu sul potere si indebolisce, i palestinesi e la sinistra progressista in Israele rischiano di pagarne il prezzo.
Danny Rubinstein è un giornalista e scrittore israeliano. In precedenza ha lavorato per “Haaretz”, dove è stato analista delle questioni arabe e membro del comitato editoriale.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
(traduzione di Amedeo Rossi)

Il ministro della Giustizia di Israele approva l’apartheid – lo Stato ebraico “a scapito dell’uguaglianza”

Jonathan Ofir
13 febbraio 2018, Mondoweiss
Ayelet Shaked, la ministra della Giustizia israeliana, lo ha fatto di nuovo: ha illustrato l’apartheid israeliano in termini inequivocabili, e lo ha legato direttamente al sionismo:
“C’è spazio per conservare una maggioranza ebraica persino a prezzo di una violazione dei diritti,” ha detto ieri (lunedì 12 febbraio) al “Convegno su Ebraismo e Democrazia”, come riferito da Haaretz. Shaked stava parlando della legge israeliana “Stato-Nazione del popolo ebraico” ed ha detto chiaramente che l’uguaglianza è essenzialmente un pericolo per lo “Stato ebraico”.
Sul tentativo della coalizione [di governo] di tenere fuori la parola “uguaglianza” dalla legge sullo Stato-Nazione, Shaked ha detto che “Israele è uno Stato ebraico. Non è uno Stato per tutte le sue nazioni. Cioè, stessi diritti per tutti i cittadini ma non diritti nazionali uguali.”
Shaked ha detto che la parola “uguaglianza” è molto generica e l’autorità giurisdizionale potrebbe portarla “molto lontano”, aggiungendo che “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere conservato e a volte ciò avviene a scapito dell’uguaglianza.”
Quindi sta ripetendo quello che ha detto sei mesi fa – che “il sionismo non dovrebbe – e qui sto dicendo che non lo farà – continuare a inchinarsi ad un sistema di diritti individuali interpretati in modo universalistico.”
All’epoca il giornalista di Haaretz Gideon Levy [vedi zeitun.info] aveva ringraziato Shaked per aver detto la verità:
“Quindi Shaked crede, come molti nel mondo, che Israele sia costruito sulle fondamenta dell’ingiustizia e di conseguenza debba essere difeso dal discorso ostile della giustizia. In quale altro modo può essere spiegato il rifiuto di discutere dei diritti? I diritti individuali sono importanti, dice, ma non quando questi sono slegati dalle “sfide sioniste”. Ha di nuovo ragione: le sfide sioniste sono quindi in contraddizione con i diritti umani…”
E ha concluso:
“Il sionismo è la religione fondamentalista di Israele, e, come in ogni religione, la sua negazione è proibita. In Israele ‘non sionisti’ o ‘antisionisti’ non sono insulti, sono ordini di espulsione dalla società. Non c’è niente di simile in nessuna società libera. Ma ora che Shaked ha smascherato il sionismo, messo la sua mano sul fuoco e detto la verità, possiamo finalmente ragionare più liberamente sul sionismo. Possiamo riconoscere che il diritto degli ebrei ad avere uno Stato ha contraddetto il diritto dei palestinesi alla loro terra, e che il sionismo legittimo ha dato vita a un terribile errore nazionale che non è mai stato corretto; che ci sono modi per risolvere e fare ammenda di questa contraddizione, ma gli israeliani sionisti non li vogliono accettare.”
Shaked ha ancora una volta accentuato aspetti che sono una diretta conferma delle conclusioni essenziali del “Rapporto ONU sull’Apartheid Israeliano” [stilato dalla “Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale” dell’ONU, ndt.], accantonato lo scorso anno, che ha chiarito le pratiche razziste dello Stato di Israele e la sua intrinseca natura razzista. Il rapporto evidenziava che “i partiti politici palestinesi possono battersi per riforme di scarsa importanza e per una migliore destinazione del bilancio, ma hanno la proibizione giuridica da parte della Legge Fondamentale di sfidare la legislazione che mantiene il regime razzista. La politica è rafforzata dalle implicazioni della distinzione fatta in Israele tra ‘cittadinanza’ (ezrahut) e ‘nazionalità’ (le’um): tutti i cittadini israeliani godono della prima, ma solo gli ebrei della seconda. Nella legge israeliana diritti ‘nazionali’ vuol dire diritti nazionali ebrei.”
Quel rapporto provocò grande ira tra la dirigenza israeliana, e il Segretario Generale dell’ONU si inchinò alle pressioni israeliane (e americane) perché venisse accantonato per la sua presunta natura ‘antisemita’ – ma qui il ministro della Giustizia di Israele sta confermando quello che [il rapporto] sta essenzialmente dicendo.
Shaked, che ha una propensione per una retorica genocidaria e fascista, è molto esplicita sul perché vuole che la legge dello Stato-Nazione sia codificata all’interno di una “legge fondamentale” quasi costituzionale: l’obiettivo della legge sullo Stato-Nazione, ha detto, è di prevenire una sentenza come quella del caso Ka’adan del 2000, che condannò la discriminazione contro una famiglia araba che voleva andare ad abitare in una piccola comunità ebraica che aveva cercato di impedirglielo. Shaked vuole che sia assolutamente possibile per una comunità ebraica impedire l’ingresso di cittadini palestinesi su base razziale. Infatti Shaked, riferendosi alla sentenza Ka’adan, ha detto che
“sulla questione se sia giusto per una comunità ebraica essere, per definizione, solo ebraica, voglio che la risposta sia ‘sì, è giusto’.”
Shaked ha lamentato di nuovo che i “valori universali” starebbero prendendo il sopravvento:
“Negli ultimi 20 anni c’è stata maggiore attenzione a emettere sentenze su valori universali e meno sul carattere ebraico dello Stato. Questo (la legge sullo Stato-Nazione) è uno strumento che vogliamo fornire ai tribunali per il futuro.”
Perciò Shaked vuole chiudere la porta a quelle piccole aberrazioni, in cui compaiono sottili crepe nel muro dell’apartheid israeliano. Vuole che sia completamente chiusa e sprangata. E, cosa più importante, il mondo deve accettarla come un’ideologia e una politica legittime.
Si noti che tutto ciò riguarda la politica israeliana nei confronti dei suoi stessi cittadini non ebrei. Non riguarda neppure l’occupazione israeliana del 1967 (anche se ciò indirettamente influisce sulla politica israeliana in tutti i territori).
Da un lato si potrebbe essere tentati di credere che Shaked stia solo combattendo una lotta contro i tribunali e che ci sia una Corte Suprema presumibilmente progressista che potrebbe agire come un contropotere rispetto a questo.
Ma va ricordato che la Corte Suprema è essenzialmente sionista, e che di conseguenza è comunque di parte nei confronti dello “Stato ebraico”. Dato che quel principio non può essere sfidato in alcun modo significativo, e dato che Shaked sta effettivamente dando voce sincera e rumorosa all’ideologia sionista, rimangono pochissime risorse di una certa importanza per protestare o contrastare tutto ciò.
Una è rappresentata, ovviamente, da mezzi di protesta civili e democratici dal basso: il [movimento per il] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).
Ma ecco quello che ha detto la presidentessa della Corte Suprema Esther Hayut in una recente conferenza contro il BDS. Il BDS è un “illecito civile”, ha detto, e ha continuato:
 “Chiedere un boicottaggio è un mezzo di coercizione e non di persuasione. Non è utile ai principi fondamentali della democrazia, ma piuttosto li colpisce impedendo un libero scambio di idee. Di conseguenza, non è degno della protezione costituzionale di cui godono altre forme di espressione politica.”
Quindi, peggio – il BDS, secondo la più alta carica giudiziaria di Israele, non è tutelato dalla libertà di espressione. E pertanto è permesso allo Stato di imporre sanzioni contro singole persone che lo propugnano:
“L’imposizione di sanzioni legali è proporzionata quando lo Stato è interessato a difendersi contro un boicottaggio da parte di civili,” ha detto Hayut.
Deve essere chiaro che questa posizione è fascismo allo stato puro. Lo Stato può essere “criticato” con mezzi che consentano “scambio di idee”, ma non con metodi che lo Stato stesso reputa possano effettivamente determinare un cambiamento della sua struttura e gerarchia razziali. Questo non è un inaspettato sviluppo esterno rispetto a un presunto ‘sionismo democratico’. Tutto ciò rappresenta un ulteriore smascheramento riguardo alla vera essenza del sionismo. È vero e proprio apartheid.
L’ex primo ministro Ehud Barak ha detto qualche anno fa che “Israele è stato infettato dai semi del fascismo.” Ma egli è lo stesso “eroe di sinistra” che si è vantato di come la sinistra israeliana ha “liberato” i territori occupati, e si è lamentato che gli USA non abbiano riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele già 65 anni fa. Perciò Barak sta dicendo che questi “semi di fascismo” sono solo qualcosa che ha “infettato” Israele di recente. Ma sono sempre stati lì, sono i semi dei frutti del sionismo, di cui anche Barak è sostenitore. È dubbio che un ‘progressista’ come Barak o simili possa mai ‘salvare’ il sionismo dai suoi più espliciti fascisti come Shaked.
Gli Stati Uniti hanno attraversato la fase fiabesca dell’apartheid in cui si trova Israele, con la loro dottrina legale ‘separati ma uguali’, la quale sosteneva che, benché ci fosse segregazione razziale (letteralmente apartheid), gli afro-americani potevano comunque essere considerati “uguali”, semplicemente “separati”. Ci vollero parecchie sentenze della Corte Suprema dagli anni ’50, nonché la legge sui diritti civili del 1964, per rovesciare questa falsa nozione di “uguaglianza”.


Ma Israele sta funzionando esattamente in modo opposto, e Shaked sta confermando che l’ideologia dello Stato prevale esplicitamente sull’uguaglianza. A dir la verità, è stato così fin dall’inizio.
(traduzione di Amedeo Rossi)

Amos Harel : la Conferenza di Monaco, il drone, le minacce all'Irane ad Assad


Sintesi personale
Il discorso del Primo Ministro Benjamin Netanyahu alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha incluso anche due dichiarazioni importanti. Netanyahu ha minacciato direttamente l'Iran se continua nella sua aggressione verso Israele. A questo ha aggiunto una minaccia alla stabilità del regime di Bashar Assad in Siria, se continuerà ad aiutare l'Iran a prendere piede nel suo paese. Al di là dell' espediente di mostrare ai partecipanti alla conferenza parte del drone iraniano abbattuto e alle sue osservazioni pungenti dirette al ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, queste due affermazioni saranno certamente annotate e analizzate a Teheran e Damasco.
Più di un anno fa, appena dopo l'elezione del presidente statunitense Donald Trump, Netanyahu ha iniziato a cambiare leggermente il suo tono pubblico nei confronti dell'Iran in una serie di discorsi. Nei mesi seguenti ha promesso che " coloro che minacciano di anniettarci si mettono in pericolo " e che il potere militare israeliano "deve essere in grado di minacciare di distruggere coloro che minacciano di distruggerci". Quando ha incontrato il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev , gli ha anche chiesto di trasmettere un messaggio agli iraniani : "Israele non è un coniglio, è una tigre. ... Gli iraniani non sanno con chi hanno a che fare e l'Iran si sta mettendo in grave pericolo ".
Negli ultimi mesi, Netanyahu ha cambiato l'ordine delle minacce .  Non ha ridotto i suoi avvertimenti contro il progetto nucleare iraniano e gli svantaggi dell'accordo di Vienna (che ha anche attaccato nel discorso di Monaco di domenica), ma ha posto l'accento sul pericolo del coinvolgimento iraniano in SiriQuesto nuovo ordine è apparso per la prima volta nel suo discorso "" all'apertura della sessione invernale della Knesset lo scorso ottobre   e  in altri discorsi da allora. Netanyahu ha sottolineato i molti aspetti dell'attività iraniana sul confine settentrionale di Israele: l'impatto sul regime di Assad, lo spiegamento delle milizie iraniane e l'aspirazione a costruire fabbriche di armi, un porto navale e una base aerea.


Il nuovo elemento di domenica è la minaccia di agire direttamente contro l'Iran: "Agiremo se necessario non solo contro i proxy dell'Iran ma contro l'Iran stesso", ha detto Netanyahu. Rivolgendosi direttamente a Zarif, che era seduto nella sala delle conferenze  aggiungendo : "Non testarci".

In un'altra dichiarazione eccezionale nel suo discorso a Monaco, il primo ministro ha detto che Israele non è intervenuto nella guerra civile siriana finora "tranne che per l'assistenza umanitaria" (anche se i ribelli sono stati recentemente citati dalla stampa straniera in quanto  ricevono  anche assistenza per armi e munizioni ). Ma secondo Netanyahu se Assad invita  l'Iran nel suo paese, egli sta cambiando la posizione israeliana  sfidandola .
Zarif, come previsto, ha ridicolizzato il discorso di Netanyahu e addirittura lo ha deriso per le indagini della polizia sulla sua presunta corruzione. Ma nel corso del tempo gli iraniani dovranno anche considerare se Netanyahu potrà tornare a una politica che prevede una linea sottile per quanto riguarda l'Iran. Ogni estate tra il 2009 e il 2012, Netanyahu ha intenzionalmente alzato la fiamma, discutendo intensamente sulla possibilità di un attacco militare israeliano ai siti nucleari dell'Iran. Quelle minacce non sono mai state portate avanti e gli iraniani probabilmente non le hanno prese sul serio,  ma così facendo, Netanyahu ha lanciato un processo che successivamente ha imposto pesanti sanzioni internazionali all'economia dell'Iran,costringendo  Teheran a tornare  al tavolo dei negoziati e alla fine ad accettare l'accordo di Vienna

A margine bisognerebbe chiedersi se il pubblico di Monaco abbia prestato attenzione al trucco dei droni di Netanyahu o se tale colpo di scena fosse destinato a orecchie simpatiche a casa. I partecipanti alla conferenza hanno familiarità con il Medio Oriente per sapere che Israele non è considerato solo una delle principali potenze mondiali nello sviluppo e nell'uso dei droni, ma che secondo i rapporti stranieri, i droni israeliani hanno volato per anni nei paesi vicini. Questa politica è pienamente giustificata alla luce dei rischi per la sicurezza, ma Netanyahu interpretando la vittima per quanto riguarda il drone iraniano sembra aver esagerato  date le circostanze. Israele non ha fatto cose simili nei cieli dei suoi vicini? Non è stato accusato di cose del genere persino verso l'Iran? 


Not just a gimmick: Netanyahu's drone stunt is a direct threat to Iran and Assad




Prime Minister Benjamin Netanyahu holds what he claims is part of an Iranian drone shot down in Israeli airspace at the Munich Security Conference on February 18, 2018.
LENNART PREISS/AFP
Aside from the contribution from the department of tactical props, Prime Minister Benjamin Netanyahu’s speech at the Munich Security Conference also included two important statements. Netanyahu directly threatened Iran if it continues in its aggression toward Israel. To this he added a threat to the stability of Bashar Assad’s regime in Syria if he continues to help Iran gain a foothold in his country. With all due respect to the gimmick of showing conference participants part of the downed Iranian drone and to his biting remarks directed at Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif, these two statements will certainly be noted and analyzed in Tehran and Damascus.
More than a year ago, just after U.S. President Donald Trump was elected, Netanyahu began to slightly change his public tone toward Iran in a series of speeches. Over the months that followed, he pledged that “those who threaten us with annihilation put themselves in peril” and that Israel’s military might “must be able to threaten to destroy those who threaten to destroy us.” When he met with Kazakhstan’s President Nursultan Nazarbayev, he even asked him to convey a message to the Iranians: “Israel isn't a rabbit, it's a tiger. ... The Iranians don't know who they are dealing with, and Iran is putting itself in grave danger."
In recent months, Netanyahu has changed the order of the threats that he says come from Iran. He has not reduced his warnings against the Iranian nuclear project and the disadvantages of the Vienna agreement (which he also attacked in his Munich speech on Sunday), but he placed the danger of Iranian involvement in Syria ahead of them. This new order appeared for the first time in his “pickle” speech at the opening of the Knesset winter session last October, and has appeared in other speeches since then. Netanyahu has stressed the many aspects of Iranian activity on Israel’s northern border: the impact on the Assad regime, the deployment of Iranian militias and the aspiration to build weapons factories, a naval port and an air base.


The new element on Sunday is the threat to act directly against Iran: “We will act if necessary not just against Iran's proxies but against Iran itself,” said Netanyahu. Directly addressing Zarif, who was sitting in the conference hall, he added: “Don’t test us.”
Not for the first time, Netanyahu sounded like he was corresponding with his partner-rivals in his coalition back home.
When Education Minister Naftali Bennett spoke at the annual convention of the Institute for National Security Studies in late January, he presented what he called the “octopus head doctrine” and called on Israel to specifically threaten Iran itself in response to the latter’s actions in Syria and Lebanon. The remarks by Bennett and now by Netanyahu cannot be dismissed as empty rhetoric. Major developments are taking place on a number of fronts as they speak: the success of Assad’s camp, supported by Iran and Russia, in the civil war in Syria; frequent trading of threats by Riyadh and Tehran; the zigzagging of the Trump administration, which in the meantime is not being translated into a show of force on the ground vis-a-vis Iran or the Russians; the downing of an Iranian drone and an Israeli F-16 in a clash which saw the Israel Air Force attacking Iranian targets in Syria for the first time; and finally, tension on the border with the Gaza Strip on Saturday.
This a sensitive period and through his statements, Netanyahu is ratcheting up tensions with Syria. In another exceptional declaration in his Munich speech, the prime minister said that Israel has not intervened in the Syrian civil war so far “except for humanitarian assistance” (although rebels have recently been quoted in the foreign press claiming they also receive weapons and ammunition assistance). But according to Netanyahu, if Assad is now inviting Iran into his country, he is changing the Israeli position and “challenging his own position.”
Zarif, as expected, ridiculed Netanyahu’s speech and even taunted him about the police investigation for alleged bribery. But over time, the Iranians will also have to see whether Netanyahu might be returning to a policy of walking a fine line regarding Iran. Every summer between 2009 and 2012, Netanyahu intentionally turned up the heat, intensively discussing the possibility of an Israeli military attack on Iran’s nuclear sites. Those threats were never carried out – and the Iranians probably didn’t really take them seriously – but in so doing, Netanyahu launched a process that subsequently imposed heavy international sanctions on Iran’s economy, causing Tehran had to go back to the negotiating table and eventually accept the Vienna agreement. This time, too, the question is not just what people in Iran and Syrian will think about the threats, but how the Israeli warnings will be seen in other countries involved in the region.

On the margins, one should ask whether the audience in Munich paid attention to Netanyahu’s drone gimmick or whether it was intended for sympathetic ears back home. The conference attendees are familiar enough with the Middle East to know that not only is Israel considered a leading world power in drone development and use, but that according to foreign reports, Israeli drones have been flying in neighboring countries for years. This policy is fully justified in light of the security risks, but Netanyahu’s playing the victim with regard to the Iranian drone seems exaggerated under the circumstances. Hasn’t Israel done similar things in its neighbors’ skies? Hasn’t it been accused of such things – even toward Iran – itself? 

Nobody in the room bought Netanyahu playing the victim card | Analysis
                                                    

GAZA. Due giovani uccisi nei raid israeliani

Confine Gaza-Israele (Foto: Reuters)
Confine Gaza-Israele (Foto: Reuters)
della redazione
Roma, 18 febbraio 2018, Nena News – Sono cominciati nella serata di ieri pesanti bombardamenti aerei israeliani sulla Striscia di Gaza. Secondo l’esercito si tratta della reazione al ferimento di quattro soldati, due gravi, avvenuto ieri al confine sud tra la Striscia e Israele.
Una pattuglia si era avvicinata alla barriera di separazione nei presso di Khan Younis: per rimuovere una bandiera palestinese, secondo fonti palestinesi; perché erano stati individuati due tunnel, secondo le forze armate israeliane. Un ordigno nascosto a terra è esploso ferendo i soldati. Anche qui versioni differenti: secondo  la tv al-Manar, legata al movimento sciita libanese Hezbollah, uno dei soldati è morto.
Immediata la rappresaglia contro Gaza: raid aerei e colpi di artiglieria lungo tutto il confine e, secondo fonti locali, anche a Gaza city. Secondo Tel Aviv sono state bombardate 18 postazioni di Hamas a Beit Hanun, Rafah, Deir al-Balah e Khan Younis.
Questa mattina a Rafah sono stati trovati i corpi senza vita di due giovani palestinesi, Salem Sabah e Abdallah Abu Sheikha, entrambi di 17 anni. Altri due i feriti al momento ricoverati all’ospedale di Rafah.

Danneggiate anche molte case civili, riporta l’agenzia palestinese Wafa. Hamas ha reagito parlandodi “escalation”. Di certo è il peggior attacco militare lanciato da Israele contro l’enclave palestinese dal 2014, qunado in due mesi di offensiva – Margine Protettivo – vennero uccisi oltre 2.250 palestinesi. Da allora Hamas ha sempre rispettato il cessate il fuoco, ma i rari lanci di missili da parte di gruppi minoritari della Striscia, è sempre stato usato dal governo israeliano   per colpire postazioni dell’ala militare dell’esecutivo de facto di Gaza.






Ieri sera Israele ha iniziato a lanciare bombardamenti aerei e colpi di artiglieria contro la Striscia. Almeno due le vittime




Tra la sera di sabato e la mattina di domenica l’esercito israeliano ha condotto 18 tra bombardamenti aerei e attacchi con carri armati contro strutture che sostiene appartengano al movimento politico-terroristico Hamas nella Striscia di Gaza. In uno di questi attacchi sono morti due ragazzi palestinesi di 17 anni. L’attacco di Israele è una forma di ritorsione per un’esplosione, avvenuta sempre sabato nella striscia di Gaza, in cui erano stati feriti quattro soldati israeliani. È stata una delle più grandi operazioni militari condotte da Israele nella Striscia di Gaza dal 2014. L’esercito israeliano ha detto che gli obiettivi degli attacchi erano fabbriche di armi, campi di addestramento e punti di osservazione.
Riguardo ai due adolescenti palestinesi uccisi, l’esercito israeliano ha detto che i soldati a bordo del carro armato che li ha colpiti li avevano individuati come sospetti che stavano cercando di entrare nel territorio israeliano.
Per ora nessun gruppo armato di Gaza ha rivendicato l’esplosione che ha ferito i quattro soldati israeliani. Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha dato la colpa a uno dei più piccoli gruppi armati presenti nella Striscia di Gaza, i Comitati Popolari di Resistenza, ma ha detto che la responsabilità ultima di ciò che succede nel territorio è di Hamas.
Israele ha attaccato Hamas nella Striscia di Gaza, uccidendo due ragazzi palestin

sabato 17 febbraio 2018

Sam Bahour Mike Pence ha appena confermato l’uscita dell’America dal processo di pace in Medio Oriente



Sam Bahour

23 gennaio 2018, Haaretz
Quando Pence afferma: ‘Noi stiamo con Israele. La vostra causa è la nostra causa, la vostra lotta è la nostra lotta’, è chiaro che l’America è interessata solamente ad offrire ad Israele un cieco appoggio politico e ad abbandonare i palestinesi. Una vera pace ora non può che significare aggirare l’amministrazione USA
Il vicepresidente USA non avrebbe potuto dirlo più chiaramente.
Sono qui per trasmettervi un solo semplice messaggio. L’America sta con Israele. Noi stiamo con Israele perché la vostra causa è la nostra causa, i vostri valori sono i nostri valori e la vostra lotta è la nostra lotta,” ha detto lunedì alla Knesset (il parlamento) israeliana.
Ha rilanciato il piano dell’amministrazione Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ed ha ripetuto come un mantra l’affermazione che la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele era giustificata in quanto “dato di fatto”. Il termine ‘palestinese’ non è stato quasi pronunciato e ‘Palestina’ – neanche una volta.
Pence ha anche detto che gli USA avrebbero sostenuto una soluzione dei due Stati, ma solo se entrambe le parti l’avessero appoggiata – ribadendo la posizione di Trump quando ha fatto l’annuncio. Che cosa significa? Che gli USA stanno rinunciando alla soluzione dei due Stati. Uno Stato palestinese sovrano non è più un obbiettivo necessario e centrale della politica estera americana.
Donald Trump, a quanto pare, non farà niente per bloccare o disapprovare l’accelerata costruzione di colonie da parte di Israele, o l’autorizzazione retroattiva degli avamposti costruiti su terre private palestinesi, avendo ammorbidito la vecchia e stanca retorica statunitense di “le colonie sono un ostacolo alla pace” con “le colonie potrebbero non aiutare” la pace. Quindi la loro costruzione continuerà, indefinitamente.
L’impresa coloniale israeliana ha acquisito, e gli USA hanno volontariamente venduto, tempo e spazio per consolidarsi, rendendo così sempre più impossibile la realizzazione di una soluzione di due Stati.
Alla luce di questa realtà, la comunità internazionale deve ora riconoscere che l’approccio “a guida USA” alla soluzione del conflitto israelo-palestinese è destinato al fallimento. Non vi è ora alcun dubbio che l’inafferrabile pace non si verificherà mai durante la presidenza Trump. È assolutamente chiaro – dopo due decenni di negoziati falliti sotto gli auspici USA – che la leadership americana è inutile e controproducente negli sforzi per la soluzione di questo conflitto.
Se la comunità internazionale intende ottenere due Stati per due popoli dovrà perseguire una posizione politica indipendente che aggiri gli americani. L’influenza politica della comunità internazionale in questo ambito è stata a lungo irrilevante, dato il monopolio USA sul processo di pace. Adesso è il momento che si faccia sentire.
La comunità internazionale per troppo tempo si è affidata alla leadership sbagliata. Questo tragico errore storico non solo è costato miliardi ai contribuenti della comunità internazionale, ma ha anche condotto ad una realtà diametralmente opposta a ciò che intendevano i responsabili delle politiche globali.
Dopo 24 anni, la fiducia nella “leadership” americana ha portato alla creazione di tanti bantustan palestinesi, finanziati dai contribuenti europei, circondati da una potenza militare occupante che continua ad occupare impunemente: l’UE ed i suoi Stati membri sono di gran lunga i maggiori donatori nei confronti dei palestinesi.
Israele – entusiasta che una parte terza intenda sovvenzionare la sua occupazione militare – continua ad ampliare e consolidare la sua impresa coloniale, con il sostegno di ampi settori dell’opinione pubblica e del governo americani.
Storicamente USA e UE hanno condiviso il comune obbiettivo di risolvere il conflitto israelo-palestinese nella cornice di una soluzione a due Stati. Ma da quando Trump occupa la Casa Bianca ed i repubblicani ora controllano i tre poteri del governo USA, vi è stato un significativo slittamento a destra nella politica del partito repubblicano verso Israele e Palestina.
Al contrario, gli europei si sono mossi verso un riconoscimento dello Stato di Palestina. Il riconoscimento svedese è ora ufficiale, mentre i parlamenti di Regno Unito, Irlanda, Spagna, Francia, Lussemburgo, insieme al Parlamento Europeo, hanno tutti approvato il riconoscimento. In seguito alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme, tutto indica che più Paesi andranno verso il riconoscimento della Palestina per salvaguardare la soluzione dei due Stati.
L’America sostiene l’occupazione israeliana. L’Europa senza volerlo la sovvenziona. L’amministrazione Trump farà ben poco per contrastare il suo stesso partito o rischiare la collera dell’influente lobby israeliana negli USA, favorevole alle colonie. Trump continuerà a difendere l’approccio di non intervento, “tocca alle due parti decidere”. Il risultato è che Israele, che ha tutto il potere, è poco incentivato a fare concessioni, mentre i palestinesi, che non hanno potere e dovrebbero essere “protetti” in base al diritto internazionale, sono lasciati alla loro disperazione.
L’America è parte del problema
L’intransigenza di Israele e la sua palese violazione del diritto internazionale sono alimentate dalla sicurezza che, qualunque cosa faccia, gli USA lo proteggeranno sempre da un serio biasimo. La disperazione palestinese si basa sulla convinzione che l’enorme sostegno americano ad Israele renda inutili i negoziati, in quanto Israele ha poco interesse a fare concessioni, ricevendo così tanto denaro, armi e cieco sostegno politico.
Quindi che cosa può fare la comunità internazionale, più che votare contro la dichiarazione di Trump nelle varie istanze delle Nazioni Unite? La comunità internazionale può rimboccarsi le maniche, gestire una politica forte e affrontare l’occupante senza aspettare che la leadership americana ottenga risultati.
Se le esperienze di Bosnia, Kosovo, Timor est e Sudafrica insegnano qualcosa, un occupante o un regime di apartheid cambieranno direzione solo attraverso un’articolata combinazione di sanzioni, isolamento internazionale e, come ultima risorsa, forza militare.
La comunità internazionale deve cogliere l’occasione e dimostrare ai suoi componenti che l’Europa sta sprecando il suo denaro e la sua credibilità indulgendo al gioco americano dell’imparzialità. È chiaro che l’America non ha scrupoli morali o politici a che Israele resti una forza di occupazione. Una volta che la comunità internazionale finalmente riconoscerà questa realtà e andrà avanti, troverà la forza e la legittimazione per proporre politiche proprie, conformi al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite ed ai propri standard morali.
Sam Bahour è un analista politico per ‘Al-Shabaka: rete di informazione politica palestinese’ ed è membro del segretariato del Gruppo di Strategia per la Palestina.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)