sabato 16 dicembre 2017

. La "rabbia" palestinese investe i Territori, quattro morti per mano dell'esercito israeliano


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Ieri centinaia i feriti, tra i quali anche un poliziotto israeliano accoltellato da un palestinese. Gli scontri più gravi a Gaza. La Turchia intanto preme per il riconoscimento dello Stato di Palestina
Il 18 enne Muhammad Amin Aqel al-Adam dopo essere stato colpito ieri dall'esercito israeliano a Ramallah (Foto: Ma'an News)
Il 18 enne Muhammad Amin Aqel al-Adam dopo essere stato colpito ieri dall’esercito israeliano a Ramallah (Foto: Ma’an News)
AGGIORNAMENTI
ore 18.15 – Cinque ricoverati a Gaza feriti dall’esercito, 20 intossicati dai gas
Secondo i dati forniti dal ministro della Salute di Gaza, Ashraf al-Qudra, oggi sono stati ricoverati in ospedale cinque manifestanti palestinesi feriti dal fuoco sparato dall’esercito israeliano durante proteste al confine. Altri 20, intossicati dai gas, sono stati trattati dalle ambulanze presenti.
ore 16 – Esercito attacca processione a Betlemme, Fatah chiama alla protesta a Gerusalemme contro Pence
Una processione, organizzata oggi dal Comitato di coordinamento delle fazioni palestinesi a Betlemme, cominciata di fronte alla Palestinian Women’s Union in Cinema Square, è stata attaccata dall’esercito israeliano che ha impedito ai giornalisti presenti di riprendere l’assalto. I soldati hanno lanciato granate e gas lacrimogeni contro la marcia, che voleva anche celebrare i 50 anni del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Pflp).
Intanto Fatah ha chiamato a manifestazioni la prossima settimana contro la visita del vice presidente statunitense Pence che andrà a Gerusalemme in “forma privata” e visiterà il Muro del Pianto, dopo aver cancellato la visita ufficiale prevista all’Anp e in Egitto per le proteste esplose contro Trump e dopo l’annuncio palestinese di non voler incontrare il suo vice. Fatah ha fatto appello alla piazza mercoledì prossimo, quando Pence sarà a Gerusalemme.
ore 15.45 – Migliaia di persone ai funerali dei palestinesi uccisi ieri
Sono migliaia i palestinesi che hanno preso parte oggi ai funerali dei quattro manifestanti uccisi ieri tra Cisgiordania e Gaza dall’esercito israeliano. A Gaza si sono tenuti le commemorazioni per il noto attivista Ibrahim Abu Thuraya, 39enne disabile a causa dell’attacco israeliano contro la Striscia nel 2008, l’operazione Piombo Fuso, colpito ieri alla testa da un proiettile durante una manifestazione al confine. Il leader di Hamas Haniyeh ha portato personalmente il feretro.
Nel villaggio di Anata, in Cisgiordania, si sono svolti i funerali del 24enne Basel Ibrahim, anche lui ucciso dalle pallottole dell’esercito israeliano. Ad Hebron è stato commemorato Mohammed Aqal, 29 anni, ucciso a Ramallah ieri (vedi foto di apertura).
ore 15.20 – Resta in coma il 14enne Hamed Omar al-Masri
E’ ancora in coma in ospedale Hamed Omar al-Masri, 14 anni, ferito al volto il 12 dicembre da una pallottola sparata dall’esercito israeliano, secondo quanto riportato dall’agenzia Imemc.
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Hamed Omar al-Masri
ore 14 – La polizia israeliana disperde un gruppo di donne che manifestavano alla Porta di Damasco. Il video di Amin Sian per Nena News

ore 13.30 – Domani riunione di emergenza dell’Olp a Ramallah
Tutte le fazioni dell’Olp terrano una riunione d’emergenza domani a Ramallah sulle mosse da compiere dopo la dichiarazione di Trump. Lo ha annunciato oggi Fatah.
ore 13.15 – Corteo a Salah Eddin Street a Gerusalemme est, arresti
Nella principale via di Gerusalemme est, Salah Eddin Street, è in corso un nuovo corteo palestinese. La polizia ha arrestato un membro di Fatah, Awad Salaima.
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Foto: Twitter
ore 13 – L’Egitto apre il valico di Rafah per quattro giorni
Oggi l’Egitto ha aperto il valico di Rafah con la Striscia di Gaza per quattro giorni per permettere l’uscita di feriti e di casi umanitari. Il ministero dell’Educazione di Gaza ha fatto appello agli studenti gazawi con borse di studio all’estero ad approfittare dell’apertura del confine per poter uscire. L’ultima volta il valico è stato aperto per tre giorni il 18 novembre nonostante l’impegno del Cairo a mantenerlo costantemente aperto dopo la riconciliazione tra Anp e Hamas.
ore 12.30 – Anp: “Non accetteremo cambiamenti dei confini del 1967″
Il portavoce del presidente dell’Anp Abu Mazen, Nabil Abu Rudeinah, ha detto oggi che i palestinesi “non accetteranno nessun cambiamento dei confini del 1967 a Gerusalemme est”. Il comunicato arriva dopo che funzionari della Casa Bianca avrebbero affermato che gli Stati Uniti considerano il Muro del Piano parte di Israele, quando ufficialmente si trova all’interno di Gerusalemme est.
ore 12.15 – Il multimilionario palestinese Sabih al-Masri arrestato in Arabia Saudita
Il multimilionario palestinese Sabih al-Masri, presidente dell’Arab Bank e proprietario della Paltel, compagnia di telecomunicazioni palestinese, è stato arrestato in Arabia Saudita per un interrogatorio in merito ad alcuni business nel paese. Lo fa sapere la sua famiglia, tra le più ricche della Palestina, con interessi nei settori delle telecomunicazioni, dell’immobiliare e dell’alberghiero.
ore 10.45 – Sette palestinesi arrestati a Gerusalemme nella notte
La scorsa notte la polizia di frontiera israeliana ha arrestato sette palestinesi nel quartiere di Issawiya, a Gerusalemme est. Secondo la polizia sono responsabili di lancio di pietre, fuochi di artificio e molotov contro le forze israeliane.
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di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gerusalemme, 16 dicembre 2017, Nena News – Donald Trump ha calpestato il diritto internazionale e incendiato il Medio Oriente con il suo riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. E dopo tutto questo il suo vice, Mike Pence, la prossima settimana andrà al Muro del Pianto nel settore est, arabo, occupato della città non in visita ufficiale bensì “in forma privata”. Scagliano la pietra e poi nascondono la mano.
I padroni del mondo non hanno un briciolo di coerenza. Pence lunedì aveva anche rinviato il suo arrivo a Gerusalemme a causa delle proteste scatenate dalla dichiarazione di Trump, dando come motivazione ufficiale il voto al Senato Usa sulla riforma fiscale.
L’incendio intanto si allarga. La “giornata della collera” proclamata dai palestinese nel venerdì delle preghiere islamiche si è conclusa con tre palestinesi uccisi dai militari israeliani, due a Gaza e uno in Cisgiordania. Morto anche un quarto palestinese, Mohammed Aql, ad al Baloua, alla periferia orientale di Ramallah. Dopo aver accoltellato e ferito a una spalla un ufficiale della guardia di frontiera israeliana, gli altri militari gli hanno sparato tre colpi a freddo, mentre si allontanava.
I palestinesi parlano di una esecuzione a sangue freddo e in rete è virale il video che mostra l’accaduto. Gli israeliani da parte loro denunciano che Aql indossava una cintura esplosiva (ben visibile nelle foto pubblicate da molti siti), tuttavia ieri sera non era ancora chiaro se fosse vera o finta.
Il tributo di sangue più alto l’ha pagato ancora una volta Gaza dove nei giorni scorsi erano già stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati, lungo le linee di demarcazione tra Israele e Gaza. Altri due palestinesi erano morti nei raid aerei compiuti dall’aviazione israeliana dopo il lancio di razzi palestinesi. Ieri sono stati colpiti alla testa ed uccisi, Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, e Yusef Sukkar, 32 anni, quando migliaia di manifestanti si sono avvicinati alle barriere di confine.
I feriti sono stati decine, 164 secondo i dati forniti dal ministero della sanità palestinese. Abu Thuraya era un disabile, ferito in un passato bombardamento israeliano aveva perduto le gambe ed era confinato su una sedia a rotelle. Violenti sono stati gli scontri in Cisgiordania dove Basel Ibrahim è stato colpito durante una manifestazione ad Anata da proiettili esplosi dai soldati.
Manifestazioni sono avvenute alla periferia di Nablus e in molti altri villaggi e cittadine cisgiordane, come non avveniva da anni, e questo – mentre tanti ripetono che non ci sarà una nuova Intifada palestinese – indica che la mossa unilaterale di Donald Trump su Gerusalemme ha messo in moto una reazione popolare largamente spontanea, con un coinvolgimento minimo dei partiti e dei movimenti politici tradizionali.
L’Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen ha deciso di frenare solo in parte la rabbia popolare pur sapendo che questa rivolta a bassa intensità potrebbe trasformarsi da una palla di neve in una valanga capace di travolgerla. Spontanee e sempre più ampie sono pure le proteste a Gerusalemme Est.
Ieri la polizia israeliana non ha posto limiti all’ingresso dei palestinesi sulla Spianata della moschea di al Aqsa ma ha transennato e blindato tutta l’area della Porta di Damasco, l’ingresso principale della città vecchia. Poi, una volta terminata la preghiera di mezzogiorno, ha disperso spesso con brutalità e qualche pestaggio gruppetti di palestinesi che inneggiavano a “Gerusalemme araba” e premevano sugli sbarramenti.
I fatti più gravi nella città vecchia sono avvenuti, ancora una volta, davanti alla IV Stazione di via Dolorosa. Gli agenti, non appena il corteo uscito dalla Spianata ha cominciato a premere sullo schieramento di polizia, sono intervenuti con spintoni e colpi contro i dimostranti. E non si sono mostrati “ben disposti” neanche con i giornalisti presenti. Scene di violenza che si sono ripetute pochi minuti dopo alla Porta di Damasco, in seguito alla chiusura temporanea dell’uscita dalla città vecchia ordinata dalla polizia. Non si conosceva ieri sera il numero dei feriti palestinesi a Gerusalemme Est. Tra i contusi ci sono alcuni poliziotti.
Resta movimentata anche la scena diplomatica. La Turchia, tra i Paesi più critici della dichiarazione di Donald Trump, ha fatto sapere che chiederà alle Nazioni Unite di annullare il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele annunciato dalla Casa Bianca. E in caso di fallimento, ha aggiunto, si rivolgerà direttamente all’Assemblea Generale. Il presidente turco Erdogan ha anche annunciato iniziative a favore del riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina. Ankara, come il Libano, ora sostiene di voler aprire un’ambasciata a Gerusalemme Est, capitale della Palestina.
Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

"Trump riconosce Gerusalemme quale Capitale? E' una mossa da Gattopardo!": intervista ad Alberto Negri | Radio Città Aperta

 
 
 
 

 
 
 
 

Ofri Ilany: La dichiarazione su Gerusalemme di Trump evidenzia la vera essenza del sionismo

Sintesi personale

Ofri Ilany : Opinion Trump's Jerusalem Declaration Exposes the True Essence of Zionist

La dichiarazione del presidente Donald Trump ,che riconosce Gerusalemme come capitale di Israele è considerata, giustamente, un risultato significativo per la diplomazia israeliana,ma , soprattutto, è il risultato di una campagna particolarmente riuscita da parte dei cristiani evangelici negli Stati Uniti. Per quanto possa essere un dono per Israele, la proclamazione è ancora di  più un dono di Trump ai suoi devoti elettori dell'America del Sud e del Midwest: a Washington ha fondato il regno sionista-protestante di Gerusalemme.

La dichiarazione del presidente è l'obiettivo della missione protestante  al fine di realizzare la visione del "ritorno a Sion" - con l'aiuto degli ebrei.  È vero che  lo stesso Martin Luther non ha dato importanza al ritorno in Terra Santa. Ha sostenuto che i credenti cristiani dovrebbero leggere simbolicamente i versetti della Bibbia ebraica riguardanti Sion .

  Dal punto di vista di Lutero la Gerusalemme terrena non aveva alcuna importanza. Tuttavia la sua chiamata a tornare alle Scritture ha determinato alla fine l'interesse protestante per la Terra Santa , il ritorno degli ebrei in essa,l'espulsione dei Musulmani

Quando il Gen. Edmund Allenby conquistò Gerusalemme 100 anni fa, nel dicembre del 1917, i giornali londinesi celebrarono la conquista storica dell'impero britannico. Giornalisti e personaggi pubblici sottolinearono ripetutamente che, per la prima volta dalla caduta del regno crociato di Gerusalemme, la città santa era di nuovo nelle mani dei cristiani. La campagna militare di Allenby fu soprannominata "L'ultima crociata".  La Gran Bretagna considerava la Palestina un territorio strategico sulla via dell' l'India, ma allo stesso tempo attribuiva un significato storico e teologico al mandato  e alla Dichiarazione Balfour. L'immagine medievale delle Crociate è stata mescolata con una fantasia biblica sul ritorno degli ebrei nella terra dei patriarchi. I protestanti erano al potere in Terra Santa per la prima volta e dovevano adempiere alla loro missione : il  ritorno degli ebrei nel  contesto della Bibbia.

La Gran Bretagna protestante si differenziava dalla Francia e da altre nazioni cattoliche e orientali ortodosse per la sua stretta affinità con la Bibbia. La Chiesa cattolica si oppose al ritorno del popolo ebraico nella sua terra considerando ciò  una punizione inflitta agli ebrei per aver rifiutato Gesù. Per le nazioni protestanti questa visione di fede  ebbe  un ruolo importante nella politica estera. Lord Shaftesbury, un politico e riformatore britannico del diciannovesimo secolo, voleva che gli ebrei tornassero per adempiere alla profezia paolina e accelerare la seconda venuta del messia cristiano. Come obiettivo provvisorio fondò un vescovato anglicano a Gerusalemme, al fine di fondare un "anglicano Israele" in Terra Santa.


Anche Arthur James Balfour era un devoto lettore della Bibbia e un ardente ammiratore del giudaismo. La Bibbia, più che la politica imperiale, ha guidato la sua politica come segretario agli esteri. Nel suo libro del 2015 "La storia globale della dichiarazione di Balfour: Nazione dichiarata", Maryanne Rhett afferma che il governo di Sua Maestà fu pronto a esprimere sostegno al movimento sionista per timore che l'imperatore tedesco lo precedesse .

Molti ebrei liberali sono scioccati dall'alleanza del governo di destra israeliano con gli evangelici  che aspirano al ritorno di Gesù e alla cristianizzazione degli ebrei,ma  lo stato di Israele non sarebbe stato istituito senza il sostegno dei sionisti cristiani. Naturalmente, la politica britannica non era guidata unicamente dal desiderio di realizzare la profezia biblica. 
 Anche considerazioni politiche ed economiche hanno avuto un ruolo   e alcune di esse sono state effettivamente dannose per il movimento sionista. In effetti, durante il periodo Mandatorio, la leadership britannica si staccò gradualmente dalla sua missione evangelista-crociata,ma  nel giro di pochi decenni, i presidenti protestanti degli Stati Uniti scelsero  di conferire il loro patrocinio al popolo eletto. 
 Molti presidenti avevano assorbito il filosemitismo con il latte materno. Bill Clinton lo disse esplicitamente, quando riferì che il suo prete in Arkansas gli aveva fatto giurare di non abbandonare mai Israele.


Di tutta la gamma di risposte alla dichiarazione di Trump, uno è di particolare interesse: quello di Papa Francesco. Come i suoi predecessori,occasionalmente, esprime preoccupazione per la violazione dei diritti dei palestinesi o per le violente fiammate nella regione. Tuttavia, la sua reazione al discorso del presidente aggiunge qualcosa d'altro :lo  status della Terra Santa. "La Terra Santa è per noi cristiani la terra per eccellenza del dialogo tra Dio e l'umanità", ha affermato e ha invitato tutte le parti a rispettare lo status quo a Gerusalemme.


Il Vaticano, naturalmente, ha rivendicazioni proprie in Terra Santa. Esattamente 800 anni fa, nel 1217 ancor prima della caduta del Regno dei crociati, il papa garantiva la custodia del territorio da parte dell'ordine francescano. Ai francescani è anche affidato il compito di preservare lo status quo esistente tra le comunità cristiane nei luoghi santi del paese. Di conseguenza qualsiasi cambiamento nello status di Gerusalemme è irto di implicazioni teologiche.

Alla fine i crociati  nella quarta crociata, all'inizio del XIII secolo, combatterono contro il regno bizantino e la chiesa orientale. Hanno bruciato e saccheggiato Costantinopoli (nel 1204), un atto che  la Chiesa greco-ortodossa non ha ancora perdonato alla Chiesa cattolica . Tuttavia alla luce della crociata protestante di Trump, è la Chiesa cattolica a sentirsi minacciata.

Ciò che è inequivocabile è che la dichiarazione di Trump ha rivelato la vera essenza del progetto sionista nel 2017. Il sionismo oggi è molto più di un movimento nazionale ebraico. È un'ideologia mondiale, strettamente intrecciata con due tendenze: il fondamentalismo cristiano e la guerra contro l'Islam. Gli ebrei sono   alleati in questa guerra  : ciò che mantiene il regno sionista in Terra Santa, è il sostegno attivo di decine di milioni di cristiani devoti. Sono i veri proprietari terrieri e , come tali, determinano l'affitto.

Ofri Ilany

Haaretz Contributor

Ofri Ilany : Opinion Trump's Jerusalem Declaration Exposes the True Essence of Zionist

  


 Opinion Who really pushed Trump on Jerusalem: The Christians or the Jews?
    Christians and Jews now compare Trump to Persian King Cyrus – will he build the Third Temple?
    Analysis Armageddon? Bring it on: The evangelical force behind Trump's Jerusalem speech

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President Donald Trump’s declaration recognizing Jerusalem as Israel’s capital is considered, quite justly, a significant achievement for Israeli diplomacy. But more than that, it’s the result of a particularly successful campaign by evangelical Christians in the United States. As much as it was a gift to Israel, the proclamation was even more of a gift from Trump to his pious voters in the Bible Belt of the American South and Midwest. Five-hundred years after the Reformation, Trump has presented his Protestant supporters with a bonanza: In Washington he founded the Zionist-Protestant kingdom of Jerusalem.

The president’s declaration is one of the peaks of the Protestant mission to realize the vision of the “return to Zion” – with the aid of the Jews. But this story has earlier chapters. True, Martin Luther himself did not attach importance to returning to the Holy Land. He argued that Christian believers should read symbolically the Hebrew Bible verses concerning Zion or to Mount Zion.

“For by Zion, we are not to understand the wood and stones of Zion, but those who inhabit Zion,” Luther wrote, adding, “For if you understand by Zion the material Zion, it is all over with us gentiles, because we do not possess this mountain now, it is in the hands of the wicked Hagarenes [descendants of Hagar, namely the Muslims]” (translation by Rev. Henry Cole, 1826). From Luther’s perspective, the earthly Jerusalem held no true importance. But his call to return to the Scriptures nonetheless led ultimately to Protestant interest in the Holy Land, and in the Jews’ return to it. To achieve this, all that was needed was to expel the “Hagarenes.”

When Gen. Edmund Allenby conquered Jerusalem 100 years ago, in December 1917, the London newspapers celebrated the British Empire’s historical achievement. Journalists and public figures emphasized repeatedly that, for the first time since the fall of the Crusader Kingdom of Jerusalem, the holy city was once more in Christian hands. Allenby’s military campaign was dubbed the “Last Crusade,” and accounts of his soldiers characterized them as “Crusaders in khaki.” Britain viewed Palestine as a strategic territory on the way to India, but at the same time attributed historical and theological meaning to the mandate it was given there, and to the Balfour Declaration. The medieval image of the Crusades was intermingled with a biblical fantasy about the return of the Jews to the land of the patriarchs. Protestants were in power in the Holy Land for the first time, and they were to fulfill their powerful faith in the form of the Jews’ return to the setting of the Bible.

Protestant Britain was differentiated from France and other Catholic and Eastern Orthodox nations by its close affinity to the Bible. The Catholic Church was opposed to the Jewish people’s return to its land – that would constitute a revolt against the punishment inflicted on the Jews for rejecting Jesus. For the Protestant nations, in contrast, what they called the Old Testament played an important role in their foreign policy. The first British attempts to bring the Jews back to their land stemmed from Christian faith. Lord Shaftesbury, a 19th-century British politician and reformer, wanted the Jews to return in order to fulfill the Pauline prophecy and hasten the Second Coming of the Christian messiah. As an interim goal, he established an Anglican bishopric in Jerusalem, in order to found an “Anglican Israel” in the Holy Land.
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Arthur James Balfour, too, was a pious reader of the Bible and an ardent admirer of Judaism. The Bible, more than imperial politics, drove his policy as foreign secretary. In her 2015 book “The Global History of the Balfour Declaration: Declared Nation,” Maryanne Rhett asserts that His Majesty’s Government was quick to express support for the Zionist movement out of fear that the German emperor would preempt it, and thereby seize the role of Protestant patron of the Jewish people. This is a historical irony: In another constellation, the Germans might have declared the Jews’ right to a national home, and streets in Israeli cities would now be named for the Emperor Wilhelm.

Many liberal Jews are shocked by the alliance of Israel’s right-wing government with evangelicals, who aspire to Jesus’ return and the Christianization of the Jews. But the State of Israel would not have been established without the support of Christian Zionists. Of course, British policy was not guided solely by the desire to realize biblical prophecy. Political and economic considerations also played a part, and some of them were actually detrimental to the Zionist movement. In fact, during the Mandatory period, the British leadership gradually disengaged from its Crusader-evangelist mission. But within a few decades, the Protestant presidents of the United States took on for their country the role of the people that chooses to confer its patronage on the chosen people. Like many of their country, many presidents had imbibed philo-Semitism with their mother’s milk. Bill Clinton described this explicitly, when he related how his priest in Arkansas had made him vow never to abandon Israel.
Pope Francis.
Pope Francis. REUTERS

‘Land of dialogue’

Of the whole gamut of responses to Trump’s declaration, one is of special interest: that of Pope Francis. Like his predecessors, Francis, too, occasionally expresses concern about the infringement of the Palestinians’ rights or violent flare-ups in the region. However, his reaction to the president’s speech bore an additional layer, related to the status of the Holy Land. “The Holy Land is for us Christians the land par excellence of dialogue between God and mankind,” he stated, and called on all sides to respect the status quo in Jerusalem.

The Vatican, of course, has claims of its own in the Holy Land. Exactly 800 years ago, in 1217, even before the fall of the Crusader Kingdom, the pope granted the Franciscan order custodianship of the land. The Franciscans are also entrusted with the task of preserving the status quo that exists between the Christian communities in the country’s holy places. Consequently, any change in the status of Jerusalem is fraught with theological implications.

In the end, the Crusaders who came to the East in the Fourth Crusade, at the beginning of the 13th century, fought against the Byzantine kingdom and the Eastern church. They burned and looted Constantinople (in 1204), an act for which the Greek Orthodox Church has not forgiven the Catholic Church to this day. However, in light of Trump’s Protestant crusade, it is the Catholic Church that feels threatened.

What’s unmistakable is that Trump’s declaration exposed the true essence of the Zionist project in 2017. Zionism today is far more than a Jewish national movement. It’s a worldwide ideology, closely intertwined with two trends: Christian fundamentalism and the war against Islam. The Jews are, all told, allies in that war; in practice, what maintains the Zionist kingdom in the Holy Land is the active support of tens of millions of pious Christians. They are the true landlords. And, as such, they determine the rent.

Ofri Ilany

Haaretz Contributor

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Per protesta. Nazareth senza celebrazioni civili per Natale


https://www.avvenire.it/…/nazareth-natale-senza-celebrazion… quindi cancella le celebrazioni laiche, diciamo non quelle religiose
 
 
 
Annuncio del sindaco, che però precisa: faranno eccezione l'illuminazione dell'albero e la marcia annuale. La decisione presa dopo l'annuncio di Trump su Gerusalemme capitale.
 
 
 Nel clima di scontro sempre più acceso che si è instaurato in Medio Oriente, dopo la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, arriva la notizia che a Nazareth il sindaco Ali Salam, ha cancellato tutte le celebrazioni civili per il Natale, ad eccezione dell’illuminazione dell’albero di Natale e della tradizionale marcia annuale. Salam, musulmano, ha preso la decisione per protesta «contro l’annuncio di Trump su Gerusalemme». La festività, che vede arrivare nella cittadina (oggi conta 75mila abitanti) dove l'arcangelo Gabriele portò l'annuncio a Maria migliaia di fedeli e turisti da tutto il mondo, sarà quindi sotto tono rispetto agli anni scorsi.
Tornando alla politica internazionale, prima l’indiscrezione di un rinvio. Poi la conferma del ministero degli Esteri israeliano: la visita del vice-presidente statunitense Mike Pence è stata annullata di qualche giorno. Pence aveva annunciato un tour nella regione per «riaffermare» l’impegno degli Stati Uniti con i Paesi mediorientali. Ma per motivi interni americani, la riforma fiscale, deve essere posticipata. In realtà il rinvio appare come una ritirata strategica dopo il rifiuto di Abu Mazen di ricevere il rappresentante della Casa Bianca, accusata al vertice Oci (Organizzazione della Conferenza islamica) di Istanbul dallo stesso presidente dell’Anp di aver rinunciato al suo «ruolo di mediatore» e di non essere più «all’altezza di partecipare al processo di pace» avendo dimostrato «la sua parzialità».
Se gli Usa – dopo il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele – sembrano aver perso qualsiasi ruolo di mediazione politica per il mondo arabo, ieri il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha chiesto di trasformare ogni venerdì in un «giorno di rabbia» contro la decisione di Trump su Gerusalemme fino a che non sarà ritirata. Haniyeh è intervenuto alla manifestazione a Gaza per i 30 anni della fondazione della fazione islamica. «Lavoreremo perché l’amministrazione Usa – ha proseguito Haniyeh – cambi questa ingiusta dichiarazione».
Intanto, dopo il vertice di mercoledì dell’Organizzazione della cooperazione islamica che ha chiesto di riconoscere Gerusalemme Est come capitale della Palestina, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha annunciato che, appena vi sarà il riconoscimento internazionale, a Gerusalemme Est saranno aperte delle ambasciate. Una proposta subito accolta dal governo del Libano che ha nominato una commissione per studiare come aprire un’ambasciata a Gerusalemme come «capitale della Palestina». Potrebbe essere l’inizio di una “Intifada” (rivolta) delle ambasciate.

 
avvenire.it

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Visualizzare l'occupazione : l'IDF uccide un palestinese senza gambe e in carrozzella durante una manifestazione

venerdì 15 dicembre 2017

Beirut, leader cristiani e musulmani a una “sola voce” per Gerusalemme

Lo storico incontro ieri, a Bkerke. La “malaugurata” decisione di Trump è una provocazione ai cristiani e musulmani del mondo e snatura la missione spirituale della Città Santa. La scelta degli Usa “manca della saggezza necessaria agli artefici della vera pace”. La preziosa voce islamico-cristiana del Libano.
Beirut (AsiaNews) – Malgrado la sua apparenza formale, l’incontro interreligioso che si è tenuto ieri a Bkerke farà storia, per la gravità della questione di cui si è occupato, quella riguardo lo status della città di Gerusalemme. Andando contro quasi tutta la comunità internazionale, così come contro i ripetuti appelli del Vaticano a dotare la Città Santa di uno status speciale garantito dalla comunità internazionale, il presidente americano ha infatti preso la decisione “malaugurata” di dichiarare unilateralmente che Gerusalemme è la capitale di Israele.
Senza escludere le conseguenze giuridiche internazionali della scelta americana, e sulla scia delle recenti dichiarazioni della Lega araba e dell'Organizzazione della Conferenza islamica, i leader delle comunità religiose in Libano, cristiane e musulmane, si sono riuniti a Bkerke, e hanno deciso di fare fronte comune contro questa decisione  del presidente americano dalle pesanti conseguenze, con fermezza, ma senza particolare veemenza.
La dichiarazione si concentra sui “diritti religiosi” delle religioni monoteiste nei propri spazi all’interno della Città Santa, e i “diritti nazionali” dei palestinesi a non essere privati della loro capitale.
Ma a caratterizzarla è soprattutto il suo ergersi al fianco della voce cristiana che echeggia dalla Santa Sede o musulmana che risuona da Istanbul; la preziosa voce islamico-cristiana che il Libano più di tutti può far udire. Al punto che il monarca hashemita, re Abdullah, ha sentito il bisogno di contattare l’ambasciata libanese ad Amman per presentare all’ambasciatore la propria ammirazione; del resto, non è un segreto nei circoli libanesi interessati che la posizione dei cristiani del Libano su Gerusalemme avrà un impatto positivo in tutto il mondo arabo.
Perfino il presidente del Consiglio superiore sciita, lo sceicco Abdel Amir Balan, non ha mancato di dimostrare la sua ammirazione per il Libano islamo-cristiano. Parlando del capo di Stato durante il summit islamico tenutosi sulle rive del Bosforo, egli lo ha definito come “Mohammed Michel Aoun”, prima di correggersi e dire “l’imam Michel Aoun”.
Estratti
Di seguito gli estratti del comunicato finale dei capi religiosi, pronunciati dal segretario generale del Comitato nazionale per il dialogo islamico-cristiano, Mohammad Sammak:
“La città di Gerusalemme ospita luoghi storici sacri per le religioni monoteistiche, come la chiesa del Santo Sepolcro e la Grande Moschea (al-Aqsa). Non è una città ordinaria come le città del mondo, ma occupa un posto privilegiato nella coscienza dei fedeli di queste religioni. Di conseguenza, la decisione del presidente degli Stati Uniti, basata su calcoli politici privati, è una provocazione per oltre tre miliardi di persone e colpisce profondamente la loro fede”.
I leader religiosi ricordano che “tutti i capi del mondo hanno deciso di rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite che definiscono Gerusalemme e la Cisgiordania come territori occupati e, in virtù di questo impegno legale ed etico, si sono astenuti dall'aprire le loro ambasciate nella Gerusalemme occupata. Persino gli Stati Uniti hanno aderito a questa politica fino alla malaugurata decisione del Presidente Trump, il 6 dicembre 2017, di violare le disposizioni ".
“Questa decisione, concordano le personalità religiose riunite, contravviene non solo alle convenzioni internazionali, ma mina anche la simbologia della Città Santa come centro spirituale universale, dove il nome di Dio è invocato ad alta voce e in una convergenza religiosa dei valori di tutte le religioni monoteiste”.
“La modifica di questa nobile immagine della Città Santa, lo snaturamento della sua missione spirituale che questa decisione costituisce e il fatto di considerarla un fatto compiuto… sono una sfida ai sentimenti religiosi come ai diritti nazionali dei palestinesi”.
“Le persone riunite salutano il popolo palestinese, e specialmente gli abitanti della Città Santa, e salutano la loro resistenza all’occupazione e ai tentativi di modificare l’identità religiosa e nazionale della città”.
“Per questo – continua il comunicato – le personalità riunite invitano i membri della comunità internazionale a lavorare insieme per fare pressione sull’amministrazione americana perché ritorni su una decisione che manca della saggezza necessaria agli artefici della vera pace”.
“Essi si appellano inoltre all’opinione pubblica americana… perché delle voci si elevino alte in segno di avvertimento al presidente Trump e alla sua amministrazione, dei pericoli di questa decisione ingiusta che precipita il Medio oriente in un nuovo ciclo di violenza che si aggiunge a numerosi altri”.
 Insediamenti
“Le personalità riunite temono molto che la decisione unilaterale del presidente Trump di muoversi contro una risoluzione importante di legalità internazionale sulla causa palestinese conduca anche a rivoltarsi contro altre risoluzioni simili, compreso quelle che toccano il diritto dei palestinesi ad autodeterminarsi e a tornare nel loro Paese occupato, cosa che si ripercuote direttamente sul Libano, che accoglie circa 500mila rifugiati sin dal 1948 e rigetta nel preambolo della propria Costituzione tutti i progetti d’insediamento, aperti o nascosti”.
“Infine, i leader religiosi si sono mostrati legati alla formula di convivialità tra cristiani e musulmani, in perfetta uguaglianza civica e al loro sostegno alla posizione ufficiale del Libano, incluso il progetto proposto dal presidente della repubblica Michel Aoun alle Nazioni Unite, che mira a definire il Libano come un centro internazionale per il dialogo tra religioni e culture”.
Il patriarca Bechara Raï, in apertura dell’incontro, ha dichiarato: “La maggior parte fra di noi hanno espresso il loro rifiuto a questa decisione, in modo individuale o all’interno della propria comunità. Oggi, noi siamo riuniti con il fine di esprimere, a una sola voce, il nostro comune rifiuto”.
“Chiediamo, come ha fatto l'Organizzazione della Conferenza islamica, l'applicazione delle leggi internazionali approvate nel 1947, in particolare la risoluzione 181 del 29 novembre 1947, in base al quale Gerusalemme ha uno status speciale…” ha concluso mons. Raï.
Al summit interreligioso hanno preso parte il patriarca maronita, il mufti della repubblica, il presidente del Consiglio supremo sciita, lo sceicco Abdul Amir Qabalan, lo sceicco druso Akl, Aram I dei Catholicos di Cilicia, i patriarchi di armeni cattolici e greco-cattolici, Youssef Abdo,  patriarca della siro-ortodossa e siro-cattolico, un rappresentante del patriarcato greco-ortodosso, il vicario apostolico dei latini Caesar Yesayan, il presidente della comunità evangelica in Libano e Siria, rev. Salim Sahyouni, il vicario del Consiglio alawita, un rappresentante della Chiesa ortodossa copta, un rappresentante della Chiesa caldea, un rappresentante della Chiesa copto-cattolica e i membri del Comitato Nazionale per il dialogo islamico-cristiano.

 5/12/2017 - LIBANO

Un'interessante decisione sulla legge Mancino. Nota a sentenza del Tribunale di Vercelli del 24 maggio 2017

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 Un'interessante decisione sulla legge Mancino. Nota a sentenza del Tribunale di Vercelli del 24 maggio 2017
Giurisprudenza e documenti
Un'interessante decisione sulla legge Mancino. Nota a sentenza del Tribunale di Vercelli del 24 maggio 2017
di Fabrizio Filice
giudice del Tribunale di Vercelli
Con la sentenza in oggetto, il Tribunale ha assolto due attivisti dall’area antagonista locale dall’imputazione del reato di cui all’articolo 3, comma 1, lett a), della l. n. 654/1975 (legge Mancino), contestata loro per avere appeso alla cancellata della Sinagoga di Vercelli un drappo con la scritta “#STOP BOMBING GAZA ISRAELE ASSASINI FREE PALESTINE”. La nota, ripercorrendo l’iter motivazionale della sentenza, illustra come sia stata decisiva la ricostruzione del contesto politico in cui si sono svolti i fatti. Nell'estate del 2014, infatti, era in corso una campagna militare delle Forze di difesa israeliane contro i guerriglieri palestinesi di Hamas, in cui sono rimasti uccisi più di duemila civili, fra cui centinaia di bambini. Determinante è stata anche la storia personale dei due imputati, che gli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine locali, sentiti come testi istituzionali, hanno attestato essere imperniata, fin da quando erano studenti, a posizioni politiche nettamente contrarie all’antisemitismo o al revisionismo sulla Shoah, e anzi ispirate ai valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo: posizioni che non si erano modificate nel tempo, in modo da rivelare come anche la scritta ingiuriosa oggetto di imputazione fosse attribuibile non già a un sentimento di ostilità nei confronti del popolo israeliano in quanto popolo ebraico, bensì contro la politica militare israeliana; il che, avendo riguardo all’oggettività giuridica della fattispecie, ha di fatto incrinato la sussistenza del suo elemento caratteristico, che è l’”odio razziale o etnico” quale motivo ispiratore della condotta.


Con la sentenza in commento, resa il 24 maggio 2017, il Tribunale di Vercelli in composizione monocratica ha avuto modo di affrontare un interessante caso di applicazione della cosiddetta Legge Mancino (Legge n. 654 del 1975, modificata nel 1993 su proposta dell’allora Ministro dell’interno Mancino), in particolare dell’art. 3, comma primo, lettera a): ciò è a dire la fattispecie di propaganda di idee fondate sull’odio razziale o etnico.
Imputati, due attivisti della sinistra antagonista locale i quali, nella notte tra il 17 e il 18 luglio 2014, hanno appeso alla cancellata della Sinagoga di Vercelli – uno splendido edificio di fine ottocento realizzato dall’architetto Giuseppe Locarni nel cuore dell’antico ghetto - un drappo con la scritta “#STOP BOMBING GAZA ISRAELE ASSASINI FREE PALESTINE”.
Il processo – che ha avuto una certa risonanza a livello locale soprattutto per la costituzione di parte civile della Comunità Ebraica di Vercelli, Biella, Novara e Verbano Cusio Ossola – non ha presentato alcuna difficoltà in ordine alla ricostruzione del fatto e alla sua ascrivibilità ai due imputati, che ne hanno immediatamente ammesso – anzi, rivendicato – la paternità con una dichiarazione congiunta letta all’apertura del dibattimento.
Piuttosto, è stata un’ottima occasione di riflessione su una norma molto citata dai media e spesso oggetto di querelle a sfondo politico (chi, “da sinistra”, la vorrebbe estendere ai reati di genere e a quelli commessi per omo o trans-fobia; chi invece, “da destra”, la ritiene in contrasto con la libertà di espressione e di critica politica) ma scarsamente applicata dai tribunali di merito.
La riflessione della giudice inizia con la correzione dell’imputazione contenuta nel decreto di citazione a giudizio, erroneamente individuata in un decreto legge di modifica (il n. 122 del 1993 per esattezza, peraltro poi superato da un restyling di più ampio respiro, che ha dato alla norma la forma attuale, contenuto nella legge n. 85 del 2006) e correttamente ricondotta, appunto, alla fattispecie dell’art. 3, comma 1, lett a), della legge n. 654 del 1975: il quale prevede la pena della reclusione sino a un anno e sei mesi, alternativa alla multa sino a seimila euro, per chi propagandi idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istighi a commettere o commetta atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
L’istruttoria dibattimentale ha contato, oltre che sull’esame dei due imputati, di altri attivisti locali e di alcuni operanti della questura, anche sull’importante testimonianza di un operatore umanitario (teste R***) concretamente attivo nella zona di Gaza, il quale ha parlato della cosiddetta “Operazione Margine di Protezione”: nome in codice della campagna militare iniziata l’8 luglio 2014 dalle Forze di difesa israeliane contro i guerriglieri palestinesi di Hamas e altri gruppi nella Striscia di Gaza, e che avrebbe avuto termine il 26 agosto dello stesso anno.
L’intento dichiarato dell’operazione israeliana era quello di fermare il lancio di missili dalla Striscia di Gaza verso il proprio territorio, intensificatosi dopo il giro di vite operato dagli israeliani a seguito del rapimento e dell’uccisione di tre adolescenti israeliani ad opera di due membri di Hamas.
Il 17 luglio era iniziata l’invasione di terra con l’obiettivo di distruggere la rete di tunnel di Hamas e, proprio nel corso di quella giornata, era stato distrutto un centro di accoglienza italiano a Gaza che ospitava donne e bambini.
Il bilancio ufficiale delle vittime dell’operazione, a Gaza, si è poi attestato tra le 2.125 e le 2.310 vittime, tra cui 495-578 bambini, ai quali si aggiungono 5 civili uccisi dall’esplosione di un ordigno israeliano durante uno sminamento: tra queste, il videoreporter italiano Simone Camilli.
È quindi stato fin da subito evidente che la protesta dei due imputati non fosse rivolta genericamente contro il popolo israeliano in quanto popolo ebraico, bensì contro la politica militare israeliana: e infatti l’istruttoria ha altresì toccato (testi B*** e H***) il tema generale della differenza tra antisionismo ed antisemitismo, e dell’esistenza di posizioni contrarie allo stato di Israele diffuse anche tra gli stessi cittadini israeliani e in molte comunità ebraiche europee.
La connotazione politica, e non strettamente etnica o religiosa, della condotta non vale tuttavia a distrarla aprioristicamente dall’area del “penalmente rilevante”, in quanto può certamente darsi che proprio motivazioni squisitamente politiche stiano alla base di un sentimento di ostilità e avversione nei confronti di un intero popolo, la cui comunicazione all’esterno nelle forme dell’istigazione o della propaganda, ben può integrare, consequenzialmente, il precetto penale (si veda, ad esempio, proprio sul concetto di propaganda, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 10779 del 12/05/1986, Rv. 173926, secondo la quale concreta il reato di propaganda sovversiva l’azione di colui che, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo di diffusione, ponga a conoscenza di un numero indeterminato di persone idee, propositi ed apprezzamenti di ordine sociale o politico idonei, per la loro concretezza e specificità, a provocare un effettivo e concreto pericolo di adesione alle idee, alle tesi ed ai propositi propagandati).
La soluzione, dunque, non poteva (e non può) che essere quella di un attento contemperamento della libertà di manifestazione del pensiero e di espressione – diritto tutelato alle più alte vette della gerarchia delle fonti (articolo 21 della Costituzione; articolo 10 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo; articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) – in vista della protezione del “bene giuridico” sotteso alla fattispecie in scrutinio.
Si è molto discusso, al riguardo, sulla reale oggettività giuridica delle disposizioni penali che sanzionano gli atti discriminatori, ed è ormai opinione largamente diffusa in dottrina, e condivisa dalla giurisprudenza, che il “bene giuridico” protetto dalle norme incriminatrici in tema di discriminazione sia la dignità dell’uomo in sé; e che, quindi, il bilanciamento si giochi fra beni di rilievo costituzionale: la libertà di manifestazione del pensiero da un lato e la pari dignità di tutti gli uomini dall’altro: là dove a essa − alla dignità umana appunto – si trovano riferimenti impliciti in quelle disposizioni, costituzionali e convenzionali, che sanciscono in generale il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona o l’affermazione dell’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini, come gli articoli 2 e 3 della Costituzione e gli articoli 2, 3 e 8 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo; oltre che un riferimento esplicito all’articolo 1 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che segue a un riconoscimento della dignità umana fra i principi generali dell’ordinamento comunitario già in precedenza statuito per via giurisprudenziale.
Il principio della dignità umana peraltro assume, nel sistema assiologico euro-unitario a carattere multilivello, piuttosto la condizione di postulato ontologico del sistema dei diritti costituzionali e di premessa di tutti i diritti umani: sì che esso può assumere un contenuto più concreto soltanto per effetto della configurazione e della formulazione attribuitegli nei singoli diritti fondamentali in rapporto ai quali funge da criterio valutativo e interpretativo [1], e quindi anche in rapporto alla –  e come limite della – la libertà di manifestazione del pensiero: in questo senso definendosi, in una sorta di dialettica negativa, come limite alla libertà di espressione.
A ciò consegue che la giurisprudenza in materia si delinei necessariamente come giurisprudenza del caso concreto, essendo possibile tracciare una linea di confine tra i due diritti, entrambi di rilievo costituzionale e convenzionale, solo avendo riguardo alla concreta fattispecie.
Ad esempio, Cass. Sez. 3, Sentenza n. 37581 del 07 maggio 2008, Mereu, Rv. 241071, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di costituzionalità dell’art. 3, legge 13 ottobre 1975, n. 654 (modificato dal dl 24 aprile 1993, n. 122, conv. con modd. in legge 25 giugno 1993, n. 205 nonché dall’art. 13, legge 24 febbraio 2006, n. 85) laddove vieta la diffusione in qualsiasi modo di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale, per asserito contrasto con l’art. 21 Cost., in quanto la libertà di manifestazione del pensiero e quella di ricerca storica cessano quando travalicano in istigazione alla discriminazione ed alla violenza di tipo razzista (In motivazione la Corte ha ulteriormente precisato che la libertà costituzionalmente garantita dall’art. 21 non ha valore assoluto ma deve essere coordinata con altri valori costituzionali di pari rango, quali quelli fissati dall’art. 3 e dall’art. 117, comma primo, Cost.). Analogamente Cass. Sez. 5, Sentenza n. 31655 del 24 gennaio 2001, Gariglio, Rv. 220021, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost., dell’art. 3, comma 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, come modificato dall’art. 1 del dl 26 aprile 1993, n. 122, convertito nella legge 25 giugno 1993, n. 205 nella parte in cui configura come reato associativo la promozione, la direzione o la semplice partecipazione ad ogni forma di organizzazione che abbia tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, atteso che il precetto deve ritenersi tipizzato in base alla individuazione dello scopo ultimo della struttura collettiva, che consiste nel limitare o impedire ad altri individui della stessa società civile l’esercizio dei propri diritti civili e politici, individuali e collettivi.
Ponendosi sulla stessa linea, Cass. Sez. 3, Sentenza n. 33179 del 24 aprile 2013, Scarpino, Rv. 257216 , ha ritenuto integrata la fattispecie di associazione per delinquere finalizzata all’incitamento e alla violenza per motivi razziali, etnici e religiosi anche da una struttura che utilizzi il blog per tenere i contatti tra gli aderenti, fare proselitismo, anche mediante la diffusione di documenti e testi inneggianti al razzismo, programmare azioni dimostrative o violente, raccogliere elargizioni economiche a favore del forum, censire episodi o persone responsabili di aver operato a favore dell’uguaglianza e dell’integrazione degli immigrati.
Del resto, la linea era già stata tracciata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che aveva precisato, a proposito della cd. legge Scelba (n. 645/1952), con specifico riguardo al reato di apologia del fascismo, che la libertà di manifestazione del pensiero non può spingersi oltre il limite segnato da altri principi costituzionali fondamentali (cfr. le sentenze di rigetto delle relative questioni di legittimità costituzionale, n. 1 del 1957 e n. 74 del 1958).
Più di recente, invece, la giurisprudenza di legittimità pare essere andata oltre nell’analisi della fattispecie, soprattutto relativamente alla ratio sottesa e alla conseguente selezione delle condotte rilevanti, proprio al fine di salvaguardare in egual modo, con un equo contemperamento, entrambi i diritti di rango costituzionale: ad esempio Cass. Sez. 3, Sentenza n. 36906 del 23/06/2015, Salmè, Rv. 264376, ha stabilito che ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975, n. 654, la “propaganda di idee” consiste nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l’”odio razziale o etnico” è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori, e la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece − sui suoi comportamenti.
Allo stesso modo, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 42727 del 22 maggio 2015, Valandro, Rv. 264854 ha ritenuto che il reato di incitamento alla violenza ed atti di provocazione commessi per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, previsto dall’art. 3, comma primo, lett. b), legge 13 ottobre 1975 n. 654 e successive modificazioni, sia un reato di pericolo, e che si perfezioni indipendentemente dalla circostanza che l’istigazione sia accolta dai destinatari, essendo tuttavia necessario valutare la concreta e intrinseca capacità della condotta a determinare altri a compiere un’azione violenta, con riferimento al contesto specifico ed alle modalità del fatto.
Rigoroso accertamento della finalità etnica, razziale o religiosa, della propaganda da un lato, e concreto pericolo di adesione di terzi all’istigazione e quindi della diffusione di condotte violente o discriminatorie dall’altro, quindi, sono i due cardini si cui di regge il catafratto della fattispecie.
Di più difficile lettura si dimostra la giurisprudenza della Corte di Strasburgo e questo perché, nell’interpretazione della Convenzione, il diritto di libera manifestazione del pensiero (tutelato, come si è detto, all’ art. 10 della Convenzione) è tradizionalmente affermato con una tale forza “attrattiva” da fare usualmente premio nel bilanciamento con il divieto di discriminazione (pure sancito all’art. 14 della Convenzione).
Secondo la filosofia ispiratrice dalla Corte, nella sostanza, una democrazia matura non deve temere, né quindi censurare, nemmeno la manifestazione delle idee più riprovevoli, dovendo invece affidare all’opinione pubblica il compito valutarle criticamente (esempi molto citati al riguardo sono i casi Jersild c. Danimarca e Perinçek c. Svizzera).
La Corte appare più cauta, invece, quando le idee a carattere razzista o negazionista riguardano la Shoah; ad esempio nel noto caso dell’intellettuale francese di fede islamica Roger Garaudy, condannato in Francia per contestazione di crimini contro l’umanità in relazione alla sua opera I miti fondanti del moderno Stato di Israele, pubblicata nel 1995 e di ispirazione marcatamente negazionista, la Corte respinse il ricorso del condannato affermando che «la maggior parte del contenuto e il tono generale dell’opera del ricorrente, e dunque il suo scopo, hanno una marcata natura negazionista e contrastano quindi con i valori fondamentali della Convenzione, quali espressi nel suo Preambolo, ossia la giustizia e la pace. Rileva che il ricorrente tenta di fuorviare l’art. 10 della Convenzione dalla sua vocazione utilizzando il suo diritto alla libertà di espressione per fini contrari alla lettera ed allo spirito della Convenzione. I predetti fini, se fossero tollerati, contribuirebbero alla distruzione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione».
Appare quindi evidente come l’orientamento dei giudici della Corte Edu non possa dirsi del tutto consolidato e univoco nel bilanciamento fra gli opposti principi in gioco, e che molto dipenda (si torna a ripetere) dal contesto nell’ambito del quale s’inserisce il caso concreto: il che, del resto, è effettivamente in linea con la natura per così dire “ibrida” della giurisprudenza della Corte Edu: una sorta di tertium genus  tra common e civil law, nel quale, piuttosto che una rigida applicazione dello stare decisis, si nota un costante riferimento ai precedenti della Corte; sì che se da un lato si tratta a tutta evidenza di una tecnica casistica (per restatement of law), dall’altro lato non esita mai in una rigida applicazione dello stare decisis, bensì in un apparente distinguishing: che però, nella sostanza, non è tale, posto che, non essendo riconosciuta la rigida vincolatività del precedente, la decisione è sempre sul singolo caso, mentre la critica del giudizio, per così dire, consiste in un riferimento costante alla giurisprudenza precedente.
Tornando al caso di specie, e avvicinandoci alla – condivisibile – soluzione assolutoria adottata dalla giudice del caso, si direbbe che l’applicazione della criteriologia elaborata dalla Corte di cassazione, nel solco tracciato dalla giurisprudenza costituzionale, porti a escludere immediatamente la possibile iscrizione della condotta dei due imputati a una finalità di discriminazione etnica, razziale o religiosa, in quanto il bersaglio della protesta, e del relativo tono violento e ingiurioso, era senza dubbio la politica militare israeliana nel suo complesso e, segnatamente, la singola operazione militare andata sotto il nome di “operazione margine di protezione”.
Né potrebbe in alcun modo sostenersi che il gesto degli imputati abbia realizzato un effettivo pericolo che, per emulazione, terzi adottassero condotte discriminatorie o violente nei confronti di cittadini israeliani o di origine e/o fede ebraica, in quanto il contesto di azione è, al contrario, quello di una storia politica − quella dei due imputati − notoriamente vicina alla sinistra antagonista vercellese e certamente lontana da qualsiasi ideologia a sfondo razzista, filonazista o negazionista. Uno degli imputati ha infatti tenuto a sottolineare di avere sempre contrastato ogni forma di razzismo contro il popolo ebraico, anche attraverso iniziative concrete, precisando di non aver mai cambiato idea sul punto. In particolare, ai tempi della scuola, aveva organizzato assemblee sulla tragedia dell’Olocausto, aveva partecipato a numerose manifestazioni in occasione del 25 aprile nonché ad un presidio vicino ad un circolo di estrema destra dove era in corso un’iniziativa sull’attualità della rivoluzione hitleriana; e queste circostanze sono state confermate da un operante di P.G. che conosceva gli odierni imputati proprio per il loro ruolo di attivisti e frequentatori del centro sociale.
La finalità di discriminazione razziale o etnica nei confronti del popolo ebraico, e la correlativa lesione della dignità umana, è quindi da escludere in radice proprio perché, anzi, i due imputati hanno agito nell’opposta convinzione profonda di difendere, con tattiche di sensibilizzazione dell’opinione pubblica anche di forte impatto, il diritto alla dignità, e prima ancora quello alla sopravvivenza, della popolazione civile palestinese.
Né si potrebbe tacciare questa convinzione di puro soggettivismo, atteso che la condotta militare israeliana è stata già fatta segno non solo a fortissime censure politiche − anche, come si diceva, all’interno delle stesse comunità ebraiche − ma altresì a un importante richiamo della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, che, con il parere consultivo reso il 9 luglio 2004 (in ordine al progetto di costruzione dell’attuale “Barriera di separazione israeliana”, costruita dallo Stato di Israele in Cisgiordania a partire dal 2002), dopo avere passato in rassegna le tappe fondamentali del conflitto militare israeliano palestinese e le risoluzioni Onu susseguitesi negli anni, è giunta a definire lo Stato di Israele come una “potenza occupante” affermando quanto segue:

«La Corte ricorda la risoluzione 242 (1967) del 22 novembre 1967 del Consiglio di sicurezza, che chiedeva il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati, e le condanne, ripetutamente espresse, dallo stesso organismo, nei confronti dei tentativi di modificare lo status di Gerusalemme, per riaffermare la necessità di rispettare la regola consuetudinaria dell’inammissibilità delle acquisizioni di territori con la forza.
Non si può certo negare l’esistenza del popolo palestinese, riconosciuta del resto dallo stesso Israele con lo scambio di lettere del 9 settembre 1993 fra Arafat e Rabin e con la firma dell’Accordo ad interim israelo-palestinese sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza del 28 settembre 1995, che contiene un riferimento ai diritti del popolo palestinese, fra i quali quello all’autodeterminazione (16).
La costruzione del muro e l’esistenza stessa delle colonie israeliane sui territori occupati contravvengono al divieto stabilito dall’art. 49 della Quarta Convenzione di Ginevra secondo il quale “la potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento d’una parte della propria popolazione civile nei territori che essa occupa”.
Con la propria risoluzione 446 (1979) del 22 marzo 1979, ribadita in varie occasioni, il Consiglio di sicurezza, ha del resto esplicitamente chiesto al governo israeliano di revocare le misure già adottate e di astenersi dall’adottare nuove misure miranti a modificare lo status giuridico e il carattere geografico dei territori occupati, in particolare influendo sulla loro composizione demografica.
Pur prendendo atto delle assicurazioni formulate da Israele che il muro costituisce una misura temporanea, la Corte considera che in questo modo si tende a produrre un “fatto compiuto” e a consacrare sul terreno le misure illegali adottate da Israele e già deplorate dal Consiglio di sicurezza.
Viene in tal modo posto un grave ostacolo all’esercizio del diritto di autodeterminazione da parte del popolo palestinese» [2].
Non è quindi revocabile in dubbio che la posizione degli imputati, di assoluta contrarietà alla politica militare di tipo sionista, conti su un’estesa sittlichkeit legittimante, ampiamente diffusa anche in seno al diritto internazionale.
Ora, esclusa la finalità di discriminazione razziale della condotta, ed escluso parimenti il concreto pericolo di realizzazione, da parte di terzi, di condotte discriminatorie mutuabili dalla condotta degli imputati, resta da osservare come lo striscione in questione contenesse, nella stessa frase, oltre ai richiami (in lingua inglese) alla chiara ispirazione politica del gesto (“STOPBOMBINGGAZA” e “FREE PALESTINE”) anche un epiteto indiscutibilmente ingiurioso: “ISRAELE ASSASINI”.
Del tutto correttamente, la giudice non si è posta il problema dell’eventuale riqualificazione del fatto in questo senso, attesa la recente depenalizzazione del reato di ingiuria ad opera del d.lgs n. 7 del 2016.
In sede di commento, tuttavia, vale la pena chiedersi se, a prescindere dal rilievo certamente assorbente della depenalizzazione, l’ingiuria genericamente rivolta allo Stato di Israele (e quindi quantomeno alla sua rappresentanza politico istituzionale del momento) potesse considerarsi, o meno, scriminata dall’esimente del diritto di critica politica, in risposta all’esigenza di configurare un “diritto penale minimo” (kernstrafrecht) non invasivo della sfera politico espressiva.
In effetti, nonostante la questione della scriminante del diritto di cronaca e di critica abbia nutrito, e continui a nutrire, maggiormente la casistica di diffamazione, scorrendo i precedenti (ormai destinati all’archivio storico, vista la cassazione della fattispecie) si rinvengono pronunce che hanno ritenuto applicabile l’esimente in questione anche al reato di ingiuria; ad esempio Cass. Sez. 5, Sentenza n. 14459 del 02/02/2011, Contrisciani, Rv. 249935, ha affermato che l’esercizio del diritto di critica politica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, tesi a stigmatizzare comportamenti realmente tenuti da un personaggio pubblico, ma non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta, utilizzata come fondamento per l’esposizione a critica del personaggio stesso.
Valutato quindi il contesto dell’azione, non sembra da escludere che, anche sotto la vigenza del reato di ingiuria, la difesa avrebbe avuto buoni argomenti per invocare la scriminante della critica politica in relazione all’unica espressione ingiuriosa contenuta nel breve testo, in quanto strettamente legata alla critica di un’operazione militare realmente avvenuta e all’interno di un contesto militare che, come si è visto, è al centro di fortissime critiche  non solo politiche ma anche provenienti da Autorità giudiziarie internazionali.

[1] V. Baldini, La dignità umana tra approcci teorici ed esperienze interpretative, Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale.
[2] Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo reso il 9 luglio 2004 su Domanda di parere adottata dalla decima sessione straordinaria d'urgenza dell'Assemblea generale - Sessione convocata sulla base della risoluzione 377 A (V).

giovedì 14 dicembre 2017

INTERVISTA. Ilan Pappe: come Israele ha trasformato la Palestina nella più grande prigione al mondo

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Venerdì 24 novembre 2017, Middle East Eye
Una storia dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza analizza quali meccanismi militari vengono usati per controllare le vite dei palestinesi.
La guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e gli eserciti arabi ha portato all’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.
Israele ha spacciato la storia di questa guerra come se fosse stata accidentale. Ma nuovi documenti storici e verbali d’archivio dimostrano che Israele l’aspettava da tempo.
Nel 1963 elementi dell’amministrazione militare, legale e civile israeliana frequentarono un corso presso l’università ebraica di Gerusalemme per stendere un piano complessivo per gestire i territori che Israele avrebbe occupato quattro anni dopo e per controllare un milione e mezzo di palestinesi che ci vivevano.
La ragione stava nella fallimentare gestione israeliana dei palestinesi a Gaza durante la breve occupazione nel periodo della crisi di Suez del 1956 [in cui l’esercito israeliano, affiancando inglesi e francesi, combatté contro l’Egitto di Nasser, che aveva nazionalizzato il canale, ndt.].
Nel maggio 1967, settimane prima della guerra, i governatori militari israeliani ricevettero istruzioni legali e militari su come controllare le città ed i villaggi palestinesi. Israele avrebbe proceduto a trasformare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza in mega prigioni sotto governo e controllo militare.
Insediamenti, posti di blocco e punizioni collettive fecero parte di questo piano, come dimostra lo storico israeliano Ilan Pappe in “The biggest prison on earth: a history of the occupied territories(“La più grande prigione al mondo: una storia dei territori occupati”), una descrizione in profondità dell’occupazione israeliana.
Pubblicato nel cinquantesimo anniversario della guerra del 1967, il libro è stato selezionato per il “Palestine Book Award 2017”, organizzato da Middle East Monitor, in attesa di essere proclamato a Londra il 24 novembre. Pappe ha parlato con Middle East Eye del libro e di ciò che esso rivela.
Middle East Eye: Quanto questo libro si basa sul suo saggio precedente, “The ethnic cleansing of Palestine” (“La pulizia etnica in Palestina”) sulla guerra del 1948?
Ilan Pappe: È decisamente un proseguimento del mio precedente libro “The ethnic cleansing”, che descrive gli eventi del 1948. Io vedo l’intero progetto sionista come uno schema, non solo come un singolo evento. Una struttura di colonialismo di insediamento attraverso cui un movimento di coloni si insedia in una nazione. Fin quando la colonizzazione non è completa e la popolazione indigena resiste con un movimento di liberazione nazionale, ognuno dei periodi di cui mi occupo non è che una fase all’interno della stessa struttura.
Benché “La più grande prigione” sia un libro di storia, siamo tuttora all’interno dello stesso capitolo storico. Quindi a questo riguardo probabilmente ci sarà in seguito un terzo libro che tratterà degli eventi del XXI secolo, di come la stessa ideologia di pulizia etnica e di espropriazione viene attuata nella nuova era e di come i palestinesi vi resistono.
MEE: Lei parla della pulizia etnica che ebbe luogo nel giugno 1967. Che cosa accadde allora ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza? In che modo essa si differenziò dalla pulizia etnica della guerra del 1948?
I.P. Nel 1948 c’era un piano molto chiaro per cercare di espellere quanti più palestinesi possibile dalla maggior parte possibile della Palestina. Il progetto colonialista di insediamento credeva di avere la forza di creare uno spazio ebraico in Palestina che fosse totalmente privo di palestinesi. Non ha funzionato così bene, ma è stato quasi vincente, come tutti sapete. L’80% dei palestinesi che vivevano all’interno di quello che diventò lo Stato di Israele divennero rifugiati.
Come dimostro nel libro, vi erano alcuni politici israeliani che pensavano che fosse possibile fare nel 1967 ciò che era stato fatto nel 1948. Ma la grande maggioranza di loro comprese che la guerra del 1967 fu molto breve, durò sei giorni, e c’era già la televisione e parecchi di coloro che volevano espellere erano già dei rifugiati del 1948.
Quindi io penso che la strategia non fu di compiere una pulizia etnica nello stesso modo in cui fu condotta nel 1948. Fu ciò che chiamerei una pulizia etnica progressiva. In alcuni casi espulsero masse di persone da certe zone quali Gerico, la Città Vecchia di Gerusalemme e i dintorni di Qalqilya. Ma nella maggior parte dei casi decisero che un governo militare ed un blocco che rinchiudesse i palestinesi all’interno delle proprie aree sarebbe stato tanto vantaggioso quanto espellerli.
Dal 1967 fino ad oggi c’è stata una pulizia etnica molto lenta, che probabilmente copre un periodo di 50 anni ed è così lenta che a volte può colpire una sola persona in un giorno. Ma se si guarda l’intero panorama dal 1967 ad oggi, stiamo parlando di centinaia di migliaia di palestinesi che non hanno il permesso di tornare in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza.
MEE: Lei distingue tra due modelli militari utilizzati da Israele: il modello di prigione aperta in Cisgiordania e il modello di prigione di massima sicurezza nella Striscia di Gaza. Come definisce questi due modelli? E si tratta di termini militari?
IP: Uso questi termini come metafora per spiegare i due modelli che Israele offre ai palestinesi nei territori occupati. Insisto ad usarli perché ritengo che la soluzione dei due Stati sia in realtà il modello di prigione aperta.
Gli israeliani controllano i territori occupati direttamente o indirettamente e cercano di non penetrare all’interno delle città e dei villaggi palestinesi con alta densità di popolazione. Hanno separato la Striscia di Gaza [dalla Cisgiordania, ndt.] nel 2005 e stanno ancora suddividendo la Cisgiordania in parti. Esistono una Cisgiordania ebrea ed una Cisgiordania palestinese, che non è più una zona dotata di contiguità territoriale.
A Gaza gli israeliani sono i guardiani che tengono chiusi i palestinesi dal mondo esterno, ma non interferiscono con ciò che essi fanno all’interno.
La Cisgiordania è come una prigione a cielo aperto in cui si mandano piccoli criminali a cui si consente più tempo per uscire e lavorare all’esterno. E non c’è un regime duro all’interno, ma è sempre una prigione. Persino il presidente Mahmoud Abbas, se si sposta dall’area B [sotto controllo amministrativo dell’ANP e controllo militare israeliano, ndt.] all’area C [sotto totale controllo israeliano, ndt.], ha bisogno che gli israeliani gli aprano il cancello. E secondo me è veramente emblematico il fatto che il presidente non possa spostarsi senza che il carceriere israeliano apra la gabbia.
Ovviamente c’è una continua reazione palestinese a tutto questo. I palestinesi non rimangono passivi e non lo accettano. Abbiamo assistito alla Prima e alla Seconda Intifada, e forse ne vedremo una terza. Gli israeliani dicono ai palestinesi, secondo una mentalità da gestione carceraria, ‘se voi resistete noi vi toglieremo tutti i vostri privilegi, come facciamo in carcere. Non potrete lavorare all’esterno. Non potrete muovervi liberamente e subirete punizioni collettive.’ E’ questo il genere di versione repressiva, la punizione collettiva come rappresaglia.
MEE: La comunità internazionale condanna timidamente la costruzione o l’espansione delle colonie israeliane nei territori occupati. Non considera questo come elemento centrale del sistema coloniale israeliano, come lei descrive nel suo libro. Come hanno avuto inizio le colonie israeliane e questo è avvenuto su basi razionali o religiose?
IP: Dopo il 1967 c’erano due mappe di insediamenti o colonizzazione. C’era una mappa strategica ideata dalla sinistra israeliana. Il padre di questa mappa fu il defunto Yigal Allon, il grande stratega, che lavorò con Moshe Dayan nel 1967 al piano per controllare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Si basavano su un principio strategico, non troppo ideologico, benché ritenessero che la Cisgiordania appartenesse ad Israele.
Erano più interessati ad assicurare che gli ebrei non si insediassero in zone arabe densamente popolate. Dicevano che dovunque i palestinesi non vivessero in forti concentrazioni, là noi potevamo insediarci. Quindi iniziarono con la Valle del Giordano, poiché là vi erano piccoli villaggi, ma non c’era una densità di popolazione come in altre aree.
Il problema per loro fu che, nello stesso momento in cui elaboravano la loro mappa strategica, emerse un nuovo movimento religioso messianico, Gush Emunim, un movimento religioso nazionalista di ebrei che rifiutavano di insediarsi in base alla mappa strategica. Volevano insediarsi secondo la mappa biblica. La loro idea era che la Bibbia è un testo che dice esattamente dove si trovano le antiche città ebraiche. E si dà il caso che la mappa prevedesse che gli ebrei dovessero insediarsi nel centro di Nablus, Hebron e Betlemme, nel bel mezzo delle aree palestinesi.
Inizialmente il governo israeliano cercò di controllare questo movimento biblico in modo che gli insediamenti si facessero in modo più strategico. Ma parecchi giornalisti israeliani hanno rivelato che Shimon Peres, ministro della Difesa nei primi anni ’70, decise di consentire gli insediamenti biblici. I palestinesi della Cisgiordania furono sottoposti a due piani di colonizzazione, quello strategico e quello biblico.
La comunità internazionale sa che secondo il diritto internazionale non conta che le colonie siano strategiche o bibliche, sono tutte illegali.
Ma purtroppo dal 1967 la comunità internazionale ha accettato la formula israeliana, che recita: “Le colonie sono illegali, ma sono provvisorie, una volta che vi sia la pace noi garantiremo che tutto sia legale. Ma finché non vi è pace noi abbiamo bisogno delle colonie poiché siamo ancora in guerra con i palestinesi.”
MEE: Lei sostiene che ‘occupazione’ non è il termine adeguato per descrivere la realtà in Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza. E in un dialogo con Noam Chomsky, ‘On Palestine’, lei critica il termine ‘processo di pace’. Questo è discutibile. Perché questi termini non sono adeguati?
IP: Penso che il linguaggio sia molto importante. Il modo in cui si definisce una situazione incide sulla possibilità di cambiarla.
Abbiamo descritto la situazione in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e all’interno di Israele con un vocabolario e dei termini errati. Occupazione significa sempre una situazione temporanea.
La soluzione per l’occupazione è la fine dell’occupazione, il ritiro dell’esercito invasore a casa sua, ma non è questa la situazione né in Cisgiordania né nella Striscia di Gaza. Questa è colonizzazione, ritengo, benché suoni come un termine anacronistico nel XXI secolo, penso che dovremmo comprendere che Israele sta colonizzando la Palestina. Ha iniziato a colonizzarla alla fine del XIX secolo e continua ancora oggi.
C’è un regime di insediamento coloniale che controlla l’intera Palestina in modi differenti. Nella Striscia di Gaza il controllo è dall’esterno. In Cisgiordania il controllo è differenziato nelle aree A, B e C. Esistono politiche differenti verso i palestinesi nei campi profughi, dove ai rifugiati non è permesso di ritornare a casa. Non permettere alle persone espulse di ritornare è un altro modo di mantenere la colonizzazione. È sempre parte della stessa ideologia.
Perciò penso che i termini ‘processo di pace’ e ‘occupazione’, quando vengono usati insieme, creino la falsa impressione che tutto ciò che serve è che l’esercito israeliano esca dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza e che vi sia una pace tra Israele e la futura Palestina.
Ora, l’esercito israeliano non è presente nella Striscia di Gaza né nell’area A. Lo è anche poco nell’area B, dove non ha bisogno di esserci. Ma non c’è pace. C’è una situazione che è molto peggiore di quella precedente agli accordi di Oslo del 1993.
Il cosiddetto processo di pace ha consentito ad Israele di aumentare le colonie, ma questa volta con il sostegno internazionale. Quindi suggerisco di parlare di decolonizzazione, non di pace. Suggerisco di parlare di cambiare il regime giuridico che governa la vita degli israeliani e dei palestinesi.
Penso che dovremmo parlare di uno Stato di apartheid. Dovremmo parlare di pulizia etnica. Dovremmo scoprire che cosa sostituisce l’apartheid. Ed abbiamo un buon esempio in Sudafrica. L’unico modo per sostituire l’apartheid è un sistema democratico. Una persona, un voto, o almeno uno Stato bi-nazionale. Penso che sia questo il tipo di terminologia che dovremmo incominciare ad usare, perché se continuiamo ad usare le vecchie parole continueremo a sprecare tempo e sforzi e non cambieremo la realtà sul terreno.
MEE: Cosa riserva il futuro al governo militare israeliano sui palestinesi? Assisteremo ad un movimento di disobbedienza civile come quello di luglio a Gerusalemme?
IP: Penso che vedremo disobbedienza civile non solo a Gerusalemme, ma in tutta la Palestina, compresi i palestinesi all’interno di Israele. La società non accetterà per sempre questa realtà. Non so quali mezzi utilizzerà. Possiamo vedere che cosa succede quando non c’è una chiara strategia dall’alto e gli individui decidono di fare la propria guerra di liberazione.
C’è stato qualcosa di veramente impressionante nel caso di Gerusalemme, quando nessuno credeva che una resistenza popolare potesse costringere gli israeliani a ritirare le misure di sicurezza imposte ad Haram al-Sharif [si riferisce all’imposizione di metal detector sulla Spianata delle Moschee, terzo luogo sacro dell’Islam, che comprende la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia, ndt.]. Penso che possa essere questo il modello. Una resistenza popolare per il futuro che non si limiti ad un solo luogo, ma avvenga in luoghi differenti.
La resistenza popolare continua senza sosta in Palestina. I media non ne danno notizia. Ma ogni giorno il popolo protesta contro il muro dell’apartheid, contro l’esproprio delle terre, le persone fanno lo sciopero della fame perché sono prigionieri politici. La resistenza palestinese dal basso continua. La resistenza palestinese dall’alto resta in sospeso.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)