mercoledì 28 settembre 2016

Amira Hass : Shimon Peres non è un uomo di pace


Shimon Peres non è un uomo di pace

Amira Hass
Shimon Peres, 93 anni, ha avuto un ictus. Se fosse una persona qualunque, ci limiteremmo a dire che tutti meritano di invecchiare in modo dignitoso. Ma Peres non è una persona qualunque, come dimostra la preoccupazione del mondo per le sue condizioni di salute. Immagino che sia così anche in Italia, dove probabilmente viene presentato come un uomo che ha lavorato per la pace.
E dato che Peres è una figura pubblica, non è inopportuno parlare del suo contributo al disastro in cui ci troviamo. Negli anni settanta ha sostenuto il movimento dei coloni. Negli anni novanta, come ministro degli esteri, è stato artefice degli accordi di Oslo, che hanno consolidato la realtà delle enclave palestinesi. Gli insediamenti e le enclave sono due facce della stessa medaglia, a dimostrazione di quanto sia stata coerente la sua visione delle cose.
Negli anni settanta si parlava di “compromesso funzionale”: Peres e Moshe Dayan immaginavano una Cisgiordania in cui la Giordania avesse autorità sulla popolazione araba e Israele sui coloni. Negli anni novanta Peres ha modificato leggermente la sua posizione e ha proposto che solo la Striscia di Gaza diventasse “stato palestinese”, mentre gli abitanti della Cisgiordania avrebbero avuto una limitata autonomia.
Solo quando la realtà delle enclave è diventata un fatto compiuto, Peres si è detto sostenitore di uno stato palestinese in Cisgiordania. Ma se restano le colonie non ci sarà mai la pace. Avremo solo una variante dell’apartheid.
Amira Hass sarà al festival di Internazionale a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre 2016.
Questa rubrica è stata pubblicata il 16 settembre 2016 a pagina 24 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

È morto Shimon Peres, un uomo di pace e di guerra

Avea 93 anni. In gioventù è stato un “falco”. A lui si devono le forniture di armi ad Israele da Urss, Francia, Stati Uniti. È stato fautore delle prime colonie israeliane nei territori occupati. Due volte primo ministro, per sette anni presidente. Con Rabin e Arafat ha vinto il Premio Nobel per la pace nel 1994. Ha partecipato come “colomba” all’incontro di preghiera per la pace in Vaticano nel 2014. Gideon Levy: Peres è un uomo del “quasi”.


Tel Aviv (AsiaNews) – Shimon Peres, due volte primo ministro e una volta presidente di Israele, è morto stanotte alle 3 (ora locale) all’età di 93 anni. Lo ha annunciato suo figlio Chemi definendolo “uno dei padri fondatori dello Stato d’Israele”, che “ha lavorato senza sosta” per esso.
Due settimane fa Peres era stato ricoverato in ospedale per un’emorragia cerebrale ed è rimasto in coma fino a ieri quando le sue condizioni erano peggiorate.
Peres è considerato un uomo di pace da molti nel mondo, ma anche un uomo di guerra. Un deputato arabo-israeliano, Basel Ghattas, della lista araba unita, parlando di lui su Facebook, ha detto che Peres “è coperto di sangue” palestinese “dalla testa ai piedi”.  Egli è riuscito, dice ancora Ghattas sul suo profilo Facebook, “a farsi passare come una colomba della pace fino a ottenere il Premio Nobel”. In realtà egli “è responsabile diretto di crimini e di crimini di guerra verso di noi”, “uno dei pilastri più antichi, il più criticabile, crudele, estremista del progetto colonialista sionista”.
Nel 34 giunge in Israele (allora Palestina sotto il mandato britannico) e vive in un kibbutz in Galilea dove forma anche la sua coscienza politica nel socialismo dei nuovi coloni.
Alla proclamazione dello Stato d’Israele nel 1948 e allo scoppio della guerra con i paesi arabi, egli è responsabile dell’esercito clandestino dell’Haganah. In questo periodo Shimon Peres (ha preso questo nome ebraico, lasciando il suo cognome originale, Persky) collabora con i padri della patria Ben Gurion e Yitzhak Rabin, essendo responsabile del procacciamento di armi per l’esercito israeliano, Tsahal. Grazie a lui sono varati contratti per la cessione di armi dall’Urss, poi dalla Francia, poi dagli Stati Uniti. Proprio grazie all’aiuto della Francia nasce il programma nucleare militare israeliano e la centrale nucleare di Dimona, la cui esistenza non viene mai pubblicamente ammessi da Israele.
Agli inizi degli anni ’70 Peres è considerato un “falco”. Sostiene l’operazione a Entebbe (Uganda) per la liberazione di ostaggi israeliani nelle mani dei pirati dell’aria palestinesi; approva i piani di Goush Emunim, che lancia le prime colonizzazioni dei territori palestinesi.
Pur con una serie di sconfitte elettorali (in Israele viene definito “l’eterno perdente”), egli è riuscito ad essere due volte primo ministro (1984-86; 1995-96), è stato per 50 anni nella vita pubblica rivestendo il ruolo di responsabilità nella Difesa, negli Affari esteri, nelle Finanze.
Il momento più fulgido della sua carriera è quando, insieme a Rabin, lancia i dialoghi coi palestinesi fino agli accordi di Oslo (1993) che prevedono porgressiva autonomia per i palestinesi fino alla procalamazione di uno Stato.
Grazie a questo impegno, nel 1994 insieme a Yasser Arafat e Rabin, gli viene conferito il Premio Nobel per la pace.
Ma nel 1995 Rabin viene ucciso da un fondamentalista ebreo, mentre la società israeliana comincia a scivolare verso posizioni più agguerrite e lontane dal partito Laburista.
Con alti e bassi Peres si trova a cambiare partito, ad allearsi con Ariel Sharon (leader dell’invasione in Libano nel 1982), approvando il ritiro da Gaza e arrivando alla presidenza nel 2007. A 84 anni egli è una figura rispettata, una “colomba”, con degli aspetti pragmatici, incapace di fermare la deriva dei negoziati fra israeliani e palestinesi.
Ha lasciato la presidenza nel 2014 e nello stesso anno ha voluto partecipare alla cerimonia di pace in Vaticano, insieme a papa Francesco, Mahmoud Abbas, il patriarca ecumenico di Costantinopoli.
Gideon Levy, editorialista di Haaretz, lo ha definito un uomo del “quasi”: una “colomba”, ma incapace a mettersi contro la maggioranza guerriera; “quasi” un eroe nazionale; “quasi” un uomo di Stato indimenticabile.
E questo, mentre il dialogo e la pace coi palestinesi, che egli ha promosso fino alla morte, sono ancora un sogno lontano.

 

È morto Shimon Peres, un uomo di pace e di guerra




Figura controversa, l'ex capo di stato israeliano, morto la scorsa notte, è stato considerato un uomo di pace in Occidente e invece detestato da tanti palestinesi
 Figura controversa, l’ex capo di stato israeliano, considerato un uomo di pace in Occidente, era detestato da tanti palestinesi che lo accusavano di mascherare, con la sua retorica pacifista, il volto intransigente di Israele
shimonperes
di Michele Giorgio
Gerusalemme, 28 settembre 2016, Nena News - Si è spento la scorsa notte, all’età di 93 anni, in un ospedale di Tel Aviv, Shimon Peres, ex presidente di Israele e uno degli uomini politici israeliani più noti nel mondo. Colpito da una grave emorragia cerebrale il 13 settembre, Peres non si era più ripreso. Ieri le sue condizioni si sono improvvisamente aggravate ed è morto poco dopo le 2. Ai suoi funerali, previsti venerdì, parteciperanno capo di stato e di governo di tutto il mondo, tra i quali il presidente americano uscente Barack Obama.
Il nome di Shimon Peres resterà legato soprattutto agli Accordi di Oslo del 1993 tra israeliani e palestinesi di cui fu l’artefice con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat e che gli valsero il premio Nobel per la pace nel 1994. Accordi che crearono l’illusione di una conclusione negoziata del conflitto israelo-palestinese, sulla base del principio “due popoli, due Stati”, e che dopo il loro fallimento si sono rivelati una prigione per i palestinesi e le loro aspirazioni.
Per molti, specie in Occidente, Shimon Peres è stato il politico israeliano che più di altri ha insistito sul dialogo con palestinesi e arabi e cercato la pace. In realtà Peres era soprattutto un abile oratore, convinto che accordi di pace fondati su concessioni minime da parte israeliana avrebbero permesso allo Stato ebraico di ottenere enormi vantaggi, a cominciare dal riconoscimento definitivo dei palestinesi e della maggioranza dei Paesi arabi. La sua immagine di pacifista non poche volte è servita a coprire, presso l’opinione pubblica internazionale e i governi alleati, la reale portata di devastanti operazioni militari nei Territori palestinesi occupati, a cominciare da quelle contro Gaza.
“Colomba” peraltro Peres lo era diventato solo verso i 50 anni di età. Nato in Polonia nel 1923, immigrato con la famiglia a Tel Aviv e cresciuto nei kibbutz, Peres già da giovanissimo entrò in contatto con i massimi leader del movimento laburista come il “fondatore di Israele” David Ben Gurion, mettendosi in luce come un “falco” e non come una “colomba”. Ebbe le brevi esperienze militari ma ciò non gli impedì di avere importanti incarichi in questo settore. Nominato direttore generale del Ministro della Difesa nel 1953, svolse un ruolo decisivo nell’acquisto di armi sofisticate per Israele e nello sviluppo del programma nucleare nazionale. E’ stato, grazie all’aiuto della Francia, “il padre” della bomba atomica israeliana (Tel Aviv continua a non ammettere di possedere ordigni nucleari).
Eletto alla Knesset nel 1959  e nominato per la prima volta ministro dieci anni dopo, Peres cominciò a manifestare una predisposizione  al compromesso con nemici e avversari a partire dalla fine anni 70. In precedenza aveva manifestato simpatia persino per la colonizzazione dei Territori occupati, anche allo scopo di mettere in difficoltà il premier e suo storico rivale nel partito laburista, Yitzhak Rabin.
Per brevi periodi primo ministro, Peres dalle elezioni ha quasi sempre ricevuto cocenti delusioni, anche per quella sua retorica pacifista che poco convinceva gli elettori israeliani poco inclini al compromesso con gli arabi. Due sue bocciature alle elezioni hanno aperto la strada del potere alla destra. Nel 1977 al governo guidato da Menachem Begin e nel 1996, poco mesi dopo l’assassinio di Rabin, al primo governo di Benyamin Netanyahu. Proprio nel tentativo (fallito) di sbaragliare Netanyahu e di conquistare consensi a destra, Peres non esitò a lanciare, nella primavera del 1996, una vasta offensiva militare nel Libano nel sud – ufficialmente contro i guerriglieri sciiti di Hezbollah – culminata il 18 aprile di quell’anno nel Massacro di Qana, quando fu bombardata – “per errore” secondo la versione ufficiale israeliana – una base delle Nazioni Unite in cui si erano rifugiati circa 800 civili. Razzi e bombe uccisero almeno 102 persone, tra le quali donne e bambini.
Peres è stato soprattutto un ministro degli esteri di successo all’estero, dove ha goduto per decenni di forte stima oltre i suoi meriti effettivi e i risultati politici conseguiti. Dopo il fallimento totale degli accordi di Oslo nel 2000 e lo scoppio della seconda Intifada, ha comunque tenuto i contatti con i palestinesi. Nel 2005 ha appoggiato il ritiro di soldati e coloni israeliani da Gaza e lasciato il partito laburista per entrare nella formazione centrista Kadima, fondata da Ariel Sharon (uscito a sua volta dal Likud).
Infine la nomina nel 2007 a capo dello stato che lo ha riconciliato con quella parte di Israele, piuttosto ampia, che non lo aveva mai stimato. Lasciata la presidenza nel 2014, Peres ha continuato a fare politica fino all’ultimo.
Per i palestinesi, in particolare le persone comuni, Peres è stato più dannoso della destra, in ragione, spiegano, della sua immagine di pacifista servita a mascherare all’estero il vero volto intransigente di Israele. Nena News
nena-news.it/shimon-peres-e…

 


Shimon Peres, the last member of Israel’s founding generation, was feted internationally as a visionary man of peace. His legacy is in fact far more complex,…
972mag.com





Il ricordo del leader scomparso tracciato da personalità politiche, ecclesiastiche e religiose di Israele e Palestina. Mons. Pizzaballa: ha colto il “valore della presenza…
Di AsiaNews.it



Il ricordo del leader scomparso tracciato da personalità politiche, ecclesiastiche e religiose di Israele e Palestina. Mons. Pizzaballa: ha colto il “valore della presenza cristiana” a livello locale e internazionale. Bernard Sabella: luci e ombre di un “diplomatico intelligente” che “non ha avuto successo”. Rabbino Milgram: “Ossessionato dalla sicurezza”.

Gerusalemme (AsiaNews) - Una personalità “complessa” che ha speso parte della propria vita in modo “sincero e autentico” per la pace fra Israele e Palestina, ma non ha saputo raggiungere il proprio obiettivo per gli errori - umani, politici e strategici - commessi lungo il percorso. È questo il ricordo del Nobel Shimon Peres, deceduto stanotte all’età di 93 anni, tracciato ad AsiaNews da personalità politiche, ecclesiastiche e religiose di Israele e Palestina. Un uomo di pace e di guerra, un falco e una colomba, che credeva davvero nella convivenza fra i due popoli ma alla fine “ha fallito” perché ha anteposto il valore della sicurezza (di Israele) al progetto di pace (coi palestinesi).
Ad AsiaNews mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei latini, ricorda un uomo “di una serena, ma determinata fermezza nel perseguire gli obiettivi”. Fra i tanti esempi, il prelato cita “l’incontro di preghiera per la pace” del giugno 2014 in Vaticano con papa Francesco e il presidente palestinese Mahmoud Abbas. “Egli - sottolinea mons. Pizzaballa, in prima fila nell’organizzazione dell’evento - ha voluto essere presente a tutti i costi alla giornata e ha speso il proprio nome per superare gli ostacoli”.
Per mons. Pizzaballa Shimon Peres “è morto sazio di anni, ma ancora giovane e capace di sognare che fosse possibile fare qualcosa per la pace. Che fosse possibile dialogare, incontrarsi l’un l’altro, che lascia una testimonianza importante in un Medio oriente dove tutto sembra complesso”. Egli era convinto che la pace fosse “l’unica soluzione possibile”, essa sola avrebbe garantito “la sicurezza” a Israele. E proprio nel quadro mediorientale, conclude l’amministratore apostolico, negli ultimi anni “si era accorto del valore e della presenza cristiana” con la quale “è entrato in contatto e della quale ha saputo coglierne l’importanza” sul piano locale e internazionale.
Bernard Sabella, cattolico, rappresentante di Fatah per Gerusalemme e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, ricorda una personalità “complessa” che aveva a cuore “le sorti di Israele”. La pace con i palestinesi, aggiunge Sabella, era per Peres “la soluzione migliore per il proprio Paese”; tuttavia, egli non trascurava l’elemento della sicurezza interna, tanto da “sviluppare il complesso nucleare di Dimona”. La pace, aggiunge il prof Sabella, era funzionale “alla stabilità e alla sicurezza di Israele”. Per i palestinesi egli era “un diplomatico intelligente” forse più interessato “alla promozione” degli interessi del proprio Paese, ma che “sfortunatamente non ha avuto successo”. Egli ha incontrato “resistenze” all’interno del suo popolo e della politica nazionale; una opposizione di quella parte - oggi preponderante - di Israele la quale “non voleva portare a termine la pace che [Peres] aveva in mente”.
Nel suo percorso politico e istituzionale vi sono anche delle ombre, ricorda il leader cattolico, come “il sostegno alle nuove colonie” che pesa ancora oggi “sul ricordo del popolo palestinese”. In generale i palestinesi “guardano più al lato negativo, che alle scelte positive, alla ricerca della pace. Non solo gli insediamenti - aggiunge Sabella - ma anche la guerra in Libano [l’Operazione Grapes of Wrath dell’aprile del 1996, quando era Primo Ministro]” con le vittime che essa ha causato. Vi sono però anche palestinesi che “riconoscono la sua diversità” rispetto all’attuale leadership israeliana, il suo essere acclamato “a livello internazionale” come uomo di pace. “Del resto - avverte Sabella - nessuno è senza peccato e dobbiamo riconoscergli il fatto che ci abbia provato”.
“Adesso con la sua morte si volta pagina - conclude il rappresentante di Fatah per Gerusalemme - perché non vi sono fra i leader attuali personalità in grado o disposte a raccoglierne l’eredità. Al netto dei suoi errori e dei suoi sbagli ha sempre detto forte e chiaro che il futuro non può che passare dalla pace fra Israele e Palestina”.
Un ricordo fatto di luci e ombre è anche quello tracciato dal rabbino Jeremy Milgram, membro dell’Ong Rabbis for Human Rights e fra i fautori del dialogo interreligioso in Israele, in questi giorni in Italia per una serie di conferenze. “Vi sono ricordi e aspetti di Peres che danno fiducia, ma vi sono anche elementi di forte contrarietà e frustrazione” spiega il rabbino ad AsiaNews. L’accordo di Oslo, il nobel per la Pace “hanno rappresentato un tempo di speranza”, aggiunge, ma non si possono dimenticare “l’attacco al Libano, che ha autorizzato in prima persona” quando era alla guida del governo. Un attacco, aggiunge, che gli è “costato la vittoria” alle successive elezioni in cui ha perso il sostegno degli arabi e che “ha aperto le porte all’ascesa dell’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu… un grave errore!”.
Per il rabbino Milgram, Peres rappresenta quella parte di Israele “che vuole la pace, ma non opera davvero nella direzione di una pace giusta per entrambe le parti. E alla fine ha fallito nel suo obiettivo, perché non ha saputo nemmeno far comprendere all’establishment di Israele il bisogno di far rispettare i diritti dei palestinesi”. Fra i grandi errori del piano di pace, aggiunge, “il mancato ritorno dei rifugiati palestinesi. Come si può parlare di pace, se si mette in discussione il ritorno dei rifugiati?”. Egli rappresentava il desiderio di pace, conclude il leader religioso israeliano, “ma era ossessionato dalla sicurezza… l’idea della pace attraverso la sicurezza gli ha impedito di raggiungere il suo obiettivo”.(DS)

martedì 27 settembre 2016

Israele: censura militare e informazione israeliana nei media

Sintesi personale
La censura militare ha vietato la pubblicazione di 1.936 articolii scritti da giornalisti ed editori professionisti  e bloccato alcune informazioni in  14.196 articoli nel corso degli ultimi cinque anni.  
Con il nuovo censore dell'  IDF   c'è stato un drammatico aumento  di casi  di intervento dell'IDF,
I dati confermano che l'ufficio dell'  IDF  vieta la pubblicazione di documenti e materiali tratti dagli  Archivi di Stato, documenti autorizzati per la pubblicazione , alcuni dei quali   già di  dominio pubblico.
La censura militare israeliana  scaturisce dalla normativa di emergenza decisa  durante il periodo del Mandato Britannico, 70 anni fa e così  Israele è l'unico stato democratico  occidentale  ad avere un  censore di stato giuridicamente vincolante. In nessun altro luogo il materiale giornalistico  deve  essere presentate per una revisione preventiva.
I media in Israele, ultimamente  includono  blog e siti web indipendenti ( come +972 Magazine ) ,sono tenuti a presentare al censore dell' IDF  gli articoli che possono rientrare  nell'ambito della  sicurezza nazionale e delle relazioni estere. Il Censore può vietare la pubblicazione di parte o di tutto l'articolo. Una  volta che un articolo è stato censurato dai militari, al giornalista è vietato rivelare sia  quali informazioni sono state rimosse sia che cè stato l'intervento della censura militare 
   E' importante sottolineare che l'IDF Censor  tecnicamente fa parte dell'  IDF Intelligence. per cui: " la censura non è soggetta  a leggi sulla libertà d'informazione", spiega il procuratore Nirit Blayer, direttore esecutivo del Movimento per la libertà di informazione. "

Ecco i dati:
Tra il 2011 e l' agosto del 2016, tra 13.000 e 14.000 articoli sono stati sottoposti al IDF Censore per la revisione 
Tra il 2011 e il 2013  tra il 2o per cento e  il 22 per cento degli articoli sono stati  bloccati in parte o per intero..
Nel 2014 c'è stato  un picco significativo nella frequenza della censura, molto probabilmente a causa della guerra a Gaza  Il  26 per cento degli articoli  ( su 3.719 ) sono stati parzialmente o completamente bloccati  per la pubblicazione 
Negli ultimi due anni   vi è stata una lieve riduzione della percentuale di articoli  censurati.
L'IDF Censore è in realtà fornendoci meno degli articoli presentati per la revisione prima della pubblicazione nel corso dell'anno passato.

Ora l' attuale IDF Censore  sta espandendo la portata delle competenze specifiche  dell'  IDF intervenendo  sulle pagine di Facebook e  nei blog .Alla fine del 2015 ha contattato decine di  pagine di Facebook ( tra cui 972 Magazine ) e ha inviato loro un ordine di censura militare chiedendo  di presentare i materiali rilevanti prima della pubblicazione.
E 'ormai evidente che le politiche  di Ben-Avraham, attuale censore,  non si limitano ad esigere la presentazione dei materiali ,ma  puntano  a rimuovere materiale già pubblicato . Nel 2015 ha contattato gli editori, in media 23 volte al mese , chiedendo  di rimuovere  contenuti che erano già stati pubblicati.Nel  2016   si è arrivati a 37 volte al mese 
La frequenza dei tentativi di redigere le informazioni dopo che è stato pubblicato è in aumento. 
Il censore ha anche rivelato che tra il 2014 e il 2016,  è stata chiesta l'autorizzazione per  visionare 9.500 file degli   Archivi di Stato  Circa lo  0,5 per cento di tali documenti sono stati parzialmente o completamente censurati .
 Le autorità in Israele usano altri mezzi per controllare il flusso di informazioni on-line, anche se tale informazione 
Ordini Gag sono emessi  da giudici, spesso senza molte discussioni e quasi sempre senza alcuna considerazione per l' 'interesse pubblico . Il numero e la frequenza degli ordini bavaglio giudiziari in Israele è triplicato negli ultimi 15 anni



IDF Censor redacts 1 in 5 articles it reviews for publication






The Israeli military censor has redacted, in full or in part, over 17,000 articles since 2011. While fewer articles have been censored in 2015 and 2016, the new IDF Censor is attempting to redact already-published information with alarming frequency.
Illustrative photo by Jennifer Moo (CC BY-ND 2.0)



Illustrative photo by Jennifer Moo (CC BY-ND 2.0)
The Israeli Military Censor has outright banned the publication of 1,936 articles and redacted some information from 14,196 articles over the past five years. That is 1,936 articles that professional journalists and editors decided were of public interest but which never saw the light of day.
In fact, the IDF Censor redacted at least some information from one in five articles submitted to it for review since 2011, according to data provided by the Israeli army at the request of +972 Magazine, its Hebrew-language sister site Local Call, and The Movement for Freedom of Information.
Under the new chief IDF censor who entered the job last year, there has been a dramatic rise in the number of instances in which the Censor contacts publishers with demands to alter or remove items that have already been published — almost double the number of post-publication censorship attempts in years past. At the same time, the new IDF Censor is intervening slightly less in articles submitted to her office for review prior to publication.
Since the start of 2011, the years that saw the most censorship were those in which Israel was engaged in warfare in the Gaza Strip. The highest rates and frequency of censorship took place in 2014, the year of Operation Protective Edge, and the second-highest was 2012, the year of Operation Pillar of Cloud.
Furthermore, the data confirms that the IDF Censor’s office bans the publication of documents and materials from the State Archives, documents that have already approved for publication, and some of which have already been published in the public domain.
The Israeli military censor in Israel draws its authority from emergency regulations put in place during the British Mandate period, many of which have remained on Israel’s law books for upwards of 70 years.
While other countries have formal mechanisms for requesting that journalists refrain from publishing certain information relating to national security, Israel is all but alone among Western democratic states that have a legally binding state censor. Nowhere else must reported materials be submitted for prior review.
Media outlets in Israel, lately expanded to include independent blogs and websites (like +972 Magazine) are required to submit to the IDF Censor for prior review any articles that fall under a broad list of topics relating to national security and foreign relations. The Censor may forbid publication of part or all of the article. That said, the decision of which articles and news items are submitted to the censor for review is made on a case-by-case basis by news organizations and editors themselves. However, once an article has been censored by the military, the journalist is forbidden from revealing what information has been removed, or even to indicate that information has been censored.
Adding to the lack of transparency is the fact that the IDF Censor is technically a part of IDF Intelligence branch. Because of that institutional association, “it is not subject to freedom of information laws,” explains Attorney Nirit Blayer, executive director of the Movement for Freedom of Information. “Nevertheless, the person in charge of freedom of information in the IDF has an approach of publishing anything that can be published.” Therefore, we received the requested information quickly and without much difficulty.

Here is the data:
Between the years 2011 and August of 2016, between 13,000 and 14,000 items were submitted to the IDF Censor for prior review each year. During 2011 and 2013, between 20 and 22 percent of items submitted for review by the IDF Censor were redacted either in part or in full, although in the vast majority only part(s) of the item was blocked for publication.
In 2014 there was a significant spike in the frequency of censorship, most likely explained by the war in Gaza that year. Of the articles submitted for prior review by the censor that year, 26 percent (3,719 articles) were partially or fully blocked for publication (22 percent were partially redaction, 4 percent were fully censored).
In the past two years, however, there has been a slight reduction in the percentage of articles that were redacted or censored. The IDF Censor partially or fully censored 19 percent of items submitted for review prior to publication. From the start of 2016 through August, that number dropped even further to 17 percent — the lowest rate of censorship intervention in the past five-and-a-half years.
The IDF Censor is actually redacting fewer of the articles submitted for review prior to publication in the past year.
The IDF Censor is actually redacting fewer of the articles submitted for review prior to publication in the past year.
However, from the very beginning of her tenure as the current IDF Censor last year, Col. Ariella Ben-Avraham has been expanding the scope of the IDF Censor’s purview, putting an emphasis on Facebook pages and blogs that self-identify as news or media pages. In late 2015, she contacted dozens of such Facebook pages (including +972 Magazine’s) and sent them a military censorship order requiring them to submit relevant materials prior to publication.
It is now apparent that Ben-Avraham’s proactive policies are not limited to demanding the submission of materials. The current IDF Censor has also been actively seeking the removal, in part or in whole (the data we received does not distinguish), of materials that have already been published.
Between 2011 and 2013 the IDF Censor sought the removal of already-published materials, on average, 9, 19 and 16 times per month, and 37 times a month during 2014 (when a war took place). In 2015, a year that saw no wars take place, the IDF Censor contacted publishers on average of 23 times a month with demands to remove content that had already been published. Thus far in 2016 (through August), that number has soared to an average of 37 times a month, the same rate as in wartime, or in other words, nearly two-times more frequently than in 2012.
The frequency of attempts to redact information after it has been published is on the rise.
The frequency of attempts to redact information after it has been published is on the rise.
The censor also revealed that between 2014 and 2016, roughly 9,500 files from the State Archives relating to national security were submitted for review. According to the censor, roughly 0.5 percent of those documents were partially or fully censored. It was not clear how many individual documents were contained in the 9,500 files.
The IDF Censor, in response to our questions, said that it has never approached third-party hosts of news or media (like ISPs or social media platforms) in order to seek the removal of information that was published despite its censorship attempts. However, authorities in Israel use other means of controlling the flow of information and censorship online, even when that information was not published by a person who falls under Israeli jurisdiction, as was reported on +972 earlier this summer.
In that case, like many others, the state used another tool for blocking the publication of information it sought to keep secret — judicial gag orders. Gag orders are issued by judges, often without much deliberation and
The number of gag orders issued by Israeli courts has more than tripled in the past 15 years, according to soon-to-be published research conducted by Noa Landau, editor of Haaretz’s English edition, during a fellowship at the Reuters Institute at Oxford last year. Collecting data from Israeli police, the court system, the Israeli army, and Haaretz, Landau found that in the past five years alone, the number of gag order requests went up by roughly 20 percent.
So while the IDF Censor — with the exception of during wartime — is keeping the use of its powers at levels that remain relatively static, in some ways even reducing the them, Israeli authorities have found a work-around in judicial gag orders.
The one piece of data that is missing from the picture, however, is self-censorship. How often do journalists and editors decide on their own not to investigate, look into or write about sensitive topics because they believe the military censor or a judge will stop them from publishing their story? How many stories simply disappear that way every year? We’ll never know.
Michael Schaeffer Omer-Man contributed to this report. A Hebrew version of this article also appears on Local Call. Read it here.
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Comitato: Oltre 1000 minori palestinesi detenuti da Israele nel 2016 fino ad ora – Zeitun


 
 
 
Comitato: Oltre 1000 minori palestinesi detenuti da Israele nel 2016 fino ad ora TOPICS:Gerusalemmebambini palestinesiMaan newsdetenzione…
zeitun.info



RAMALLAH (Ma’an) —
Sabato il Comitato Palestinese per le questioni dei prigionieri ha detto che oltre 1000 minori palestinesi sono stati imprigionati dalle forze israeliane dall’inizio dell’anno, registrando un incremento rispetto al 2015.
Il Comitato ha dichiarato che almeno 1000 minori palestinesi, di età compresa tra 11 e 18 anni, sono stati imprigionati da Israele dallo scorso gennaio, inclusi circa 70 bambini di Gerusalemme est occupata, che sono stati posti agli arresti domiciliari.
Un avvocato del Comitato, Hilba Masalha, ha citato parecchi casi in cui i minori palestinesi hanno subito abusi e torture durante la detenzione.
Uno dei ragazzi, il diciassettenne Nidal del quartiere Issawiya di Gerusalemme est, è stato arrestato in giugno e tenuto per 20 giorni nel famigerato “Russian compound” [stazione di polizia nell’omonimo quartiere, così chiamato perché ospita una grande chiesa ortodossa, ndt], prima di essere trasferito alla prigione di Megiddo. Secondo Masalha, Nidal ha riferito di essere stato sistematicamente picchiato brutalmente ed anche insultato, mentre si trovava nel “Russian compound”.
Ha citato in particolare un’occasione in cui una decina di guardie carcerarie lo hanno trascinato dalla sua cella in una stanza senza videocamere di sicurezza e lo hanno brutalmente picchiato per un’ora mentre era ammanettato. Una delle guardie, ha detto Nidal, ha preso un secchio dell’immondizia e glielo ha messo sulla testa, mentre il gruppo rideva e lo scherniva.
Pure Ahmad, un sedicenne anch’egli di Issawiya, arrestato in aprile, è stato portato nel “Russian compound”, dove gli hanno ordinato di stare in ginocchio a testa bassa per tre ore. Prima dell’ interrogatorio, un poliziotto ha tagliato con un coltello il cappio usato per ammanettare Ahmad, ferendolo.
Ahmad ha detto che il profondo taglio sulla sua mano non è stato curato durante l’interrogatorio di tre ore da parte di cinque inquirenti israeliani, che gli urlavano contro e lo hanno picchiato diverse volte anche sulla testa, sostenendo che si stava comportando in modo “irritante”.
Masalha ha anche citato il caso del diciassettenne Umran del distretto di Tulkarem in Cisgiordania, arrestato in maggio mentre camminava per strada. Umran sarebbe stato ripetutamente picchiato mentre era detenuto.
I soldati lo hanno portato da un posto all’altro dal pomeriggio alla sera dopo il suo arresto, lo hanno condotto fino al muro di separazione israeliano e là gli hanno scattato fotografie con in mano la sua carta d’identità, tra le risate. Infine al mattino Umran è stato portato in una struttura di sicurezza prima di essere trasferito in una prigione israeliana.
In agosto il Comitato Palestinese per le questioni dei prigionieri ha dichiarato che le forze israeliane avevano arrestato 560 ragazzi a Gerusalemme est occupata dall’inizio del 2016.
Secondo il Comitato le forze israeliane hanno imprigionato 30 ragazzi palestinesi nel mese di agosto, alcuni dei quali tredicenni, ed hanno incassato 65.000 shekels ( circa 15 dollari) di multa dalle loro famiglie, mentre la maggior parte dei detenuti ha detto di essere stato picchiato e torturato durante la detenzione e l’interrogatorio e di essere stati trasportati da un centro di detenzione all’altro.
Negli ultimi mesi le forze israeliane hanno operato un giro di vite nei confronti dei ragazzini a Gerusalemme est, dal momento che le comunità palestinesi nella città occupata hanno incominciato a risentire delle conseguenze della legislazione approvata tra il 2014 e il 2015, che aumenta le pene per chi lancia pietre, consentendo che siano loro comminate condanne a 20 anni nel caso sia provata l’intenzione di ferire, e fino a 10 anni in caso contrario.
L’associazione per i diritti ‘Defense for Children International-Palestina (DCIP)’ ha citato in un rapporto di luglio molti casi di minori palestinesi che hanno ricevuto condanne al carcere per periodi dai 12 ai 39 mesi, con fino a tre anni di libertà vigilata.
I diffusi arresti fanno luce sugli abusi ampiamente documentati di ragazzi palestinesi da parte delle forze israeliane e sulle dure prassi di interrogatorio utilizzate per estorcere confessioni, che sono da tempo oggetto di critica da parte della comunità internazionale.
Secondo il DCIP, i minori di Gerusalemme, benché in teoria abbiano maggiori diritti dei ragazzi palestinesi nella Cisgiordania occupata, che sono soggetti ad un draconiano sistema di detenzione militare, tuttavia “non godono dei diritti che gli spetterebbero” all’interno del sistema giudiziario civile israeliano.
Su 65 casi documentati dal DCIP nel 2015, “più di un terzo dei ragazzi di Gerusalemme è stato arrestato di notte (38,5%), la grande maggioranza (87,7%) è stata legata durante l’arresto e solo un’esigua minoranza di ragazzi (10,8%) ha potuto avere la presenza di un familiare o un avvocato durante l’interrogatorio.”
Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di responsabilizzazione del DCIP, è stato citato nel rapporto con queste parole: “Le modifiche del codice penale e delle linee guida politiche a partire dal 2014 sono discriminatorie e hanno come obbiettivo i palestinesi, specificamente i ragazzi. Israele è firmatario della Convenzione per i Diritti dell’Infanzia e facciamo appello perché rispetti le proprie responsabilità.”
Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, gli interrogatori dei ragazzini palestinesi possono durare fino a 90 giorni, durante i quali, oltre ad essere picchiati e minacciati, sono spesso riportati casi di violenza sessuale e detenzione in isolamento per ottenere confessioni, mentre i verbali delle confessioni che sono costretti a firmare sono in ebraico – lingua che la maggior parte dei minori palestinesi non parla.
Secondo Addameer, fino ad agosto risultavano essere stati detenuti nelle prigioni israeliane 7000 palestinesi, 340 dei quali erano minori.
Traduzione di Cristiana Cavagna

Mahmoud Abbas governa temendo la democrazia

 

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    Omar Karmi The Electronic Intifada22 settembre 2016

    Comunque le si veda, le elezioni municipali per la Cisgiordania occupata e Gaza in programma in ottobre sarebbero state di fatto un referendum sulla leadership di Mahmoud Abbas e, in modo molto minore, su Hamas.

    Forse per questo sono state annullate.

    Sicuramente questa è stata l’impressione data dai partiti rivali, Fatah e Hamas, una volta che l’Alta corte di giustizia palestinese di Ramallah ha stabilito che le elezioni non si potevano tenere a causa di “ostacoli procedurali” a Gaza e con Israele che impedisce di votare a Gerusalemme est.

    Usama al-Qawasmi di Fatah ha accusato Hamas di aver deliberatamente sabotato il voto con “organi giurisdizionali privati” per impedire ai candidati di Fatah di presentarsi a Gaza. Sami Abu Zuhri, un rappresentante di Hamas, ha denunciato una decisione “politicamente motivata”della corte destinata a “venire in aiuto di Fatah”.

    Ovviamente l’Alta corte sostiene strenuamente la propria indipendenza e rigetta la convinzione che le pressioni politiche abbiano influito sulla decisione. Tuttavia la corte non può essere seriamente vista come apolitica, dato che i suoi giudici sono stati nominati dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, una carica che Abbas ha ricoperto dal 2005.

    Oltretutto il ragionamento della corte secondo cui le elezioni non si possono svolgere se non si tengono a Gerusalemme est non aveva impedito la realizzazione delle elezioni municipali nel 2012.

    Dunque almeno qualche considerazione politica probabilmente ha influenzato la sentenza.

    Quindi cos’è successo?

    Le elezioni sono state annunciate in giugno e, inizialmente, sembravano destinate ad essere una riedizione delle elezioni municipali del 2012, che Hamas aveva boicottato. Il voto nel 2012 era limitato alla Cisgiordania – esclusa Gerusalemme est.

    Ma in luglio Hamas ha annunciato che questa volta avrebbe invece partecipato. Dal momento in cui Hamas ha deciso di prendervi parte era chiaro che queste elezioni avrebbero riguardato molto più che l’erogazione di servizi locali.

    Il voto avrebbe dovuto essere la prima contesa elettorale diretta in 10 anni, salvo che nelle università, tra Fatah, al potere nelle principali città della Cisgiordania, e Hamas, che governa all’interno di Gaza. Hamas aveva vinto la precedente tornata elettorale, le elezioni del 2006 per il Consiglio Legislativo palestinese.

    Se le elezioni di quest’anno si fossero tenute, gli elettori avrebbero avuto la possibilità di esprimere il proprio parere sui risultati di entrambi i partiti. E in questo quasi- referendum, Abbas, che guida Fatah, un movimento diviso e scontento, avrebbe avuto molto più da perdere che Hamas, che ha il pieno controllo di Gaza.

    Una sicura vittoria per Hamas?

    Hamas ha giocato le sue carte con prudenza, annunciando che non avrebbe partecipato con proprie liste in Cisgiordania, ma avrebbe comunque appoggiato suoi iscritti o simpatizzanti indipendenti. Se ne sarebbe potuto ricavare scarse indicazioni. Un buon risultato avrebbe suggerito che se la fazione avesse presentato una lista di partito ciò avrebbe dato un risultato anche migliore.

    Secondo Diana Buttu, un’ ex-consulente legale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sarebbe stata una vittoria sicura per Hamas. Sostiene che i timori riguardo i risultati di elezioni locali erano anche un segno che le divisioni interne di Fatah sono al momento una delle principali preoccupazioni di Abbas.

    “Abbas teme la frammentazione di Fatah ed è ossessionato dalla possibilità di aprire la porta a una sfida alla sua leadership da parte di (Mohammed) Dahlan,” sostiene Buttu, riferendosi all’allora capo di Fatah a Gaza che era stato espulso dalla Striscia dopo che nel 2007 membri di Fatah vi tentarono un fallito colpo di stato sostenuto dagli USA contro Hamas.

    Dahlan, che gode dell’appoggio degli Emirati Arabi Uniti e di altri Paesi della regione, è spesso citato come il principale rivale di Abbas e possibile successore, nonostante non viva nei Territori palestinesi da quando è stato espulso da Fatah nel 2011 e la sua base elettorale interna sia principalmente a Gaza.

    Ad accentuare tali problemi, dal 2009 c’è stato uno scarso ricambio tra i ranghi di Fatah e nessuna elezione per l’organo dirigente della fazione, il comitato centrale.

    “Ogni dirigente locale ambizioso di Fatah si è trovato la strada bloccata,” afferma Buttu. ” L’unica possibilità di fare carriera era presentarsi come indipendenti.”

    Tuttavia ciò ha minacciato di replicare le elezioni del 2006, quando una fazione dissidente, al-Mustaqbal (“Il futuro” in arabo), guidata da Marwan Barghouti, in prigione ma molto popolare, e che includeva molti membri importanti di Fatah, si era iscritta per partecipare come lista separata.

    Era stato trovato un compromesso all’ultimo momento, ma le divisioni all’interno di Fatah erano tutte molto evidenti e hanno giocato un ruolo in quello che è diventato un vantaggio per Hamas.

    Stavolta il vantaggio di abbandonare la nave ammiraglia è arrivato in fretta. Il comitato centrale di Fatah aveva avvertito già prima dell’iscrizione finale all’inizio di settembre di quest’anno che chiunque avesse corso come indipendente sarebbe stato espulso dalle liste del partito.

    E un giorno dopo che l’Alta corte ha annullato le elezioni, Abbas ha immediatamente espulso due membri di Fatah ad Hebron, l’ex assessore della giunta comunale Khalid Fahd al-Qawasmi e il vice sindaco del Comune di Hebron, Jawdi Abu Sneineh, che si erano proposti come indipendenti.

    Leadership vacillante

    Questi non sono stati gli unici espulsi. D’altronde, lo scorso anno, Abbas ha rimosso dalle loro cariche molti funzionari, in Fatah, nell’OLP -di cui è anche presidente – o nelle istituzioni dell’ANP.

    Ad agosto sono filtrate notizie che Abbas aveva espulso molti membri del comitato centrale. Ciò era stato preceduto dall’espulsione in aprile del governatore di Nablus Akram Rajoub.

    E lo scorso anno ha estromesso Yasser Abed Rabbo dalla sua posizione di numero due dell’OLP.

    Tale svolta sempre più autocratica è arrivata insieme a sondaggi che mostravano ripetutamente che Abbas era meno popolare del suo avversario di Hamas, Ismail Haniyeh.

    L’ultimo di questi sondaggi – realizzato in giugno dal Centro Palestinese di Politica e Ricerca – indicava che Abbas avrebbe perso in un ballottaggio diretto con Haniyeh, che ha la sua base a Gaza.

    Tuttavia il distacco tra i due uomini si è ridotto lievemente se confrontato con un sondaggio realizzato tre mesi prima. In una competizione tra i due personaggi, il 48% di chi ha risposto ha detto che avrebbe votato per Haniyeh rispetto al 52% nella precedente inchiesta. Circa il 43% ha affermato che avrebbe votato per Abbas, in aumento rispetto al 41% di pochi mesi prima.

    Circa due terzi del campione nel sondaggio di giugno voleva che Abbas desse le dimissioni, mentre la maggioranza considerava l’Autorità Nazionale Palestinese “un peso per il popolo palestinese.” Un totale dell’80% pensava che le istituzioni dell’ANP fossero corrotte.

    Ma il sondaggio di giugno ha anche scoperto che Fatah era leggermente avanti rispetto ad Hamas, e che se Marwan Barghouti fosse stato il leader, Fatah avrebbe vinto un’elezione presidenziale.

    Tuttavia Barghouti rimane in una prigione israeliana. Un anziano Abbas è ancora al potere, aggrappato ad una strategia – se questo è il termine appropriato – di “negoziati, negoziati, negoziati”.

    Questi negoziati non hanno fatto niente per porre fine alla costruzione ed espansione delle colonie israeliane e al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi.

    E Hamas? Le elezioni sarebbero state la prima volta dal 2006 che il movimento islamico avrebbe potuto misurarsi contro Fatah.

    Il periodo in cui Hamas ha governato la Striscia di Gaza assediata è stato sfortunato, con tre gravi attacchi militari israeliani, migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e senza casa, uno dei più alti livelli di disoccupazione al mondo e un allarme dell’ONU che la Striscia costiera potrebbe diventare inabitabile entro il 2020.

    Tuttavia il movimento è ancora in grado di presentare un fronte coeso, una cosa che Fatah non ha saputo fare dalle elezioni del 2006. Hamas ha anche una dimensione regionale per la sua affiliazione alla più ampia “Fratellanza musulmana”, benché osteggiata.

    Fatah è diventata un insieme di singole personalità. E Abbas sembra essere sempre più timoroso che le elezioni possano mettere in evidenza questa situazione.

    Imbarazzanti domande potrebbero anche essere fatte sulla sua legittimità a governare – sono passati 11 anni da quando è stato eletto presidente. Il suo mandato è terminato nel 2009.

    Le elezioni municipali di ottobre avrebbero potuto essere un primo passo per tornare alla “piscina democratica”. Alcune figure di alto livello nell’apparato dell’ANP hanno deciso di non avvicinarsi a questa “piscina” – forse perché hanno temuto di annegare.

    Omar Karmi è un ex corrispondente da Gerusalemme e da Washington del quotidiano “The National”.

    (traduzione di Amedeo Rossi)



    http://zeitun.info/2016/09/27/mahmoud-abbas-governa-temendo-la-democrazia/

    Mahmoud Abbas governa temendo la democrazia

    Teheran, Khamenei stoppa le mire presidenziali di Ahmadinejad: no al terzo mandato


     27/09/2016 - IRAN

    Teheran, Khamenei stoppa le mire presidenziali di Ahmadinejad: no al terzo mandato




    Il grande ayatollah giudica inopportuna una partecipazione del leader ultraconservatore alle presidenziali del 2017. La sua presenza rischia di polarizzare il Paese, un “male” per “tutti”. Negli ultimi mesi Ahmadinejad aveva rilanciato la propria immagine in pubblico. Secondo un fedelissimo obbedirà, suo malgrado, ai dettami della guida suprema; già in passato erano sorti contrasti.
    Teheran (AsiaNews) - Il grande ayatollah Ali Khamenei è contrario a un terzo mandato del leader ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad alla guida dell’Iran. Nei mesi scorsi ambienti vicini alla massima autorità sciita avevano fatto trapelare l’opposizione alla candidatura dell’ex capo di Stato (in carica dal 2005 al 2013) alle elezioni del 29 maggio 2017. Ieri è arrivata anche l’ufficializzazione, per bocca dello stesso Khamenei, durante un discorso tenuto davanti a un gruppo di studenti e fedelissimi.
    Le parole pronunciate dalla massima autorità religiosa della Repubblica islamica sembrano mettere la parola fine sulle ambizioni di Ahmadinejad: “Un uomo [il riferimento, sebbene non venga pronunciato il nome, è proprio all’ex presidente] è venuto a trovarmi. Considerando - ha aggiunto Khamenei - i suoi interessi e quelli del Paese, gli abbiamo detto: ‘Non trovo opportuno che voi partecipiate [al voto]”.
    Per mitigare la clamorosa bocciatura del leader ultraconservatore, che ancora oggi gode di seguito fra le masse rurali e i più poveri, Khamenei ha aggiunto che le sue parole non sono un “ordine” o una “direttiva”, quanto piuttosto un “consiglio”. Una precisazione che serve a salvare la forma, ma certo non la sostanza della sua esternazione.
    “Se voi partecipate - queste le parole del grande ayatollah, riportate sul suo sito ufficiale - il Paese rischia una polarizzazione e questo è un male per tutti”.
    Analisti ed esperti sottolineano che, in questo modo, Ali Khamenei ha voluto bloccare la ridda di voci e le molteplici speculazioni che hanno fatto seguito all’incontro con lo stesso Ahmadinejad e fermare sul nascere la corsa alle presidenziali del prossimo anno.
    Di recente diverse personalità di primo piano dell’ala conservatrice della Repubblica islamica, fra le quali l’ex vice presidente del Parlamento Mohammad-Reza Bahonar, avevano invocato un faccia a faccia fra i due. E non facevano mistero di sperare in uno stop deciso posto dalla massima autorità religiosa alle rinnovate - e per nulla nascoste - velleità di leadership di Ahmadinejad.
    Quest’ultimo negli ultimi mesi aveva moltiplicato incontri e interventi pubblici per rilanciare la propria immagine in diverse province del Paese. Rafforzando così l’opinione di quanti erano pronti a scommettere sul ritorno alla vita politica attiva e in una sua candidatura alle presidenziali.
    La presa di posizione netta - e pubblica - di Khamenei rappresenta una svolta anche per la Repubblica islamica, perché mai prima d’ora la massima autorità religiosa si era opposta alla candidatura di un uomo politico.
    Finora non si registrano prese di posizione ufficiali di Ahmadinejad, anche se sul suo sito ufficiale è apparso un messaggio in cui si ricorda che “secondo [i principi] della rivoluzione [iraniana] lo Stato e il sistema [politico] appartengono al popolo”. Tuttavia, secondo quanto riferisce un fedelissimo (l’ex deputato ultraconservatore Hamid Razayi) egli obbedirà - suo malgrado - ai dettami di Khamenei.
    Del resto la figura dell’ex presidente è ancora oggi fonte di controversie e contrapposizioni: nel 2009 la sua rielezione aveva sollevato imponenti manifestazioni di piazza dell’ala riformista, represse con la violenza. E nel 2011 egli si era ritirato per dieci giorni dalla vita politica attiva, in aperto contrasto con la decisione di Khamenei di mettere il veto al licenziamento di Heydar Moslehi, a capo dell’intelligence.
    L’ultima apparizione pubblica di Ahmadinejad risale al 22 settembre scorso, in occasione di un discorso alla moschea Mahmoudieh di Teheran. Egli gode ancora oggi del sostegno dei Pasdaran e dell’ala conservatrice da sempre contrari all’accordo nucleare con gli Stati Uniti siglato dall’attuale presidente Hassan Rouhani e che non avrebbe sortito effetti positivi per il Paese. Nei mesi scorsi a molti osservatori non è sfuggita la “strana alleanza” fra Stati Uniti e fondamentalisti iraniani nel voler affossare l’accordo sul nucleare. Una mossa mirata a screditare l’operato dell’attuale leadership, rilanciando così un’eventuale candidatura di Ahmadinejad e la conseguente emarginazione (forzata) di Teheran dall’alveo della comunità internazionale.