sabato 10 dicembre 2016

Gideon Levy :Chi ha bisogno di una nuova legge? Israele già espropria sistematicamente la terra palestinese




A new report issued by B’Tselem describes the many ways in which Palestinian land is already being expropriated by Israel without recourse to…
haaretz.com|Di Gideon Levy




Sintesi personale
Decine di pecore si affollavano lungo il pendio. Non hanno nessun posto dove andare . Anche la loro alimentazione non è appropriata , è  costituita da resti di cardi e spine autunnali. Un pastore riferisce che si stanno già mangiando l'una con l'altra: la lana di alcune è stata strappata , esponendo zone nude di pelle. Suo zio ha già venduto la sua mandria e ora solo lui è rimasto, in un modo o nell'altro,: Raduna  le sue pecore sul piccolo pezzo di terra da pascolo che rimane ancora accessibile al suo villaggio, Salem, ad est di Nablus.
Il quadro è simile nel vicino villaggio, Deir al-Hatab. Venti anni fa aveva 10.000 pecore, ma ora a malapena ne rimangono 200. Israele sta soffocando i villaggi di questi pastori e i loro pascoli, e trasferisce le terre al grande insediamento sulla montagna, Elon Moreh, che tempo fa si è ingrandito sui crinali circostanti.
Non c'è nulla di nuovo in questo, ma nel corso degli anni la situazione è peggiorata. Un nuovo rapporto pubblicato questa settimana dall' organizzazione non governativa israeliana B'Tselem descrive i metodi impiegati da Israele. Mentre Israele viene scosso dal disegno di legge per legalizzare gli avamposti in Cisgiordania, in realtà  la questione si riduce a questo: non c'è  bisogno di una legge del genere quando l'espropriazione sistematica dei palestinesi delle loro terre è andata avanti per anni
La mandria  è di proprietà di Majdi e Sharif Shtiyeh, cugini da Salem. Elon Moreh, l'insediamento che ha soffocato il loro villaggio, è uno degli insediamenti più antichi e più affermati. Esso , inoltre, è stato trasferito dalla sua posizione originale, in seguito all'intervento della High Court of Justice,ma  non preoccupatevi: sulla posizione originale di Elon Moreh, un altro insediamento  è sorto: Itamar. L'allora primo ministro Menachem Begin ha continuato a dire: "Quando sarà il mio tempo e mi sarà chiesto  lassù quale buona azione ho eseguito per rendermi degno di entrare in paradiso, io risponderò:. Elon Moreh".
Paradiso o inferno, la buona azione di Begin ha distrutto la qualità della vita dei tre villaggi palestinesi situati nella valle sottostante l'insediamento: Salem, Deir al-Hatab e 'Azmut. I tre villaggi hanno perso migliaia di dunam e la maggior parte del loro spazio vitale.
In tarda mattinata, sul bordo di Salem, un villaggio di circa 7.000 abitanti. I pastori locali sono in piedi sulla strada sterrata che porta  ai loro pascoli. Ma le Forze di Difesa israeliane hanno posto massi e un blocco di cemento in mezzo alla strada sterrata. Le pecore potrebbero facilmente passare tra i massi, ma i pastori hanno paura: sanno che nel momento in cui le loro mandrie  attraverseranno  questo grezzo posto di blocco , per il quale non sono chiari i motivi giuridici , le jeep della IDF   o i veicoli di sicurezza dei coloni  o tutti insieme compariranno all'improvviso  ed i pastori saranno rispediti nella sottile striscia di habitat che Israele ha designato per loro
Il posto di blocco impedisce loro di raggiungere la tangenziale che sale a Elon Moreh, aperta solo ai soldati , ai coloni e ai  loro ospiti. I pastori non sono interessati in realtà ad usare la strada dei coloni. Tutto ciò che vogliono è attraversarla  a piedi  poiché è  l'unica strada che possono prendere per accedere alla terra che appartiene a loro: circa 12.000 dunam (3.000 acri).  Questa terra non è né stata espropriata né confiscata. Nessuna legge l'ha trasferita ad altre mani, apparentemente non è ancora stata rubata . Ai pastori è semplicemente impedito di raggiungerla.
Il rapporto B'Tselem è intitolato "Espellere e sfruttare: La pratica israeliana di subentrare  nella terra rurale palestinese." Delinea i metodi utilizzati per ottenere il controllo sulla terra di proprietà palestinese - un sistema  che non necessita di alcuna legislazione  . Nell'ambito di questo processo, Israele ha esercitato un controllo sulla proprietà rurale palestinese, l'ha frantumata, ha espropriato i residenti e trasferito le loro terre ai coloni.
La storia di Elon Moreh, come appare nella relazione, ne è la prova . Quando l'insediamento è stato fondato nel 1980, lo stato ha espropriato 1.278 dunam . Due anni più tardi le terre ad ovest sono state dichiarate "riserva naturale." Dopo  cinque anni  questa "riserva naturale" è stata dichiarata "terre statali", e dal 1998 un avamposto illegale è sorto lì.
La successiva tragedia che ha colpito i residenti dei tre villaggi è stata la firma degli accordi di Oslo. La maggior parte delle loro riserve di terra, destinate per lo sviluppo futuro, sono state dichiarate  parte dell' Area C,  dove ora è vietato loro di costruire. La fase successiva - finora, l'ultima - è stata la pavimentazione della tangenziale per l'insediamento nel 1996, che ha separato il  paese dalle  sue terre. Con lo scoppio della seconda Intifada ai residenti è stato completamente vietato di circolare sulla strada  e persino di attraversarla a piedi per raggiungere le loro proprietà
Due volte l'anno, in seguito al coordinamento con il Distretto dell' Ufficio di coordinamento israeliano e la brigata regionale, i pastori di Salem sono autorizzati ad entrare nelle loro terre per la raccolta delle olive e per l' aratura, ma non per pascolare le loro greggi. È fatto loro divieto di entrare in quelle terre anche a piedi . La questione ruota intorno a a una presunta questione di sicurezza : ora la strada è distante diversi Km dall 'insediamento - che ha una base dell'IDF di fronte ad esso e  una torre di avvistamento fortificata .
L'avamposto non autorizzato del colono Yitzhak Skali è stato costruito sulle terre perdute. Egli è il flagello dei pastori qui. Si dice che ha 600 pecore e che  conduca il suo gregge nel loro pascolo e nei loro uliveti, così come nel suo .
Ahmed Shtiyeh ha venduto il suo gregge di 80 pecore otto mesi fa, dopo aver constatato che non poteva più portare gli animali ai pascoli. Ora si trova a casa  n attesa di ricevere un permesso per lavorare in Israele. Ha 48 anni ed è padre di sei figli . Dice che non ha i mezzi finanziari per alimentare il gregge con l'alimentazione loro fornita da un ovile. Quando si lamenta con i soldati per il fatto che i pastori del villaggio non sono in grado di raggiungere le loro terre e chiede  l'apposita autorizzazione ,la risposta di solito è negativa
Shtiyeh conduce negoziati per conto del paese. Ci sono stati bravi soldati e comandanti,  ,ora i militari  si sono incattiviti :
 "Non è un peccato che la mandria sia qui e non è sul lato opposto della strada? Le pecore non hanno nulla da mangiare, se non la sabbia ".
Nel frattempo, un camion della società Sano accelera passando sulla strada. diretto  verso Elon Moreh, seguito da  una jeep dell'esercito e  da  una macchina della polizia. La maggior parte del tempo, però, questa strada è deserta. E 'la tragedia degli abitanti del villaggio . Chi ha bisogno della nuova legge? La realtà è già stata regolata qui
Prima che la tangenziale fosse asfaltata, la strada per Elon Moreh passava attraverso il villaggio vicino. Ora .la vecchia strada, piena di buche, è vietata ai  residenti di Deir al-Hatab. Ismail Anis si spinge con noi lungo il cammino proibito , ma più ci avviciniamo a Elon Moreh, più i suoi livelli di ansia aumentano - così  alla fine siamo costretti a fermarci e a tornare indietro .
La fine della strada ha un cancello  di acciaio e  solo i soldati hanno la chiave. Solo loro sono autorizzati a guidare qui. Una strada che attraversa un villaggio e  agli abitanti  è vietato l'uso. Solo in Israele.
Hussein Odeh, un residente di Deir al-Hatab, afferma che il suo paese ha perso la maggior parte delle terre, non a causa di espropri, ma a causa della mancanza di accesso. Egli stesso ha 25 dunam vicino a Elon Moreh che sono impossibili da raggiungere  dal 1985. Il suo amico Ismail possiede 240 dunams ,ma neanche lui  vi può accedere. "Non so quale sia il loro problema ", dice Odeh. "Vivono lì e le nostre terre si trovano ben prima del loro villaggio.  Presto le piogge arriveranno. C'è stato un tempo in cui facevamo escursioni lassù,  ora non è possibile.  C'era il grano,e  ora non c'è più. C' erano pozzi, oar non ci sono più. Nessuno di noi è interessato a toccare Elon Moreh.  A noi basta raggiungere le  nostre terre. A noi basta che le pecore tornino al pascolo.
Cosa importa loro se  la nostra gentevuole raggiungere le sue terre? ", dice Odeh,e la  domanda è lasciata appesa in aria, come se non conoscesse la vera risposta.
Il portavoce dell'IDF ha rilasciato questa dichiarazione in risposta ad una richiesta da Haaretz: "La questione ruota intorno a una strada principale lungo la quale ci sono due passaggi regolamentati che consentono ai residenti di attraversarla in modo sicuro. Alla luce dell'inchiesta del giornalista, le procedure relative sono state chiarite ai soldati. "



e anywhere to go from here. Even their feed is not feed, consisting of leftover thistles and autumn thorns. One shepherd reports that they are already eating one another: the wool of some has been plucked, exposing bare patches of skin. His uncle already sold his herd and now only he is left to carry on, in one way or another, herding his sheep on the tiny piece of grazing land that still remains accessible to his village, Salem, east of Nablus.
The picture is similar in the neighboring village, Deir al-Hatab. Twenty years ago it had 10,000 sheep, but now barely 200 remain. Israel is choking off the villages of these shepherds and their pasture, and transferring the lands to the large settlement up on the mountain, Elon Moreh, which long ago spread onto the nearby ridges.
There is nothing new about this, but over the years the situation has gotten worse. A new report issued this week by the Israeli nongovernmental organization B’Tselem outlines the methods employed by Israel. As Israel is being rocked by the political free-for-all that has accompanied passage of the bill to legalize West Bank outposts, out in the field the question is reduced to this: Who even needs such a law when the systematic disinheritance of the Palestinians from their lands has been going on for years, without any need of a law?
The herd that was crowded onto the slope is owned by Majdi and Sharif Shtiyeh, cousins from Salem. Elon Moreh, the settlement that suffocated their village, is one of the oldest and more established settlements. It, too, was relocated early on from its original location, following the intervention of the High Court of Justice. But no worries: In Elon Moreh’s original location, another settlement eventually arose: Itamar. Then-Prime Minister Menachem Begin went on to say: “When it is my time to stand before the court up on high and I am asked what good deed I performed to make me worthy of entering paradise, I will reply: Elon Moreh.”
Paradise or hell, Begin’s good deed destroyed the quality of life of three Palestinian villages situated in the valley below the settlement: Salem, Deir al-Hatab and ’Azmut. The three villages have lost thousands of dunams and the majority of their living space.
Late morning on the edge of Salem, a village of approximately 7,000 residents. The local shepherds are standing on the dirt road that leads east, to their pasture lands. But the Israel Defense Forces has placed boulders and a concrete block in the middle of the dirt road. The sheep could easily pass between the boulders, but the shepherds are afraid: They know that the moment their herds dare to cross this crude roadblock – for which it is unclear what legal grounds exist, if at all – the jeeps of the IDF, the army that sees everything, will soon appear, or the security vehicles of the settlers, or all of them together, and the shepherds will be sent back to the narrow strip of habitat that Israel has designated for them.
Now, as well, when we suggest that the shepherds should get nearer to the boulder roadblock, they are extremely fearful, taking a few hesitant steps forward with the donkey leading the way, followed by the sheepdog and the sheep. But then they hasten to retreat. One of the shepherds mumbles verses from the Koran to himself, just to be on the safe side.
The roadblock is preventing them from reaching the bypass road that goes up to Elon Moreh. “Madison Route,” as the army calls it, is essentially open only to soldiers, and settlers and their guests. The shepherds aren’t interested in actually using the settlers’ road. All they want is to cross it on foot – since it is the only path they can take to access the land that lies beyond the road, land that belongs to them: about 12,000 dunams (3,000 acres), they estimate. This land has neither been expropriated nor confiscated. No law has transferred it to other hands, and ostensibly it has not even been stolen. The shepherds are simply being prevented from reaching it.
The B’Tselem report is entitled “Expel and Exploit: The Israeli Practice of Taking over Rural Palestinian Land.” It delineates the methods used to gain control over Palestinian-owned land – a system for disinheriting the owners that never waited for legislation and was never in need of it. In the framework of this process, Israel has exercised control over the Palestinian rural expanse, broken it into fragments, dispossessed the residents and transferred their lands to the settlers.
The story of Elon Moreh, as it appears in the report, is one of disinheritance of this style: When it was established in 1980, the state expropriated 1,278 dunams for it. Two years later, the lands to the west were declared a “nature reserve.” It took five more years until this “nature reserve” was declared “state lands,” and since 1998 an illegal outpost has been in place there.
Majdi Shtiyeh's herd, in Salem this week.
Majdi Shtiyeh's herd, in Salem this week.Alex Levac
The next tragedy that befell residents of the three villages was the signing of the Oslo Accords. Most of their land reserves, intended for future development, were declared part of Area C, on which they were now forbidden to build. The next stage – as of now, the last one – was the paving of the bypass road to the settlement in 1996, which created a physical infrastructure for separation of the village and its lands, even if not in a formal sense. With the outbreak of the second intifada, the residents were completely forbidden to travel on the road, and even to cross it on foot. Their lands remained on the far side, as it were, of the mountains of darkness.
Twice a year, following coordination with the Israeli District Coordination Office and the regional brigade, the shepherds of Salem are permitted to enter their lands for the olive harvest and the plowing season, but not for pasturing their herds. They are forbidden to enter those lands. The issue revolves around the supposed danger involved in allowing them to cross the road at a distance of several kilometers from the entrance to the secured settlement – which has an IDF base in front of it, including a fortified watchtower. But no, it is forbidden to cross the road.
The unauthorized outpost of the settler Yitzhak Skali has been built on the lost lands. He is the scourge of the shepherds here. They say that he has 600 sheep, and that he herds his flocks on their pasture and in their olive groves, as well as in his own.
Ahmed Shtiyeh sold his flock of 80 sheep eight months ago, after finding that he could no longer lead them to pasture. Now he sits at home, waiting to receive a permit to work in Israel. He is 48 and a father of six. He says he does not have the financial means to feed the flock with feed provided to them in a pen. When he complains to the soldiers about the village shepherds not being able to reach their lands, and asks that they check into it with the DCO, they usually come back with the answer that the shepherds are permitted to cross the road.
Shtiyeh conducts negotiations on behalf of the village. There have been nice soldiers and commanders, he says. “I remember Shiran from the DCO, and Hassan the Georgian who is a good guy. And also Sha’anan was good,” he recalls. But then, he says, the soldiers are switched, and once again the shepherds are prevented from crossing the road. Shtiyeh tells the new soldiers that the DCO has approved it, and the soldiers say they don’t care about the DCO, and the story goes on and on.
“That’s it, the people have gotten accustomed to stopping here,” says Shtiyeh, standing next to the boulders and the concrete block. Since the establishment of Elon Moreh, his village has seen much tribulation. But since the bypass road was paved, these tribulations have grown worse. “Doesn’t your heart ache?” asks Shtiyeh. “Isn’t it a shame that the herd is here and not on the other side of the road? The sheep have nothing to eat but sand.”
In the meantime, a Sano company truck speeds past on the road, on its way to Elon Moreh, plus an army jeep and a police car. Most of the time, though, this road is desolate. It is the tragedy of the village residents here. Who needs the new law? Reality has already been regulated here.
Lack of access
Before the bypass road was paved, the road to Elon Moreh passed through the neighboring village, Deir al-Hatab. We drive there. The old road, which is now scarred and potholed, is also forbidden for use by residents of Deir al-Hatab. Ismail Anis drives with us on the forbidden road, but the closer we get to Elon Moreh, the more his anxiety levels increase – so much that eventually we are compelled to stop and turn around.
The end of the road has a yellow steel locked gate, to which only the soldiers have the key. Only they are permitted to drive here. A road crossing through a village whose residents are forbidden to use it. Only in Israel.
Hussein Odeh, a resident of Deir al-Hatab, says his village has lost the majority of its lands not due to expropriation, but due to lack of access. He himself has 25 dunams near Elon Moreh that have been impossible to reach since 1985. At issue are not tracts of land situated within the settlement, but in its surroundings – an expansion zone that has no limit.
His friend Ismail owns 240 dunams that he too cannot access. “I don’t know what their problem is,” says Odeh. “They live up there and our lands are situated well before their village. Why don’t they let us go and till our land? Soon the rains will come. There was a time when we would go on excursions up there, and now it is not possible. There are caves up there and we would hike around. There was wheat, and there no longer is. And there were wells, and there no longer are. None of us are interested in touching Elon Moreh. Just let us go back to our lands. And let the sheep go back to pasture.
“You live up there. What do you care if our people are going to their lands?” says Odeh, whose question is left hanging in the air, as if he doesn’t know the real answer.
The IDF Spokesman issued this statement in response to an inquiry from Haaretz: “The issue revolves around a main road along which there are two regulated passages that enable residents to cross in a safe manner. In light of the reporter’s inquiry, the procedures related to the subject have been clarified to the soldiers.”

venerdì 9 dicembre 2016

Avvenire : Donazioni alle colonie': bufera sul genero del tycoon -



E' stato in prima linea durante la campagna elettorale. E, secondo gli analisti, avrà un ruolo di peso nella prossima Amministrazione. Per lui, si è ipotizzato l'incarico di mediatore nel processo di pace in Medio Oriente. Perché - ha detto lo stesso Donald Trump - «potrebbe aiutare a realizzare la pace». Al momento, però, Jared Kushner - marito di Ivanka Trump e genero del presidente eletto - rischia di trasformarsi in un nuovo fattore di attrito. Nonché di imbarazzo per il neo-eletto. Un'inchiesta del Washington Post ha rivelato che la fondazione della famiglia Kushner ha sostenuto finanziariamente gli insediamenti israeliani. Tra il 2011 e il 2013, l'ente ha devoluto 58.500 dollari adiversi progetti sociali nelle colonie ebraiche. Un piccola somma, rispetto ad totale delle donazioni, quasi 8,5 milioni. Trai beneficiari risultano, però, alcuni nomi "scomodi", come l'enclave di Yitzhar e il seminario rabbinico di Bet El, considerati appartenenti all'ala più radicale del movimento dei coloni.

I
Questo spiega la preoccupazione degli israeliani moderati, come il gruppo Truah. Il leader, il rabbino Jill Jacobs, ha definito «problematico» il caso Kushner. O dell'organizzazione J-Street che si è detta allarmata per un possibile cambiamento di linea di Washington nei confronti degli insediamenti. Per Barack Obama questi erano il principale ostacolo alla possibilità di raggiungere la soluzione dei "due popoli, due Stati". Trump, da parte sua, non ha fatto una presa di posizione formale sulla questione. Tuttavia, alcuni consiglieri hanno fatto dichiarazioni "ambigue". Il caso Jared è esploso mentre Gerusalemme ha dato il prima via libera a 4mila nuove costruzioni in Cisgiordania, su terreni privati palestinesi. Una misura fortemente sostenuta dal ministro dell'Istruzione, Naftali Bennet, capo del potente partito della destra religiosa "Focolaio ebraico". Al contempo, il Parlamento ha approvato in lettura preliminare la sanatoria per migliaia di edificazioni realizzate dai coloni nei cosiddetti avamposti, enclave fino ad ora abusive. Uno di questi, in particolare - quello di Amona - aveva scatenato una querelle nazionale. La Corte suprema ne aveva ordinato lo sgombero entro il 25 dicembre. In base alla nuova legge, le case verranno solo spostate di qualche decina di metri.



Primo via libera della Knesset a una proposta di legge che punta a legalizzare 4000 abitazioni in insediamenti ebraici in Cisgiordania. Lunedì 5 hanno votato a favore sessanta parlamentari mentre 49 contro. Numerose le polemiche suscitate dal provvedimento non solo tra le organizzazioni pacifiste, ma anche tra le forze politiche. Il testo — sottolinea la stampa israeliana — è frutto di una lunga mediazione tra il premier Benjamin Netanyahu, leader del conservatore Likud, e il movimento dei coloni rappresentato alla Knesset dal partito Focolaio ebraico di Naftali Bennet, attuale ministro dell'istruzione. Bennet considera il primo via libera al testo «un importante passo verso la legalizzazione degli insediamenti in Cisgiordania».

La questione degli insediamenti è uno dei punti nodali del contenzioso tra israeliani e palestinesi. L'Onu ha dichiarato questi insediamenti illegali. I palestinesi hanno più volte chiesto quale precondizione imprescindibile per l'avvio di qualsiasi trattativa il completo stop di tutte le attività edilizie israeliane. Delle 4000 case che saranno legalizzate, circa 750 sono in avamposti edificati con l'approvazione del governo — secondo i dati dell'organizzazione Peace Now. L'inviato dell'Onu per il processo di pace in Medio oriente, Nikolay Mladenov, ha denunciato che la norma «ha l'obiettivo di proteggere gli insediamenti illegali edificati sulla terra di proprietà dei palestinesi in Cisgiordania». Stando sempre ai dati di Peace Now — l'organizzazione che monitora il fenomeno anno per anno — gli insediamenti sono molto diversi tra loro: alcuni sono periferie urbane, spesso abitate per convenienza economica (la vita è meno cara e il governo offre incentivi ai residenti); altri sono villaggi rurali e di frontiera, in cui vivono soprattutto ebrei ortodossi. Gli insediamenti più importanti sono Modi'in Illit (in Cisgiordania, tra Gerusalemme e Tel Aviv), Maale Adumim (a una decina di chilometri a est di Gerusalemme) e Beitar Illit (a circa dieci chilometri a sud di Gerusalemme): hanno lo status di città e sono abitate da oltre 30.000 persone, principalmente ebrei ortodossi. Ci sono poi gli avamposti illegali, gruppi di case costruiti da gruppi di ebrei ultraortodossi, non riconosciuti dal governo centrale e spesso rimossi.

Trump, un “amico fidato” di Israele

 
 
 
 
09 dic 2016 Le nomine del conservatore David Friedman a consigliere per gli affari americani con lo stato israeliano e del generale James “Mad Dog” Mattis a segretario della difesa, denotano una chiara convergenza politica nei confronti di…
bocchescucite.org
 
 
 

di Stefano Mauro

Roma, 9 dicembre 2016, Nena News – Il 9 novembre 2016, con la vittoria di Donald Trump alle presidenziali negli Stati Uniti, la destra israeliana ha esultato per l’insperato risultato elettorale considerandolo come “l’inizio di un nuovo periodo di alleanza con obiettivi convergenti”.

Si è passati, infatti, dai rapporti tesi avuti con l’amministrazione Obama all’elezione di un “vero amico dello Stato di Israele con il quale poter lavorare insieme per la sicurezza e la stabilità della regione” come annunciato dal primo ministro israeliano Netanyahu. Toni ancora più entusiastici per l’ultranazionalista ministro dell’istruzione, Naftali Bennett, che ha dichiarato:“la vittoria di Trump offre ad Israele la possibilità di rinunciare all’idea della creazione di uno stato palestinese”.

Diverse dichiarazioni elettorali avevano da una parte l’intento di accaparrarsi i voti della potente lobby ebraica americana, ma sono, comunque, sembrate un vero e proprio “endorsement” nei confronti del governo israeliano di Netanyahu e della sua politica coloniale e razzista.

Dopo i proclami pre-elettorali e l’euforia post elettorale si è passati, però, velocemente ai fatti. La nomina di David Friedman, conservatore e, probabilmente, futuro ambasciatore americano in Israele, come consigliere per gli affari americani con lo stato sionista nel nuovo team presidenziale, denota una chiara convergenza politica nei confronti di Tel Aviv.

Personaggio poco conosciuto, il neo consigliere ha da subito manifestato la sua ostilità nei confronti dei palestinesi fino al punto di aver detto di “favorire apertamente l’annessione definitiva della Cisgiordania”. In un’intervista al sito jewishinsider.com Friedman ha confermato che “tra l’amministrazione Trump e Tel Aviv, il livello di cooperazione strategica, militare e tattica raggiungerà livelli mai avuti in precedenza”.

Lo stesso finanziamento nei confronti di Israele “non si limiterà ai “soli” 38 miliardi di dollari in 10 anni – generoso lascito del predecessore Obama – per il MOU (Memorandum of Understanding), ma sarà incrementato ulteriormente”. Maggiori finanziamenti militari giustificati da motivi di sicurezza nei confronti dei principali nemici israeliani nella regione: Iran, Hezbollah ed i partiti palestinesi contrari alla linea politica dell’ANP (Hamas e FPLP). Stessa linea per la nomina a segretario della difesa del generale James “Mad Dog” Mattis che recentemente ha etichettato l’Iran come “la principale minaccia per la regione mediorientale”.

Gli incarichi fatti da Trump per il suo nuovo staff hanno rinvigorito l’azione di contrasto da parte del governo Netanyahu nei confronti dell’accordo sul nucleare siglato dall’amministrazione Obama con l’Iran. L’intesa è stata da sempre osteggiata da Israele, creando numerose frizioni con la precedente amministrazione americana. Vista la nuova linea politica di Trump, invece, il primo ministro israeliano ha recentemente dichiarato alla stampa di voler far cambiare idea sull’intesa con la repubblica iraniana in “qualsiasi maniera”.

Bisogna, però, osservare che l’accordo, raggiunto nel luglio 2015 con l’Iran, è stato siglato da più nazioni coinvolte (il famoso 5+1: USA, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) e che, quindi, sarà difficile “eliminarlo o variarlo” come dichiarato dal ministro degli esteri russo Lavrov. La stessa sintonia di azione riguarda, ancora, il sostegno incondizionato di Trump alla colonizzazione da parte dell’entità sionista in tutta la Cisgiordania. In un’intervista rilasciata al dailymail.com, il neo-presidente ha dichiarato che “Israele deve continuare a costruire delle colonie nella West Bank visto che i palestinesi continuano a lanciare razzi e che non ci sono possibilità per un serio processo di pace”.

Grande preoccupazione da parte dei palestinesi c’è anche per ciò che riguarda le scarse possibilità attribuite da Trump nel portare avanti i colloqui di pace “perché la soluzione dei due stati non funziona”. Grave è la dichiarazioni fatta durante il suo incontro pre-elettorale con il primo ministro Netanyahu a New York, nel quale ha garantito la volontà di “riconoscere Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele”. Affermazioni condannate duramente dal segretario generale dell’OLP, Saeb Erekat, ed etichettate come “frasi che negano il dialogo di pace, il diritto internazionale e le risoluzioni ONU”.

È di questi giorni, infatti, l’approvazione di una proposta di legge che legittima la costruzione di oltre 4mila nuovi insediamenti coloniali su terre palestinesi. La legge, frutto di un accordo politico tra Netanyahu e Bennett, ministro e leader del partito di estrema destra “Focolare Ebraico”, punta ad un’annessione sempre maggiore della Cisgiordania. Questo “è un primo passo verso la sovranità israeliana in Giudea-Samaria (nome ebraico della regione, ndr)” secondo le parole dello stesso ministro. La reazione della sinistra sionista è stata polemica poiché “una simile legge è un suicidio nazionale e punta a togliere qualsiasi speranza alla soluzione di pace per i due stati” come affermato dal leader laburista Herzog.

Fondamentali per la sua elezione, infine, sono stati i legami con l’AIPAC (associazione ebraica americana di sostegno ad Israele) o i suoi contatti con il quotidiano filo-sionista “Algemeiner”. Un legame profondo che arriva fino alla conversione per l’ebraismo ortodosso da parte della figlia Ivanka, moglie di Jarod Kushner, investitore nel settore immobiliare come il suocero. Proprio Kushner, con la sua omonima fondazione, è stato la pedina fondamentale sia per il sostegno da parte dell’establishment israeliano sia, soprattutto, per il business immobiliare legato alla costruzione delle nuove colonie nei territori occupati ed in Cisgiordania. Rapporti, affettivi ed economici, talmente radicati da fargli affermare “noi amiamo Israele, noi combatteremo per Israele al 100% e sarà così per sempre”. Parole che non sembrano pronunciate dal futuro presidente della più potente nazione del mondo, ma piuttosto da un “fidato amico” di Israele. Nena News



http://nena-news.it/trump-un-amico-fidato-di-israele/
 

Israele. «Obietto alla leva per un mondo più giusto»

Ingrid Colanicchia 08/12/2016

 
 
 
Ingrid Colanicchia 08/12/2016 Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 44 del 17/12/2016 Atalya Ben Abba è una ragazza israeliana di 19 anni, nata e cresciuta a Gerusalemme. La sua è una famiglia di sinistra che non le ha mai nascosto nulla…
bocchescucite.org

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 44 del 17/12/2016

Atalya Ben Abba è una ragazza israeliana di 19 anni, nata e cresciuta a Gerusalemme. La sua è una famiglia di sinistra che non le ha mai nascosto nulla circa la storia di Israele e Palestina e in cui di diritti umani si è sempre parlato molto. Agli inizi di febbraio sarà chiamata a dire se è disposta ad assolvere agli obblighi di leva. Dirà di no. Farà obiezione di coscienza e per questo sarà processata e finirà in una prigione militare. Una scelta coraggiosa della quale abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lei in occasione di un incontro organizzato a Roma, il 1° dicembre scorso, da AssopacePalestina, Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Rete della Pace e U.S. Citizens for Peace & Justice.

Raccontaci qualcosa di te.

Ho 19 anni e sono cresciuta a Gerusalemme, in un quartiere – Musrara – che sta tra la zona est, palestinese, e la zona ovest, israeliana. Questo fatto ha influito molto sulla mia vita perché ho potuto vedere coi miei occhi quello che accade su entrambi i “lati”. Molti bambini in Israele crescono non avendo occasione di parlare con i palestinesi neppure una volta e vedendo in loro dei mostri. Sai, noi israeliani siamo spaventati, preoccupati dagli attacchi terroristici. Quando avevo 7 anni l’addetto alle pulizie della mia scuola è morto in un attentato… Ma quando vai dall’altra parte e vedi come vivono i palestinesi… è come vivere un’intera vita in prigione. Nessuno a Gerusalemme ovest lo può neanche lontanamente immaginare.

Pensi che se fossi cresciuta altrove sarebbe stato diverso?

Ci sono persone cresciute a Tel Aviv che hanno fatto la mia stessa scelta, ma per me crescere a Gerusalemme è stato fondamentale. Amo moltissimo la mia città e voglio che sia un posto migliore in cui vivere, per tutti.

Cosa ti ha portato a decidere di rifiutare il servizio militare? È stato un evento specifico?

È stato un insieme di fattori. Credo di aver capito circa due anni fache non sarei entrata nell’esercito. È contro tutto quello in cui credo. Senz’altro ha inciso il fatto che anche mio fratello non ha prestato servizio militare. Ha addotto un disagio psichico. In Israele molti lo fanno. All’inizio pensavo che anche io avrei fatto lo stesso, ma poi ho maturato un’altra idea. Se avessi detto che ero malata, la mia scelta avrebbe riguardato solo me. Dire invece pubblicamente che rifiuto per obiezione di coscienza mette in questione l’intera società. E questo è l’unico modo per produrre un cambiamento. Non puoi cambiare le cose dall’interno. Certo, puoi essere gentile al checkpoint, ma non puoi farlo sparire e la mia battaglia invece è questa: io voglio che si ponga fine all’occupazione. Non “solo” per i palestinesi, ma per i miei stessi connazionali. Nella mia decisione comunque ha giocato un ruolo importante anche Tair Kaminer, una mia coetanea che ha fatto obiezione di coscienza e che ha passato circa 5 mesi in carcere per questa scelta. Ho avuto modo di leggere le sue riflessioni e questo ha avuto un forte impatto su di me.

Sei mai stata in Cisgiordania?

Sì, molte volte. Faccio parte di un gruppo che si chiama Ta’ayush e che svolge molte attività in Cisgiordania, soprattutto nella valle del Giordano, dove interveniamo per aiutare gli abitanti a ricostruire le loro case e i loro villaggi distrutti dall’esercito israeliano, e sulle colline a sud di Hebron, dove perlopiù ci occupiamo di far sì che i coloni israeliani non facciano del male ai palestinesi. Cerchiamo di rendere la loro vita un po’ più sopportabile.

Tu sei impegnata anche in un altro gruppo…

Sì, faccio parte di Mesarvot, la rete di donne che fanno obiezione di coscienza al servizio militare. La scelta che abbiamo fatto è molto difficile e puoi sentirti molto sola. Per questo essere in rete è importante: ci sosteniamo a vicenda e questo ci rende più forti. In questo momento due donne della nostra rete sono in carcere: Tamar Alon e Tamar Ze’evi.

Che tipo di supporto offre questo gruppo?

Oltre all’assistenza legale, ci si aiuta a vicenda ad arrivare preparate al momento in cui si dichiarerà la volontà di non prestare servizio militare. E poi organizziamo momenti di protesta. Quando Tair Kaminer era incarcerata abbiamo fatto tanti sit-in sulla collina di fronte alla prigione militare per farle sentire il nostro sostegno. Quando è uscita ci ha raccontato che il posto da cui si sentiva meglio era il bagno, per cui spesso si metteva lì per poterci ascoltare.

Le ragioni che spingono le donne di Mesarvot a obiettare sono le stesse per tutte?

Di fondo sì, ma le persone sono diverse e dunque sono un po’ diverse anche le ragioni che le spingono a fare le cose. La ragione principale per la quale io ho deciso di fare obiezione di coscienza è che questo è l’unico modo che ho per lasciare un segno. Penso che sia l’unico modo per far sì che il mio Paese esista ed esista in pace. Voglio davvero che le cose cambino in Israele e in Palestina. Voglio un mondo dove tutti siano liberi.

Sei spaventata?

Sì. Ma sono anche piena di speranza perché sento che sto facendo la cosa giusta. In questo modo ho la possibilità di parlare e di essere ascoltata, ho la possibilità di dire alla gente perché sto facendo questa scelta, che dall’altra parte ci sono esseri umani cui stiamo rendendo la vita un inferno. E che, se vogliamo vivere in pace, dobbiamo mettere fine all’occupazione.

L’opinione pubblica come vede gli obiettori di coscienza?

Molto male. Ci chiamano traditori. Per molti è la prima volta che sentono nominare la parola occupazione. A scuola nessuno ci dice niente dell’occupazione, nessuno ti insegna cosa accade.

I tuoi genitori come hanno reagito?

Per loro è stata molto dura.  Hanno paura per me. E pensano che avrei dovuto provare a parlare alle persone stando dentro l’esercito. Ciononostante mi sostengono e mi aiutano.

In Israele come si può superare il muro della propaganda?

I social media aiutano molto. Noi di Ta’ayush filmiamo tutto e mettiamo tutto su Facebook. E poi alcune organizzazioni ti portano in Cisgiordania a vedere coi tuoi occhi. È questo il problema: che molte persone non vedono.

E a te cosa ha scioccato di più in Cisgiordania?

L’impotenza. È come un gioco in cui i coloni hanno tutte le carte e i palestinesi nessuna.

* Foto scattata nel corso dell’assemblea pubblica del 1° dicembre


Israele. «Obietto alla leva per un mondo più giusto»

Fulvio Scaglione : articoli Dicembre


L’ intervista al periodico «Tertio» di cui molto si sta parlando, ha replicato uno strano fenomeno diventato abbastanza comune negli ultimi tre anni: quello di un Papa, Jorge Mario Bergoglio, che tiene una lezione di politica ai politici. Non è la lezione…
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L’ intervista al periodico «Tertio» di cui molto si sta parlando, ha replicato uno strano fenomeno diventato abbastanza comune negli ultimi tre anni: quello di un Papa, Jorge Mario Bergoglio, che tiene una lezione di politica ai politici. Non è la lezione di chi, per usare il gergo dei giovani d’ oggi, vuol fare il fenomeno o mettersi, non richiesto, nei panni degli altri. È che Bergoglio non sa che cosa sia l’ ipocrisia.
In più, ha uno sguardo così ampio, così globale, che alla fine le sue parole suonano spesso come quelle del ragazzino della fiaba che finalmente disse a voce alta il re è nudo. Ieri il Papa ha parlato dell’ Europa e del mondo. All’ Europa ha ricordato le sue nobilissime origini, il no alla guerra che, a ben vedere, fu la grande motivazione dei padri fondatori dell’ unione continentale. Bergoglio li ha citati uno a uno: De Gasperi, Adenauer, Schumann. Per poi paragonarli al poco, quasi nulla, attuale. A quella mancanza di vera leadership che oggi tormenta l’ Unione europea e la lascia in balìa degli interessi di bottega e dei revanscismi nazionali.
Difficile, per non dire impossibile, dargli torto. Basta ricordare quanto è successo, e ancora succede, a proposito di un tema come la gestione dei flussi migratori, che impegna sia le capacità organizzative sia le qualità morali e ideali della comunità continentale: di fatto una giungla, tutti contro tutti, con il massimo sforzo speso non per trovare una soluzione giusta per tutti i Paesi ospitanti e per i migranti da ospitare ma piuttosto per erigere muri e studiare divisioni e ritorsioni. Bergoglio ha sotto gli occhi questa Europa incapace, per il tramite dei suoi leader, di «andare avanti», di alzare lo sguardo dal proprio ombelico (anche elettorale) per puntarlo sul prossimo futuro. Quando dovremo affrontare gli effetti incrociati del crollo demografico interno (tra quattro decenni, se la tendenza resterà invariata, la popolazione dell’ Unione sarà del 20% inferiore) e del boom demografico esterno (più del 30% della popolazione del Medio Oriente ha meno di 30 anni, per dirne una, quando da noi l’ età media supera i 40 anni), diventando nel frattempo sempre più vecchi, sazi e deboli. E quando andranno all’ incasso le cambiali che accendiamo partecipando alle crisi del mondo non per risolverle e pacificarle ma semmai, come il Papa ricorda, per sfruttarle con quella forma indiretta ma micidiale di bellicismo che è la vendita di armi ai migliori compratori, il che spesso significa agli uni e agli altri di coloro che si combattono.
Del mondo, invece, il Papa ha parlato quando ha affrontato il tema del rapporto tra le religioni, le guerre e il terrorismo. Bergoglio ha ribadito la sua ferma convinzione che le religioni non sono strumento di conflitto e di strage ma piuttosto il contrario: sono le prime vittime degli interessi politici ed economici che usano anche la guerra per affermarsi e che hanno bisogno di una bandiera nobile e convincente con cui coprirsi e mascherarsi. Questa bandiera sono appunto le religioni, brandite come un’ arma da minoranze inclini alla violenza in prima luogo sui propri fratelli nella fede. È quanto abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ma che a molti torna utile negare. È più comodo lo schema dello «scontro di civiltà», con i buoni di qua, i cattivi di là e la guerra a impedirci di pensare. E tra le cose su cui dovremmo riflettere, nell’ intervista a «Tertio» il Papa mette anche la fondamentale distinzione tra «laicità» e «laicismo». Meglio uno Stato laico, dice Bergoglio, che uno Stato confessionale perché «gli Stati confessionali finiscono male». Ma laicità non equivale a espellere il trascendente dalla vita dell’ uomo. Quello è il laicismo, che «taglia la persona umana» e le impedisce di esprimersi con pienezza. Sia nel rapporto con la propria personalità sia nella relazione con la personalità altrui. Una delle ragioni, quest’ ultima, e lo aggiungiamo noi, per cui alla fine la nostra politica si trova così a mal partito quando deve gestire i rapporti con culture e tradizioni diverse dalla propria.

Iraq: impennata di morti in ottobre e novembre ma...

Mine, camion bomba, muri, scudi umani: se Mosul è ancora in gran parte in…
linkiesta.it|Di Fulvio Scaglione









Tra le tante alleanze in crisi in Medio Oriente c’è, adesso, anche quella tra Arabia Saudita ed Egitto. Stiamo parlando di una relazione più che consolidata, di una comunanza di interessi sperimentata nei decenni. Quando i sauditi avevano bisogno di mandare armi ai mujaheddin in Afghanistan, era (anche) Hosni Mubarak a provvederle. Furono sempre gli egiziani ad avvertire i sauditi dell’improbabile complotto ordito dal colonnello Gheddafi per eliminare Abdallah, erede al trono ma di fatto allora già investito dei pieni poteri.


L’alleanza si è consolidata quando i generali di Al Sisi si sono incaricati di sovvertire il presidente Morsi e sbandare i Fratelli Musulmani che l’avevano portato al potere al Cairo, facendo un piacere a sè stessi ma anche al regime saudita, storico nemico delle ambizioni politiche della Fratellanza. Il sospirone di sollievo saudita si era tradotto, subito dopo il colpo di Stato dei militari egiziani, in un finanziamento di 12 miliardi di dollari (erogato insieme con gli Emirati Arabi Uniti) che aveva consentito al regime di Al Sisi di prendere l’abbrivio. Per dare un’idea dell’importanza di quei soldi: la somma era quadrupla rispetto all’aiuto offerto all’Egitto da Usa e Unione Europea messi insieme.
L’Egitto, d’altra parte, ha nella memoria storica anche l’esperienza della Repubblica araba unita formata con la Siria. Un tentativo durato poco (1958-1961), ma significativo dei rapporti intensi tra i due Paesi.
E’ stata proprio la Siria, anche se non quella storica ma quella coperta di sangue di Bashar al-Assad e del jihadismo, a mandare in crisi egiziani e sauditi. Emblematiche le dichiarazioni del presidente egiziano Al Sisi: “E’ meglio appoggiare lo sforzo degli eserciti nazionali per assumere il controllo dei territori e garantire la stabilità. E questo vale per gli eserciti nazionali di Siria, Libia e Iraq”. Per i sauditi, fermi sostenitori della teoria che Assad deve andarsene e tenaci finanziatori e armatori di molti gruppi di ribelli siriani più o meno “moderati”, la dichiarazione è stata come una pugnalata.
 A dire il vero, l’Egitto di Al Sisi non ha mai nascosto di preferire, per la guerra, una soluzione politica comprendente Assad che non il rovesciamento delle attuali, anche se disastrate, istituzioni statali siriane. E il ministero degli Esteri siriano non ha mai lesinato il proprio apprezzamento per quella posizione. Soprattutto dopo il voto espresso dall’Egitto all’Onu, a metà ottobre, su due risoluzioni sulla Siria in aperto conflitto: una presentata da Francia e Spagna che chiedeva la dichiarazione di una “no fly zone” su Aleppo, bloccata dal veto russo; l’altra proposta dalla Russia, che chiedeva il ritiro dei miliziani di Al Nusra da Aleppo Est con le mediazione dell’Onu, bloccata dal veto di Regno Unito, Usa e Francia. Ma dietro il contrasto saudo-egiziano, inevitabilmente destinati a complicare la situazione e inasprire gli animi, s’intravvedono i grandi maneggi delle diplomazie, per esempio le mosse russe per avvicinarsi all’Egitto e quelle di Israele per un dopo-Isis e un anti-Iran concordato con i sauditi, e gli sforzi di tutti per posizionarsi in vista della presidenza Trump. Quindi non c’è da stupirsi che volino un po’ di stracci anche tra vecchi amici.
A Ryad non hanno preso bene lo smarcamento di Al Sisi. Anzi, l’hanno preso così male che ai primi di novembre il ministro egiziano del Petrolio, Tariq al-Mulla, ha dovuto mestamente annunciare che, a dispetto di un accordo quinquennale siglato in aprile, l’Arabia Saudita aveva interrotto le forniture di petrolio. Dopo di che sono partite le missioni dei pontieri incaricati di riannodare quei fili che sembravano sul punto di spezzarsi. In particolare quella di Ahmed Aboul Gheit, ex ministro degli Esteri dell’Egitto e attuale segretario della Lega araba, che ha visitato sia Riad sia il Cairo continuando a sottolineare l’importanza dell’unità tra i Paesi arabi.       

La crisi tra Egitto e Arabia Saudita sembra ora congelata. Ma l’elezione di Donald Trump e le notizie che arrivano da Aleppo, con i ribelli costretti all’ultima disperata resistenza, non sembrano fatte per rallegrare la casa reale saudita, che sul crollo del regime di Assad aveva puntato molte delle sue ca



Mentre della liberazione (senza virgolette) di Mosul non si sa più nulla, della «liberazione» (con virgolette) di Aleppo si raccontano, a quanto pare, le fasi decisive. Lo dimostrano le decisioni strategiche prese sull’uno e sull’altro fronte…
ecodibergamo.it

Mentre della liberazione (senza virgolette) di Mosul non si sa più nulla, della «liberazione» (con virgolette) di Aleppo si raccontano, a quanto pare, le fasi decisive. Lo dimostrano le decisioni strategiche prese sull’uno e sull’altro fronte della città siriana. I generali di Bashar al-Assad e i consiglieri militari russi hanno proposto, ai ribelli e ai jihadisti ancora asserragliati nei quartieri Est, la resa e un salvacondotto per raggiungere la provincia di Idlib. I miliziani superstiti, al contrario, si sono radunati sotto un’unica denominazione, Esercito di Aleppo, e un unico comando per organizzare l’ultima resistenza.
Russi e lealisti siriani cercano di affrettare la resa della parte di città che non controllano, ridurre le proprie perdite e sfuggire alla vergogna delle troppe vittime civili. I jihadisti, al contrario, cercano di approfittare ancora della relativa protezione offerta dalla presenza dei civili, al cui sacrificio sono poco sensibili. Gli uni hanno bombardato senza rispetto, gli altri hanno addirittura sparato sui civili in fuga: come tutte le guerre contemporanee, anche questa è combattuta sulla pelle della gente innocente e disarmata. È quanto ci ricorda Papa Francesco quando parla dei «tantissimi volti sofferenti in Siria, in Iraq». La guerra non è un confronto di strategie, a questo punto nemmeno di forze militari. Oggi è strage di popolazioni. Da questo punto di vista il conflitto siriano è la piaga più crudele tra le tante (il Global peace index, elaborato negli Usa, ci dice che da dieci anni il mondo diventa, di anno in anno, più belligerante) aperte nella carne viva del pianeta. Il computo dei morti è incerto, varia secondo le fonti, ma è comunque agghiacciante: 400 mila caduti come minimo, con quasi metà della popolazione sfollata e milioni di siriani fuggiti all’estero.L’aspettativa di vita, in Siria, è crollata da 70 a 55 anni. Il Paese è devastato in tutte le sue strutture vitali. Chi lo controllerà in futuro, dovrà fare i conti con una nazione politicamente frammentata, geograficamente dispersa e spiritualmente divisa da rancori che dureranno in eterno. La situazione sul campo, comprendendo in essa anche lo spirito dell’Isis, che da tempo si ritira ma non dà segno di volersi arrendere, non consente di dare per chiusa la vicenda. È comunque possibile, però, farsi qualche domanda. Nel 2011, quando la crisi siriana era solo agli inizi e, anzi, la si chiamava Primavera, si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Qualcosa che la incanalasse verso uno sbocco come quello di Giordania e Marocco, se non della Tunisia? In fondo i problemi non erano molto diversi: anche in Siria le proteste chiedevano meno corruzione e più democrazia, nulla di rivoluzionario.
Al netto dalle ipotesi non verificabili di complotto (c’è chi ritiene che la rivolta covasse e fosse programmata da tempo), possiamo forse dire due cose. La prima è che Bashar al-Assad troppo in fretta rinunciò a una gestione politica della contestazione, troppo in fretta si fece tentare dal pugno di ferro, perdendo un’occasione per innovare il Paese e insieme offrendo ai suoi nemici l’occasione perfetta per attaccarlo.
Ma non si può parlare della tragedia della Siria senza parlare anche dell’Occidente. Se Usa, Francia e Gran Bretagna si fossero lavati le mani delle faccende siriane, e non avessero di volta in volta aiutato molti gruppi ribelli o incitato i Paesi alleati (le monarchie del Golfo Persico e la Turchia) ad armare e sostenere i jihadisti, che cosa sarebbe successo? Assad avrebbe esercitato la repressione e, con ogni probabilità, la crisi sarebbe stata chiusa in pochi mesi. Sarebbe rimasto in sella quello che molti giudicano un brutale dittatore? Sì. Brutta storia, vero? Certo. Ma non più brutta di quelle che abbiamo visto svolgersi in Egitto (dove la critica ad Al Sisi, almeno da noi, è nata con l’assassinio del povero Giulio Regeni: prima tutti applaudivano il generale che aveva tolto il potere ai Fratelli Musulmani) o in Bahrein, dove persino Barack Obama lodò l’intervento militare saudita contro la locale Primavera. In Siria ci sarebbero stati morti, ma non così tanti. Distruzioni, ma non così massicce. Esuli, ma non a milioni. Quale dei due scenari sarebbe convenuto ai siriani la cui sorte, per lo più a parole, commiseriamo? Questo solo per dire che il realismo, anche nella versione meno nobile che è la ricerca del meno peggio, in politica è una qualità, non un difetto. È quello che per anni ci hanno detto, ignorati quando non sbeffeggiati, i cristiani del Medio Oriente, che di regimi autoritari e relazioni con l’islam fanno esperienza da 14 secoli. Anche a proposito di Aleppo, quando ammonivano che la vittoria della «rivoluzione» sarebbe stata poi sfruttata dagli eredi di Al Qaeda, non dai ribelli moderati. Noi, vittime delle teorie sulla esportazione della democrazia che così gustosi frutti hanno prodotto in Iraq (2003) e in Libia (2011), abbiamo preferito tapparci le orecchie e giocare con le virgolette di cui si diceva all’inizio. Così, di fronte allo stesso nemico, alcuni saranno liberati e altri solo «liberati». Anche se tireranno tutti un sospiro di sollievo.


 
 
 
Un giorno capiremo, forse, com’è nata, e con quali scopi, l’alleanza guerrafondaia che in Europa affianca la sinistra benpensante e benintenzionata alla destra neocon più cinica e disinvolta. Un’alleanza che nel 2003 abbiamo visto in azione…
occhidellaguerra.it|Di Fulvio Scaglione
 
  Un giorno capiremo, forse, com’è nata, e con quali scopi, l’alleanza guerrafondaia che in Europa affianca la sinistra benpensante e benintenzionata alla destra neocon più cinica e disinvolta. Un’alleanza che nel 2003 abbiamo visto in azione nel disastro dell’invasione anglo-americana dell’Iraq, non a caso gestita in coppia dal progressista Tony Blair e dal con-servatore George Bush. Che nel 2011 si è rinnovata nell’altrettanto disastrosa spedizione contro la Libia del colonnello Gheddafi (con il trio Obama-Cameron-Sarkozy). E che oggi si rinnova con le ricorrenti manifestazioni dell’ossessione anti-russa.
Basta notare quant’è successo nel giro di pochi giorni. Prima il Parlamento europeo ha approvato (a scarsa maggioranza, ma l’ha approvato) una delirante risoluzione scritta dall’ex ministro degli Esteri (incredibile ma vero) della Polonia, Anna Elzbieta Fotyga, in cui si mettono l’Isis e la Russia sullo stesso livello come i due nemici principali dell’Europa. Poi è arrivato su Le Monde, tempio della borghesia illuminata, un altrettanto delirante editoriale di Francoise Thom, docente della Sorbona, che se la tira da “russista” ma non teme di scrivere tra l’altro che il Cremlino influenza l’opinione pubblica occidentale con “lo sviluppo di una coscienza apocalittica intorno al mito della fine dell’Occidente, che spinge i popoli ad accettare l’abbandono delle libertà e a desiderare l’avvento del pugno di ferro”.
Infine, il ministro degli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, ci spiega in una fantastica intervista che “la Nato è principalmente un’organizzazione difensiva” che si limita “a respingere l’aggressione” della Russia.
Come si vede, il fritto misto di sinistre e destre è completo. La stessa mistura che ha seminato disastri in tutto il Medio Oriente e adesso si affanna in ogni modo per provocare uno scontro diretto con la Russia. È ovvio che il Cremlino di Vladimir Putin non è il vaso di ogni perfezione, né in casa né fuori. Però proviamo ad analizzare un po’ nello specifico che cosa ci dicono questi signori.
Parlare della Fotyga è inutile. È già un dramma vedere arrivare al voto di Strasburgo una risoluzione del Parlamento europeo come la sua, che invoca la censura sulla stampa e sui media perché il Cremlino usa i suoi per propagandare le proprie ragioni. E questo in nome dei “valori” di un’Europa occidentale che ha mentito sull’Iraq, ha mentito sulla Libia, ha mandato la Nato a “proteggere” il confine della Turchia con la Siria attraverso cui Erdogan faceva arrivare foreign fighters, denaro e armi ai terroristi dell’Isis, e che tuttora mente senza ritegno (e in cambio di denaro) sulle fonti di finanziamento del terrorismo islamico e sugli appoggi di cui gode presso le monarchie del Golfo Persico con cui i Paesi Ue sono in affari.
È più interessante l’articolo della Thom per Le Monde, perché contiene tutta una mentalità. L’insigne docente parte elencando una serie di risultati (“Referendum olandese sull’Accordo di associazione dell’Ucraina, la Brexit, l’elezione di Trump, la vittoria del partito del Centro pro-russo in Estonia, l’elezione del pro-russo Dodon in Moldavia, del pro-russo Rumen Radev in Bulgaria, la vittoria di Fillon alle primarie della destra francese”) per dire che tutto questo è frutto della “paziente strategia di controllo delle elite e delle opinioni pubbliche straniere da parte del Cremlino”. Ora, quanto paranoici bisogna essere per credere che Trump abbia vinto grazie al Cremlino? E quanto fessi bisogna essere per non capire che l’Accordo di associazione dell’Ucraina è stato respinto dagli olandesi perché l’Olanda vive da molti anni un fenomeno xenofobo che si chiama Partito della libertà, che è contrario a tutte le forme di immigrazione e che tutti i sondaggi danno in testa per le elezioni politiche del marzo 2017?
E quanto anti-democratici bisogna essere, sia come intellettuale (la Thom) sia come giornale (Le Monde) per sostenere che tutti i risultati che vanno contro i propri desideri sono frutto di “dossier compromettenti, corruzione, ricatto, promesse di avanzamenti e incarichi di potere, controllo dei media”, cioè le cose che farebbe il Cremlino per favorire quei risultati? Gli olandesi, gli inglesi, gli americani, gli estoni, i moldavi, i bulgari e persino i francesi che hanno silurato Sarkozy e scelto Fillon come candidato della destra sono, secondo questa signora, o corrotti o scemi.
La Thom, ovviamente, parla di assoggettamento dell’Europa ai voleri del Cremlino. E poiché gli intellettuali francesi, quando vogliono rendersi ridicoli, ci riescono benissimo, non si rende conto di replicare le tesi di Alain Minc, politologo, scrittore, manager, ex consigliere di Sarkozy, ex presidente del Consiglio di sorveglianza di Le Monde (ma guarda…) e decorato della Legion d’Onore. Nel 1985 Minc pubblicò un libro (“Europa addio. La sindrome finlandese”, il titolo della traduzione italiana) in cui pronosticava la sottomissione dell’intera Europa all’Urss. Cinque anni dopo, purtroppo per lui, l’Urss non c’era più.
E per finire il caso Boris Johnson. Qui siamo al folklore e stupisce che chi ha deriso tanto a lungo Donald Trump ora prenda così sul serio questo signore. Nell’intervista, Johnson esibisce alcune chicche. Per esempio, “le ripetute provocazioni (della Russia, n.d.r) verso la Nato e i suoi alleati”. È indubbio che la tensione tra Nato e Russia sia oggi ai massimi storici del periodo post-sovietico. E altrettanto indubbio è che la Russia contribuisce per la sua parte. Curioso però che nessuno ricordi gli anni Novanta, lungo periodo in cui la Nato ha fatto ciò che ha voluto in tutta l’ex Europa dell’Est senza incontrare opposizione alcuna, nemmeno verbale. Né ricordi il marzo del 1999, quando il premier russo Primakov era in volo verso Washington per consultazioni con Bill Clinton e, in volo, venne a sapere che gli Usa avevano cominciato a bombardare la Serbia, impresa cui si sarebbe subito aggiunta la Nato. Né menzioni gli “scudi stellari” che, con l’assistenza della Nato, dal 2008 gli Usa hanno piazzato in Polonia e Romania per difendere l’Europa dalla minaccia (non ridete, lo dicono sul serio) per proteggerci dalla minaccia dell’Iran e della Corea del Nord.
Qualcuno può stupirsi se, arrivati all’Ucraina, la Russia ha detto basta? E lo ha detto alla sua maniera? Ma Boris Johnson pensa ad altro. Pensa alla Brexit. Nella stessa intervista sostiene che “il Regno Unito prospererà una volta lasciata la Ue”. E vabbè, convinto lui. Però, aggiunge, “vorremmo che le aziende britanniche avessero la massima libertà di fare affari e operare in un mercato unico”. Comodo, no? Me ne vado ma voglio mantenere tutti i vantaggi di prima. Come un marito che, lasciando la moglie, dicesse: “Non ti reggo più e me ne vado, ma vorrei che tu mi cucinassi ancora la cena e ogni tanto mi ospitassi nel tuo letto”. La sensazione è che questi siano molto più pericolosi, per noi europei, dello stesso Putin.
 


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Onu: Viola il diritto internazionale la legge israeliana sugli insediamenti



L’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra'ad Al Hussein invita i deputati a “riconsiderare” il sostegno alla norma. Essa “danneggia la reputazione” di Israele nel mondo. La Knesset ha approvato in prima lettura con 57 voti favorevoli e 51 contrari. In calendario altre due votazioni prima dell’approvazione finale.

Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) - La legge al vaglio del Parlamento israeliano, che intende legalizzare circa 4mila case dei coloni nei Territori occupati della Cisgiordania, è una “palese violazione” del diritto internazionale. È quanto afferma Zeid Ra'ad Al Hussein, a capo dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, che invita con forza “i deputati israeliani a riconsiderare il loro sostegno alla norma”, che concede il nulla osta “in via retroattiva” alle abitazioni dei coloni “edificate su terre appartenenti a privati palestinesi”.
La nota dell’alto funzionario delle Nazioni Unite segue il voto della Knesset, favorevole all’avanzamento dell’iter legislativo. In prima lettura la legge ha ricevuto 57 voti contro 51. Ma necessita di due ulteriori letture prima dell’approvazione finale. Attivisti e associazioni pro diritti umani israeliane hanno criticato la legge, che metterebbe la parola fine alla nascita di un [futuro] Stato palestinese.
In una nota  Zeid Ra'ad Al Hussein ha chiesto ai membri del Parlamento di “riconsiderare il loro sostegno alla legge” che, in caso di entrata in vigore, avrebbe “conseguenze di ampia portata” e “danneggerebbe in modo serio la reputazione di Israele nel mondo”. Fra i principali sostenitori vi sono il premier Benjamin Netanyahu e il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett.
La norma “viola il diritto internazionale” ha proseguito l’Alto commissario Onu per i diritti umani, perché “permette l’uso di terreni privati dei palestinesi” per lo sviluppo “degli insediamenti, senza il consenso dei proprietari”. “Come potenza occupante - avverte - Israele deve rispettare la proprietà privata dei palestinesi, a prescindere dal fatto che sia previsto o meno un compenso”.
Sul tema degli insediamenti sono intervenuti in questi giorni anche Stati Uniti e Unione europea, secondo cui la continua espansione, occupazione e frammentazione del territorio palestinese “divorano” la possibilità di una soluzione di pace. Insediamenti e avamposti, conclude Zeid Ra'ad Al Hussein, sono “la causa principale di una vasta gamma di violazioni ai diritti umani all’interno della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est”.
Secondo Peace Now nel 2016 l’amministrazione israeliana che controlla i territori della Cisgiordania - in mano ai militari - ha dato il via libera a 2.623 nuovi insediamenti. Fra questi vi sono 756 case abusive e “legalizzate” a posteriori. Ad oggi almeno 570mila cittadini israeliani vivono in oltre 130 insediamenti costruiti da Israele a partire dal 1967, data di inizio dell’occupazione e cresciuti a ritmo esponenziale negli ultimi tempi grazie alla politica espansionista del governo israeliano.
Agli insediamenti si aggiungono anche almeno 97 avamposti, considerati illegali non solo dal diritti internazionale ma dallo stesso governo israeliano.
I colloqui di pace si sono interrotti nel 2014, innescando una escalation di violenze.