domenica 20 agosto 2017

"Cenere e ulivi": grandi scrittori raccontano l'occupazione dei territori palestinesi

 
 
 
"Cenere e ulivi" è il racconto, tra letteratura e impegno civile, dei territori palestinesi occupati nelle testimonianze di grandi autori internazionali...
illibraio.it
 
 

Cenere e ulivi (Rizzoli), antologia curata da Michael Chabon e Ayelet Waldman, è una raccolta di testimonianze di alcuni dei più conosciuti scrittori internazionali, che hanno raggiunto il centro caldo del conflitto israelo-palestinese, Gaza e la Cisgiordania, per raccontare cinquanta anni di occupazione e le esistenze di chi vive all’ombra del muro.

cenere e ulivi




In Cenere e ulivi, gli autori restituiscono la cronaca delle giornate che ciascuno di loro ha trascorso nei territori occupati; un viaggio collettivo, mosso dall’esigenza di sposare letteratura e impegno civile, di dare forma a una materia difficile da raccontare: la guerra di ogni giorno. Una raccolta di testimonianze, per raccontare le esistenze di coloro che vivono affrontando da cinquant’anni l’occupazione.:
le  code interminabili ai checkpoint, le strade bloccate o aperte solo ai coloni, gli arresti e i fermi spesso ingiustificati e senza garanzie, le barriere culturali che segnano la quotidianità dei rapporti. Le loro testimonianze si basano su quello che hanno potuto vedere con i propri occhi e provare in prima persona.
Cenere e ulivi è il risultato di un progetto promosso dall’associazione Breaking the Silence, formata da ex soldati israeliani che dal marzo 2004 hanno scelto di combattere, da civili, in difesa dei diritti del popolo palestinese.
Gli autori che hanno collaborato a Cenere e ulivi sono: Geraldine Brooks, Jacqueline Woodson, Ala Hlehel, Michael Chabon, Madeleine Thien, Rachel Kushner, Raja Shehadeh, Lars Saabye Christenesen, Dave Eggers, Emily Raboteau, Mario Vargas Llosa, Assal Gavron, Taiye Selasi, Colm Tóibín, Eimear McBride, Hari Kunzru, Lorraine Adams, Helon Habila, Eva Menasse, Anita Desai, Porochista Khakpour, Fida Jirys, Arnon Grunberg, Ayelet Waldman, Colum McCann, Maylis de Karangal
 

Chemi Shalev L'abbraccio di Trump a Israele accelera lo scisma ebraico

Chemi Shalev Israel’s Rash Embrace of Trump Accelerates the Jewish Schism


Sintesi personale


L'erosione della solidarietà ebraica americana con Israele non è iniziata con  Donald Trump . L'identificazione della comunità ebraica con Israele ha raggiunto il suo  massimo nella guerra del 67,ma da allora è incominciata la sua discesa. Mentre Israele continuava a godere del sostegno di una stragrande maggioranza degli ebrei americani,le  divisioni sulla pace, sull' 'occupazione, sul pluralismo religioso crescevano costantemente
Trump potrebbe determinare uno scisma, nessun presidente americano nell'era moderna ha suscitato tanta paura e dispiacere nella comunità ebraica americana . Per molti ebrei, Trump è la cosa peggiore che sia accaduta alle  loro vite. La paura, l'ostilità e la ribellione sono così forti che comprendono anche chi sembra sostenerlo . Questo include gli amici ed i sostenitori ebrei di Trump negli Stati Uniti,ma anche  Israele, che lo ha abbracciato.
La reazione tepida di Israele per lo spettacolo neo-nazista di forza e di violenza a Charlottesville è un dato di fatto  ed evidenzia come  Israele  continui a filtrare con Trump nonostante ll'antisemitismo dei suoi sostenitori .  Netanyahu  è  disposto a sacrificare gli ebrei americani in cambio del continuo sostegno alle sue politiche e all'occupazione.. Trump è visto come un autoritario, un ultra-nazionalista che approfitta  delle paure della gente, incita contro i musulmani e gli immigrati ,  disprezza la  democrazia e lo stato di diritto. Netanyahu e i sui ministri  sono sempre più considerati nello stesso modo
Israele è stato vergognosamente reticente  sull'antisemitismo che ha permeato la  campagna elettorale del Presidente americano , sul suo rifiuto  di menzionare gli ebrei come le principali vittime dello sterminio nazista o sul suo recente sforzo di sminuire la marcia razzista di Charlottesville. L' animosità dimostrata da Netanyahu  in Israele verso gli ebrei liberali, cosmopoliti e universalisti  è sorprendentemente simile alla campagna antiebraica di David Duke a Viktor Orban.
La differenziazione tra i ebrei non è mai sembrata più chiara. Da una parte  abbiamo Netanyahu,  la lobby pro-settler,  i sostenitori degli insediamenti ebraici e  israeliani ,ostili a  Obama e ai  musulmani,come Sheldon Adelson iper-falchi e ultranazionalisti  . Dall'altra parte ci sono le colombe israeliane insieme ai liberali ebrei americani, agli ebrei  riformati e   conservatori  e ad  altri Trump-haters. Sembra ormai sempre più difficile  la mediazione tra i due gruppi ..
La volontà di Israele di abbracciare Trump lo aliena da  grandi parti della comunità ebraica americana. Coloro che hanno sostenuto Israele con tutto il cuore cominciano a mettere in discussione se stessi, coloro che avevano avuto dubbi ora hanno emesso il verdetto di colpevolezza .
. Nell'era di Trump la domanda principale  dei suoi critici è quella che Joshua ha posto  quando ha incontrato l'emissario di Dio: Sei tu con noi o con i nostri nemici?  L'appoggio così fermo  e sconsiderato  di Israele con Trump, testimonia per gli  ebrei americani che  si trova: con il loro nemico.

Chemi Shalev Israel’s Rash Embrace of Trump Accelerates the Jewish Schism


The erosion of American Jewish solidarity with Israel didn’t start with Donald Trump. The identification of the Jewish community with the Jewish state reached a zenith in the 1967 Six-Day War and has been going downhill ever since, in spurts and bursts. While Israel continued to enjoy the support of an overwhelming majority of American Jews, divisions about peace, the occupation, religious pluralism and Israel’s increasingly right-wing character grew steadily. When the presidency of Barack Obama pitted his adoring Jewish supporters against a right-wing Jewish establishment and an Israeli prime minister that reviled him, many people thought the rupture couldn’t get worse. But that was before anyone imagined that Trump could be elected president. 
Trump is different. His tenure could be a quantum leap, from strife to schism. Jewish liberals and doves may have detested George Bush and conservatives and right-wingers may have despised Barack Obama, but no U.S. president in the modern era has sparked such widespread fear and loathing in the American Jewish community as Trump. For many Jews, Trump is the worst thing that has happened to America in their lifetimes. Their fear, hostility and revulsion are so strong that they encompass not only Trump but anyone who seems to comfort and support him, to give him aid and succor, to be blind to his awfulness, which seems so obvious to his detractors. That includes Trump’s Jewish friends and supporters in the U.S. as well as the State of Israel, which has embraced him.
Israel’s tepid reaction to the neo-Nazi show of force and violence in Charlottesville is a case in point. It casts Israel as a country that continues to curry favor with Trump despite his flirtation with anti-Semitic scum. It portrays Netanyahu as a leader willing to sacrifice American Jews in exchange for continued support for his policies and for the occupation. It sullies Israel's image, perhaps irrevocably, among the 70 percent of American Jews who preferred Hillary Clinton even before it turned out that Trump would be a worse president than anyone could have imagined.
As if it didn’t have enough excusing and explaining to do, Israel’s support for Trump renders it complicit by association as well. When it comes on top of 50 years of occupation, the Orthodox monopoly in Israel that rejects and humiliates Reform and Conservative Jewry and the deterioration of democratic norms in Israel in recent years, Israel’s identification with Trump proves its guilt beyond a reasonable doubt. The disgust that many Jews are feeling towards Trump is spilling over now into whatever remained of their goodwill towards Israel as well. If Trump is a perpetrator, then Israel is a collaborator. As time goes by, the two will fuse completely.
A left-wing government in Israel might also have steered clear of confronting the U.S. president head on, but its actions could be easily excused as realpolitik. The support shown by Netanyahu and his right-wing coalition, on the other hand, seems to confirm their detractors’ worst accusations and their sympathizers' secret suspicions. Trump is seen as an authoritarian, ultra-nationalist rabble-rouser who preys on people's fears, incites against Muslims and immigrants and is disdainful of democracy and the rule of law. Netanyahu and his cohorts are increasingly seen as the exact same thing. 
Even the suspicion that Trump is an anti-Semite to one degree or another has rubbed off on Netanyahu. Israel has been shamefully reticent to call out Trump on the anti-Semitism that permeated his election campaign, on his Holocaust-denying refusal to mention Jews as the main victims of Nazi extermination or on his recent effort to whitewash the racist neo-Nazi march in Charlottesville. In fact, the animosity shown by Netanyahu along with right-wing and Orthodox Jews in Israel towards liberal, cosmopolitan, universalist Jews - who are perennially funded, it seems, by either George Soros or the New Israel Fund - is strikingly similar to the kind of anti-Jewish bile spouted by Jew-haters around the world, from David Duke to Viktor Orban.
The delineation between the two opposing Jewish camps has never seemed clearer. On one side we have Netanyahu, many of his colleagues, the pro-settler lobby, an unfortunate proportion of Orthodox Jews, supporters of Jewish settlements, Obama-and/or Muslim-hating Israelis along with hyper-hawks and ultranationalists such as Sheldon Adelson. On the other side there are Israeli doves along with American Jewish liberals, Reform and Conservative Jews and other Trump-haters. And increasingly it seems that never the twain shall meet.
Israel’s willingness to embrace Trump above and beyond the call of duty is alienating large chunks of the American Jewish community. Those that supported Israel wholeheartedly are beginning to question themselves, those who had been harboring doubts all along have reached a guilty verdict and those who are sitting on the wall certainly won’t come down in Israel’s favor now or anytime in the future.
Emotions run high in times of conflict. When people fear for their country or for their wellbeing or for the safety of their love ones, there is scant room for moderation and nuance. In the era of Trump, the main question on the minds of his critics is the one Joshua asked when he met God’s emissary: Are you with us or with our enemies? By standing so firmly and so recklessly with Trump, Israel is telling American Jews exactly where it stands: With their enemy.

Fulvio Scaglione: Le radici del nuovo terrorismo europeo. Strage di Barcellona, dove germina questo male

 
 
 
Siamo di fronte, ormai, a un terrorismo compiutamente europeo, nel senso che nasce qui e ha caratteristiche che rispondono alla situazione dei nostri Paesi.
avvenire.it
 
 
Se vogliamo farci un’idea più chiara di quanto è successo a Barcellona, e insieme di quanto negli ultimi anni succede nelle grandi città d’Europa (Parigi, Nizza, Berlino, Londra), dobbiamo dimenticare le rivendicazioni di Daesh. Le residue milizie dal Califfato sono schiacciate in pochi angoli di Siria e Iraq e hanno ben altro a cui pensare. Il terrorismo che ci colpisce, dunque, non è più importato, forse non è più nemmeno ispirato dall’esterno. Siamo di fronte, ormai, a un terrorismo compiutamente europeo, nel senso che nasce qui e ha caratteristiche che rispondono alla situazione dei nostri Paesi. Che agisca nel nome dell’islamismo non cambia nulla: colpisce qui perché qui sta il suo interesse a colpire. Non perché voglia aiutare la causa di qualcuno che combatte in Medio Oriente o in Nord Africa.
È un fenomeno nuovo, di cui ci siamo forse accorti con ritardo. A cui ha fatto da levatrice, però, la serie di accordi economici e politici raggiunta nel 2016 tra la Russia impegnata a soccorrere Bashar al-Assad in Siria e la Turchia ancora scossa dal fallito colpo di Stato. Tra impegni sui gasdotti e sul commercio, Vladimir Putin e Recep Erdogan trovarono l’intesa politica che portò la Turchia a chiudere il confine con la Siria. Cioè a bloccare la via maestra che aveva fin lì portato a Daesh ricambi e rifornimenti. Da quel momento, non a caso, iniziò il declino del califfato e delle sue milizie. Per quanto riguarda noi, chiudere quel confine significò impedire ai volontari europei di raggiungere le truppe jihadiste sui fronti di Siria e Iraq.
Non fu una conseguenza di poco conto: dei circa 70mila foreign fighters che partirono da decine di Paesi diversi per mettersi al servizio di al-Baghdadi, almeno 6-7 mila (secondo le stime più prudenti) erano arrivati dall’Europa, il che vuol dire soprattutto Francia, Regno Unito e Germania. A quelli che non poterono partire dall’Europa si sono aggiunti, negli ultimi tempi, i superstiti e i reduci. Cioè quei foreign fighters europei che sono sopravvissuti alle guerre del Medio Oriente e sono tornati a casa. Uomini allenati all’odio, induriti dalla battaglia, abituati a uccidere, esperti nell’uso delle armi e delle tattiche della guerriglia.
Così, in Europa, oggi abbiamo una certa quantità di persone fanatiche, che un tempo si sarebbero trasformate in militanti e avrebbero magari preso la via del Medio Oriente e adesso invece sono "bloccate" qui. Dove però, a differenza di prima, dispongono di ispiratori e istruttori: i reduci di Daesh, appunto.
Nasce così il nuovo terrorismo europeo. Che infatti allinea una schiera quasi infinite di persone anonime, grigie, quasi sempre sconosciute ai servizi di sicurezza. Molto spesso immigrati in apparenza perfettamente integrati, come coloro che hanno colpito a Londra o a Levallois-Perret alle porte di Parigi. Individui, invece, pieni di frustrazione e rabbia, di colpo pronti a sacrificare la vita altrui e la propria in attentati che sono per loro natura, tra l’altro, pieni di spirito suicida. Che altro si può dire di chi prova a falciare turisti o soldati con un automezzo preso a noleggio?
Sono queste le reclute del nuovo terrorismo europeo. E colpiscono nelle grandi città per due ragioni. Perché far scorrere il sangue nel centro di Parigi o accanto al Parlamento di Londra, sul lungomare di Nizza o sulla rambla di Barcellona affollati di turisti, vuol dire ottenere una risonanza mondiale per i propri gesti. Ma anche perché le metropoli sono il grande stagno in cui nuotano questi alieni contemporanei. Certo, non le strade piene di vetrine o i quartieri dei localini alla moda, ma quei non-luoghi che pure sono altrettanto tipici delle grandi città: le periferie abbandonate, i palazzoni dove si ammassa l’immigrazione più recente, le carceri dove al piccolo delinquente viene fornita una causa e una fede, i centri di raccolta dei fedeli dove la religione è manipolata ad arte. Il nostro Medio Oriente è lì. Il nostro terrorismo anche. È lì che dobbiamo vincere la buona battaglia.
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Anche Barcellona, dunque, con le sue Ramblas così affollate di turisti da provocare l’ira e qualche rappresaglia degli abitanti, è entrata nel mirino del terrorismo. Dopo Parigi, Nizza, Berlino, Londra e altre grandi città europee, il capoluogo della…
ecodibergamo.it
Anche Barcellona, dunque, con le sue Ramblas così affollate di turisti da provocare l’ira e qualche rappresaglia degli abitanti, è entrata nel mirino del terrorismo. Dopo Parigi, Nizza, Berlino, Londra e altre grandi città europee, il capoluogo della Catalogna ama un prezzo altissimo alla furia islamista: tredici morti e decine di feriti, più un membro del commando assassino ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Un altro degli attentatori, secondo le prime notizie, sarebbe agli arresti.
Non è il caso, adesso, di dilungarsi sulle modalità dell’attentato né sui suoi attori. Un’altra volta un veicolo lanciato sulla folla, a Barcellona un furgone preso a noleggio proprio come l’auto con cui, otto giorni fa, si tentò di far strage di un gruppo di soldati nel sobborgo parigino di Levallois-Perret. In Francia un algerino di 37 anni, Hamou B., ignoto all’antiterrorismo. Ieri, in Spagna, l’attenzione si è subito posata su un altro nordafricano, Driss Oukabir.
Ormai lo sappiamo, è questa la forma contemporanea del terrorismo. Converrà invece interrogarsi su due altri aspetti di questo incubo europeo. Il primo è questo: si dovrà forse fare qualche verifica statistica ma la sensazione netta è che gli attacchi di questo genere si siano moltiplicati a partire dal 2016, cioè da quando la Turchia (con il regime di Erdogan scosso dal tentato colpo di Stato), riallacciati i rapporti con la Russia, ha chiuso il confine con la Siria. Da quel momento l’Isis e i diversi gruppi terroristici, privati di una via fondamentale per il ricambio di uomini e mezzi, hanno cominciato a perdere terreno.
La chiusura di quel confine ha impedito agli islamisti europei (autoctoni o immigrati) di muoversi liberamente e li ha costretti a trovare un modo per «combattere» non sugli ormai irraggiungibili fronti siriani ma in casa. Cioè in Europa, da dove tra il 2011 e il 2016 erano partiti per arruolarsi nelle milizie del Califfato almeno 6 mila uomini, secondo le stime più conservative.
Una minaccia enfatizzata da un effetto non troppo collaterale. Il ritorno in patria (che in Europa vuol dire soprattutto Francia, Regno Unito e Germania) dei jihadisti superstiti in fuga dal Medio Oriente. Uomini sperimentati al campo di battaglia, bene addestrati, capaci quindi di contagiare altri il fanatismo dell’ideologo e la freddezza dello stragista.
Se in questo quadro inseriamo le modalità degli attacchi e i profili dei terroristi, ci rendiamo conto che il campo di battaglia ideale del nuovo terrorismo islamista è proprio la grande città. Non per una questione politico-religiosa, perché nelle metropoli europee trionfi la modernità, la parità dei sessi, il consumismo, l’erotismo e le mille altre cose invise a chi vuol riportare l’orologio della storia indietro fino ai primi califfi dopo Maometto. I fanatici sono già molto oltre. Ma semplicemente perché nelle nostre città, dove vivono ormai sette europei su dieci, è assai più facile colpire.
A Barcellona, Berlino, Londra e Nizza per fare una strage è bastato un automezzo, cioè la «cosa» più comune in una metropoli dopo le persone. Il bersaglio è enorme, non lo si può mancare: è la città stessa.
Il terrorismo, oggi, non è solo islamista, è anche urbano. Dunque varrà la pena di ripetere ciò che si è detto e scritto tante volte, è cioè che lo stagno in cui nuotano questi pesci, e cioè gli aspiranti jihadisti delusi, i jihadisti di ritorno e gli squilibrati che questi e quelli possono coinvolgere e sfruttare, sono le grandi e spesso poco controllate periferie, i quartieri poveri o degradati, i palazzi dove si ammassa la prima immigrazione, le carceri dove al piccolo delinquente viene offerta una causa, le moschee improvvisate o fasulle dove pure si raccolgono i fedeli.
Proprio in questi luoghi-non luoghi, che lasciamo ai margini della nostra vita quotidiana, lavora senza far rumore ma intensamente la fabbrica del radicalismo. Ed è lì che, invece di girare lo sguardo, dovremmo puntare tutta la nostra attenzione.
 
 
 
Quello portato dal trentasettenne algerino Hammou B., che ha falciato con l’automobile un gruppo di soldati nel sobborgo parigino di Levallois-Perret, è stato, per la Francia, dal gennaio 2015 a oggi, l’ottavo attacco contro membri delle forze…
ecodibergamo.it
 
Quello portato dal trentasettenne algerino Hammou B., che ha falciato con l’automobile un gruppo di soldati nel sobborgo parigino di Levallois-Perret, è stato, per la Francia, dal gennaio 2015 a oggi, l’ottavo attacco contro membri delle forze nazionali di sicurezza, e il ventiseiesimo atto terroristico. Decine le vittime in un Paese che da quasi tre anni vive in stato di emergenza. Nell’Europa angosciata dal terrorismo islamista, la Francia è indubbiamente il Paese più colpito e proprio per questo ciò che vi accade fa scuola e dev’essere analizzato con attenzione.
In Francia, per esempio, abbiamo imparato a conoscere i cosiddetti «lupi solitari», che poi così solitari non sono mai. Dovremmo ribattezzarli «lupi anonimi», perché il grigiore è la loro suprema caratteristica. Anche Hammoun B. era ignoto all’antiterrorismo, come molti dei suoi compari. Uno tanto qualunque che per ora non si riesce nemmeno a sapere se fosse un cittadino francese (di nuovo: come molti altri terroristi) o un immigrato clandestino. Aveva, altra caratteristica ricorrente, qualche piccolo precedente per reati di poco conto. Erano tipi più o meno come lui, per risalire la serie degli attentati, anche i gemelli Kouachi che compirono la strage nella redazione del Charlie Hebdo. Come lo era il loro complice Koulibaly, l’assassino del supermarket ebraico, che qualche anno prima era stato addirittura segnalato dal proprio datore di lavoro e inserito in un gruppo di giovani che aveva incontrato il presidente Sarkozy.
Gente qualunque, insomma, uscita dalle periferie, insoddisfatta e rabbiosa, decisa a vendicarsi di qualcosa. Ma anche solitaria? Lasciando perdere l’Isis, che rivendicherebbe pure un tamponamento in autostrada, siamo proprio sicuri che dietro i «lupi solitari» non ci sia qualcuno che riempie loro la testa, indica l’obiettivo, suggerisce la tattica, fornisce qualche aiuto? È chiaro che questi squilibrati che s’improvvisano terroristi sono spendibili, sacrificabili. Hammoun B., per investire i soldati a Levallois-Perret e poi tentare la fuga, ha usato un’auto presa a noleggio, quindi dotata di ogni sistema per essere facilmente localizzata. Ma spendibili da chi? Sacrificabili per quale scopo? L’idea di colpire proprio i soldati che prendono parte all’operazione antiterrorismo «Sentinelle», alloggiati in una caserma senza insegne, è stata davvero sua e solo sua?
È quest’ampia zona d’ombra che si estende tra l’atto solitario e il complotto, tra il lupo randagio e il branco organizzato, ciò che più ci spaventa. E che ci pare ancor più terribile nella stagione in cui, per istinto più che per razionale convinzione, tendiamo a credere che tutto abbia tregua, non solo il lavoro. Ovviamente non è così. Né lo sarà finché non riusciremo a puntare una luce più potente su ciò che davvero accade in quel mondo ancora largamente incognito, fatto di periferie, immigrazione, emarginazione, delinquenza e speculazioni pseudo-religiose, che pulsa in tante grandi città d’Europa. E non solo in Francia, dove pure le banlieu, protagoniste nel 2005 di una vera rivolta, innescatasi poi di nuovo a Parigi nel febbraio di quest’anno dopo l’arresto e il pestaggio di un ragazzo da parte della polizia, sono un soggetto sociologico ben identificato e studiato.
È un lavoro cui le forze di sicurezza si dedicano da tempo in tutta Europa e che ci ha evitato guai anche peggiori. Un lavoro, però, che deve diventare priorità sociale. Lasciar crescere mondi paralleli e inesplorati non è democrazia ma imprevidenza.
E non è una buona ricetta per la tranquillità cui tutti i cittadini, anche quelli venuti da altri Paesi, aspirano per sé e per le proprie famiglie.
 
 

Jeff Halper :l'Europa non deve comprare ciò che Israele vende per combattere il terrore



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haaretz.com
Sintesi personale

Ogni volta che si verifica un attacco terroristico come quello della settimana scorsa a Barcellona , i politici di Israele e gli "esperti" della sicurezza in televisione criticano l' Europa . Se solo avessero capito il terrorismo come facciamo noi e adottassero le misure preventive come facciamo noi , dicono, subirebbero  molti  meno attacchi.  A questo proposito sono state infame  le osservazioni del ministro dell'intelligence israeliano Yisrael Katz dopo l'attentato a Bruxelles nel marzo 2016, dove morirono 34 persone.
Piuttosto che trasmettere le sue condoglianze a nome del governo israeliano, rimproverò i belgi  :  . "Se in Belgio continuano a mangiare cioccolato, godono della vita come  liberali e democratici, senza tener conto del fatto che alcuni musulmani stanno  organizzando atti di terrore  non saranno in grado di  sconfiggerli  ".
I belgi reagirono con rabbia e confermarono  la posizione della maggioranza dei governi europei : continueremo ad essere vigili e prenderemo le necessarie precauzioni, ma non intendiamo abbandonare le nostre libertà e la nostra politica per diventare una copia di Israele. Infatti capiscono che il governo di Netanyahu sta vendendo qualcosa di molto più insidioso delle mere precauzioni, delle armi, dei sistemi di sorveglianza e di sicurezza e dei modelli di controllo delle popolazioni che sono il pane e il burro delle esportazioni israeliane. Quello che Israele sta cercando di vendere agli europei ,agli  americani, ai canadesi, agli indiani, ai  messicani, agli australiani e  a chiunque  lo ascolterà  è lo Stato di sicurezza.
Cos'è uno Stato di Sicurezza? Essenzialmente è uno stato che pone la sicurezza al di sopra della democrazia, al rispetto dei diritto e dei diritti umani, che considera "lussi liberali" . Israele si presenta    come modello per i paesi del futuro: " Voi europei e altri non dovreste criticare noi, dicono Katz e Netanyahu, dovresti imitare noi   e guardare ciò che abbiamo fatto. Abbiamo creato una democrazia vibrante dal Mediterraneo al fiume Giordano che fornisce ai suoi cittadini un'economia fiorente e sicurezza personale ,pur essendo  la metà della popolazione di quel paese costituita da terroristi (cioè i palestinesi non cittadini che vivono in enclave isolate del paese) . Se possiamo conseguire ciò, immaginate che cosa possiamo offrire a quelli di voi che sono minacciati da attacchi terroristici?"
Con un brillante cambio di immagine Israele è riuscita a trasformare 50 anni di resistenza palestinese all'occupazione in "terrorismo", trasformando i territori occupati in un laboratorio di contro-insurrezione  e controllo della popolazione,Ha trasformato le tattiche di controllo e i  sistemi di sorveglianza in prodotti commerciabili. Non c'è da stupirsi, come Netanyahu ci ricorda costantemente, "il mondo" ama Israele. Dalla Cina all'Arabia Saudita , dall'India al Messico , dall'Eritrea al Kazakistan , Israele fornisce i mezzi attraverso i quali i regimi repressivi controllano i loro popoli inquieti.
La vasta portata militare di Israele è ben documentata. Si estende a più di 130 paesi con un guadagno di  6,5 miliardi di dollari nelle vendite del  2016 . Meno conosciute ma più corrosive per i  diritti civili sono le esportazioni di sicurezza di Israele. Tre esempi:
1. Israele utilizza le agenzie di sicurezza straniere e le forze di polizia per  attuare lo Stato di sicurezza nei loro paesi. Si scontra  con la non volontà delle democrazie occidentali ad impiegare un  profilo etnico  e razziale, come Israele fa al Ben-Gurion International Airport e in tutto il paese.  Ben-Gurion è sicuramente uno degli aeroporti più sicuri del mondo ,ma il prezzo è costituito da   umiliazioni  e ritardi  . Quando tale metodo si applica alla società però perde tale efficacia e quasi invariabilmente si trasforma in un metodo legalizzato di intimidazione contro le popolazioni che un governo cerca di controllare.
2 . La polizia nazionale israeliana organizza decine di programmi di formazione e di incontri con forze di polizia provenienti da tutto il mondo, ponendo  l'accento non sulle tattiche , ma piuttosto sulla "controinsorgenza interna" e sulla pacificazione delle popolazioni fastidiose. The Georgia International Law Enforcement Exchange Center negli Stati Uniti afferma di aver avuto 24.000 poliziotti americani addestrati dalle controparti israeliane. A differenza di altri paesi occidentali che erigono un muro tra i loro militari che svolgono operazioni all'estero e le loro agenzie di sicurezza nazionali e di polizia incaricate a garantire la sicurezza ,ma anche i diritti civili dei loro cittadini, Israele non ha vincoli interni. L'IDF e la polizia sono  unità connesse  con forze paramilitari , con lo Shin Beit,con  la polizia di frontiera, con il comando Homefront, con Yasam . Così in Israele si perde la distinzione tra i cittadini con i diritti civili e i "sospetti" non cittadini, questa è una distinzione che la polizia israeliana tenta di cancellare anche nei corsi di   formazione con la polizia estera.
3 . Israele è leader mondiale nel garantire città, mega-eventi e zone "non governabili". C'è un legame diretto tra la chiusura dei quartieri palestinesi, i villaggi e i campi profughi e la commercializzazione di tali tattiche alle polizie  locali  per creare "zone di sicurezza"  e "difese perimetrali" intorno ai nuclei finanziari, ai distretti governativi, a  piattaforme petrolifere ,a  depositi di carburante, a centri di conferenze in ambienti "insicuri" del Terzo Mondo, a destinazioni turistiche,a centri commerciali, ad aeroporti e porti marittimi, a siti di mega eventi ,a  percorsi di viaggio dei ricchi. Israele è coinvolta nella costruzione del muro di confine di Trump , soprannominato il "confine Palestina-Messico".
L' 'impresa israeliana Magna BSP, che fornisce sistemi di sorveglianza a Gaza, ha collaborato con le imprese statunitensi per entrare nel lucrativo mercato di "sicurezza delle frontiere" . Privacy International ha esaminato come i governi autocratici del Tajikistan, del Kirghizistan, del Turkmenistan, dell'Uzbekistan e del Kazakistan hanno potuto monitorare gli attivisti dei diritti umani, giornalisti e altri cittadini all'interno e all'esterno dei loro paesi, rivelando i dettagli più intimi della loro vita personale. " Le più grandi impresse ", ha concluso Human Rights Watch, "sono multinazionali con uffici in Israele - NICE Systems e Verint".
Lo  Stato di sicurezza rivendicato da Netanyahu e da   Katz è solo una forma di stato di polizia dove popolo è facilmente manipolato dall'ossessione per la sicurezza. Il modello di Israele è particolarmente invidiato perché funziona.  Il problema è che trasforma  il popolo di un paese in palestinesi senza diritti. Sembra che lo Stato di sicurezza possa conciliarsi con la democrazia - dopo tutto, Israele si vende come "l'unica democrazia in Medio Oriente". Ma solo i pochi privilegiati del mondo godranno delle protezioni democratiche dello Stato di sicurezza, così come gli Ebrei israeliani . Le masse, quelle che resistono alla repressione e all'esclusione del   sistema capitalista, coloro che lottano per una vera democrazia, sono destinate  a essere palestinesi globali. L'israelizzazione dei governi, dei militari e  delle forze di sicurezza significa essere palestinesi per la maggioranza di noi.


Haaretz: Opinion: Europe must not buy what Israel is selling to combat terror




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haaretz.com


Whenever a terrorist attack happens such as the one last week in Barcelona, Israel politicians and security “experts” get on TV to criticize European naïvité. If only they understood terrorism as we do and took the preventive measures we do, they say, they would suffer far less attacks. Most infamous in this regard were the remarks of Israeli Intelligence Minister Yisrael Katz after the Brussels bombing in March 2016, in which 34 people died.
Rather than convey his condolences in the name of the Israeli government, he scolded the Belgians in the most patronizing way possible. “If in Belgium they continue to eat chocolate, enjoy life and parade as great liberals and democrats while not taking account of the fact that some of the Muslims who are there are organizing acts of terror,” he pronounced, “they will not be able to fight against them.”
The Belgians reacted angrily, and asserted the position of most European governments: While we will continue to be vigilant and take the necessary precautions, we are not going to forsake our freedoms and political openness to become copies of Israel. For they understand that Netanyahu’s government is peddling something far more insidious than mere precautions – even more than the weapons, surveillance and security systems and models of population control that is the bread-and-butter of Israeli exports. What Israel is urging onto the Europeans – and Americans, Canadians, Indians, Mexicans, Australians and anyone else who will listen – is nothing less than an entirely new concept of a state, the Security State. 
What is a Security State? Essentially, it is a state that places security above all else, certainly above democracy, due process of law and human rights, all of which it considers “liberal luxuries” in a world awash in terrorism. Israel presents itself, no less, than the model for countries of the future. You Europeans and others should not be criticizing us, say Katz and Netanyahu, you should be imitating us. For look at what we have done. We have created a vibrant democracy from the Mediterranean to the Jordan River that provides its citizens with a flourishing economy and personal security – even though half the population of that country are terrorists (i.e., non-citizen Palestinians living in isolated enclaves of the country). If we can achieve that, imagine what we can offer those of you threatened by terrorist attacks?
In a brilliant shift in imaging, Israel has managed to turn 50 years of Palestinian resistance to occupation into a cottage industry. By labeling it “terrorism,” it has not only delegitimized the Palestinian struggle but has transformed the occupied territories in a laboratory of counterinsurgency and population control, the cutting edges of both foreign wars and domestic repression. It has transformed tactics of control and their accompanying weapons of surveillance systems into marketable products. No wonder, as Netanyahu constantly reminds us, “the world” loves Israel. From China to Saudi Arabia, from India to Mexico, from Eritrea to Kazakhstan, Israel supplies the means by which repressive regimes control their restless peoples. 
Israel’s vast military reach is well-documented. It extends to more than 130 countries and brought in $6.5 billion in sales in 2016. Less known but more corrosive to civil rights are Israel’s security exports. Three examples: 
1. Israel harnesses foreign security agencies and police forces to lobby for Security State practices in their own countries. It scoffs at the unwillingness of Western democracies to employ ethnic and racial profiling, as Israel security and police do at Ben-Gurion International Airport and throughout the country. In specific contexts like airports profiling may indeed be efficient – Ben-Gurion is certainly one of the safest airports in the world – but it comes at the price of humiliating and delaying those targeted. When extended outward into society, however, it loses that effectiveness and almost invariably turns into a legalized method of intimidation against whatever populations a government seeks to control. 
2. The Israeli national police holds dozens of training programs and conferences with police forces from around the world, with an emphasis not on domestic police tactics but rather on “internal counterinsurgency” and the pacification of troublesome populations. The Georgia International Law Enforcement Exchange Center in the U.S. claims to have had 24,000 American police trained by their Israeli counterparts. Unlike other Western countries that erect a wall between their militaries that conduct operations abroad and their domestic security and police agencies charged with ensuring the security but also the civil rights of their citizens, Israel has no such internal constraints. The IDF and the police are one interlocked unit, with paramilitary forces – the Shin Beit, the Border Police, Homefront Command, Yasam and others – further connecting them. Thus in Israel the distinction between citizens with civil rights and non-citizen “suspects” and targets gets lost, and that is a distinction Israeli police try to erase in their training of foreign police as well. 
3. Israel is a world leader in securing cities, mega-events and “non-governable” zones. There is a direct link between its lock-down of Palestinian neighborhoods, villages and refugee camps and the marketing of such tactics to local police to create sanitized “security zones” and “perimeter defenses” around financial cores, government districts, embassies, venues where the G-8 and NATO hold their summits meetings, oil platforms and fuel depots, conference centers in “insecure” Third World settings, tourist destinations, malls, airports and seaports, sites of mega events and the homes and travel routes of the wealthy. So involved is Israel in Trump’s border wall that is nicknamed the “Palestine-Mexico border.”
There the Israeli firm Magna BSP, which provides surveillance systems surrounding Gaza, has partnered with U.S. firms to enter the lucrative “border security” market. NICE Systems, whose technicians are graduates of the DF’s 8200 surveillance unit. Privacy International investigated how the autocratic governments of Tajikistan, Kyrgyzstan, Turkmenistan, Uzbekistan and Kazakhstan managed to monitor human rights activists, journalists and other citizens within and outside their countries, revealing the most intimate details of their personal lives. "The biggest players,” concluded Human Rights Watch, “are multinationals with offices in Israel – NICE Systems and Verint.” 
In its ultimate form the Security State peddled by Netanyahu and Katz is merely a form of police state whose populace is easily manipulated by an obsession with security. Israel’s model is especially invidious because it works; witness the pacification of the Palestinians. That seems like a potent selling point indeed. The problem is that that it turns a country’s own people into Palestinians without rights. It would seem that the Security State can be reconciled with democracy – after all, Israel markets itself as “the only democracy in the Middle East.” But only the world’s privileged few will enjoy the democratic protections of the Security State, as do Israeli Jews. The masses, those who resist repression and exclusion from the capitalist system, those who struggle for genuine democracy, are doomed to be global Palestinians. The Israelization of governments, militaries and security forces means the Palestinianization of most of the rest of us. 
Jeff Halper is an Israeli anthropologist, the head of the Israel Committee Against House Demolitions (ICAHD) and the author of War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification (London, Pluto Books, 2015).

Alberto Negri : articoli sull'Isis, Barcellona , mondo arabo

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Alberto Negri - I nemici dell'Isis sono i "nostri" nemici


Lontano dalle piazze europee attanagliate dall’inquietudine per la minaccia terroristica, una parte del mondo musulmano combatte la “sua” guerra all’Isis. Un conflitto sanguinoso ma anche ambiguo dove si confrontano eserciti, milizie e potenze straniere, in una contrapposizione etnica e settaria che cambia gli assetti del Medio Oriente, non ancora i confini ufficiali. Ma quella che vediamo sulla mappa è ormai una regione virtuale, riflesso su uno specchio deformante di quello che era un decennio fa il Levante arabo.
È paradossale ma lo Stato che in apparenza ne sta uscendo meglio è il più debole di tutti, il Libano, sconvolto negli anni 70-80 da una guerra civile senza quartiere, governato da un artificioso sistema di ripartizione confessionale del potere per tenere insieme 18 comunità religiose e una società frammentata. Un Paese di quattro milioni di abitanti che accoglie un milione di rifugiati siriani. Eppure oggi l’esercito libanese e gli Hezbollah sciiti vanno a caccia di jihadisti: finora lo hanno fatto insieme ma nell’ultima offensiva il governo di Beirut ha tenuto a separare la sua posizione da quella della guerriglia sciita e del regime di Assad. Sono gli americani che dal 2006 hanno fornito al Libano più di 1,5 miliardi in assistenza militare.
Quindi il governo libanese fa finta di non avere bisogno di coordinarsi con gli Hezbollah filo-iraniani mentre gli americani fanno finta di lanciare un’operazione anti-terrorismo senza le milizie sciite sul campo, nemici giurati dei jihadisti sunniti, i più coriacei avversari di Israele e dei sauditi, i maggiori alleati di Washington nella regione. In Libano gli Hezbollah sono una sorta di Stato nello Stato e nel 2006, con la guerra dei 33 giorni contro Israele, hanno toccato l’apice della popolarità anche tra i sunniti, poi precipitata perché le milizie dipendono strettamente dall’Iran e dal regime di Damasco la cui sopravvivenza per Hezbollah è vitale.
Tutto cominciò nella Città del Sole, dove alle colonne e ai cortili maestosi dei templi di Giove e di Bacco i seguaci dell’occulto attribuiscono poteri magici. Fu a Baalbek, l’antica Heliopolis, che nei primi anni ’80 arrivarono, con l’appoggio dei siriani, i primi Pasdaran, le guardie della rivoluzione iraniana. Nella moschea lo sceicco al-Tufeili catturava folle di giovani sciiti con le parole d’ordine di Khomeini e ancora oggi il volto severo dell’Imam Musa Sadr è accoppiato alla foto di Nasrallah. È attraverso la Siria che arrivavano uomini e armi iraniane nella valle della Bekaa, come si è visto molte volte nei conflitti con Israele. Nel 2006 i siriani di Assad accolsero i rifugiati libanesi e le famiglie degli Hezbollah che poi hanno ripagato il regime di Damasco combattendo strenuamente contro i ribelli sunniti nelle montagne del Qalamoun.
È qui, tra la Bekaa e il Qalamoun, che stanno risalendo le truppe libanesi e degli Hezbollah nella caccia ai jihadisti. L’operazione è stata preceduta da un’offensiva militare compiuta proprio dagli Hezbollah che ha costretto i miliziani affiliati ad al-Qaida ad abbandonare la città di Arsal. Toccherà adesso all’esercito libanese attaccare l’Isis. Ma non c’è ancora la carneficina che forse tutti si aspettavano perché in seguito a un accordo con gli Hezbollah e il regime di Assad il fronte Tahrir al-Sham, concorrente di al-Qaida, ha già evacuato 8mila combattenti con i loro familiari nella città siriana del Nord di Idlib, nuova capitale del jihadismo.
Paradossalmente oggi forse l’unico elemento che impedisce una deflagrazione dello scontro frontale tra Washington e Teheran è la presenza dello Stato islamico, nemico tanto dell’Occidente quanto dell’Iran sciita. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
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Alberto Negri - Perché il jihadismo sopravvive alle sconfitte

L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche. Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.
Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al-Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001. Le tracce di al-Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis.
Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa. Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.
Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al-Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione. Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al-Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.
Tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al-Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.
Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.
Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al-Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al-Baghdadi e alla galassia jihadista.
La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo.
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18 agosto alle ore 8:01 ·
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Alberto Negri - Jihadisti di Spagna
L’attentato sulle Ramblas di Barcellona, una delle più celebri arterie metropolitane del mondo, cuore della vita e della movida catalana, è sconvolgente ma non imprevedibile. Soprattutto se - come lascerebbe pensare la rivendicazione subito avanzata dall’Isis - venisse accreditata la matrice jihadista. A parte gli avvertimenti della Cia alle autorità spagnole sulle possibilità di un attentato a Barcellona, la Spagna è da lungo tempo nel mirino.
In Spagna sono stati arrestati 636 jihadisti dopo gli attentati alla stazione di Madrid del marzo 2004, in cui rimasero uccise quasi 200 persone e 2.000 feriti. Al -Qaida e lo Stato Islamico hanno una rete di propaganda diffusa e penetrante con cui hanno reclutato diversi jihadisti per combattere in Siria e in Iraq. Unostudio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 erano collegati allo Stato islamico e 26 ad al-Qaida.
Non bisogna mai dimenticare che cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano su cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica:questo è al-Andalus, nome che gli arabi hanno dato a quei territori di Spagna, Portogallo e Francia occupati dai conquistatori musulmani (conosciuti anche come Mori) dal 711 al 1492. Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam e i più radicali sostengono che la legge islamica dia loro il diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana.
Un concetto che emerge in maniera molto chiara nei materiali di propaganda dell’Isis.«Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al-Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo», si afferma in un video dello Stato islamico. In un opuscolo diffuso dallo Stato islamico si legge che dalla creazione dell’Inquisizione spagnola nel 1478, la Spagna «ha fatto di tutto per distruggere il Corano». Si dice poi che la Spagna ha torturato i musulmani e li ha bruciati vivi. Pertanto, secondo i jihadisti, «la Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra». Il testo esorta esplicitamente i militanti al terrorismo e a «perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati».
Che un attentato fosse nell’aria lo confermano anche i recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania. Uno degli arrestati si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari. Tre dei membri della cellula inoltre sono protagonisti come attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori, che mostra il processo di radicalizzazione di un giovane musulmano in Spagna che decide di andare a combattere in Siria. Ma questo non è stato certo l’unico caso. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem
e alla metro.
La Spagna tra l’altro è considerata dai gruppi jihadisti uno degli alleati degli americani nella lotta al terrorismo: presente in Medio Oriente con le truppe in Iraq e in Libano, gli spagnoli hanno il loro fronte più vulnerabile nel Maghreb per la vicinanza geografica al Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, proprio nel territorio del regno alauita. Le statistiche sono abbastanza esplicite: quasi oltre il 45% di tutti i jihadisti arrestati in Spagna è nato in Marocco, il 39% in Spagna e solo il 15% in altri Paesi. Consapevole della centralità della lotta al terrorismo il governo spagnolo nel 2014 ha persino avviato un’applicazione per smartphone, AlertCops, per coinvolgere i cittadini nella segnalazione alla polizia di sospetti jihadisti. Ma restano tutte le difficoltà dei servizi di sicurezza di prevenire un attacco terroristico da parte di piccole cellule o di “lupi solitari”, come hanno dimostrato gli eventi di Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma. E ora la ferita del terrore insanguina Barcellona, su quella Rambla, lunga più di un chilometro, che collega
Plaça de Catalunya al vecchio porto. Rambla, un nome che deriva proprio dall’arabo e che in queste ore segna un tragico destino.
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