giovedì 19 gennaio 2017

Arik Ascherman : Israele riuscirà a sfrattare un centenario israeliano perché non è ebreo?

Arik Ascherman (*), 16 Gennaio 2017, 11:30 6
I cittadini israeliani Musa Hussein (100 anni),  Amna (98) e Ahmed (74) ricordano tutti quel giorno del 1956, quando Haim Tzuri funzionario della minoranza israeliana, consegnò alla tribù Abu Al Qian la loro nuova casa. Erano stati espulsi dalle loro terre nel deserto del Negev, e si erano spostati più volte. Tzuri promise loro, in nome dello Stato di Israele, sia oralmente che per iscritto, che qui avrebbero potuto ricostruire le loro vite. Ricevettero allora contratti di locazione a lungo termine.

%d7%9e%d7%95%d7%a1%d7%94-%d7%94%d7%95%d7%a1%d7%99%d7%99%d7%9f-%d7%90%d7%91%d7%95-%d7%90%d7%9c-%d7%a7%d7%99%d7%90%d7%9f
Musa Hussein, 100 anni.
Quando ero giovane i miei genitori mi hanno insegnato che le promesse vanno mantenute. Leggiamo nei salmi: “Signore chi abiterà nella tua tenda? E chi dimorerà sulla tua santa montagna? Colui che dà la sua parola e non la ritira”. (15: 4)
Tuttavia, lo Stato di Israele ha ritrattato.
Ordini di sfratto/demolizione per  Musa di 100 anni e altri 30 membri della famiglia entreranno in vigore Lunedì (ndt. Lunedì 16 gennaio) . Ahmed è già stato costretto a lasciare la sua casa. Amna sa che tra poco toccherà a lei.


%d7%90%d7%9e%d7%a0%d7%94-2
Fragile e incapace di alzarsi dal letto senza aiuto, Musa ricorda dettaglio dopo dettaglio dal 1956. Tuttavia, egli diventa agitato e timoroso quando pensa alla sua espulsione imminente. Le sue parole non escono. Anche a me mancano le parole. Qual’è la causa? Quello che posso dire è che  il mio paese non mantiene le sue promesse  e un tizio che compie 100  anni è espulso dalla sua  casa semplicemente perché non è ebreo, e lo Stato ebraico è determinato  a far sì che gli ebrei vivano lì?
%d7%90%d7%97%d7%9e%d7%93-%d7%a2%d7%9c-%d7%99%d7%93-%d7%91%d7%99%d7%aa%d7%95-%d7%94%d7%97%d7%93%d7%a9
Ahmed Abu Al Qian davanti alle baracche di latta, la sua nuova casa.
Ahmed e una trentina di membri della famiglia il mese scorso sono stati costretti con un  “accordo” a spostarsi alla vicina  cittadina beduina di Hura e a demolire le proprie case. In caso contrario, Israele avrebbe demolito le loro case e  addebitate  le spese.
Nonostante tutti i discorsi sul generoso compenso,  ora vivono in baracche di latta con spifferi in un “quartiere” della borgata Hura. All’inizio di quella che potrebbe eventualmente essere una strada adeguata che porta al loro “quartiere”,  ci sono tubi   che spuntano dal terreno forse per futuri allacciamenti a una rete idrica. Anche il compenso di 900 NIS al metro quadrato che era stato promesso alla famiglia  di Ahmed per le  case che hanno lasciato non è arrivato e Ahmed non ci  crede più.
%d7%a4%d7%a0%d7%99%d7%9d-%d7%a9%d7%9c-%d7%90%d7%97%d7%93-%d7%94%d7%91%d7%99%d7%aa%d7%99%d7%9d-%d7%a9%d7%9c-%d7%9e%d7%a9%d7%a4%d7%97%d7%aa%d7%95-%d7%a9%d7%9c-%d7%90%d7%97%d7%9e%d7%93
Interno di una delle camere assegnate a Ahmed per la sua famiglia
Perché? Per quale ragione possibile Musa, Amna, Ahmed e circa altri 400 uomini, donne e bambini devono lasciare le case che erano state loro promesse? I bulldozer  KKL hanno iniziato a lavorare nel mese di agosto 2015 per costruire l’ebraica “Hiran” sulle macerie della non-ebraica “Umm al-Hiran.”
12027777_956051301123295_785574567837989639_n
Cantiere KKL JNF – Keren Kayemeth LeIsrael – Jewish National Fund, per la costruzione della città ebraica di “Hiran” sulle macerie di “Umm al-Hiran” dei non ebrei.
Questo fa parte del  grande piano di sviluppo  Arad. Infatti, mentre la legislazione Begin-Prawer che avrebbe portato alla demolizione di decine di villaggi, il trasferimento di circa 40.000 cittadini non ebrei dalle loro case e massiccia espropriazione è stato congelato nel 2013, molti elementi del piano sono in corso di attuazione, senza alcuna legge in tutto il Negev. (Se il ministro Uri Ariel continua così, ci sarà anche un ritorno alla normativa. Un progetto già esistente.)
I residenti di Umm al-Hiran  con amarezza comparano la loro situazione a quella  di Amona.
Loro hanno vissuto correttamente per 62 anni in una terra all’interno di Israele, in un territorio assegnato loro dallo Stato.
I residenti di Amona hanno costruito  case senza permesso su terreni appartenenti ad altri. La situazione dei residenti di Amona ha suscitato enorme empatia,  dimostrazioni e  proposte  della Knesset. Il governo sta offrendo loro enormi quantità di compensazioni ed è determinato a trasferirli in una posizione accettabile.
Unauthorized outpost of Amona
Poliziotti israeliani si scontrano con coloni ebrei nella avamposto illegale di Amona, 1 ° gennaio 2006. Gli scontri sono scoppiati poco dopo che l’Alta Corte israeliana ha dato il via libera per smantellare una mezza dozzina di case nell’avamposto. (Nati Shohat / Flash90)
Mentre il sistema giudiziario israeliano è stato inequivocabile per quanto riguarda l’attuazione della giustizia nel caso di Amona, è stato incredibilmente equivoco per quanto riguarda Umm al-Hiran. I migliori esperti legali israeliani, i professori Mordechai Kremnitzer e Hanoch Dagan hanno scritto per conto del Democracy Institute di Israele che la Corte suprema israeliana ha dichiarato giuste le richieste di Umm al-Hiran, ma ha rifiutato di intervenire perché “l’appello è arrivato troppo tardi.”
A un certo punto sembrava di essere arrivati a un compromesso poi la soluzione è stata tragicamente chiusa, evidentemente era tutto fumo negli occhi.
I residenti di Umm al-Hiran sarebbero disposti a vivere in Hiran insieme agli ebrei, ma agli ex coloni religiosi accampati nella vicina foresta, finché stanno li, non interessa niente di tutto ciò. Israele afferma che la comunità sarà aperta a tutti, ma tutti sappiamo che possibilità ai non ebrei sarà data attraverso il comitato di accettazione. I residenti sono disposti a parlare di una nuova destinazione che permette loro di continuare a vivere la loro vita, e accordi a livelli elevati sembravano progredire ben fino a quando Israele ha imposto il trasferimento immediatamente a Hura senza accordo o garanzie.
Per qualche strana ragione i residenti di Umm al-Hiran temono che, una volta trasferiti, lo Stato smetterà ogni mediazione. Come potrebbero arrivare a un accordo, come è stato possibile  con un villaggio beduino non riconosciuto nel nord?
16142217_10209939959007722_7338064623431984862_n
Il parlamentare Ayman Odeh colpito alla testa durante gli sgomberi.
Chi se ne frega se i residenti e i loro figli, o anche l’intera comunità beduina del Negev si sentono parte dello Stato? Siamo in grado di utilizzare tutta la potenza dello Stato per ottenere ciò che vogliamo, senza la necessità di un accordo, e senza  concedere nulla. La scorsa settimana il Negev Bedouin Development  e l’Autorità per gli Insediamenti hanno spedito ai  residenti di Umm al-Hiran una lettera dicendo che, nonostante tutto quello che era stato detto durante i vari incontri, non si è arrivati a un  accordo e l’Autorità ha preferito negoziare separatamente con ogni famiglia.
arik-ascherman-medium
Il rabbino Arik Ascherman
Noi ebrei, che abbiamo  conosciuto tante sofferenze, e indicato di non trattare gli altri come siamo stati trattati, “Non opprimerete il non-Ebreo che vive in mezzo a voi, per scoprire l’anima dello straniero, perché siete stati stranieri nel paese d’Egitto. (Esodo 23: 9)
L’antico midrash rabbinico insegna che, quando Dio stava contemplando l’idea di avere pietà degli egiziani, gli angeli ricordarono a Dio quanto avevano sofferto i figli di Israele .
Ho paura che un giorno nella corte celeste, un vecchio centenario di nome Musa Hussein Abu Al Qian, espulso dalla casa di Israele, farà  una testimonianza silenziosa contro di noi. Nessuna  sofferenza passata degli ebrei, senza riferimenti alle ingiustizie degli arabi contro di noi per i quali Musa non è responsabile, e nessun confronto sui maggiori mali commessi in altre parti del mondo, ci saranno di aiuto.
Gli ordini di sfratto / demolizione per  Musa Hussein di cento anni e la sua famiglia entrano in vigore oggi.
Ma non è troppo tardi per fermare questa ingiustizia  se tutti noi facciamo la nostra parte. Siamo in grado di bloccare gli ordini di sfratto/demolizione  e tornare ai negoziati.
E’ancora possibile che nella corte celeste e agli occhi del mondo Musa darà una testimonianza che lo Stato ebraico ha saputo essere responsabile, ricordare il passato del nostro popolo, attualizzare il sogno di uguaglianza presenti nella nostra Dichiarazione di Indipendenza, trovare il modo per risolvere i problemi attraverso un accordo e costruire un futuro comune per tutti gli israeliani.
Ken Yehi Ratzon. Possa essere la volontà di Dio, e la nostra

(*)Arik Ascherman
Il rabbino Arik Ascherman   è un co-fondatore di “Hakel (il campo) – Ebrei e  arabi in difesa dei diritti umani. Rabbi Ascherman è un ricercatore conferenziere, ha ricevuto numerosi premi per il suo lavoro sui diritti umani.

Trad. Invictapalestina.org
Fonte: http://blogs.timesofisrael.com/will-israel-evict-hundred-year-old-israeli-because-he-isnt-jewish/

Doriana Goracci : lettera inviata ai giornali sul terremoto

aetti e Rosanna Tartaglia hanno condiviso il post di Doriana Goracci.
Doriana Goracci
Prima di queste nuove scosse del 18 gennaio, sapevate che la gente era senza luce viveri medicinali aiuti da giorni, per la neve che li stava soffocando e impedendo di uscire partire chiedere aiuto. Prima di queste nuove scosse sapevate la disperazione degli allevatori fossero 20 o 200 capre o 10 o 100 mucche, sapevate che quelle povere bestie, compresi asini e galline, erano esposte alla tormenta mancavano di foraggio, senza ricoveri e stalle, poi anche gli allevatori hanno capito che era in pericolo la loro vita e non sappiamo che fine hanno fatto quei poveri animali. Sapevate che in certe regioni d' Italia l' inverno nevica, anche se il terremoto è arrivato d' estate e poi in autunno, sapevate che dovevate trovare un ricovero, presto. per Umani e per i loro Animali.

 Voi sapevate e siete tornati a dire mai più, non vi lasceremo soli, avete fatto le vostre feste le vostre elezioni le vostre guerre i vostri sprechi i vostri investimenti i vostri affari la vostra informazione. Dal silenzio immacolato della neve non escono grida o pianti ma ricordate che tutto torna anche il passato, ora presente, che non coprirà mai tanta rovinosa corruzione, che non vestirà mai le vostre giustificazioni e mancanze. Un' occasione ancora mancata , per dimostrare di essere vicini al popolo italiano e rispettarlo, amarlo, in qualunque stagione.
Doriana Goracci
Capranica (Vt) 18 gennaio 2017
*lettera inviata ai giornali poco fa.



Occupazione israeliana: da Hebron il grido “rompiamo il muro del silenzio”

l 16 gennaio a Hebron l'incontro del Coordinamento dei vescovi per la Terra Santa (Hlc) con Yehuda Shaul, co-fondatore dell’ong israeliana “Breaking the Silence”, che ha lo scopo di far conoscere ciò che accade nei Territori Occupati, la routine dell’occupazione militare, fatta di abusi, molestie, percosse, arresti arbitrari e umiliazioni ai danni dei palestinesi, anche bambini. Nell'unica città palestinese che nel suo centro ha un insediamento ebraico di poche centinaia di coloni - dunque specchio dell'occupazione israeliana - Shaul ha raccontato la sua esperienza di veterano e spiegato come "rompere il muro del silenzio" sull'occupazione può aiutare la soluzione del conflitto che è tutta nelle mani di palestinesi e israeliani
Ragazzini palestinesi abbattuti, schiaffeggiati, segregati per ore, molestati e intimoriti fino al punto di farsi la pipì addosso. Piccoli ma abbastanza grandi da essere ritenuti “fiancheggiatori dei terroristi”. Adulti picchiati, umiliati, bendati, ammanettati, tirate di capelli, di unghie. E ancora confische di terra, demolizioni di case, arresti arbitrari e blitz notturni. È l’occupazione militare israeliana raccontata, non dalle vittime, ma dagli stessi soldati dell’Idf (Israel defense forces) che hanno svolto il servizio militare nelle zone dei Territori Occupati, di Gaza e di Gerusalemme Est a partire dalla seconda Intifada (2000). Come Yehuda Shaul, co-fondatore e co-direttore, insieme a due suoi commilitoni, Avichai Sharon e Noam Chayut, dell’ong israeliana “Breaking the Silence” (in ebraico Shovrim Shtika).
Oltre 1.100 testimonianze. Dal 2004 l’obiettivo di Shaul e della sua organizzazione è quello di far conoscere ciò che accade nei Territori Occupati, la routine dell’occupazione militare, o peggio “la norma”, di sensibilizzare l’opinione pubblica israeliana sugli abusi che vengono compiuti ai danni dei palestinesi e di dare la possibilità ai soldati, dopo la fine del servizio militare di “raccontare la distanza tra la realtà che si sono trovati ad affrontare e il silenzio che incontrano una volta tornati a casa”. Una realtà che, spiega al Sir Shaul, “difficilmente trova spazio nei media.
Fino ad oggi sono oltre 1.100 gli ex militari, uomini e donne, che hanno testimoniato le loro esperienze nell’esercito sollevando polemiche e un aspro dibattito pubblico.
La maggior parte della società israeliana – sottolinea il veterano di origini nordamericane – non gradisce ciò che facciamo”. Tra le accuse più pesanti quella di delegittimare l’operato delle forze armate. “C’è anche chi ci sostiene come testimoniano le numerosissime conferenze, incontri ed eventi che, come ong, teniamo un po’ ovunque.
Denunciare l’immoralità che sta prendendo piede nel nostro sistema militare non è una sfida facile ma bisogna affrontarla. Ne va del futuro della nostra nazione”.
L’incontro con Hlc. Shaul ha servito nell’Idf come sergente dal 2001 al 2004, in Cisgiordania e Gaza, e oggi si dedica a tempo pieno alla sua Ong. È anche per questo motivo che il 16 gennaio ha guidato il Coordinamento dei vescovi per la Terra Santa (Hlc) a Hebron, l’unica città palestinese che ha nel suo centro un insediamento ebraico di poche centinaia di coloni.
Vescovi Hlc a Hebron (16 gennaio 2017)
Vescovi Hlc a Hebron (16 gennaio 2017)
Per proteggerlo l’esercito israeliano ha posto delle severe restrizioni di movimento a decine di migliaia di palestinesi. Restrizioni che hanno decretato la fine dell’antico centro della città, dei suoi negozi, delle sue strade, con intere famiglie palestinesi costrette ad abbandonare le loro case. Ripercorrendo la storia della città, il co-fondatore di “Breaking the silence” ha fornito i numeri dell’occupazione: in quella che era la zona centrale di Hebron 1.014 appartamenti sono stati abbandonati dai loro occupanti, ben 659 quelli lasciati durante la seconda Intifada. 1.829 negozi (il 77% del totale della zona) sono stati chiusi. Di questi almeno 440 per ordine delle autorità militari israeliane. Non è in discussione il diritto di Israele a esistere e difendersi quanto “l’uso della difesa come attacco che lascia campo aperto a violazioni continue”.

“Anche un solo giorno è troppo”. Il 2017 segna il 50° anniversario dell’occupazione militare israeliana, dopo la Guerra dei Sei giorni (5-10 giugno 1967), della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Un conflitto ancora aperto che nessuno, comunità internazionale in testa, è riuscito a chiudere. Yehuda Shaul a riguardo ha le idee chiare.
“Il futuro di Israele e Palestina è tutto nelle nostre mani.
Se non facciamo nulla non ci sarà nessuna soluzione. Al contrario se faremo qualcosa, credo che l’occupazione potrà finire e con essa il conflitto. Rompere il muro del silenzio è un passo in avanti.
Sono israeliano, non lotto contro i palestinesi ma contro l’occupazione



 
 
Ragazzini palestinesi abbattuti, schiaffeggiati, segregati per ore, molestati e intimoriti fino al punto di farsi la pipì addosso. Piccoli ma abbastanza grandi da…
agensir.it|Di dall'inviato Daniele Rocchi

Shoah, una memoria da applicare al presente



 
 
 
 
 
È qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico. Il poeta lo avrebbe forse descritto così questo pensiero che ritorna e avvicina due realtà in sé molto lontane. E non solo nel tempo. Il fatto è che di fronte alle immagini che vengono dai tg, rispunta…
agensir.it




Ogni tanto una voce si leva: migranti, nuovo olocausto. Voci criticate. A partire dalle stesse comunità ebraiche. Il giudizio verrà dalla storia, ma i nostri occhi sanno quello che hanno visto: uomini implorare cibo, alloggio, aiuto, vita ad altri uomini. Accolti in modo straordinario a volte. Respinti altre. E così, in barba ai ragionamenti, si mescolano le immagini delle file di ieri, di quelle di oggi. Di mani protese dai treni come dai barconi. Di corpi gettati e di corpi riemersi
È qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico. Il poeta lo avrebbe forse descritto così questo pensiero che ritorna e avvicina due realtà in sé molto lontane. E non solo nel tempo.
Il fatto è che di fronte alle immagini che vengono dai tg, rispunta un senso di inadeguatezza estrema, di imbarazzo, di pietà e incredulità insieme. La stessa vergogna che ci colpisce di fronte alle immagini che, settanta anni fa, mostravano uomini e donne in fila sotto la neve. Sono tornati. Non portano il pigiama a righe, stanno avvolti in coperte, unica difesa ai meno venti che incombono, ma non bloccano, la rotta balcanica.
Muri alzati, filo spinato, parole dure: calano come lame di ghiaccio su donne, bambini e ragazzi intirizziti, chini a fare fuochi dentro bidoni, alimentandoli con pezzi di carta e stoppie. Fuochi a cui tendono mani e piedi gelati. L’inverno balcanico non si muove a pietà di fronte alle loro infradito. Non è l’unico.
Anche dall’altro fronte degli arrivi, quello del mare, il flusso non si ferma. Lo scorso fine settimana non sono mancati i barconi affondati. E i morti. Sono stati 362 mila i migranti sbarcati in Europa nel 2016. Settemila gli annegati nel biennio 2014-2015. Dimenticati da noi, cullati dal Mediterraneo. “Mare nostro – scrive Erri De Luca – ti abbiamo seminato di annegati, più di qualunque età delle tempeste”.
Certo, non si fanno paragoni. La storia di oggi non è quella di settanta anni fa. Oggi ci sono persone che partono volontariamente verso mete di speranza e sogni di vita nuova. Ieri erano deportate con la forza, verso la destinazione finale. Oggi abbandonano il loro paese spinte da guerre e carestie. Ieri erano catturate da una un’ideologia di annientamento mirato.
Il pensiero distingue. Ma la mente, quasi a dispetto, associa immagini. Nel cuore si risveglia un orrore che si credeva chiuso nei libri di storia. I barconi stipati non sono del resto meno mortiferi di certi treni del passato.
Sarà che si avvicina il 27 gennaio. Suggestione da calendario? Ogni tanto una voce si leva: migranti, nuovo olocausto. Voci criticate. A partire dalle stesse comunità ebraiche. Il giudizio verrà dalla storia, ma i nostri occhi sanno quello che hanno visto: uomini implorare cibo, alloggio, aiuto, vita ad altri uomini. Accolti in modo straordinario a volte. Respinti altre.
E così, in barba ai ragionamenti, si mescolano le immagini delle file di ieri, di quelle di oggi. Di mani protese dai treni come dai barconi. Di corpi gettati e di corpi riemersi.
Ci inchioda una frase: “Caino, dov’è tuo fratello?”. La domanda di papa Francesco a Lampedusa.
Il 27 gennaio ritorna, con le sue celebrazioni. Serva a ricordare le atrocità di ieri come a non distrarsi dalle crudeltà di oggi. Non sia puro esercizio di memoria, ma monito. Sia un altro “mai più”. Sei milioni di ebrei morti, perché teorizzati inferiori, sono sembrati un obbrobrio tanto orrendo quanto irripetibile. Ma un documento presentato alle Nazioni Unite stima in oltre 45 mila i morti nel Mediterraneo dal 2000 ad oggi. Vi si aggiungono le sofferenze di chi risale a piedi l’Europa, di chi aspetta a Calais, di chi ha conosciuto i campi a Lesbo. Una situazione che il papa ha definito: “La catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda guerra mondiale”.
Storie diverse. Ma non c’è uomo che, ieri come oggi, abbia il diritto di umiliarne a tal punto un altro. E di credersi nel giusto.

Terra Santa: vescovi Hlc, “occupazione militare scandalo cui mai abituarci”




 
 
 
 
 
 
 
(Dall'inviato Sir a Betlemme) L’occupazione che da 50 anni (1967-2017) colpisce la Cisgiordania e Gerusalemme-Est, il blocco di Gaza in atto da 10 anni, “violando la…
agensir.it



Dall’inviato Sir a Betlemme) L’occupazione che da 50 anni (1967-2017) colpisce la Cisgiordania e Gerusalemme-Est, il blocco di Gaza in atto da 10 anni, “violando la dignità umana sia dei palestinesi sia degli israeliani, è uno scandalo cui non dobbiamo mai abituarci”. Lo scrivono i vescovi di Ue, Usa, Canada e Sud Africa (Hlc) nel comunicato finale della loro tradizionale visita di solidarietà in Terra Santa (14-19 gennaio). Quest’anno il pellegrinaggio, cui hanno partecipato 12 vescovi, monsignor Duarte da Cunha, segretario generale del Ccee, e padre Peter-John Pearson, per i presuli del Sud Africa, è svolto tra Gaza (12 e 13 gennaio), Jaffa, Betlemme, Gerusalemme e Hebron e ha avuto tra i temi più approfonditi proprio l’occupazione militare israeliana. “Tantissime persone nella Terra Santa hanno trascorso tutta la loro vita sotto l’occupazione, con la sua segregazione sociale polarizzante, ma ancora professano la speranza e la lotta per la riconciliazione. Ora più che mai, costoro meritano la nostra solidarietà”, si legge nella nota con la quale i vescovi ribadiscono la loro “responsabilità di opporsi alla costruzione degli insediamenti”. Per i vescovi dell’Hlc “questa annessione de facto di terre non solo mina i diritti dei palestinesi in aree come Hebron e Gerusalemme Est, ma, come ha recentemente riconosciuto l’Onu, mette in pericolo anche le possibilità di pace”.
Responsabilità riaffermata anche per “fornire assistenza alla popolazione di Gaza, che continua a vivere in mezzo a una catastrofe umanitaria generata dall’uomo stesso” e aggravata da un “decennio sotto assedio, aggravata da “uno stallo politico causato da una mancanza di buona volontà di tutte le parti in causa”. Sulla scorta delle parole di Papa Francesco, i vescovi incoraggiano “la resistenza non violenta che ha ottenuto grandi cambiamenti in tutto il mondo. Ciò è particolarmente necessario di fronte a ingiustizie quali l’incessante costruzione del muro di separazione in terra palestinese, inclusa la Valle di Cremisan”. Il messaggio finale promuove la soluzione dei due Stati già auspicata dalla Santa Sede e rilancia l’aiuto verso la Chiesa locale, le sue agenzie, i volontari e le ong. “Nelle circostanze più difficili mostrano una grande resilienza e svolgono un lavoro che cambia la vita – recita il testo -. È la nostra fede in Dio che ci dà speranza. È la testimonianza dei cristiani in Terra Santa che abbiamo incontrato, soprattutto quella dei giovani, che ci ispira”. “Nel corso di questo 50° anno di occupazione – conclude la nota – dobbiamo pregare per la libertà di ognuno in Terra Santa e sostenere in modo concreto tutti coloro che lavorano per costruire una pace giusta”.

Striscia di Gaza: la testimonianza del parroco, i cristiani sono decisi a restare nella loro terra |

 
 
 
Quando si varca il grande portone di ferro della parrocchia latina della Sacra Famiglia, a Gaza, è facile pensare al passo evangelico del capitolo 12 di Luca…
agensir.it|Di dall'inviato Daniele Rocchi
 
 
Dai 2.000 di 4 anni fa ai poco più di 1.000 di oggi, su 2 milioni di abitanti. I cristiani di Gaza, tra loro solo 135 cattolici, per quanto discriminati come minoranza, sono comunque decisi a restare nella loro terra. A raccontare le difficoltà e la fede di questo "piccolo gregge" ai vescovi del Coordinamento per la Terra Santa (Hlc), è il parroco latino della Striscia, il missionario brasiliano padre Mario Da Silva
Padre Mario Da Silva, parroco della parrocchia latina della Sacra Famiglia, Gaza
Quando si varca il grande portone di ferro della parrocchia latina della Sacra Famiglia, a Gaza, è facile pensare al passo evangelico del capitolo 12 di Luca dove si legge: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno… Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli”. E che sia un piccolo gregge lo dicono anche i numeri:
i cristiani della Striscia oggi sono poco più di 1.000 fedeli, su 2 milioni di abitanti. Di questi soltanto 135 sono cattolici
guidati, da un anno, dal missionario brasiliano padre Mario Da Silva, religioso dell’Istituto del Verbo incarnato (Ive), con la passione del calcio. Nel 2017 sono 10 anni che la Striscia è sigillata da Israele, da quando Hamas, movimento islamista è al potere. Un blocco che non si è più interrotto anche per le guerre, ben tre negli ultimi nove anni, che hanno devastato intere zone di Gaza, anche quelle più vicine alla parrocchia, come testimoniano alcuni palazzi ancora distrutti. Oggi la ricostruzione va avanti anche se lentamente. La popolazione deve fare i conti con l’elettricità erogata per poche ore al giorno, l’acqua inquinata, la mancanza di lavoro, di medicine e di molti altri beni di prima necessità.
Rapporti tesi con i musulmani. Ma per i cristiani a queste difficoltà se ne aggiungono ancora delle altre. Lo racconta lo stesso parroco a margine di una visita di solidarietà a Gaza, il 12 e 13 gennaio, di una delegazione del Coordinamento dei vescovi per la Terra Santa (Hlc) nell’ambito del tradizionale pellegrinaggio annuale. “Sono a Gaza da quattro anni – racconta padre Da Silva – e da uno sono diventato parroco della Sacra Famiglia”. L’inizio non è stato facile: “Si sono presentati dei problemi con la comunità musulmana non sempre benevola con quella cristiana. È capitato di ricevere delle sassate, subito dopo la preghiera del venerdì, lanciate da giovani delle zone vicine alla parrocchia. Uno di loro è arrivato anche a mettere della droga nella mia vettura, con tutti problemi legati alla denuncia alla Polizia. Tutto si è risolto quando il colpevole ha ammesso la sua colpa. La situazione adesso è migliorata ma persistono ancora delle tensioni”. Per evitare intrusioni e altri fatti del genere il parroco ha fatto rimettere a posto i muri perimetrali della parrocchia, messo in opera delle videocamere per la vigilanza e impiantare un cancello nuovo e più grande. A questi lavori se ne sono aggiunti degli altri: il restauro della chiesa, un salone polivalente, e pannelli solari per garantire luce elettrica per molte ore al giorno.
“Siamo discriminati”. “Ci sentiamo perseguitati, discriminati, come minoranza – ammette padre Mario – e non è facile restare saldi. Ma questa comunità di Gaza, pur molto piccola, è vitale e rappresenta un segno e un messaggio forte alla Chiesa”. Un “piccolo gregge” che resta “sveglio” per attendere il ritorno del padrone, come racconta la parabola del Vangelo.
“I nostri fedeli qui soffrono, come tutti, per le dure condizioni di vita ma anche per la loro fede cui non rinuncerebbero mai.
Io vengo dal Brasile dove non soffriamo alcuna persecuzione per la nostra fede e nonostante ciò molti la stanno perdendo. I cristiani qui preferirebbero perdere la loro vita piuttosto che rinunciare o negare la loro fede”. Come i cristiani di Siria e Iraq.
A preoccupare padre Da Silva è anche l’emigrazione dei cristiani da Gaza. “Quando sono arrivato qui, 4 anni fa, la comunità era composta da circa 2.000 fedeli, tra cattolici e ortodossi. Oggi non si arriva che a 1.200 persone, molto probabilmente anche meno, intorno ai 1.000”. Un calo impressionante dovuto al fatto che molti dei beneficiari dei permessi rilasciati da Israele per Pasqua e Natale non fanno rientro a Gaza alla scadenza del lasciapassare. Sono soprattutto i giovani ad approfittarne. L’esempio più eclatante è quello del gruppo scout.
“L’anno scorso era composto da 50 giovani, oggi ne sono rimasti circa 30. Sono andati tutti via. Parliamo sia di cattolici che di ortodossi”
ricorda il religioso, che pure mostra di comprendere le ragioni di questa fuga. “La vita a Gaza per i più giovani è durissima, non hanno luoghi dove ritrovarsi, non possono andare in vacanza come tanti loro coetanei di altri Paesi, non hanno lavoro e, se studiano, rischiano di restare ugualmente disoccupati. Chiedono la libertà che non hanno e che non sappiamo se potranno mai avere”. “Costruirsi una famiglia nella Striscia è arduo” come rivela anche il numero dei matrimoni che il parroco ha celebrato l’anno scorso, “uno soltanto”. “Fortuna – aggiunge sorridendo – che ho amministrato anche 5 battesimi”.
Nelle mani di pochi. Numeri a parte, padre Mario non crede che “il piccolo gregge di Gaza sia destinato a morire, anno dopo anno. Vedo che
ci sono fedeli risoluti e convinti a restare perché qui è la loro terra.
La resistenza dei cristiani a Gaza è nelle mani di questi pochi”. Che non vanno abbandonati. “Alla Chiesa universale chiedo aiuto, materiale, spirituale e politico. Questo è un problema che deve essere risolto. Noi non abbiamo le forze per farlo. Ma tutto sarebbe vano senza la preghiera”. Dopo dieci anni di blocco israeliano della Striscia e 50 anni di occupazione militare, conclude il parroco brasiliano,
“la nostra missione resta sempre la stessa: dare aiuto, infondere coraggio e restituire speranza a questa gente.
La guerra deve finire. Papa Francesco lo ha detto con chiarezza parlando solo pochi giorni fa al Corpo Diplomatico: “Nessun conflitto può diventare un’abitudine dalla quale sembra quasi che non ci si riesca a separare. Israeliani e Palestinesi hanno bisogno di pace”. Gaza ha bisogno di pace.
 

mercoledì 18 gennaio 2017

Il buio di Gaza non è finito


 
 
 
In arrivo i fondi del Qatar per pagare l’acquisto del gasolio necessario per il funzionamento della centrale elettrica. Ma il problema della mancanza di energia non è risolto e la popolazione protesta con forza anche contro il governo di Hamas
shar.es/1Ot4sd




Gerusalemme, 18 gennaio 2017, Nena NewsOscurata da settimane di schermaglie diplomatiche e dalla tensione a Gerusalemme per l’intenzione di Donald Trump di riconoscere tutta la città capitale di Israele, la crisi energetica nella Striscia di Gaza è passata (quasi) inosservata. I disagi per la popolazione causati dalla penuria di corrente elettrica sono enormi. E non è motivo di particolare sollievo la buona notizia che i governi di Qatar e Turchia, fronte alle immagini di donne e bambini esposti al freddo, si sono attivati con finanziamenti per diversi milioni di dollari per garantire il funzionamento della centrale elettrica di Gaza. Ogni giorno, da anni, due milioni di persone vivono con poche ore di corrente: otto quando va bene, due-tre come in questo periodo di crisi acuta. Negli ultimi giorni perciò si sono moltiplicate a Gaza le proteste contro i due governi palestinesi incapaci di dare una soluzione a un problema che si trascina da troppo tempo. Giovedì scorso migliaia di palestinesi, partiti dal campo profughi di Jabaliya, hanno marciato in direzione della centrale elettrica. La polizia di Hamas ha disperso a manganellate i dimostranti. Numerosi gli arresti.
I due milioni di abitanti di Gaza hanno bisogno di 450-500 megawatt. La centrale elettrica – bombardata due volte da Israele, nel 2006 e nel 2014 – però non riesce a produrne più di 30 megawatt. Altri 30 arrivano dall’Egitto e 120 da Israele. D’inverno la temperatura di notte scende a tre-quattro gradi e la popolazione, in gran parte povera, per riscaldarsi usa ogni mezzo possibile, a cominciare da vecchie stufe a gasolio che non di rado provocano incendi con vittime e feriti. Pesano anche problemi finanziari e contrasti politici. Indebitata per un miliardo di dollari la società elettrica non è in grado di ottenere altro credito. Servono cinquecento milioni di dollari per riabilitare la rete elettrica e il blocco di Gaza, attuato da Israele ed Egitto, rende complicato ottenere i pezzi di ricambio. L’Anp di Abu Mazen paga per l’acquisto in Israele del gasolio per la centrale di Gaza. Ora però sostiene di non poter più coprire costi per decine di milioni di dollari a causa delle sue difficoltà finanziarie. Una spiegazione che Hamas respinge.
Gli islamisti però sono finiti a loro volta sotto accusa. Alle manifestazioni di protesta a Gaza molti hanno urlato «Basta Hamas. Vogliamo l’elettricità». Motivo di tanta rabbia l’erogazione, per un numero maggiore di ore, negli edifici di Hamas e, pare, anche nelle abitazioni di funzionari del movimento islamico. Inoltre ai dipendenti pubblici viene decurtata direttamente dallo stipendio una quota per il costo dell’energia ma ciò, secondo indiscrezioni, non avverrebbe con i dirigenti governativi. La gente è stanca. Così quando nei giorni scorsi la polizia ha arrestato un comico locale, Adel al Mashwakh, perché aveva postato su Facebook un video in cui criticava Hamas (visualizzato 180.000 volte), è scesa in strada a urlare la sua protesta.
In Cisgiordania intanto prosegue lo stillicidio di vite palestinesi. Nidal Mahdawi, di 44 anni, è stato ucciso perché ad un posto di blocco nella zona di Tulkarem, secondo la versione israeliana, avrebbe estratto un coltello e tentato di colpire un soldato. Una versione che i palestinesi non confermano. A Taqua (Betlemme) un 17enne, Qusay al Umour, è stato colpito dai militari israeliani, durante scontri violenti ha detto l’esercito. In un filmato che gira in rete il ragazzo però non appare mettere in alcun modo in pericolo i soldati.

GUARDA IL VIDEO
https://www.facebook.com/QudsN/videos/1397693826974181/

Robert Fisk : Il corrispondente dall’estero nell’epoca di Twitter e di Trump




6 gennaio 2017
Che opinione avrebbe avuto di Donald Trump, Clare Hollingworth, che è morta questa settimana? O del mondo di Twitter? Ogni volta che una persona della nostra categoria se ne va, prevediamo la fine del corrispondente estero. Soltanto 40 anni fa, una delle prime intervista radiofoniche che ho accettato – per un stazione radio irlandese, mi ricordo, comprendeva un dibattito non sul futuro della nostra professione, ma sulla data della sua fine. Quando la televisione ci portò reportage  fotografici via satellite, di solito ci domandavano: a che cosa serve “sfornare” parole per descrivere ciò che il mondo ha già visto sullo schermo? La morte della  Hollingworth a 105 anni, un’età in cui la gioia per la sua straordinaria longevità, deve soffocare il dolore , certamente ci  avvierà verso  su un altro necrologio prematuro del lavoro che amava e per il quale viveva e del quale ancora desiderava – quasi cieca e appena in grado di camminare – godere dopo aver raggiunto i 100 anni.
Tuttavia, in modo strano, lei avrebbe potuto comprendere il dilemma di Trump.  Sapeva tutto dello spionaggio russo – aveva comunicato la notizia della defezione di Kim Philby, anche se il Guardian  ha ignorato la sua notizia  per tre mesi. Questo non sarebbe accaduto nell’epoca dei tweet. Era abbastanza vicina ai diplomatici britannici (fin troppo vicino, presumo) per comprendere come il vasto potere politico possa essere usato per distruggere gli statisti.
Christopher Steele, l’autore del piccante servizio su interessi forse a luci rosse di Trump, sarebbe stato il tipo di persona che  la Hollingworth avrebbe potuto cercare. Ha un nome da film di Bond e unna società che si chiama Orbis  – lo stesso nome, a proposito, dell’agenzia di viaggio comunista  in Polonia che una volta organizzò la mia visita nella Polonia della Guerra Fredda. Nessun collegamento, naturalmente, e l’attuale Orbis polacca tanto tempo fa si è liberata dai suoi padroni comunisti.
La Hollingworth avrebbe espresso delle osservazioni acute sul dramma di Trump. Forse pensate che nelle recenti settimane il mondo avrebbe affrontato pericoli senza precedenti e catastrofici dopo l’elezione negli Stati Uniti. “Non fin dalla Seconda guerra mondiale…” è il vecchio logoro cliché che continuo a sentire. Davvero? Che dire della Guerra in Corea, o della Guerra del Vietnam, durante la quale Clare è stata corrispondente, e le guerre arabo-israeliane che aveva coperto? Anche la testimonianza della Hollingworth della Seconda Guerra mondiale,  di sicuro mette in ombra le sciocchezze di Trump.
“Arrivederci a presto,” abbiamo detto in coro quando ci siamo congedati da lei a Hong Kong 10 mesi fa, in un mondo pre-Trump, la fragile vecchia signora curva, seduta su un divano nel suo appartamento stretto,  che metterva  in ordine  cassetti  di armadi ancora stipati di bottiglie di champagne non aperte,  avanzate dai suoi precedenti compleanni.
In che altro modo si dice arrivederci a una persona così anziana? Sono stato crudele ad ipotizzare che Clare ripetesse, ancora una volta, il più grande scoop del mondo, quando avvistò i carri armati nazisti sul confine polacco, alla vigilia della guerra più titanica nella storia umana? Riuscì a rispondere a una delle mie domande: i Britannici avevano davvero dubitato della sua notizia fino a quando sporse il telefono dalla  finestra, e così il personale dell’ambasciata a Varsavia poté sentire il  rumore dei     cingoli dei carri armati? “Lo seppero,” ha detto, “oh, sì, certamente.” La redazione esteri del Daily Telegraph era più scettica. Oddio! Non conosciamo tutti quella sensazione…
Stranamente, la Hollingworth – come me, forse – potrebbe aver provato una strana simpatia per Trump nel suo attuale dilemma. Infatti nel corso dei decenni sono arrivato a considerare la “comunità dell’intelligence” americana – chiaramente non  amici del Presidente eletto ma non ancora insediato – come un gruppo di idioti, scarsamente istruiti che prendono con il cucchiaio le sciocchezza che i  presidenti di solito vogliono che leggano, incapaci di comprendere il Medio Oriente dopo aver fatto il bagno nella propaganda di Israele.
La  CIA e l’FBI, ricordate, sono gli eroi della patria che non soltanto non sono stati capaci di prevedere il crollo dell’Unione Sovietica, ma che hanno totalmente  deluso   la loro nazione, ignorando tutte le prove dell’11 settembre, prima che accadesse. Poi, incoraggiati dagli israeliani, hanno proseguito con la coltre di bugie sulle armi di distruzione di massa, e hanno contribuito a spingere il paese in una guerra disastrosa che a sua volta ha prodotto il “califfato” dell’Isis. Dopo tutto questo si suppone che dobbiamo prendere sul serio le spie dell’America?
Ma, di fatto, con l’aiuto dei sempre passivi media americani, si suppone che dimentichiamo il loro orribile “curriculum” e che facciamo finta che  i ragazzi  e le ragazze dell’intelligence sono di nuovo super detective che dovrebbero essere creduti quando dicono che Putin sta attaccando l’America i sistemi informatici dell’America. In altre parole, malgrado le sue sciocche contraddizioni, Trump che probabilmente è realmente un po’ fuori di testa,  potrebbe ora trattare la “comunità dell’intelligence” statunitense con la mancanza di rispetto che meritano. I media sociali che sputano le loro notizie non attribuibili a una fonte, con l’aiuto della CNN e gli altri, stanno svolgendo il loro ruolo in questa commedia.
Certo, se Putin ha costruito l’elezione di Trump, questo è uno scandalo internazionale. Ma ecco su che cosa i media sociali e i grossi giornali e canali americani, non fanno domande.
E non è forse uno scandalo internazionale quando il Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu interviene sfacciatamente nella politica degli Stati Uniti, incoraggia il Congresso a ignorare i desideri del Presidente Obama, e permette che la lobby di Israele negli Stati Uniti costringa i rappresentanti politici del paese a permettere a Israele di continuare a costruire colonie per gli ebrei e soltanto per gli ebrei sulla terra araba rubata? Netanyahu ha svolto un ruolo nell’elezione di Trump, proprio come il diplomatico Shai Masot a Londra voleva  “distruggere”  i politici del Regno Unito che non erano d’accordo con le vergognose politiche per la Cisgiordania occupata (e, a proposito, “distruggere”   ha una connotazione molto più minacciosa nel gergo militare israeliano che semplicemente distruggere la reputazione di qualcuno). Masot, stava anche interferendo vergognosamente nella democrazia britannica.
Come Trump, ho notato che Masot occasionalmente ha detto la verità. E quando le spie israeliane hanno definito “un idiota” quel pagliaccio del  nostro ministro degli Esteri, Boris Johnson, la mia fede nel servizio di intelligence israeliano, di solito incapace, è stata quasi ripristinata. Tuttavia, i media hanno anche permesso che la parte israeliana dell’elezione di Trump – e l’interferenza nel governo del Regno Unito, cadessero nel dimenticatoio.  Una cosa è competere con Putin o Trump, del tutto un’altra affrontare Netanyahu.
Ma torniamo alla Hollingworth. La sua memoria spesso si interrompeva, come un notiziario  da un paese lontano ascoltato su una vecchia radiolina a transistor, il cui suono  si dissolveva e tornava mentre parlavamo, e talvolta Clare faceva quello che tante persone anziane fanno quando gli si chiede la stessa cosa per la millesima volta: si ricordava quello che si ricordava di aver detto l’ultima volta.
Ho insistito con lei su un argomento del quale, per quanto ne so, non aveva mai parlato prima: sopravvivranno i giornali nell’epoca di internet? “I giornali finiranno sul computer,” disse con voce tetra. Questo è stato il punto in cui si è avvicinata di più parlando del futuro dei media sociali.
La mia intervista con la Hollingwort è stata l’ultimo pezzo che ho scritto domenica  per The Independent, la cui ultima edizione stampata conteneva le sue parole. Fra pochi giorni soltanto, presenterò invece, on line i miei rapporti dal Medio Oriente per The Independent. E’ successo quindi questo? Dato che tutti i giornali “fisici” sembra che stiano per crollare intorno a noi come se fossero bagnati fradici, biblioteche di libri irrimediabilmente rovinate, ci arrendiamo, andiamo delicatamente in quella buona notte, ci convinciamo che le nuove generazioni non leggeranno più la parola stampata che si poteva toccare non più di quanto oggi cercheremmo  informazioni da una pergamena scritta a mano e miniata? E un mondo senza stampa può fare fronte a Trump?
Per esempio, come twittereste l’inizio della Seconda Guerra mondiale? Con l’abuso che si fa di media sociali, come convincereste i lettori che, certo, i nazisti stanno per invadere la Polonia? Oppure – dato che l’epoca della “post-verità” di mentire permette a chiunque di negare l’Olocausto di Hitler poiché questa è una “prospettiva” – esiste una qualche speranza di essere creduti?
Tenete oggi un telefono fuori dalla finestra e vi assicuro che qualcuno sosterrà che il rumore dei cingoli dei carri armati è finto – forse è un tagliaerba,  o il caricamento di un camion della spazzatura  e che l’intera notizia è un’operazione “sotto falsa bandiera” o che la Polonia ha invaso la Germania, non il contrario. Questo, infatti, è esattamente quello che Hitler voleva che la gente sapesse, quando ordinava ai suoi teppisti di travestire  le vittime dei campi di concentramento con uniformi polacche e di spargere i loro corpi intorno a una stazione radio tedesca per farli ispezionare dalla stampa.
Goebbels stesso pensava che il film di Hitchcock, Foreign Correspondent (conosciuto anche con il titolo italiano: Il prigioniero di Amsterdam, n.d.t.), il film che per primo mi ispirò a diventare giornalista – era una parte brillante della propaganda nemica. A Goebbels sarebbe piaciuto anche YouTube, perché sapeva manipolare le fotografie, usarle di nuovo in occasioni diverse, controllare le immagini. E se si fossero filmati i carri armati sul proprio telefono, avrebbe detto che era un vecchio filmato della guerra civile spagnola.
Penso che a Hitler sarebbe piaciuto il mondo dei blog e dei tweet – il modo preferito di Trump di mandare messaggi – e l’odio via Internet.
Infatti gran parte dell’odio sui media sociali – anonimo, osceno, anti-semita, anti-musulmano, nazista nella sua furia – sembra come gli originari sfoghi fascisti degli anni ’30. Nel Reich, non avrebbero avuto bisogno neanche del massimo di 140 caratteri. “Ein Volk. Ein Reich. Ein Fuehrer. (Un popolo – Un impero – Un capo).
Che tweet! Soltanto 33 caratteri. In inglese ha soltanto due lettere in più.
Trump non sa nulla di questo, anche se ironicamente accusa i suoi nemici di agire come “avrebbe fatto e come ha fatto la Germania nazista.” Il punto, naturalmente, è che il tweet perfetto, è breve, preferibilmente indimenticabile, e ha come obiettivo le menti più deboli.  “Juden Raus!” “Fuori gli ebrei!” E questa minaccia, la più abietta di tutte, era di fatto il nome di un gioco da tavolo per bambini nella Germania nazista, un tweet per  i ragazzini (11 caratteri).
Certamente si può usare in due modi. “Ich bin ein Berliner”* (Sono un berlinese) è stata la meravigliosa difesa della democrazia fatta da Kennedy (20 caratteri) oppure “I am a Berliner”  (15 caratteri) che Kennedy ha preso da quel vanto orgoglioso e antico: “civis romanus sum” (17 caratteri) – “I am a Roman citizen” (20 caratteri). La frase “Et tu, Brute?” è di soltanto 13 caratteri (in inglese: “And you, Brutus?” di 16).
Ma questa è una cosa insignificante quando si vuole dire la verità. Il discorso di Lincoln a Gettysburg ** (“Ottantasette anni fa..”) all’ epoca fu criticato perché era troppo corto (275 parole – troppo lungo per un tweet, ma un discorso tipo tweet se
mai ce ne è stato uno). L’ipotesi era che si doveva sviluppare un argomento in modo esauriente e in linea di massima è vero. Se un soundbite (una breve citazione ), un tweet bite vocale, suppongo, si ricorda per un breve tempo, si ha bisogno di una spiegazione.
C’è quindi bisogno di parole, frasi, paragrafi. La Hollingworth ha scritto vari libri. Il titolo di uno di questi, There’s a German Just Behind Me, [C’è un tedesco proprio dietro di me] (31 caratteri), è di per sé un tweet acuto, ma il suo libro migliore è la sua autobiografia, Front Line (Linea del Fronte). Eccola qui, quindi mentre descrive la sua fuga dai tedeschi attraverso la campagna della Polonia condannata, dove l’unica “offerta di interesse” in un villaggio che aspetta l’attacco violento dei nazisti, era la chiesa ortodossa.
“Stavo seduta con la testa appoggiata al muro della chiesa, e sentivo il canto attraverso il sottile rivestimento di legno e fissavo lo sguardo sulle paludi. La terra rossa bruciava attraverso una sottile copertura di erba. La pianura era a  chiazze e a strisce gialle, ruggine, verde-olivo e purpureo, tra grossi gruppi di alberi neri. Il sole era appeso senza raggi in un cielo brunito che faceva infiammare le nuvole e la terra e dava una forma definita ai covoni di fieno e al  bestiame. Un fumo freddo indugiava sull’orizzonte.”
Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è stato originariamente  pubblicato.

Terra Santa: mons. Pizzaballa (patriarcato), “ci sono segni di morte fisica e etica ovunque”

 
 
 
 
(Dall'inviato Sir a Gerusalemme) “Ci sono segni di morte dovunque e in tutte le forme di violenza di cui…
agensir.it
(Dall’inviato Sir a Gerusalemme) “Ci sono segni di morte dovunque e in tutte le forme di violenza di cui siamo testimoni. Non solo di morte fisica ma anche etica. Conosciamo bene la violenza che strappa le vite in questa Terra, santa e difficile”: dalla basilica del Santo Sepolcro, l’amministratore apostolico per il patriarcato latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, ha invitato a contrastare la cultura di morte affidandosi alla Resurrezione di Cristo. Celebrando questa mattina a Gerusalemme con il Coordinamento dei vescovi di Terra Santa, l’arcivescovo ha ribadito che proprio “da questo Luogo i credenti cristiani devono imparare a essere testimoni della vita che è più potente di ogni forma di morte. L’esperienza del male e della sofferenza è qualcosa che rimane nella vita ma che non ha più la forza di stringerci. Restiamo nella speranza – ha concluso – e torniamo a casa con grande umiltà perché non esiste sfida più grande che camminare nella luce del Risorto”. Al termine della messa, il moderatore del Coordinamento, il vescovo Declan Lang, ha ringraziato mons. Pizzaballa e ribadito l’impegno di tutti i presuli, una volta rientrati nelle rispettive nazioni, di lavorare per la Terra Santa e per le pietre vive che la abitano.

martedì 17 gennaio 2017

Uri Avnery: La soluzione dei due Stati è l’unica possibile

Uri Avnery

La riflessione del grande statista e pacifista a poche ore dalla Conferenza di Parigi. Tollerando Hamas e considerando Abbas un nemico, il Governo israeliano ostacola dei veri negoziati di pace. Indire delle Conferenze popolari per superare gli aspetti più spinosi della futura convivenza israelo-palestinese.




Tel Aviv (AsiaNews) – A 24 ore dall’apertura della Conferenza internazionale di Parigi sulla pace in Medio oriente, lo statista pacifista israeliano Uri Avnery indica quale sia l’unica via percorribile per giungere ad un accordo di pace: la Soluzione dei due Stati. E’ convinto che uno Stato indipendente palestinese possa avvenire solo attraverso la collaborazione tra le forze di pace di entrambe le parti. Per questo propone l’istituzione di Conferenze mensili sostenute dal basso che affrontino i vari aspetti della convivenza futura tra israeliani e palestinesi.  Solo un accordo può scongiurare il rischio di una guerra civile perpetua. Per gentile concessione di Gush Shalom.
Il tassista arabo che mi ha portato a Ramallah non aveva alcun problema con i posti di blocco israeliani. Li eludeva e basta. Si evitano molte noie.
Sono stato invitato da Mahmood Abbas, il Presidente della Autorità Nazionale Palestinese (così come dell’ OLP e del movimento Fatah) a prender parte alle consultazioni congiunte palestinesi-israeliane in previsione della Conferenza internazionale di Parigi.
Dal momento che Binyamin Netanyahu si è rifiutato di prender parte al fianco di Mahmood Abbas agli eventi di Parigi, l’incontro di Ramallah avrebbe dimostrato che una larga parte della società israeliana è a favore dell’iniziativa francese.
Come volevasi dimostrare, l’incontro di Ramallah non è stato affatto semplice.
Prima della morte di Yasser Arafat nel 2004, incontri del genere erano quasi routine.  Dal nostro primo innovativo incontro a Beirut nel 1982, durante il blocco israeliano, Arafat incontrò molti Israeliani.
Arafat possedeva un’autorità morale quasi assoluta, e anche i suoi stessi nemici interni ne erano soliti accettare il giudizio.
A seguito del suo assassinio, la tendenza opposta prese il sopravvento. Gli estremisti palestinesi erano convinti che eventuali incontri con gli israeliani, chiunque essi fossero, portassero “normalizzazione” - un terribile, terribile spauracchio.
Abbas ha ora posto fine a questa assurdità. Come me è convinto che uno Stato ed una indipenenza palestinese possano avvenire solo attraverso una congiunta lotta da parte delle forze di pace da entrambi i lati, con l’aiuto delle forze internazionali.
Con questo spirito ci ha invitati a Ramallah, dal momento che ai palestinesi non è solitamente permesso l’ingresso in territorio israeliano.
Mi ha fatto accomodare accanto a lui ed ecco che l’incontro ha così avuto inizio.
Mahmood Abbas (o “Abu Mazen”, come è generalmente conosciuto) è stato così gentile da menzionare che lui ed io siamo amici da 34 anni, sin da quando ci incontrammo per la prima volta a Tunisi, poco dopo che l’OLP lasciasse Beirut e lì si trasferisse.
Nel corso degli anni, e anche quando il mio amico ed io arrivammo a Tunisi, è stata seguita la stessa procedura: prima ci incontravamo con Abu Mazen, che era responsabile degli affari israeliani, ed elaboravamo piani di azione comune. Poi noi tutti ci spostavamo nell'ufficio di Arafat. Arafat aveva una capacità quasi inquietante di prendere decisioni rapide, avrebbe deciso in pochi minuti "sì" o "no".
Difficilmente potrebbero esistere due caratteri più diversi fra Abu-Amar (Arafat) e Abu-Mazen. Arafat era un tipo “caldo”. Era solito abbracciare e baciare alla vecchia maniera araba chi gli faceva visita (un bacio su ciascuna guancia per i visitatori ordinari, tre baci per quelli preferiti). Dopo cinque minuti sentivi di conoscerlo da tutta la vita.
Mahmood Abbas è una persona molto più riservata. Anche lui abbraccia e bacia, ma la cosa non gli viene naturale come per Arafat. E’ più schivo. Sembra più un preside di liceo.
Ho molto rispetto per Mahmood Abbas. Necessita di un tremendo coraggio per fare il suo lavoro (il leader di un popolo sotto brutale occupazione militare, costretto in qualche maniera a cooperare con l’occupazione, in altre tentando di resistere. L’obiettivo del suo popolo è quello di resistere e sopravvivere. Lui è bravo in questo.
Quando mi sono complimentato con lui per il suo coraggio si è messo a ridere e ha detto che è stato più coraggioso da parte mia entrare a Beirut durante l’assedio del 1982. Grazie.
Il Governo israeliano è riuscito, anche prima di Netanyahu, a dividere in due i palestinesi nel Paese. Con il semplice mezzo di rifiutarsi di onorare il loro impegno solenne sotto Oslo per creare quattro "passaggi sicuri" tra la Cisgiordania e Gaza, hanno reso una spaccatura quasi inevitabile.
Ora, mentre ufficialmente tratta il moderato Abbas come un amico e l'estremista Hamas a Gaza come un nemico, il nostro governo si comporta esattamente al contrario. Hamas è tollerato, Abbas è considerato un nemico. Ciò sembra perverso ma è in realtà alquanto logico: Abbas può influenzare l'opinione pubblica di tutto il mondo a favore di uno Stato palestinese, Hamas non può.
Dopo l’incontro di Ramallah, in una sessione privata, ho sottoposto all’attenzione di Abbas un piano.
Esso si basa sulla considerazione che Netanyahu non sarà mai d’accordo con dei veri negoziati di pace, dal momento che questi porterebbero inevitabilmente alla Soluzione dei Due Stati, tut-tut-tut.
Propongo di indire una “Conferenza Popolare di Pace” che si riunirà nel Paese, diciamo, una volta al mese. In ogni sessione la conferenza affronterà uno dei paragrafi dei futuri accordi di pace, come il finale posizionamento dei confini, la tipologia dei confini (aperti?), Gerusalemme, Gaza, le risorse idriche, le disposizioni di sicurezza, i rifugiati e così via.
Un egual numero di esperi ed attivisti di ciascuna parte in causa delibereranno, metteranno tutto sul tavolo e manderanno tutto a monte. Se potrà esser raggiunto un accordo, meraviglioso. Se non sarà possibile, le proposte di entrambi i lati saranno definite in maniera chiara e lasciate per dopo.
Alla fine, diciamo dopo sei mesi, il “popolare accordo di pace” finale verrà pubblicato, anche con i definiti disaccordi, per la guida dei movimenti per la pace da entrambi le parti. Deliberazioni sui disaccordi continueranno finché non sarà trovato un accordo.
Abbas ha ascoltato con attenzione, come è solito fare, e alla fine ho promesso di mandargli una nota scritta. Ho appena fatto così, dopo essermi consultato con alcuni dei miei colleghi, come Adam Keller, portavoce di Gush Shalom.

Mahmood Abbas si sta ora preparando a partecipare alla conferenza di Parigi, il cui obiettivo ufficiale è quello di mobilitare il mondo per la Soluzione dei due Stati.
A volte mi chiedo come mai non vengo infettato dalla megalomania. (Alcuni dei miei amici credono che questo non può accadermi, dal momento che sono già un megalomane).
Poche settimane dopo la fine della guerra del 1948, un piccolo gruppo di giovani nel nuovo Stato di Israele si è riunito a Haifa per discutere una via per la pace sulla base di ciò che oggi si chiama la Soluzione dei Due Stati. Uno era un Ebreo (io), uno musulmano e uno un druso. Io, appena dimesso dall'ospedale, indossavo ancora l'uniforme dell'esercito.
Il gruppo è stato completamente ignorato da tutti. Nessun acquirente.
Circa 10 anni dopo, quando ero già un membro della Knesset (come, tra l'altro, erano gli altri due), sono andato all'estero per vedere chi sarebbe potuto essere convinto. Ho girovagato per Washington DC, ho incontrato persone importanti della Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e le delegazioni delle Nazioni Unite a New York. Sulla strada di casa sono stato ricevuto presso gli Uffici Esteri a Londra, Parigi e Berlino.
Nessun acquirente da nessuna parte. Uno Stato palestinese? Follia. Israele deve trattare con Egitto, Giordania e altri.
Ho fatto molte decine di discorsi su questa proposta alla Knesset. Alcune potenze iniziarono ad accettare la cosa. Il primo era l'Unione Sovietica, anche se un po’ tardi, sotto Leonid Brezhnev (1969). Altri seguirono.
Oggi non c’è nessuno in giro che non creda ad altro se non alla Soluzione dei Due Stati. Anche Netanyahu fa finta di crederci, se solo i palestinesi diventassero ebrei o emigrassero in Groenlandia.
Si, lo so che non è merito mio. E’ stata la Storia. Ma che io sia scusato se provo giusto un pochino di orgoglio. O una mini-megalomania.
La Soluzione dei Due Stati non né buona né cattiva, è l’unica.
E’ l’unica soluzione che ci sia.
So che ci sono un certo numero di buone, anche ammirevoli persone che credono nella cosiddetta Soluzione di Uno Stato. Vorrei chiedere loro di prendere in considerazione i dettagli: cosa sembrerebbe, come potrebbe in realtà funzionare, l'esercito, la polizia, l'economia, il parlamento. Apartheid? Guerra civile perpetua?
No. Dal 1948 tutto è cambiato, ma niente è cambiato.
Spiacente, la soluzione dei due Stati è ancora l'unico gioco possibile.

lunedì 16 gennaio 2017

Rapporto OCHA 27 dicembre- 9 gennaio 2017


 
 
 
 
 
Rapporto OCHA 27 dicembre- 9 gennaio 2017 TOPICS:CisgiordaniaGazaintifadaGerusalemmecoloniarea Cscontri Posted By: carlo gennaio 12, 2017 L’8…
zeitun.info



L’8 gennaio, un 28enne palestinese ha guidato un camion contro un gruppo di soldati israeliani radunati sulla passeggiata panoramica vicina all’insediamento colonico di Talpiot Est, in Gerusalemme Est, uccidendo tre soldatesse e un soldato e ferendone altri 15.
L’autore, proveniente dalla vicina zona di Jabal al Mukabber, è stato ucciso sul posto e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha fortemente condannato l’attacco. Ancora in Gerusalemme Est (al checkpoint di Qalandiya), il 30 dicembre, le forze israeliane hanno sparato e ferito una 35enne palestinese che, secondo fonti israeliane, si era diretta verso di loro con un coltello e non si era fermata all’alt. Nel 2016, in attacchi e presunti attacchi da parte di palestinesi della Cisgiordania, sono stati uccisi 13 israeliani e 80 palestinesi aggressori e presunti aggressori.
In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 86 strutture, sfollando 160 palestinesi, tra cui 91 minori, e coinvolgendone altri 370. L’episodio più grave ha avuto luogo nella comunità pastorizia di Khirbet Tana (Nablus), dove sono state demolite 49 strutture abitative e di sussistenza, 30 delle quali fornite precedentemente come assistenza umanitaria. La comunità si trova in una zona designata dalle autorità israeliane come “zona per esercitazioni militari a fuoco”. Tali aree costituiscono quasi il 30% dell’Area C e sono abitate da più di 6.200 palestinesi. Nella prima settimana del 2017, il numero di strutture prese di mira è oltre tre volte la media settimanale del 2016, anno che ha visto il numero più alto di demolizioni da quando, nel 2009, OCHA ha iniziato il monitoraggio sistematico.
In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 34 palestinesi, tra cui otto minori. I ferimento sono avvenuti durante quattro distinte operazioni di ricerca-arresto; nel corso della manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ni’lin e Bil’in (Ramallah); all’ingresso della città di Ar Ram (Gerusalemme) e nel villaggio di Tuqu’ (Betlemme); nella città di Hebron, durante due cortei funebri seguiti alla restituzione dei corpi di due palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani. I corpi erano stati trattenuti per più di 100 giorni.
Complessivamente, in questo periodo, sono stati consegnati alle famiglie i corpi di quattro palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani; i corpi di altri otto presunti autori sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane; alcuni da più di otto mesi.
Il 4 gennaio, lungo la costa di Gaza, sono stati trovati i resti del corpo di un pescatore palestinese. Tre giorni dopo le forze navali israeliane hanno riferito di essersi scontrati con la sua barca e di averla danneggiata, causandone il rovesciamento. Nel complesso, durante il periodo di riferimento, in almeno 22 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro palestinesi presenti o in avvicinamento ad Are ad Accesso Riservato (ARA), di terra o di mare. In un altro caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno compiuto operazioni di spianatura del terreno.
In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 161 operazioni di ricerca e/o arresto ed hanno arrestato 212 palestinesi; 12 di questi sono stati arrestati presso checkpoints “volanti” e durante manifestazioni. Le quote più alte di operazioni (44) e di arresti (71, di cui 19 minori) si sono avute nel governatorato di Gerusalemme.
Coloni israeliani si sono trasferiti in due edifici vuoti nella zona di Silwan di Gerusalemme Est: secondo quanto riferito, dopo averli acquistati dai proprietari palestinesi. Silwan è stato il bersaglio di intensa attività di insediamento e di iniziative che comprendono un piano per la realizzazione di un complesso turistico nel quartiere di Al Bustan che, se venisse portato a compimento, comporterebbe lo sfollamento di più di 1.000 residenti palestinesi; nella stessa area altre centinaia di residenti rischiano lo sfollamento a causa di procedure di sfratto promosse da organizzazioni di coloni.
In Cisgiordania, in più occasioni durante il periodo di riferimento, coloni ed altri gruppi israeliani si sono introdotti in vari siti religiosi, innescando alterchi e scontri con palestinesi; non ci sono stati feriti. I siti interessati comprendono il Complesso di Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, a Gerusalemme Est, un santuario nel villaggio di Kifl Haris (Salfit) e la Tomba di Giuseppe nella città di Nablus.
I media israeliani hanno riferito nove episodi di attacchi, con lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte di palestinesi contro veicoli o abitazioni di coloni israeliani; non vi sono state vittime, ma sono stati segnalati danni a diversi veicoli.
Durante il periodo relativo al presente Rapporto, il lato egiziano del valico di Rafah è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 44 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, inclusi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.
¡
Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)
In seguito all’aggressione verificatasi l’8 gennaio (vedi sopra), le Autorità israeliane hanno demolito quattro strutture nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est ed inoltre, adducendo la mancanza di permessi di costruzione, hanno emesso avvisi contro decine di case appartenenti alla famiglia allargata dell’aggressore. Il Ministero degli Interni israeliano ha anche espresso la sua intenzione di revocare i permessi di ricongiunzione familiare ad almeno 14 membri della famiglia allargata. È stato riferito che la casa di famiglia del responsabile dell’aggressione, prima della sua demolizione punitiva, era stata oggetto di misure da parte delle autorità. I provvedimenti di cui sopra hanno esposto decine di palestinesi al rischio di sfollamento.
Il 10 gennaio, nel corso di una operazione di ricerca nel Campo profughi di Al Far’a (Tubas), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese; le circostanze dell’episodio rimangono controverse.
nota 1:
I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.
sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians
L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.
la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:
nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]
sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti
a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.
nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.
Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it