martedì 17 ottobre 2017

Palestina oltre il muro: con gli alunni che sognano il mare

http://www.dire.it/…/148218-palestina-oltre-il-muro-con-gl…/

 Nel nostro parlamento discutiamo dei problemi che abbiamo a scuola. Quello principale è la mancanza di spazi, ma discutiamo anche dei corsi, proponendo ad esempio laboratori o attività extra-scolastiche. Il nostro sogno però è che la Palestina sia libera, e che possiamo finalmente andare al mare. Non lo abbiamo mai visto”.
Nura, nei suoi 14 anni, parla a una decina di giornalisti stranieri facendosi coraggio dietro ai suoi occhiali e ad un atteggiamento adulto. D’altronde ha un incarico importante: è stata eletta dalle sue compagne presidente del parlamento delle studentesse della scuola.
 




Siamo nel campo profughi di Aida, stretto tra Betlemme e il lungo muro che divide la Cisgiordania da Israele. Qui circa 1.100 studenti hanno accesso a due scuole finanziate dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees in Near East), la Beit Jalal Basic Coeducational School e l’Aida Basic Boys School.
La prima è femminile, con 749 iscritte, mentre la seconda maschile, con “appena” 328 studenti. Ma ogni classe è composta da 40 o 50 alunni, e costruirne altre è impossibile: “Sappiamo che mancano le risorse, perciò anche se ne discutiamo, non possiamo risolvere il problema”, ammette Nura.
La scuola comunque offre un campo da calcio in cemento, una biblioteca e un’aula di scienze. Secondo il direttore Scott Anderson, i 26 educatori messi a disposizione dalle Nazioni Unite ci tengono ad insegnare “i valori della democrazia, devono impegnarsi nel dialogo per superare i problemi, imparare a scegliere i loro leader ma anche ad esserlo”.
Gli incontri dei due parlamenti – 17 deputate da un lato, 10 deputati dall’altro – avvengono circa una volta la settimana, “sono una buona cosa perché coinvolgono anche bambini più piccoli”, spiega Ahmad, anche lui 14 anni.


Lui sceglie un sorriso grande per mascherare il comprensibile imbarazzo. “Grazie ai deputati – aggiunge – trasmettiamo le comunicazioni più rapidamente agli altri studenti“.
“La mia passione è leggere, ma il mio sogno è poter lasciare il campo, diventare un chirurgo, continuare a suonare il kanun – uno strumento a corde tradizionale, ndr – e vedere il mare”, dice una compagna di Nura.
La spiaggia è anche uno dei sogni del piccolo Fayez, 10 anni, che nel tempo libero gioca a calcio, “ma spesso i soldati israeliano vengono e ci cacciano. A volte lanciano anche i gas lacrimogeni“.
La presenza dell’esercito nel campo – che occupa appena 0,071 chilometri quadrati – è costante, come confermano gli insegnanti. I ragazzi sono ormai abituati, “ma è l’unica cosa che vediamo, insieme al muro”, prosegue Nura.
Il muro di divisione, con le sue torrette di controllo, in effetti è proprio di fronte la scuola: vari murales cercano di diluire il grigiore, ma la barriera in cemento armato che sale otto metri verso il cielo compromette le speranze di questi giovani.


“Ci toglie lo spazio e anche la voglia di studiare. A volte la mattina non vorremmo alzarci, ma restare a letto e basta. Vogliamo poter lasciare il campo, non è giusto vivere così. E poi non abbiamo mai visto il mare“.
Ma nonostante tutto i sorrisi non mancano, e quando andiamo via ci accompagnano, incuriositi da tanti stranieri e felici di potersi cimentare con le prime frasi in inglese imparate a scuola.
I tuoi genitori vorrebbero che da grande proseguissi con la carriera politica? “Sono fieri di me, quando sono stata eletta mi hanno detto che quello che facevo era molto importante – risponde Nura alla DIRE – ma da grande non mi vedo a fare politica: voglio diventare un architetto“.
16 ottobre 2017
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Israele ha approvato la costruzione di 31 edifici nella colonia di Hebron






Il governo israeliano ha approvato la costruzione di 31 nuove case nell’insediamento di Hebron, in Cisgiordania: non succedeva da quindici anni. Negli ultimi mesi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sotto la pressione della componente più a destra della sua coalizione, ha attuato una politica più permissiva verso l’espansione delle colonie israeliane. Non ci sono ancora una data e piano preciso e alcuni attivisti, scrive Reuters, sono convinti che si tratti solo di annunci che non verranno poi concretizzati. Il sindaco di Hebron, il palestinese Tayseer Abu Sneneh, ha detto che farà appello al governo israeliano contro la decisione; l’ong Peace Now ha spiegato che in questo modo il numero dei coloni a Hebron aumenterà del 20 per cento.
Hebron è la città più grande della Cisgiordania, con 216 mila abitanti di cui circa un migliaio di coloni ebrei, che vivono in quattro insediamenti distinti nel centro della città vecchia, costantemente protetti dall’esercito israeliano dato che la loro presenza è da sempre motivo di scontri. Sempre Reuters precisa che gli ultimi coloni ad avere il permesso di stabilirsi a Hebron arrivarono nel 2002.

Come il test pro Israele trasforma gli ebrei in sionisti cristiani . La negazione della Diaspora


 Sintesi personale


A new litmus test is pushing our community away from the historic models of American Jewish identity
forward.com


Negli ultimi mesi, una controversia ha scosso la comunità ebraica. Dopo che David Myers è stato nominato presidente e amministratore delegato del Centro per la Storia ebraica, a Manhattan, un piccolo gruppo di individui ha pubblicato una lettera che accusa Myers di sostenere il boicottaggio di Israele e di minare le forze di difesa di Israele.  Myers è ,quindi, "anti-Israele  e non può guidare un'istituzione ebraica americana.
Myers, professore di storia ebraica a UCLA, è uno studioso acclamato,  membro del consiglio consultivo accademico di J Street e del Fondo New Israel. Con orgoglio si considera parte della sinistra sionista.
   Questa ridicola campagna non è un caso unico e isolato . Piuttosto ha evidenziato  una nuova  tendenza della comunità ebraica americana, una tendenza a sostenere Israele  e a dare legittimità sostegno  a un nuovo test di chiusura per chi entra nella comunità ebraica. Dite la cosa sbagliata o appartenete al gruppo sbagliato,e puoi avere il finanziamento limitato o le tue credenziali revocate o il tuo gioco annullato .
Questo test non determina solo il controllo e la censura del pensiero ebraico. Spinge involontariamente la nostra comunità nel suo complesso, lontano dai modelli storici dell'identità ebraica americana, nelle mani del cristianesimo evangelico.
*
Negli ultimi 2000 anni, l'identità ebraica nella diaspora non si è concentrata sull'Eretz Yisrael come fonte della sua identità religiosa. La terra era un luogo di pellegrinaggio e una fonte di speranza messianica e certamente una parte centrale della liturgia ebraica, ma la sistemazione nella Terra d'Israele era più un'aspirazione che una  realtà per la maggior parte degli ebrei.
  Il genio della diaspora ebraica era in questo : gli ebrei trovarono sempre un modo per costruire modelli di identità e resistenza all'interno delle società in cui vivevano,.
L'emergere del  moderno sionismo alla fine del XIX secolo ha accresciuto  la ricchezza della vita ebraica della diaspora . Hai avuto umanisti spirituali come Martin Buber e nazionalisti feroci come Ze'ev Jabotinsky. 

Come in tutto il mondo il sionismo non soppiantò l'identità degli americani ebrei ,era un'epistemologia che gli ebrei avrebbero potuto scegliere e aggiungere alle loro già fiorenti identità.
Anche l'avvento dello Stato d'Israele nel 1948 non ha cancellato il fuoco della vita diaspora ebraica. Il sionismo in America ha sicuramente ottenuto una spinta enorme dopo il 1948,ma gli ebrei americani non erano ancora concentrati principalmente su Israele per costruire la loro identità. Prima del 1967, la maggior parte degli ebrei americani non aveva mai visitato Israele. Ciò è cambiato dopo la guerra dei sei giorni, quando Israele è diventata una parte molto più centrale dell'identità ebraica americana . 


Nonostante la sua attuale ubiquità nei nostri ranghi  fino a poco tempo fa, l'ebreo americano ha continuato a negoziare i limiti del sionismo in una vasta gamma di punti di vista, dai sostenitori radicali di destra come Meir Kahane ad Americans for the peace.   Cmq   si riconosceva  la distinzione tra essere un ebreo americano e il sostenere Israele, afferma lo storico del sionismo americano Judah Bernstein. 
Gli erano anche orgogebrei liosi delle loro identità come americani, un orgoglio che si è incrementato solo perché l'antisemitismo in questo paese ha perso e gli ebrei hanno cominciato ad eccellere. La migrazione di massa in Israele , prevista dopo il 1967 ,non è mai accaduta. E, naturalmente, abbiamo continuato a discutere della natura del sionismo e di quale relazione dobbiamo  ai nostri fratelli israeliani.
È questa complessa negoziazione dell'identità ebraica americana e del sionismo che è attualmente in pericolo, perché è proprio questo fertile dibattito che viene cancellato  Nel mettere l'accento esclusivo sul sostegno a Israele,  in particolare sulle sue attuali politiche, come criterio per la leadership americana ebraica, questa funzione di polizia  sta cancellando una complessa storia della diaspora.
Ancora peggio ci sta trascinando in una visione cristiana  evangelica  del futuro ebraico.
Il  sionismo cristiano ha una lunga storia che si estende prima del moderno sionismo ebraico. La nozione che la Seconda Venuta dipende dal ritorno nella Giudea in Palestina ed è la condizione  per il rapimento finale del Libro delle Rivelazioni ha una lunga storia nel protestantesimo europeo e americano e in seguito nell'evangelismo.  Il più famoso sionista cristiano in America, William Blackstone (1840-1934), 
era convinto  che gli Stati Uniti fossero stati scelti per costruire il secondo tempio.e favorire il ritorno degli ebrei dall'esilio

  Dopo la guerra dei Sei Giorni, il cristianesimo sionista divenne più prominente nei circoli evangelici, mentre i protestanti  cominciarono  a sentirsi più in sintonia con la causa palestinese.Questi cristiani evangelici non erano sempre in sintonia con gli interessi ebraici. Le organizzazioni cristiane come l'Ambasciata Cristiana Internazionale a Gerusalemme hanno iniziato a promuovere  politiche di destra che includevano una rapida ricostruzione del Tempio  al posto  della Cupola della Roccia, contro la volontà di molti nel governo israeliano.
I  gruppi di destra in Israele hanno sostenuto il sionismo evangelico e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta in mezzo a loro.e  sembra più allineato con i sionisti cristiani che con la maggioranza degli ebrei americani.
Ciò che pochi sembrano disposti ad ammettere è che il sionismo cristiano e il sionismo ebraico non hanno poco in comune. Il  sionismo ebraico  è sempre stato caratterizzato dalla convinzione che gli ebrei possono avere una vita feconda di auto- determinazione nei paesi che non sono Israele. Al contrario nella visione cristiana evangelica sionista gli ebrei sono strumenti di una escatologia che  ivi  si sviluppa. In quanto tali   gli ebrei non hanno alcun ruolo reale nella diaspora, tranne che come promotori del proprio ritorno a Sion.
Inoltre la natura politica e morale dello Stato ebraico - o della comunità ebraica della diaspora  non è una preoccupazione centrale per la comunità evangelica cristiana sionista; piuttosto gli ebrei americani hanno un ruolo fondamentale: massimizzare il potere e l'influenza dello Stato di Israele in modo che tutti gli ebrei possono tornare e la seconda venuta può avvenire . Come Blackstone, molti sionisti evangelici ritengono che il ruolo americano in questo processo è in gran parte quello di favorire  il ritorno in   Israele per poter permettere il Secondo  Ritorno.
L'idea che gli ebrei siano solo visitatori in America fino a quando non tornano a casa è in realtà un'idea che l'escatologia evangelica condivide con alcuni ceppi di pensiero sionista  conosciuto come "Negazione della Diaspora". 
Inoltre nel sogno evangelico del ritorno ebraico in Israele, c'è una minaccia subliminale : un giorno potremmo perdere il nostro status di cittadini qui in America  (questo è un motivo per cui i nazionalisti bianchi come Richard Spencer potrebbero  chiamare il loro movimento "White Zionism". Gli ebrei hanno un ruolo da svolgere,ma  non è qui.  Quando noi ebrei non siamo sufficientemente "pro-Israele" ossia non sosteniamo  le politiche della  destra di Israele, - non siamo "buoni ebrei" agli occhi di molti sionisti evangelici cristiani.
E ci sono molti ebrei che sono d'accordo. Infatti,in questa direzione  esattamente   si sta dirigendo il nuovo sionismo  come evidenzia il test pro-israeliano.
Il sionismo di oggi è essenzialmente una capitolazione a questo modello cristiano di identità ebraica. Anziché attori morali, agenti del nostro destino in un paese che chiamiamo casa, siamo agenti che agiscono innanzitutto per Israele.
Qui c'è una ironia profonda e preoccupante. Quelli che   ritengono che   controllando la leadership americana ebraica su Israele e creando un test pro-Israele stiano proteggendo gli ebrei , sbagliano  Essi proteggono solo gli ebrei che pensano come loro a scapito della maggioranza degli ebrei americani che non lo fanno.
Il prezzo  è la perdita della nostra capacità di negoziare il nostra ebraismo in una società   non  inestricabilmente legata a un luogo   dove scegliere di non vivere.Ciò riduce notevolmente la nostra storia e l'identità della Diaspora. Ricordiamo che il sionismo "negazione della diaspora" è stato respinto da quei sionisti americani che hanno partecipato alla conferenza di Biltmore con Chaim WeizmanN e David Ben-Gurion nel maggio 1942.



Ben Zion Dinur, il primo "ministro dell'educazione" in Israele, è  un forte sostenitore della "negazione della diaspora: "Tutta la storia ebraica è storia sionista". I cristiani sionisti evangelici sarebbero d'accordo,ma questa prospettiva non  porta bene alla  salute dell'ebraismo americano.


Il sionismo americano non può essere fondato sull'auto-negazione.
 

                                   ARTICOLO IN LINGUA INGLESE








How The New Israel Litmus Test Turns Jews Into Christian Zionists





Over the past few months, a controversy has rocked the Jewish community. After David Myers was appointed president and CEO of the Center for Jewish History, in Manhattan, a small group of individuals published a scathing letter accusing Myers of supporting a boycott of Israel and undermining the Israel Defense Forces. On the grounds that Myers is “anti-Israel,” the group claimed he is unfit to lead an American Jewish institution.
Far from “anti-Israel,” Myers, a professor of Jewish history at UCLA and a critically acclaimed scholar of modern Judaism, is a member of the academic advisory board of J Street and is on the board of the New Israel Fund. He proudly considers himself part of the Zionist left.
But as ridiculous as this smear campaign was, it is not a unique or isolated affair. Rather, it exposed a new and deeply problematic trend in the American Jewish community, a trend of making support for Israel — and a very particular kind of support at that — a new litmus test for who gets to belong to the Jewish community. Say the wrong thing or belong to the wrong group, and you can have your funding pulled or your credentials revoked or your play canceled.
We Jews know all too well how pernicious litmus tests of belief can be. But this litmus test is not only policing –- and censoring — Jewish thought. It is unwittingly pushing our community as a whole away from the historic models of American Jewish identity, and right into the hands of Evangelical Christian Zionism.
*
For the past 2,000 years, Jewish identity in the Diaspora did not focus primarily on Eretz Yisrael as a source of its religious identity. The land was a place of pilgrimage and a source of messianic hope and certainly a central part of Jewish liturgy. But settling in the Land of Israel was more aspirational than real for most Jews.
The reality — and the genius — of the Jewish Diaspora was that Jews always found a way to construct models of identity and resilience within the societies in which they lived, fulfilling Jeremiah 29:5, “Build houses and dwell in them; plant gardens and eat of their fruit.”
The emergence of modern Zionism in the late 19th century did not displace the richness of Jewish Diaspora life but added to it. Nor was Zionism an ideological monolith. Rather, it was characterized by vigorous debate. The arguments were as intense as they were variegated, such as the debate between statists like David Ben-Gurion and non-statists like Ahad ha-Am, or the debate between secularists such as Herzl, Max Nordeau and Yosef Brenner on the one hand and religious Zionists such as Abraham Isaac Kook and Isser Yehuda Unterman on the other. You had spiritual humanists such as Martin Buber, and fierce nationalists such as Ze’ev Jabotinsky. There were even the territorialists who opposed the Land of Israel as the place of settlement because it was impractical, and argued for other lands that would expedite the process of saving Jews from an increasingly dangerous Europe.
Above all, Zionism as expressed in the Diaspora was about the rise of a new form of Jewish collective consciousness, culturally, politically and spiritually. And in America, in classic Jewish style, these debates existed within an orbit of legitimacy whereby different views, within limits, were tolerated, if sharply criticized. Think of American Zionist leaders such as Judah Magnus (1877-1948), a Reform rabbi who supported a binational Arab-Jewish state, and Nachum Goldman, president of the World Jewish Congress, who was openly and publicly very critical of Israeli polices. (According to the standards of David Myers’s protesters, neither would be fit to run the Center for Jewish History today.)
As everywhere, Zionism did not supplant the identity of Jewish Americans so much as give it another facet, one that, like socialism, or Orthodoxy, or even communism, was an epistemology American Jews could choose to add to their already thriving identities.





Even the advent of the State of Israel in 1948 did not erase the focus of Jewish diasporic life. Zionism in America, not a majority view before the World War II, certainly got a tremendous boost after 1948. And yet even then, American Jews were still not focused primarily on Israel to construct their identity. Before 1967, most American Jews had never visited Israel. This changed after the Six Day War, when Israel became a much more central part of American Jewish identity and when Zionism became, to some extent, “the law of land.” Norman Podhoretz wasn’t totally wrong when he wrote in Commentary Magazine in the early 1970s that “we are all Zionists now.”
Despite its current ubiquity in our ranks, until recently, American Jewry has continued to negotiate the boundaries and limits of Zionism within a broad range of viewpoints, from the radical right-wing supporters of Meir Kahane to American Friends of Peace Now. And throughout, Jews held tightly to the distinction between being an American Jew and supporting Israel, the historian of American Zionism Judah Bernstein argues. This is in part because of the threat of dual allegiance that always hovered over the American Zionist enterprise. American Zionists needed to assuage those who would claim, as some did in the 1930s, that American Jews were not fully committed to the American project.
But they were also proud of their identities as Americans, a pride that only increased as anti-Semitism in this country waned and Jews began to excel. The mass migration to Israel that was expected after 1967 simply never happened. And of course, we continued to debate the nature of Zionism, and what relationship we owe our Israeli brethren.
It is this complex negotiation of American Jewish identity and Zionism that is currently under threat, for it is exactly this fertile knot of duality and debate that is erased by the new litmus test. In putting an exclusive emphasis on support for Israel, and especially its present policies, as a criteria for American Jewish leadership, this policing of American Jewish identity is erasing a complex Diaspora history.
Even worse, it’s dragging us into a particularly evangelical Christianized view of the Jewish future.
For Jews are not the only Zionists in America. Indeed, Christian Zionism has a long history extending back before modern Jewish Zionism. The notion that the Second Coming is dependent on the Jews’ return to Palestine as a condition for the final rapture in the Book of Revelations has a long history in European and American Protestantism and later evangelicalism.
Perhaps the most well-known early Christian Zionist in America, William Blackstone (1840-1934), petitioned the U.S. government to restore Zion to the Jews. He believed the United States was chosen to play the role of a modern Cyrus who helped finance the Jews’ return from exile to build the Second Temple.





But Blackstone was only the first in a long line. Over time, especially after the Six Day War, Christian Zionism became more prominent in evangelical circles, while mainline Protestants became more sympathetic to the Palestinian cause. And these evangelical Christians weren’t always in sync with Jewish interests, either. Christian organizations such as the International Christian Embassy in Jerusalem began promoting strong right-wing policies that included a swift rebuilding of the Temple on the site of the Dome of the Rock, against the will of many in the Israeli government.
But many right-wing groups in Israel have supported evangelical Zionism, and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu stands among them. Take, for example, his readiness to court evangelical Christian Zionists while dissing Conservative and Reform Jews who are pushing for religious equality in Israel. Or think of his willingness to attack a standing American president in Congress regarding the Iran Deal that a solid majority of American Jews support, or his attitude that American Jews best serve their historical purpose by supporting Israel. All these point to an Israeli leader who seems more aligned with Christian Zionists than with the majority of American Jews.
What few seem willing to admit is that Christian Zionism and Jewish Zionism have little in common. As we’ve established, Jewish Zionism — the belief in the national identity of the Jewish people and its right to self-determination –- has always been characterized by debate, a debate that includes the belief that Jews can have fruitful lives of self-determination in countries that aren’t Israel. By contrast, in the evangelical Christian Zionist vision, Jews are instruments of an unfolding eschatology. As such, Jews have no real role in the Diaspora other than as promoters of their own return to Zion.
Furthermore, the political, moral nature of the Jewish state –- or of the Diaspora Jewish community, for that matter –- is not a central concern for the evangelical Christian Zionist community; rather, American Jews have one basic role: maximizing the power and influence of the State of Israel so that all Jews can return and the Second Coming can happen. Like Blackstone, many evangelical Zionists believe that American’s role in this process is largely to serve as the facilitator of Israel’s rise in preparation for the Rapture.
The idea that Jews remain only visitors in America until they return home is actually an idea that the evangelical eschatology shares with some strains of Zionist thought; it’s known as “Negation of the Diaspora.” But in the evangelical model, there’s an implicit threat, too. For what happens after all Jews return to Israel, one can open up the Book of Revelations and be surprised. It isn’t pretty.
Moreover, in the evangelical dream of the Jewish return to Israel, there is a subliminal threat that one day we could lose our status as citizens here in America, because our role will have become complete (this is one reason that white nationalists such as Richard Spencer could call his movement “White Zionism.” Jews have a role to play -– and it is not here). For many Christians, we Jews in large part operate as stand-ins for the Jewish nation-state that evangelicals feel such a strong connection to for their own purposes. When we Jews are not sufficiently “pro-Israel” — defined by supporting Israel’s right-wing policies — we are not being “good Jews” in the eyes of many Christian evangelical Zionists.
And there are many Jews who would agree. Indeed, this is exactly where the new Zionism being foisted on us by those who advocate for pro-Israel litmus tests is headed.
The litmus test Zionism of today is essentially a capitulation to this Christian model of Jewish identity. Rather than moral actors, agents of our own destiny in a country we call home, we are double agents acting first and foremost for Israel.
There is a deep and troubling irony here. Those pursuing litmus tests think that by policing American Jewish leadership on Israel and creating a pro-Israel litmus test, they are protecting Jews. But they are mistaken. They are only protecting Jews who think like them at the expense of the majority of American Jews who don’t.
The price of this litmus test is the loss of our ability to negotiate our Jewishness in a society that is not inextricably tied to a place where we choose not to live. And it significantly curtails our Diaspora history and identity. Recall that “Negation of the Diaspora” Zionism was rejected by those American Zionists who attended the Biltmore Conference with Chaim WeizmanN and David Ben-Gurion in May 1942.





Ben Zion Dinur, the first “Minister of Education” in Israel and a strong proponent of “Negation of the Diaspora” Zionism, once said, “All Jewish history is Zionist history.” Evangelical Christian Zionists would agree. But such a perspective does not bode well for the health of American Jewry.
American Zionism cannot be founded on self-negation.
Shaul Magid is the Jay and Jeanie Schottenstein Professor of Jewish Studies in the Borns Jewish Studies Program and a professor of religious studies at Indiana University/Bloomington.
The views and opinions expressed in this article are the author’s own and do not necessarily reflect those of the Forward.

Allegati

 

A Nazareth un 'università americana finanziata dai sionisti evangelici di Richard Silverstein

I Cristiani sionisti e la loro influenza sulla politica della destra israeliana

 

Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico | La Civiltà Cattolica

Una lettera aperta ai sostenitori evangelici di Israele

Neve Gordon: Fondi Evangelici per sradicare i beduini

I giovani evangelici si spostano verso i Palestinesi

Video : Gerusalemme: l'invasione degli ultracristiani

DOPO IL SIONISMO, LE RADICI EVANGELICHE DELL’ALLEANZA USA-ISRAELE

 

Israel Law Center contro la flottiglia Usa e il ruolo di John Hagee

 

lunedì 16 ottobre 2017

Oltre 300 vittime negli attentati di Mogadiscio, ma sui social nessun hashtag #iosonosomalo


 
 
 
 
 
Strutture sanitarie al collasso, oltre 400 feriti e almeno 100 dispersi, ma l'Occidente è indifferente all'emergenza in Somalia
giornalettismo.com




È salito ad oltre 300 morti, 400 feriti e 100 dispersi il bilancio – purtroppo ancora provvisorio – dei sanguinosi attentati di  Mogadiscio sabato scorso. Due camion-bomba sono esplosi in zone particolarmente affollate della capitale somala: il primo all’ingresso di un hotel, il secondo nel distretto di Madina. La maggior parte delle vittime sono venditori ambulanti, che si trovavano in strada a lavorare, ma a essere colpito è stato anche uno scuola bus, con a bordo 15 bambini, tutti morti, secondo quanto riferito dai servizi sanitari locali. Il numero dei morti e dei feriti, però, è destinato ad aumentare: sono decine le persone rimaste sotto le macerie degli edifici esplosi negli attentati, mentre negli ospedali mancano attrezzature, medicinali e sangue per prestare soccorso ai sopravvissuti.

ATTENTATI DI MOGADISCIO, CHI SONO I RESPONSABILI

Per il momento non c’è stata nessuna rivendicazione degli attentati di Mogadiscio, ma le autorità somale li attribuiscono al gruppo jihadista al Shabaab, protagonista di una violenta insurrezione nel Paese dal 2006. Il barbaro attacco minaccia anche la stabilità interna del Paese, in un periodo di forte incertezza politico-istituzionale, con le dimissioni, la settimana scorsa, del ministro della Difesa Abdirashid Abdullahi Mohamed e del capo delle forze armate, il generale Ahmed Jimale Irfid.

ATTENTATI DI MOGADISCIO E LA CRISI ISTITUZIONALE IN SOMALIA

Il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed, detto “Farmajo” – termine che deriva dall’italiano “formaggio” e affibbiatogli per la sua nota passione per i prodotti caseari – è stato eletto lo scorso febbraio e da allora ha promesso di portare sicurezza nella capitale e di contrastare Al Shebaab in tutta la Somalia. Gli attentati di Mogadiscio dimostrano invece la facilità con cui i terroristi sono in grado di superare i posti di blocco e organizzarsi sul territorio. La popolazione ora si aspetta una dura reazione da parte del governo somalo e chiede con forza verità e giustizia in seguito all’attacco di sabato, il più grave di sempre nella regione.

L’INDIFFERENZA DELL’OCCIDENTE PER GLI ATTENTATI DI MOGADISCIO

Nonostante il numero dei morti – il più alto di sempre in un attacco nella regione – e il dramma dei feriti e dei dispersi, in Occidente si registra un interesse debolissimo per gli attentati di Mogadiscio. Nessun #iosonosomalo su Twitter, nessuna solidarietà per una città ferita gravemente dalle esplosioni di sabato e messa in ginocchio dall’emergenza sanitaria che ne è conseguita, nessuna raccolta fondi per le cure mediche. Un’indifferenza notata da alcuni utenti dei social, che hanno sottolineato come quello in Somalia sia un attacco di “serie z”:

EMERGENZA SANITARIA IN SOMALIA DOPO GLI ATTENTATI DI MOGADISCIO

Le strutture sanitarie di Mogadiscio sono «praticamente paralizzate. Negli ospedali mancano medici e infermieri. Mancano il sangue, i medicinali e gli strumenti chirurgici. Non riescono a fare fronte all’arrivo dei feriti dell’attentato di sabato. La situazione è drammatica». Lo riferisce all’AdnKronos Salute Foad Aodi, presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e dell’Unione medica euro-mediterranea (Umem), in contatto in queste ore con i medici della città, che lancia un appello al Governo italiano perché «attivi aiuti in favore della capitale somala». «Abbiamo notizie – aggiunge – di oltre 300 morti e più di 400 feriti, al momento. I medici contattati ci parlano della difficoltà di tirare fuori le persone dalle macerie, di bambini coinvolti e delle impossibilità di assistere tutti perché mancano le cose essenziali. Sono state necessarie molte amputazioni e la mancanza di sangue è drammatica».
Foto copertina: © Faisal Isse/Xinhua via ZUMA Wire

L' 'esercito di Netanyahu: false identità e trolls a pagamento nei commenti per influenzare la discussione


 Sintesi personale


Il mese scorso il giornalista israeliano Raviv Drucker ha pubblicato un articolo nell'edizione ebraica di Haaretz intitolato  " l'esercito di Netanyahu  . Il  partito Likud del primo ministro paga sockpuppets (persone che utilizzano false identità online) e trolls per inserire commenti falsi in linea al fine   di elogiare i membri della Likud denigrando i rivali del partito.
"Sei mai stato un troll pagato o conosci qualcuno che ha lavorato in quella capacità?" Abbiamo chiesto in un forum online.
 Dopo   diversi giorni di ricerca, un certo numero di individui si è avvicinato per affermare che c'è sicuramente un'industria di sockpuppet pagata in Israele  rivelando  alcuni segreti sulla  manipolazione online.

Profili finti ben tenuti

Su Yavin, fondatore e amministratore delegato di una società chiamata Online Performance Ltd, ha dichiarato che c'è un'industria di manipolazione dei media  in Israele che  si chiama "gestione della reputazione online"
"La maggior parte del pubblico non si rende  conto di questo marketing aggressivo  . Ogni  azienda decide quali siano i suoi confini ed alcuni non hanno alcun problema nella creazione di eserciti di profili falsi per cercare di influenzare la discussione on line .Alcune persone mantengono i loro falsi profili per mesi o anni. Lo fanno così bene che è quasi impossibile sapere che sono falsi
Almeno il 15 per cento dei commenti sui siti di notizie israeliane  e forse anche il 25-30 per cento sono falsi. Gli articoli di carattere politico sono più suscettibili di attirare troll pagati - e non solo commentatori di destra.
Più un  partito politico ha finanziamenti, più troll pagati  avrà.
Gli aspetti più importanti della gestione della reputazione online sono SEO (ottimizzazione   motori di ricerca) su siti come Google e campagne sui social media. La maggior parte delle persone non ha idea di come sia pervasiva questa pratica.
La maggior parte delle persone ha una percezione errata di   Google, pensa che la prima pagina riporti i risultati più rilevanti  . Infatti gli specialisti di SEO sono costantemente in competizione tra loro e i migliori inseriscono   i loro clienti nella prima pagina dei risultati della ricerca ".

Combattere contro il falso

Yossef Daar   è  co-fondatore di Cyabra, un'azienda israeliana specializzata nel rilevare la falsa attività nei media.
Secondo Daar ci sono 140 milioni di account falsi su Facebook, 48 milioni di bot su Twitter e 38 milioni di utenti falsi su LinkedIn in tutto il mondo. Le organizzazioni che sono gli obiettivi di campagne di disinformazione sui social media  possono subire danni tremendi senza rendersi conto del perché. I sockpuppets pagati possono influenzare le abitudini di acquisto o le opinioni politiche.
 Alcune società PR possono cambiare rapidamente IP e così  i post  sembrano provenire  da più paesi.  ".

Il filosofo tedesco Jurgen Habermas ha scritto che  le democrazie funzionino bene  se hanno una robusta  "sfera pubblica", uno spazio sociale dove le persone si riuniscono volontariamente per impegnarsi in un dibattito razionale e  perseguire la verità e del bene comune. In un mondo ideale la sfera pubblica agisce come un controllo sui poteri del governo . Habermas ha anche identificato due tipi di comunicazione esistenti nelle società moderne: il comunicativo e lo strategico. Nella modalità comunicativa la gente cerca di discernere la verità e di raggiungere la comprensione reciproca. La modalità strategica ha come fine di  portare un'altra persona a fare quello che si vuole  senza che l'interessato intuisca  le vere  intenzioni. In una società sana la modalità comunicativa ha la priorità rispetto alla modalità strategica.
È Internet una "sfera pubblica" dove le persone possono riunirsi e comunicare in modo aperto e sincero?
Dato il lavoro pervasivo ma nascosto di troll pagati che stanno cercando di manipolarci , possiamo fidarci di tutto ciò che leggiamo in linea?
"Io dico  a tutti di stare molto attenti a ciò che leggono online", ha detto Yavin a The Times of Israel.


'Online reputation management' industry is thriving in Israel, gaming Google's algorithm to boost the prominence of websites, paying trolls to post, and more
timesofisrael.com

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