domenica 23 aprile 2017

HAARETZ: Israele teme espulsione team colonie dalla FIFA


I palestinesi vogliono all’ordine del giorno la questione della partecipazione ai campionati israeliani delle squadre delle colonie ebraiche nei Territori occupati,…
shar.es/1FmtFQ



I palestinesi vogliono all’ordine del giorno la questione della partecipazione ai campionati israeliani delle squadre delle colonie ebraiche nei Territori occupati, durante la riunione annuale della Federazione internazionale del calcio prevista il mese prossimo. Intanto 120 organizzazioni e personalità mondiali mandano una lettera alla Fifa a sostegno della posizione palestinese.

fifa
della redazione
Roma, 20 aprile 2017, Nena NewsIsraele è sempre più preoccupato che la FIFA, la Federazione internazionale del gioco calcio, deciderà di sospendere le sue squadre con sede negli insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata, quando terrà la sua riunione annuale il mese prossimo. Lo scrive oggi il giornale israeliano Haaretz.
Un funzionario governativo, citato da Haaretz, ha affermato che due settimane fa Israele ha appreso che Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcio palestinese, ha chiesto che sia messa all’ordine del giorno la questione della partecipazione ai campionati israeliani delle squadre delle colonie, sia dei lavori del Consiglio della FIFA, che si riunirà a Manama, in Bahrain, il 9 maggio, e anche dell’Assemblea della FIFA,che si riunirà nella stessa città il 10 e 11 maggio.
Per questa ragione martedì il ministero degli esteri israeliano ha inviato una nota a decine di ambasciate incaricandole di persuadere i loro paesi ospitanti a rimuovere la questione dall’agenda della FIFA o di fare in modo che non sia votata. Tuttavia, ha aggiunto il funzionario citato da Haaretz, Israele deve essere preparato al peggio. In caso di voto le sue probabilità di successo sono minime.
  I team delle colonie sono sei: Maccabi Ariel, Ironi Ariel, Beitar Givat Ze’ev Shabi, Beitar Ma’ale Adumim, Hapoel Oranit, Hapoel Bikat Hayarden. I palestinesi denunciano inoltre una settima squadra, l’Hapoel Katamon Yerushalaim, che gioca le partite casalinghe a Maale Adumim, il più grande degli insediamenti ebraici in Cisgiordania.
Il team della colonia ebraica di Ariel
Il team della colonia ebraica di Ariel
  Gli statuti della FIFA vietano ai membri di creare squadre di calcio nel territorio di un altro Paese o di lasciare che tali squadre giochino nei propri campionati senza il consenso di quel Paese. I palestinesi chiedono l’applicazione di questa clausola e sostengono che se Israele non sospenderà la partecipazione ai suoi campionati dei team delle colonie, venga a sua volta sospeso dalla FIFA. Inoltre accusano il presidente della Federazione internazionale, Gianni Infantino, di aver manovrato dietro le quinte per ritardare una decisione sulla richiesta di sospensione delle squadre delle colonie.
  “Vogliamo impedire il voto con qualsiasi mezzo”, ha detto il funzionario israeliano ad Haaretz, “Le ultime due volte siamo riusciti a impedirlo ma ora sono meno ottimista”.
Intanto a sostegno della posizione della Federazione palestinese, 120 organizzazioni in tutto il mondo, insieme a personalità dello sport e della cultura, registi cinematografici e politici hanno inviato una lettera al Consiglio della FIFA. Tra i firmatari ci sono l’ex Relatore Speciale dell’ONU Richard Falk, l’ex-ministro brasiliano per i diritti umani Paulo Sérgio Pinheiro, il membro del Comitato centrale del Partito comunista sudafricano e ministro dello Sport e delle Attività Ricreative Thulas Nxesi (a titolo personale) e i registi cinematografici britannici Ken Loach e Paul Laverty. Per l’Italia hanno aderito l’Unione Italiana Sport per Tutti (UISP, con 1 milione 300 mila iscritti), l’associazione Lunaria e diverse squadre di sport popolare. La lettera è stata firmata anche da gruppi ebraici come Jewish Voice for Peace, con oltre 60 sezioni negli Stati Uniti, South African Jews for a Free Palestine, Union of French Jews for Peace, Jews for Justice for Palestinians-UK, Jews for a Just Peace between Israel and Palestine. Nena News

Le israeliane non devono amare arabi: sei arresti nella destra razzista


I fermati organizzavano aggressioni contro gli arabi per impedire relazioni
globalist.it
Una destra razzista e priva del concetto di solidarietà. Come tutte le destre del mondo, compresa quella estrema di Israele.

Così sei israeliani, tra cui due militari di carriera, accusati per aggressioni anti-arabe nell'ambito "di atti terroristici e razzisti", sono stati arrestati a Beer Sheva, nel sud di Israele. Lo ha annunciato la polizia.
I sospettati sono accusati di aver utilizzato coltelli, manganelli e sbarre di ferro per condurre almeno cinque aggressioni fisiche contro cittadini arabi negli ultimi mesi e atti di vandalismo contro auto appartenenti sempre a membri della comunità araba. I sospettati, ha aggiunto la polizia, hanno agito "per motivi nazionalistici e razzisti e per impedire a donne ebree di intrattenere relazioni con arabi".
Gli arrestati sono stati influenzati da un video realizzato dal movimento razzista di estrema destra Lehava che si intitola "il salvataggio delle donne ebree sposate ad arabi".

Israele festeggia i 50 anni come paese occupante





Jonathan Cook
18 aprile 2017
Israele deve tenere festeggiamenti sontuosi nelle prossime settimane per evidenziare il 50° anniversario di quella che chiama la “liberazione della Giudea, della Samaria e delle Alture del Golan” o che tutti noi altri descrivono come la nascita dell’occupazione.  L’evento clou si terrà a Gush Etzion, a sud di Gerusalemme. Il “blocco” di insediamenti in Cisgiordania gode di vasto supporto a Israele, non ultimo perché era stato fondato molto tempo fa dal partito Laburista di sinistra che è ora  a capo dell’opposizione.
Il giubileo è un potente monito che per gli israeliani, la maggior parte dei quali non hanno mai conosciuto i tempi prima dell’occupazione, il dominio di Israele sui palestinesi sembra tanto irreversibile quanto le leggi della natura. Però anche lo sfarzo dei festeggiamenti sottolinea la crescita in cinque decenni dell’autostima di Israele come paese occupante. I documenti trovati questo mese negli archivi di Israele rivelano che, quando Israele si è impadronito di Gerusalemme Est nel 1967, la sua prima preoccupazione è stata di raggirare la comunità internazionale.
Il ministero degli Esteri ha ordinato agli ambasciatori di Israele di descrivere in maniera errata l’annessione illegale di Gerusalemme Est, definendola una semplice “fusione municipale”. Per evitare rappresaglie diplomatiche, Israele ha dichiarato che era necessario ridurre la fornitura di servizi essenziali alla popolazione palestinese occupata.
Stranamente, coloro che hanno fatto la stesura dell’ordine, hanno avvertito che era improbabile che l’inganno sarebbe riuscito. Gli Stati Uniti hanno già insistito affinché Israele non commetta mosse unilaterali.
Ma nel giro di mesi Israele aveva sfrattato migliaia di palestinesi dalla Città Vecchia e aveva distrutto le loro case. Fin da allora Washington e l’Europa hanno continuato
a chiudere un occhio su tali azioni.
Uno dei primi slogan preferiti del movimento sionista era: “Dunum* dopo dunum, capra dopo capra”. La confisca di piccole aree di territorio misurate in dunum, la demolizione delle case segnate e la graduale eliminazione degli animali che pascolano avrebbero lentamente cacciato via i palestinesi dalla maggior parte della loro terra, “liberandola” per la colonizzazione ebraica. Se fosse stato fatto per gradi, le obiezioni arrivate dall’estero sarebbero rimaste  attutite. Si è dimostrata una formula vincente.
A 50 anni di distanza, la colonizzazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, è così radicata che una soluzione con due stati non è nulla di più che un sogno impossibile.
Cionondimeno, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scelto questo momento infausto per mandare un inviato, Jason Greenblatt, per porre fine al conflitto israelo-palestinese.
In una riposta di “buona volontà” il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha svelato uno schema per la costruzione degli insediamenti. E’ esattamente il tipo di formula per l’inganno che ha aiutato Israele a consolidare l’occupazione fin dal 1967.
Netanyahu dice che l’espansione sarà “limitata” a insediamenti “sviluppati in precedenza”, o ad aree “adiacenti”, oppure, a seconda del terreno, a “terra vicina” a un insediamento.
Il movimento [israeliano progressista e pacifista, non governativo] Peace Now, fa notare che gli insediamenti hanno già la giurisdizione su circa il 10% della Cisgiordania, mentre una percentuale di gran lunga maggiore è trattata come “terra statale”. Il nuovo schema, dice il gruppo, dà ai coloni il via libera a “costruire dovunque”.
La Casa Bianca di Trump ha alzato le spalle. Una dichiarazione seguita all’annuncio di Netanyahu, ha giudicato che gli insediamenti non costituiscono nessun “impedimento alla pace”, aggiungendo che gli impegni di Israele con le precedenti amministrazioni statunitensi  sarebbero trattate come opinabili.
Effettivamente, gli Stati Uniti stanno ricominciando da zero, creando una nuova linea guida per i negoziati dopo decenni di cambiamenti israeliani che hanno spogliato i palestinesi di territorio e diritti.
Anche se nulla di questo è di buon auspicio, i leader dell’Egitto e della Giordania, hanno incontrato Trump questo mese per spingere a  rinnovati colloqui tra Israele e i palestinesi. Si dice che la Casa Bianca si stia preparando ad accogliere il Presidente palestinese Mahmoud Abbas.
Alcuni palestinesi esperti sono giustamente diffidenti. Abbas Zaki uno dei leader di Fatah, teme che Trump cercherà di imporre una soluzione regionale agli stati arabi, scavalcando Abbas, destinata a “eliminare del tutto  la causa palestinese”.
David Ben Gurion, il padre fondatore di Israele, pare che una volta abbia detto: “Quello che importa non è che cosa dicono i goyim [i non-ebrei], ma che cosa fanno gli ebrei.”
Per quasi un quarto di secolo, gli accordi di Oslo hanno fatto sperare in un’illusoria probabilità di pace che ha utilmente distratto la comunità globale mentre Israele ha quasi quadruplicato la sua popolazione di coloni, rendendo irrealizzabile perfino uno stato palestinese molto circoscritto.
Ora, quella strategia sta per essere fatta rivivere in una forma nuova. Mentre gli Stati Uniti, Israele, la Giordania e l’Egitto si concentrano sul compito disperato di creare uno schema regionale per la pace, Israele sarà lasciato indisturbato ancora una volta  e si approprierà di altri dunam e di altre capre.
In Israele, il dibattito non è più, semplicemente se costruire case per i coloni o quante possono essere  giustificate.  I ministri del governo discutono, invece, su quale sia il momento migliore per annettere vaste aree della Cisgiordania associate ai cosiddetti blocchi di insediamenti, come Gush Etzion.
Le imminenti celebrazioni di Israele dovrebbero mettere a tacere qualsiasi confusione sul fatto che l’occupazione è ancora considerata temporanea. Quando però questa diventa permanente, si trasforma in qualcosa di gran lunga  più brutto.
E’ tardi per riconoscere che Israele ha instaurato un regime di apartheid, un regime che serve inoltre come veicolo per incrementare la pulizia etnica. Se ci devono essere dei colloqui, il loro primo compito sarebbe di porre fine a quell’oltraggio.
Nella foto: un insediamento israeliano in Cisgiordania.
Una versione di questo articolo è apparsa per la prima volta sul quotidiano The National, di Abu Dhabi.
Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele di disperazione umana] (Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.net.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Moni Ovadia : lettera al Sindaco di Milano sul BDS e il 25 Aprile

Alla cortese attenzione del Sindaco signor Giuseppe Sala.
Egregio signor Sindaco,
le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che un'associazione di ebrei legata alla Comunità Ebraica milanese, attraverso il suo sito /www/.linformale.eu/, le ha chiesto, non si capisce a quale titolo, di adoperarsi per impedire la partecipazione alla prossima manifestazione del 25
Aprile, festa della Liberazione, al movimento BDS /(Boicotta Disinvesti Sanziona)/, calunniandolo con accuse false e infamanti.
Il 25 Aprile ricorda e celebra si la memoria della lotta contro la barbarie nazifascista, ma irradia anche un insegnamento e un monito che cammina di generazione in generazione: il dovere di opporsi ad ogni oppressione per liberare ogni popolo oppresso da chiunque ne sia l'oppressore.
Per questa ragione, lo slogan più ripetuto nella manifestazione
dell'antifascismo è “/Ora e sempre //Resistenza!/”, pertanto chiunque inalberi simboli che richiamano alla libertà e all'indipendenza dei popoli, è legittimo erede dei partigiani.
Signor Sindaco, io non mi permetto di chiederle di prendere posizione sul BDS,voglio solo sot toporle un'accorata sollecitazione a non prestarsi a legittimare un uso scellerato e strumentale dall'accusa di antisemitismo o di terrorismo contro BDS. L'unico scopo di tali falsità e quello di tappare la bocca, imbavagliare il pensiero e criminalizzare una militanza sacrosanta che si batte per i diritti di un popolo oppresso, i cui territori sono occupati, colonizzati da cinquantanni, le cui topografie esistenziali sono devastate, ai cui figli è negato il presente e il futuro, la cui gente è sottoposta a punizioni collettive e ad un autentico apartheid a causa del quale, i
palestinesi subiscono un diuturno ed incessante stillicidio di vessazioni e patiscono la negazione sistematica della dignità sociale e personale.
Signor Sindaco, questa situazione tragica, violenta ed ingiusta, e denunciata con forza anche dalle voci più coraggiose della stampa e della società israeliana. A titolo di esempio riporto qui alcuni brani del discorso pronunciato davanti all'assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani /Bet'Tselem: “Ho parlato alle Nazioni Unite contro l'occupozione perché sono
israeliano. Non ho un altro Paese. Non ho un'altra cittadinanza né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l'occupazione è un disastro.
[...] Ho parlato alle Nazioni Unite contro l'occupazione perché i miei colleghi di B'Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati ad una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento.
[...] Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all'incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi.
[...] Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo.
Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare anifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico.
Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” - “Grazie, padrone” - è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire.”.
L'antisemitismo, signor Sindaco, è stato ed è uno dei crimini più odiosi, farne uso di vergognosa propaganda al fine di legittimare politiche di oppressione contrarie ad ogni principio del diritto internazionale è infame.
Proprio in occasione delle recenti polemiche, la comunità ebraica romana in una sua nota, ne ha rispolverato a pappagallo una versione inventata dal talento di Bibi Netanyahu: “L'Anpi sceglie di cancellare la Storia e far sfilare gli eredi del Gran Muftì di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere...” (la Repubblica 20/04/2016). Ovvero, chi inalbera la bandiera palestinese, simbolo dell'identità e della dignità di un popolo
oppresso, sarebbe erede del Gran Mufti di Gerusalemme del tempo della Seconda Guerra Mondiale, noto per le sue simpatie filonaziste. Questo argomento se non fosse una vigliaccata sarebbe ridicolo e patetico, tanto più se serve come scusa alle istituzioni della Comunità Ebraica romana per non partecipare alla manifestazione a cui ha pieno titolo ad esserci ma non contro l'aspirazione alla libertà e all'indipendenza del popolo palestinese.
Da ultimo, signor Sindaco, mi permetto di rivolgermi a lei a titolo personale.
Se lei desse legittimità a chi vuole criminalizzare /BDS/, metterebbe anche su di me che ne sostengo il diritto, la libertà e la piena legittimità, lo stigma del terrorista antisemita. Mi permetto orgogliosamente di ricordarle,che sono ebreo per nascita, cittadino milanese da 68 anni, militante antifascista dall'età della ragione e che ho dedicato oltre quarant'anni a far
conoscere e a celebrare i valori specifici e universali della cultura ebraica rappresentandoli in teatro, scrivendone e parlandone.
In questi ultimi anni per avere sostenuto i diritti del popolo palestinese, ho ricevuto ogni sorta di spietati insulti e maledizioni, ci ho un po' fatto il callo, ma se, ancorché indirettamente, l'istituzione della mia città si unisse al coro, il vulnus colpirebbe non me ma i valori della tradizione
antifascista e democratica della nostra Milano.
La ringrazio anticipatamente per l'attenzione che vorrà rivolgermi
Moni Ovadia



Alla cortese attenzione del Sindaco di Milano, signor Giuseppe Sala Egregio signor Sindaco, le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che…
pressenza.com
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sabato 22 aprile 2017

Gideon Levy : 50 anni di occupazione .La nostra Nakba


This is a jubilee year: 50 years after the greatest Jewish disaster since the Holocaust, 50 years after the greatest Palestinian disaster since the Nakba. It is the jubilee of their second Nakba and our first. A moment before the start of the celebrations to mark the 50th anniversary of the “liberation” of the territories, we should remember that it was a disaster. A great disaster for the Palestinians, of course, but also a fateful disaster for the Jews here. 2017 ought to be a year of soul-searching in Israel, a year of unparalleled sadness. It is already clear that it will not be. Instead, the government plans to make it a year of celebration, celebrating the occupation. Ten million shekels ($2.74 million) have already been allocated to celebrate 50 years of suppression of another people, 50 years of rot and internal destruction.
A state that celebrates 50 years of occupation is a state whose sense of direction has been lost, its ability to distinguish good from evil impaired. A military victory may be celebrated, but to celebrate decades of brutal military conquest? What exactly is there to celebrate, Israelis? Fifty years of bloodshed, abuse, disinheritance and sadism? Only societies that have no conscience celebrate such anniversaries. It is not only on account of the suffering it causes the Palestinians that Israel must refrain from celebrating the anniversary. It must cloak itself in sorrow also over what has happened to Israel since that terrible summer of 1967, the summer in which it won a war and lost nearly everything.
A great disaster struck us. Like a kibbutz or moshav where farmland has been sold to private residential developers, ruining the community’s character, like gentrification that runs roughshod over the poor, like a once-healthy body now riddled with cancer, so Israel has grown since the summer of 1967, its DNA damaged. It is enough to look at Jerusalem which went from being a charming university city with government institutions to a monster ruled by the Border Police.
It began with the ultranationalist-religious orgy that swept over everyone but for a handful of prophets, and continues today, through the familiar mechanisms of brainwashing. Size matters, in Israel’s case: It has turned it into an evil, violent, ultranationalist, religious, racist state. It wasn’t perfect before, but in 1967 the seeds of calamity were sowed. We must not blame all the state’s ills on the occupation — not every nightclub stabbing is perpetrated by a veteran of the army’s Kfir Brigade. And we do not have to believe that everything is blacker than black in order to comprehend the enormity of the disaster. From a state that began as a brand plucked from a fire, modest, insecure, hesitant, chalking up amazing accomplishments that the whole world marveled at, to an arrogant, despised state, marveled at only by those that resemble it.
All this began in 1967. Not that 1948 was so pure, far from it, but 1967 accelerated, institutionalized and legitimized the decline. It gave birth to the ongoing contempt for the world, the bragging and bullying. In 1967 the occupation began. It metastasized wildly inward, from the roadblocks in the West Bank to the nightclubs in Tel Aviv, from the refugee camps to the roads and the supermarket lines. Israel’s language became the language of force, everywhere. The success of the Six-Day War was too much for it — some successes are like that — and after came the boast, “to us, all is permitted.”
It began with the victory photo albums and the songs — “Nasser is waiting for Rabin, ai, yai, yai” and “We have returned to you, Sharm el-Sheikh.” Right after the hangover came the signs of cancer: The religious suddenly became messianic, the moderates ultranationalist, and it’s a short road from there.
Nothing stood in the way of Israel becoming what it is, at home or abroad. It perpetuates the occupation, although it ostensibly didn’t want it from the outset, because it could. And it established an apartheid regime in the territories, because there is no other kind of occupation.
Now it’s here. Strong, armed and rich as it never was in 1967. Corrupt and rotten as only an occupying country can be. That is what we are supposed to celebrate. And that is what we must weep over.
Gideon Levy
Haaretz Correspondent

"È in atto una vergognosa offensiva contro l'ANPI. Si salvaguardi l'unità del 25 aprile"

COMUNICATO STAMPA

La Segreteria Nazionale ANPI: "È in atto una vergognosa offensiva contro l'ANPI. Si salvaguardi l'unità del 25 aprile"

Il 25 aprile è diventato, a Roma, l'occasione per discussioni pretestuose e per attacchi nei confronti dell'ANPI.
Ce ne doliamo molto, perché la Festa della Liberazione dovrebbe essere unitaria e concentrata sui ricordi, sui valori, sul presente e sul futuro.
Nella convinzione che si tratti di una delle giornate più significative ed importanti per la storia del nostro Paese, lasciamo da parte le polemiche sulle quali torneremo, semmai, in seguito, anche per cercare di indurre certi incauti commentatori politici a vergognarsi delle loro offensive elucubrazioni.
Adesso, il problema vero è la riuscita della manifestazione a Roma, come in tutto il resto d'Italia. Noi speriamo sinceramente che ognuno ci ripensi, sia che si tratti della Comunità ebraica, sia che si tratti del Partito Democratico, al quale vogliamo solo ricordare che non è il corteo ad essere divisivo (ché anzi è stato immaginato e costruito come assolutamente unitario). E che la tradizione di ogni partito che si rifaccia alla democrazia non può che essere quella del rispetto dei valori unitari della Resistenza e della valorizzazione di queste pagine, tra le più belle della nostra storia.
L'ANPI nazionale ha invitato tutte le organizzazioni periferiche a dar vita a manifestazioni imperniate sulla Resistenza, sulla Liberazione, sull'antifascismo e sulla piena attuazione della Costituzione. Il nostro fermo desiderio è che ciò avvenga in modo unitario e con una partecipazione massiccia, talché anche eventuali dissidenze (di cui saremmo comunque assai dispiaciuti) risultino secondarie e accessorie rispetto alla grandezza corale di un giorno di festa che è e deve essere di tutti.
Di qui il nostro fermo invito, a nome dei combattenti per la libertà, che rappresentiamo e rappresenteremo sempre, checché ne dicano certi articolisti che ignorano i principi affermati anche da numerose sentenze, è rivolto a tutti gli italiani e a tutte le italiane, da Roma a Milano, da Reggio Calabria a Torino, da Palermo a Bologna perché partecipino in massa e con entusiasmo ad una giornata dedicata ai valori fondamentali della Carta Costituzionale e dunque della nostra stessa convivenza civile.
Le bandiere fondamentali saranno quelle della Pace e della Resistenza; chi intende disturbare sarà isolato pur con i mezzi limitati di cui disponiamo. Le partigiane e i partigiani che hanno combattuto a fianco delle brigate ebraiche nel Ravennate, con l'Ottava Armata, non tollereranno che ad esse si manchi di rispetto, perché esse saranno presenti – lo auspichiamo – a pieno titolo. La piazza è di tutti, in un giorno di festa nazionale, ma a condizione che tutti usino rispetto per le idee degli altri, riguardo per la Resistenza, amore per la Costituzione.
LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI
Roma, 21 aprile 2017

Il 25 aprile a Roma e le polemiche politico-giornalistiche

"È in atto una vergognosa offensiva contro l'ANPI. Si salvaguardi l'unità del 25 aprile"

Il testo del comunicato della Segreteria Nazionale ANPI
Nel 70° dell'approvazione della Costituzione

Il 25 aprile a Milano: "Cambiare il Paese nel solco dell'antifascismo e della Costituzione"

Il programma e l'appello della manifestazione nazionale. L'orazione ufficiale del Presidente del Senato, Pietro Grasso
Il 25 aprile a Roma e le polemiche politico-giornalistiche

Gad Lerner: "Solidarietà all'ANPI bersaglio di polemiche strumenta


Gad Lerner: solidarietà all'ANPI

Celebrazione del 25 aprile a Roma: intervista a Gad Lerner

INTERVISTA | di Sonia Martina - RADIO - 14:57 Durata: 7 min 33 sec
Scheda a cura di Guido Mesiti


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"Celebrazione del 25 aprile a Roma: intervista a Gad Lerner" realizzata da Sonia Martina con Gad Lerner (giornalista, scrittore, conduttore televisivo).

L'intervista è stata registrata giovedì 20 aprile 2017 alle 14:57.

Nel corso dell'intervista sono stati trattati i seguenti temi: Anpi, Antifascismo, Dureghello, Ebrei, Israele, Liberazione, Palestina, Polemiche, Politica, Resistenza, Roma, Sinistra, Storia.

La registrazione audio ha una durata di 7 minuti.

venerdì 21 aprile 2017

Palestina : Nel corso della Pasqua, i coloni hanno attaccato tre nonne israeliane . Io ero una di loro


di Carol Cook
21 aprile 2017
Durante la Pasqua, ho viaggiato in Cisgiordania con altre due donne, tutte noi siamo membri di Machsom Watch, un gruppo israeliano per i diritti umani . Il nostro obiettivo era quello di visitare due villaggi palestinesi: in uno, Kafr a-Dik, i coloni avevano da poco abbattuto alcuni alberi di ulivo  nell'altro, Urif, i residenti avevano cercato di lavorare nei loro uliveti, ma, anche se avevano organizzato questo con l'esercito, i coloni lo hanno impedito 
. Abbiamo voluto vedere con i nostri occhi , piuttosto che leggere la notizia . Entrambi i villaggi sono a meno di 10 chilometri a est della Linea Verde, a circa 30 miglia sia da Tel Aviv  sia da Gerusalemme.
Accompagnate da un residente di Kafr a-Dik, siamo giunte nei pressi dell'insediamento di Alei Zahav e qui  un altro insediamento, Leshem,  sta sorgendo
Ma non abbiamo potuto andare oltre per raggiungere i terreni agricoli del villaggio, a causa della  chiusura  imposta ai territori per la  Pasqua  e alla nostra guida palestinese non sarebbe stato permesso di entrare .
Così  ci siamo diretti verso Urif, pochi chilometri a nord-est. Lì abbiamo incontrato Adel, un giovane operatore di  B'tselem, un'organizzazione per i diritti umani che opera in collaborazione con Machsom Watch per questi tour   e siamo arrivati ​​alla periferia del paese, le cui terre confinano con l'insediamento dall'infame Yitzhar.
Oltre Adel  eravamo tre donne   di 60 e 70 anni . Insieme abbiamo camminato su un leggero pendio coperto da arbusti bassi e fiori di campo. Sul  crinale opposto sorgono  le case di Yitzhar che riceve le  donazioni della famiglia Kushner . Siamo rimasti lì per circa 10 minuti, mentre Adel ci ha detto quello che era successo nel boschetto circa una settimana prima  dove i contadini palestinesi erano arrivati previo accordo con l'IDF. 
I coloni erano subito arrivati, minacciandoli  . Sono iniziati gli scontri e l'esercito ha sparato gas lacrimogeni . Gli agricoltori sono stati costretti ad andarsene .
Noi stavamo per andarcene ,  quando abbiamo visto alcune persone emergere dai cespugli e dai massi sulla collina di fronte , apparentemente giovani uomini o ragazzi più grandi.
Alcuni  hanno messo su maschere e si sono diretti verso di noi. Conoscendo la reputazione di Yitzhar , uno dei più estremisti insediamenti in Cisgiordania e con una lunga storia di molestie violente verso  i  palestinesi e verso l' esercito e la polizia israeliana, non avevo nessuna intenzione di dialogare con loro .
 Ero venuta per imparare e per  osservare, non per impegnarmi in atti di eroismo deliberato . Due di noi hanno iniziato a camminare in fretta verso la macchina, mentre la terza, più ribelle  non si è mossa ed è rimasta a guardare.
Mentre si avvicinavano ho potuto vedere che il leader, che sembrava più vecchio degli altri, aveva un manganello o un pesante bastone in mano. Poi, improvvisamente, hanno iniziato a lanciare pietre contro di noi. Siamo  corse verso la macchina. Adel ha raccolto un sasso, lo ha gettato verso di loro e ha fatto una telefonata.
Molti uomini,  da lui a quanto pare convocati  per telefono dal villaggio palestinese - tra cui un uomo anziano con la barba bianca, due uomini più giovani e un paio di bambini - stavano arrivando . I  coloni, vedendo i rinforzi   hanno deciso  di  ritirarsi. .
Questa era una visita di routine di Machsom Watch, il  cui scopo è quello di testimoniare il progetto di colonizzazione di Israele. Siamo venute via con un piccolo, ma amaro assaggio di ciò che i palestinesi della zona devono affrontare  quotidianamente  in un luogo dove la sola presenza di un palestinese e di tre donne ,facilmente identificabili come “di sinistra” , fa sì che i coloni si armino  di bastoni, di pietre e di odio.
Siamo tornate in Israele attraverso lo Shomron Crossing (solo per veicoli israeliani), dove la sospettosa guardia di sicurezza donna ha aperto la portiera della macchina e ha controllato con attenzione le nostre carte d'identità israeliane, chiedendo: "Dove vivete? Dove siete state?" .
Sto ancora valutando la mia risposta.
Carol Cook
Haaretz Contributor
 
 
 
 
We, three women in our 60s and 70s, wanted to see the settlement reality for ourselves. We got a smaller but bitter taste of the violence and hatred…
haaretz.com

Video: settler mascherati attaccano attivisti dell'organizzazione israeliana. Ta’ayush



Five of the activists, who were there to protect Palestinian shepherds from settler attacks, were themselves wounded by Israeli settlers. A group of masked Israeli…
972mag.com



Five of the activists, who were there to protect Palestinian shepherds from settler attacks, were themselves wounded by Israeli settlers.
A group of masked Israeli settlers attacked over a dozen activists with Jewish-Arab solidarity group Ta’ayush in the Jordan Valley on Friday morning. The activists were accompanying Palestinian shepherds working near al-Auja, which is near Habaladim, an Israeli outpost.
Last year, in addition to their regular activities in the South Hebron hills, Ta’ayush activists also started going to the Jordan Valley to work with Palestinian communities threatened by Israeli settlers. Until recently, they focused their work in the northern part of the valley, but for the last two weeks they have also accompanied Palestinians in the al-Auja area due to violence settlers have been inflicting on local shepherding communities.
“The settlers showed up with clubs last week also,” said one of the Ta’ayush activists who witnessed the violence. “But last week they didn’t go any further than the adjacent hilltop — maybe they didn’t understand who we were. This week they didn’t stop there.”
The Baladim outpost is one of the more hard-core settlements in the area. “The most radical and marginalized hilltop youth are there, the type even the rabbis can’t control and don’t even want them there,” the activist continued. “The police also keep an eye on them and show up from time to time, but they basically hide in caves. They’ve become a nightmare for the shepherds in this area.”
On Friday, the settlers advanced toward the activists armed with clubs and stones, and violently attacked them, as the video shows. Five of the activists were wounded, one in the head. The activists reported the attack to the police, whom they had informed in advance they would be accompanying the shepherds.
“When we saw them approaching us we stood in a line with the shepherds behind us,” the activist recalled. “We yelled at them to get away but they kept coming and attacked.”
“Because the attack took place in a location without any access roads, we were forced to walk down a steep path for around 40 minutes until we reached asphalt, where an ambulance was waiting,” he continued.
“The police who showed up told us to go to the Binyamin police station in order to file a complaint, but when we got there the station was empty — not a single soul was there and we had no choice but to leave. If any of the activists want to file a criminal complaint they will have to come back to the station on Sunday.”
According to the activist, one of the police officers who arrived at the scene told him that two people had been arrested following the attack.
A police spokesperson said only that they had “received a report about the incident, and the police opened an investigation.”
This article first appeared in Hebrew on Local Call. Read it here.
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Carlo Smuraglia e il 25 Aprile : "Aperti al confronto ma niente esclusioni",



L'intervista al Presidente nazionale ANPI su la Repubblica di oggi
anpi.it




«Abbiamo fatto ogni sforzo per trovare una soluzione: mesi fa avevamo invitato la Comunità ebraica, all’inizio sembrava profilarsi una possibilità concreta, poi però qualcuno ha posto come condizione che non ci fossero i filo-palestinesi. E noi abbiamo spiegato che non eravamo in grado di garantirlo. Come si fa a escludere qualcuno da una manifestazione pacifica e aperta a tutti i cittadini?». Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, è scosso dalla polemica, ma declina ogni responsabilità.
Sicuro che non si potesse trovare un accordo? «Guardi io stesso a giugno, non ieri, ho scritto una lettera alla Comunità ebraica e all’Aned, l’associazione degli ex deportati, proponendo un incontro per sanare le incomprensioni che già l’anno scorso li avevano portati a non partecipare al corteo. L’Aned ci ha risposto, la Comunità no».
Ma quella di De Sanctis non è stata una provocazione? «Parlerei di dolorosa constatazione. Se tutti avessero accolto il nostro invito a giugno, forse le cose oggi sarebbero andate diversamente. Ma sei io voglio che il 25 Aprile sia la Festa della Repubblica e della Costituzione, devo contribuire, non arrivare alla vigilia per creare l’incidente».
Gli ebrei si sentono offesi dalla presenza di associazioni che nulla hanno a che fare con la Liberazione. «La verità è che si pretende dall’Anpi un’organizzazione a difesa del corteo, che non c’è. Noi possiamo dare solo l’indicazione di non portare bandiere che non siano quelle della Resistenza. Riteniamo di aver fatto tutto il possibile».
Ma perché il corteo unitario del 25 Aprile è possibile a Milano e a Torino, e a Roma no? «Il problema è che qui ci sono incrostazioni e diffidenze tra chi vuole esserci per rivendicare la sua presenza e altri che vorrebbero escludere».
Anche il Pd ha scelto di disertare. Non sarà colpa delle scorie lasciate dalla battaglia referendaria? «Spero di no. Spero che sia tutto dietro le spalle. Certo mi sembra una cosa fuori dalla norma: è divisivo chi sceglie di non partecipare, non chi invita tutti a farlo. E se ne assume la responsabilità»

Alessandro Portelli Dove stanno i «veri» partigiani

 
 
 
 
 
 
25 aprile. Con stupide pretese incrociate stiamo riuscendo a realizzare quello che non era riuscito a Berlusconi: cancellare la Festa della Liberazione.
invictapalestina.org
25 aprile. Con stupide pretese incrociate stiamo riuscendo a realizzare quello che non era riuscito a Berlusconi: cancellare la Festa della Liberazione.

Grazie a una straordinaria combinazione di stupidità, meschinità e arroganza, stiamo riuscendo a realizzare quello che non era riuscito a Berlusconi: cancellare il 25 aprile.
Io trovo stupida e settaria la pretesa di impedire la presenza delle bandiere della Brigata Ebraica. La Resistenza, la guerra di liberazione, l’antifascismo sono state realtà complesse e molto diversificate. La Brigata ebraica, corpo militare inquadrato nell’esercito inglese, non è la stessa cosa della Brigata Garibaldi, ma nel ’44 nel fronte contro i nazisti c’era; non è giusto dimenticarselo, ed è sciocco settarismo farne occasione di scontro in un momento che dovrebbe invece sancire la capacità della democrazia antifascista di far convivere differenze e  contrasti senza trasformarli in violenza.
Trovo arrogante la pretesa di impedire la presenza delle bandiere palestinesi, curde, e di altri popoli sotto occupazione militare. Il 25 aprile non è solo la commemorazione di eventi di tre quarti di secoli fa, ma dovrebbe essere la riaffermazione dei valori di libertà, partecipazione democratica, civile convivenza, nel mondo di oggi.
Antifascismo oggi significa lotta contro razzismi, discriminazioni, violenze, e non c’è dubbio che queste cose oggi in Palestina, in Kurdistan, e magari in South Dakota, continuano ad accadere. Pretendere di non parlarne significa ridurre il 25 aprile a una mesta e insignificante rievocazione di glorie passate.
Trovo inevitabilmente ambigua la relazione che in questo contesto viene istituita fra Brigata Ebraica e stato di Israele. La comunità ebraica e le sue espressioni sono una sacrosanta componente della democrazia italiana, non un’emanazione di Israele. Al tempo stesso, un legame se non altro emozionale con lo stato ebraico esiste ed è giusto e logico che sia così. Allora sarebbe bene che chi manifesta in nome dei palestinesi si assicurasse di non essere avvicinato da venature di antisemitismo, che dell’antifascismo è proprio il contrario (e di cui comunque non si possono certo accusare gruppi come gli «Ebrei contro l’occupazione», da sempre impegnati per una soluzione democratica del conflitto). E sarebbe utile se chi manifesta sotto le bandiere bianco azzurre della Brigata Ebraica si domandasse in che misura Israele oggi somiglia a ciò per cui lottavano i combattenti ebrei di allora.
Trovo meschino e arrogante lo slogan per cui «l’Anpi non rappresenta i veri partigiani» e la trovata del Pd di tirarsi fuori. Non c’è dubbio che per ovvi motivi generazionali l’Anpi, come le altre associazioni nate della Resistenza, stia attraversando una complicata fase di trasformazione. Ma la pretesa di delegittimarla perché i «veri» partigiani sarebbero altri è sia arrogante – chi sono i veri partigiani non lo decide nessuno – sia meschina perché non è altro che la piccola vendetta del Pd per la posizione presa dall’Anpi nel referendum del 4 dicembre (purtroppo fa eco a questo slogan anche la Comunità ebraica romana. Ma neanche quelli che innalzano le bandiere della Brigata Ebraica sono i combattenti del ’44).
Molti anni fa, su iniziativa di questo giornale, partimmo in migliaia sotto la pioggia per andare a Milano a dire a Berlusconi, Fini e Bossi che l’antifascismo era vivo. Oggi a Milano sfilano i neonazisti. Chissà dove stanno i «veri» partigiani.

Hasbara-steria: i ministri di Netanyahu accusano il NYT di “attacco di terrorismo giornalistico”, chi fa lo sciopero della fame di “attacco di terrorismo suicida”


I funzionari israeliani sono consapevoli di questa crisi di legittimità. Ecco dunque la folle hasbara.

di Philip Weiss, 19 aprile 2017
Foto di copertina: L’ex ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Michael Oren
La pubblicazione di un op-ed * del prigioniero e leader palestinese Marwan Barghouti sul New York Times nella sua edizione internazionale dello scorso fine settimana segna sicuramente un nuovo traguardo nell’isolamento internazionale di Israele – Barghouti ha definito Israele un “fallimento morale e politico” – mentre la risposta rabbiosa dei politici israeliani segna a sua volta un nuovo traguardo dell’hasbara, o propaganda. Un ministro di Netanyahu ha accusato il giornale di “attacco di terrorismo giornalistico”, mentre un altro ha accusato Barghouti di mettere in atto un “attacco di terrorismo suicida” per aver portato allo sciopero della fame oggetto del suo articolo.
Una carrellata di alcune delle reazioni. Per primo, qui è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sulla sua pagina Facebook, che atteggiandosi a santarellino così commenta l’editoriale di Barghouti intitolato “Perché siamo in sciopero della fame nelle prigioni d’Israele”:
Ho letto domenica scorsa l’articolo del New York Times che presenta il terrorista Marwan Barghouti come “parlamentare e leader”. Il giornale ha ritrattato dopo che glielo abbiamo fatto notare.
Chiamare Barghouti “leader politico” è come chiamare Assad “pediatra”. Sono assassini e terroristi. Non perderemo mai la nostra voglia di chiarezza perché noi siamo dalla parte della giustizia e loro dalla parte che non è né giusta né morale…
Questo reportage della TV israeliana cita Michael Oren, un vice ministro del governo di Netanyahu, che definisce l’articolo “un attacco di terrorismo giornalistico”. Oren dice che Israele dovrebbe prendere in considerazione la chiusura della redazione del Times a Gerusalemme, e ancora che il Times ha fatto uscire l’articolo nell’ultimo giorno di Pasqua così da evitare una risposta israeliana:
Il vice ministro israeliano per la Diplomazia, Michael Oren, ha chiesto al governo di prendere in considerazione un’azione punitiva nei confronti del giornale, inclusa la possibilità di chiudere la redazione di Israele.
Parlando lunedì a Army Radio, Oren ha descritto la pubblicazione come un “attacco di terrorismo giornalistico” e ha inveito contro il Times per aver pubblicato “fake news” “piene di menzogne”.
“Per quanto riguarda il New York Times, se qualcuno nel giornale ha aiutato Barghouti a far uscire clandestinamente dalla prigione l’editoriale, il New York Times dovrebbe essere chiamato a risponderne”, ha detto Oren a Army Radio.
Riconoscendo che una tale mossa potrebbe “suonare estrema”, ha spiegato che esiste un precedente: “All’inizio della Seconda Intifada, quando la CNN… aiutò i terroristi”, ha detto, “il Primo Ministro Ariel Sharon non esitò a chiudere la sua redazione qui.”…
Oren, fino a poco tempo fa ambasciatore di Israele a Washington, ha accusato i redattori del New York Times di avere deliberatamente pubblicato il pezzo nell’ultimo giorno di Pasqua per rendere difficile al governo israeliano rispondere.
Yousef Munayyer ha risposto su twitter:
Per Israele:
BDS [Boicottaggio, Divisione e Sanzioni] è “Terrorismo Economico”
Diventare membro dell’ONU è “Terrorismo Diplomatico”
Scrivere un editoriale è “Terrorismo giornalistico”
Larry Derfner risponde a Michael Oren sulla sua pagina di Facebook:
Un propagandista fanatico, intollerante, ultra-nazionalista e antidemocratico che è cresciuto in America, che ha un dottorato di ricerca, che pubblica libri, che sa come sorridere alla macchina fotografica, continua a essere un fanatico, intollerante, ultra-nazionalista e antidemocratico propagandista.
The Times of Israel ha un articolo importante sulla marcia indietro del New York Times riguardo l’editoriale, inclusa l’aggiunta di una nota che riporta i presunti reati di Barghouti. Oltre alle critiche per l’articolo del Times della public editor Liz Spayd. Ha scritto che i redattori del Times non hanno approfondito con la dovuta attenzione il passato di Barghouti.
Gli autori dei pezzi hanno dei conflitti di interesse che potrebbero mettere in dubbio la loro credibilità? Sono quelli che dicono di essere e gli editori possono garantire sulla loro fedeltà?
Non vedo motivo di lesinare su questo, mentre il non riuscire a farlo rischierebbe la credibilità dell’autore e delle pagine Op-Ed.
In questo caso, sono lieta di vedere i redattori rispondere alle denunce e darsi da fare per risolvere il problema piuttosto che opporre resistenza. Speriamo che sia un segnale che una informazione più completa diventerà pratica regolare.
L’ex ambasciatore statunitense in Israele Dan Shapiro, un forte sostenitore di Israele, è pure lui critico riguardo il Times:
È tutto da vedere se Marwan Barghouti abbia un futuro politico. Palestinesi e israeliani ne discuteranno. Ma il NYT ha sbagliato a non citare la sua condanna per terrorismo.
(P.S. Mandela non ha avuto futuro politico finché il presidente del Sudafrica FW de Klerk non lo fece uscire di prigione nel 1990, dopo 27 anni dietro le sbarre, un anno dopo che Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid).
Anche Jonathan Greenblatt dell’Anti Defamation League si atteggia a santarellino per il presunto errore del Times. “Non è possibile”. (Mi sembra un Trumpspeak.)
Non tutti gli ebrei americani la pensano così. Rebecca Vilkomerson di Jewish Voice for Peace chiama il cambiamento del Times come un “crollo esasprante”.
Haaretz riferisce che un ministro israeliano ha chiamato lo sciopero della fame dei prigionieri guidato da Barghouti “un nuovo tipo di attacco terroristico suicida”.
Il gabinetto domenica ha approvato un controverso disegno di legge che consente alle autorità di costringere i prigionieri in sciopero della fame all’alimentazione forzata, nel caso in cui la loro vita sia considerata in pericolo…
Il ministro della sicurezza pubblica Gilad Erdan, che ha promosso il disegno di legge, dopo la sua approvazione ha dichiarato che cercherà di ottenere appena possibile l’approvazione della legge. “I prigionieri di massima sicurezza sono interessati a trasformare uno sciopero della fame in un nuovo tipo di attacco terroristico suicida con cui minacciare lo Stato di Israele. Non permetteremo a nessuno di minacciarci e non permetteremo ai prigionieri di morire nelle nostre prigioni”, ha dichiarato Erdan.
Questo viene dal tweet di Munayyer: E’ certo che questi ragazzi non si sentono molto sicuri della legittimità del loro stato!
C’è Lisa Goldman su +972 che fa notare come la politica “di verità” del NYT nell’individuare i presunti reati di Barghouti non fu applicata su Ariel Sharon e Naftali Bennett, quando pubblicarono op-ed senza che il giornale descrivesse il sangue di cui erano sporche le loro mani.
Sembra che il New York Times sia disposto a pubblicare op-ed di ebrei israeliani che difendono o hanno commesso l’assassinio di palestinesi, senza che questo sia menzionato nelle loro biografie sul trafiletto. Quindi il problema – senza prendere una posizione sull’opportunità o meno di giustificare la violenza politica – è la ragione per cui il Times si senta obbligato a prendere una posizione diversa quando si tratta di sostenitori palestinesi.
La risposta a Goldman è piuttosto semplice: l’importanza della lobby israeliana nelle istituzioni tradizionali degli Stati Uniti. Che sta scemando. L’articolo del Times è un riflesso del fatto che il doppio standard per i palestinesi sta diventando di giorno in giorno sempre più problematico mentre ci avviciniamo al cinquantesimo anniversario dell’occupazione. I funzionari israeliani sono consapevoli di questa crisi di legittimità. Ecco dunque la folle hasbara.
* Nel giornalismo anglosassone, con op-ed si intende un singolo articolo, o una raccolta di articoli, a firma di opinionisti esterni alla redazione del giornale su cui avviene la pubblicazione, i cui contenuti non sono necessariamente in linea (eventualmente, in qualche misura, in disaccordo) con le tendenze del giornale
https://it.wikipedia.org/wiki/Op-ed
Traduzione di Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
Fonte: http://mondoweiss.net/2017/04/netanyahu-ministers-journalistic/

Come i palestinesi che fanno lo sciopero della fame contrastano il monopolio della violenza di Israele

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Basil Farraj – 12 maggio 2016,Al-Shabaka
Nota redazionale: l’articolo che segue è stato pubblicato da Al-Shabaka nel maggio 2016. Tuttavia, trattandosi di un approfondimento sulla storia ed il contesto politico e penitenziario relativo allo sciopero della fame dei detenuti palestinesi si ritiene interessante proporlo ai lettori di Zeitun in occasione della protesta dei prigionieri politici palestinesi che hanno iniziato lo sciopero della fame in questi giorni.
Mentre sto scrivendo, tre prigionieri palestinesi stanno facendo lo sciopero della fame per protestare contro la loro incarcerazione senza imputazione, una pratica nascosta dal termine anodino “detenzione amministrativa”. Sami Janazra è al suo 69° giorno e la sua salute si è notevolmente deteriorata, Adeeb Mafarja è al suo 38° giorno e Fuad Assi al 36°. Questi detenuti sono tra gli almeno 700 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane che sono attualmente tenuti in detenzione amministrativa, una pratica che Israele utilizza usualmente in violazione dei rigidi parametri stabiliti dalle leggi internazionali.
I detenuti politici palestinesi hanno a lungo utilizzato gli scioperi della fame come forma di protesta in risposta alle violazioni dei loro diritti da parte delle autorità israeliane. L’associazione di solidarietà con i detenuti e per i diritti umani “Addameer” indica come inizio dell’uso dello sciopero della fame da parte di detenuti palestinesi il 1968. Da allora ci sono stati oltre 25 scioperi della fame di massa e collettivi con richieste che spaziano dalla fine del regime di isolamento e delle detenzioni amministrative fino al miglioramento delle condizioni di carcerazione e la concessione delle visite di familiari.
Poiché sempre più prigionieri palestinesi sono obbligati a ricorrere a lunghi scioperi della fame come forma estrema di protesta, infliggendo violenza ai propri corpi fino alla conquista dei propri diritti, vale la pena di ripercorrere l’uso di questo strumento politico in vari Paesi e nei secoli e di illustrare il modo in cui detenuti palestinesi lo stanno utilizzando per contrastare il monopolio israeliano della violenza all’interno delle mura delle prigioni.
Uso passato e presente degli scioperi della fame
Benché le origini esatte degli scioperi della fame – il rifiuto volontario di cibo e/o di liquidi – non siano ben note, ci sono esempi del loro utilizzo in vari periodi storici ed in vari luoghi. Il primo uso di scioperi della fame è indicato nell’Irlanda medievale, in cui una persona si sedeva sulla soglia di casa di un’altra che aveva commesso un’ingiustizia nei suoi confronti come un modo per stigmatizzarlo. Usi più recenti e meglio noti di scioperi della fame includono quelli delle suffragette britanniche nel 1909, del Mahatma Gandhi durante la rivolta contro il governo britannico in India, di Cesar Chavez durante la lotta per i diritti dei lavoratori agricoli negli Stati Uniti e dei prigionieri incarcerati dagli USA a Guantanamo.
C’è un gravissimo rischio di danni fisici irreversibili per il corpo durante uno sciopero della fame, compresa la perdita dell’udito, della vista e gravi emorragie. In effetti la morte è stata il risultato di molti scioperi della fame, come nel caso dello sciopero dei prigionieri repubblicani irlandesi nel 1981.
Le richieste di chi fa lo sciopero della fame variano, ma sono, in tutti i casi, un riflesso di più vasti problemi e di ingiustizie sociali, politiche ed economiche. Per esempio, la richiesta dello sciopero della fame dei prigionieri repubblicani irlandesi del 1981 del ripristino dello status di categoria speciale rifletteva il più complessivo contesto dei “disordini” nell’Irlanda del Nord.
Uno dei primi scioperi della fame dei palestinesi fu quello di sette giorni nella prigione di Askalan (Ashkelon) del 1970. Durante questo sciopero le richieste dei prigionieri erano scritte su un pacchetto di sigarette, in quanto era loro vietato di avere quaderni, e includevano il rifiuto di rivolgersi ai loro carcerieri chiamandoli “signore”. I prigionieri ottennero la loro richiesta e non dovettero più utilizzare il termine “signore”, ma solo dopo che morì Abdul-Qader Abu Al-Fahem in seguito all’alimentazione forzata, diventando li primo martire del movimento dei prigionieri palestinesi.
Scioperi della fame continuarono ad essere portati avanti nella prigione di Ashkelon durante gli anni ’70. Inoltre altri due prigionieri, Rasim Halawe e Ali Al-Ja’fari, morirono dopo essere stati alimentati forzatamente durante uno sciopero della fame nella prigione di Nafha nel 1980. In seguito a questi e ad altri scioperi della fame, i prigionieri palestinesi sono stati in grado di garantire alcuni miglioramenti delle loro condizioni di detenzione, compreso il permesso di avere fotografie della famiglia, carta per scrivere, libri e giornali.
Negli ultimi anni la fine delle detenzioni amministrative è stata una richiesta costante dei prigionieri palestinesi, dato l’incremento del loro uso da parte di Israele dallo scoppio della Seconda Intifada nel 2000. Per esempio, lo sciopero della fame di massa del 2000, che ha coinvolto 2.000 prigionieri, chiedeva di porre fine all’utilizzo delle detenzioni amministrative, all’isolamento e ad altre misure punitive, compreso il divieto di visite dei familiari per i prigionieri di Gaza. Lo sciopero terminò dopo che Israele accettò di limitare l’uso delle detenzioni amministrative.
Tuttavia presto Israele sconfessò l’accordo, portando ad un altro sciopero della fame di massa nel 2014 da parte di oltre 100 detenuti amministrativi che chiedevano la fine di quella pratica. Lo sciopero della fame terminò 63 giorni dopo senza aver posto fine alle detenzioni amministrative. La decisione dei prigionieri pare sia stata influenzata dalla scomparsa di tre coloni della Cisgiordania e dalle operazioni militari su grande scala di Israele in Cisgiordania (che fu seguita da un attacco massiccio contro Gaza).
In più ci sono stati una serie di scioperi della fame individuali, a volte in coincidenza o che hanno portato alla decisione di iniziare scioperi della fame più estesi. Infatti sia gli scioperi della fame del 2012 che del 2014 sono stati innescati da scioperi della fame individuali per chiedere la fine dell’uso delle detenzioni amministrative. Lo sciopero della fame individuale coinvolse Hana Shalabi, Khader Adnan, Thaer Halahleh e Bilal Diab, ognuno dei quali ottenne la fine della propria detenzione amministrativa. Tuttavia alcuni di loro furono nuovamente arrestati dopo il loro rilascio, come nel caso di Samer Issawi, Thaer Halahleh e Tareq Qa’adan, come anche di Khader Adnan, rilasciato dopo un prolungato sciopero della fame in protesta per il suo nuovo arresto nel 2015.
La violenza che Israele infligge ai prigionieri palestinesi
Israele continua ad assoggettare i detenuti palestinesi a molte forme di violenza, come è stato ben documentato da organizzazioni dei diritti umani e dei diritti dei prigionieri, così come nelle lettere dei detenuti e in molti documentari. In un rapporto del 2014 Addameer nota: “Ogni palestinese arrestato è stato sottoposto a qualche forma di tortura fisica o psicologica, a trattamento crudele comprese violente percosse, isolamento, aggressioni verbali e minacce di violenza sessuale.”
Inoltre, e in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dello Statuto di Roma, Israele ha deportato detenuti palestinesi fuori dai territori occupati e in prigioni all’interno di Israele ed ha anche minacciato prigionieri della Cisgiordania di deportarli nella Striscia di Gaza se non avessero confessato. Nega o limita sistematicamente ed arbitrariamente le visite dei familiari. I detenuti sono soggetti deliberatamente a negligenza medica e ad abusi, così come a restrizioni nelle chiamate telefoniche, alla consultazione degli avvocati e alla disponibilità di libri e televisione.
Oltretutto le autorità israeliane classificano di prigionieri politici palestinesi come “detenuti per ragioni di sicurezza”, una definizione che rende legalmente possibile sottometterli automaticamente a molte restrizioni. Questa caratterizzazione nega ai prigionieri palestinesi alcuni dei diritti e dei privilegi di cui godono i detenuti ebrei – persino quei pochi che sono etichettati come prigionieri per ragioni di sicurezza – comprese visite a casa sotto sorveglianza, la possibilità di un rapido rilascio e la concessione di permessi.
La violenza a cui i prigionieri palestinesi sono sottoposti deve essere considerata all’interno del contesto del progetto coloniale di Israele e dell’assoggettamento dell’intera popolazione palestinese a differenti forme di violenza, compresi la perdita della terra, la distruzione delle case, l’espulsione e l’esilio. Vale la pena ricordare che da quando è iniziata l’occupazione israeliana nel 1967, Israele ha arrestato più di 800.000 palestinesi, circa il 20% della popolazione totale e il 40% della popolazione maschile. Questo solo fatto chiarisce quanto gli arresti e le detenzioni siano un meccanismo utilizzato da Israele per controllare la popolazione mentre la espropria, collocando ebrei israeliani al suo posto.
E’ all’interno di questa più ampia comprensione della violenza che gli scioperi della fame emergono come un modo in cui i prigionieri palestinesi sono in grado di opporsi alle varie forme di violenza dello Stato israeliano.
Usare il corpo dei detenuti per sovvertire il potere dello Stato
Attraverso gli scioperi della fame i prigionieri non rimangono più destinatari silenziosi della continua violenza delle autorità carcerarie: invece essi infliggono violenza ai loro stessi corpi per imporre le proprie richieste. In altre parole, gli scioperi della fame sono uno spazio fuori dalla portata del potere dello Stato israeliano. Il corpo dei prigionieri in sciopero sconvolge uno dei più fondamentali rapporti di violenza all’interno delle mura carcerarie, in cui lo Stato israeliano e le sue autorità carcerarie controllano ogni aspetto delle loro vite dietro le sbarre e sono gli unici ad infliggere la violenza. In effetti, i prigionieri ribaltano il rapporto tra oggetto e soggetto della violenza fondendoli entrambi in un solo corpo – il corpo del prigioniero in sciopero – e così facendo rivendicano un’azione. Affermano il proprio status di prigionieri politici, rifiutano di essere ridotti allo status di “prigionieri per ragioni di sicurezza” e reclamano i propri diritti e la propria esistenza.
Il fatto che lo Stato israeliano usi varie misure per porre fine agli scioperi della fame e per ristabilire il suo potere sui prigionieri e sull’uso della violenza dimostra la sfida che i corpi di chi fa lo sciopero della fame pone allo Stato israeliano. Tra le altre misure, le autorità carcerarie continuano a sottomettere i prigionieri in sciopero a violenze e torture. Infatti le violenze a cui sono soggetti i detenuti che fanno lo sciopero si intensificano e cambiano forma. Per esempio, durante lo sciopero della fame del 2014 ai prigionieri sono state negate cure mediche e visite dei familiari e sono stati incatenati mani e piedi ai letti d’ospedale per 24 ore al giorno. Sono rimasti ammanettati quando gli è stato permesso di andare in bagno, e le porte spalancate dei bagni hanno negato loro ogni diritto alla privacy. Le autorità israeliane hanno anche intenzionalmente lasciato del cibo vicino agli scioperanti per spezzare la loro volontà. L’ex scioperante Ayman Al-Sharawna ha affermato: “Hanno portato un tavolo con il cibo migliore e l’hanno messo vicino al mio letto..Lo Shin Bet [servizio segreto israeliano, ndt.] sapeva che mi piacciono i dolci. Portavano ogni genere di dolci.”
Israele ha recentemente dato una copertura giuridica all’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero attraverso la “Legge per evitare danni provocati dagli scioperi della fame”, che equivale a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, secondo il relatore speciale dell’ONU sulla tortura. La legge è anche in contraddizione con la dichiarazione di Malta sugli scioperi della fame dell’Associazione Medica Mondiale.
Israele etichetta anche i prigionieri in sciopero come “terroristi” e “criminali” per compromettere la loro rivendicazione di azione politica e i loro tentativi di invertire l’oggetto ed il soggetto della violenza dello Stato. Durante lo sciopero della fame di massa del 2014 i funzionari israeliani hanno sostenuto che gli scioperanti erano “terroristi”. La ministra israeliana della Cultura e dello Sport Miri Regev, una dei sostenitori della recente legge, ha affermato: “I muri della prigione non significano che un’azione non sia terroristica (…) C’è terrorismo nelle strade e c’è terrorismo nelle prigioni.” Gilad Erdan, il Ministro israeliano della Sicurezza Pubblica, ha dichiarato che gli scioperi della fame sono un “nuovo tipo di attacco suicida”.
La fondamentale importanza dell’appoggio nazionale ed internazionale
Per il successo di ogni sciopero della fame è fondamentale la capacità degli scioperanti di mobilitare comunità, organizzazioni ed entità politiche in loro appoggio e di esercitare pressioni sulle autorità perché soddisfino le richieste degli scioperanti o negozino un accordo.
Attraverso gli scioperi della fame, i prigionieri palestinesi sono stati in grado di imporre le loro lotte a livello politico palestinese e spesso internazionale. Dato che in genere non ci sono alternative attraverso le quali i detenuti possono garantirsi la libertà o un cambiamento nelle politiche israeliane, l’importanza della mobilitazione di comunità ed organismi politici attorno ai diritti dei prigionieri non può essere sottovalutata.
Organizzazioni di base e dei diritti umani ed entità pubbliche sia all’interno che fuori dalla Palestina si sono mobilitate durante scioperi della fame dei prigionieri palestinesi. Le forme di sostegno hanno compreso raduni quotidiani, proteste fuori dagli uffici di organizzazioni internazionali, appelli al governo israeliano perché ascoltasse le richieste dei prigionieri e manifestazioni fuori da prigioni ed ospedali. Organizzazioni locali ed internazionali, comprese tra le altre “Addameer”, Jewish Voice for Peace, Amnesty International e Samidoun [rete di solidarietà con i detenuti palestinesi, ndt], hanno messo in luce le ingiustizie che devono affrontare i prigionieri palestinesi per unirsi alle pressioni sulle autorità israeliane affinché acconsentissero alle richieste dei prigionieri e negoziassero un accordo con loro.
Oltretutto, attraverso queste reti, la lotta degli scioperanti palestinesi e più in generale dei detenuti, si internazionalizza ponendosi in parallelo con le ingiustizie passate e presenti che devono affrontare popoli di tutto il mondo. In reportages e analisi sugli scioperi della fame dei palestinesi vengono continuamente fatti riferimenti, tra gli altri, alla difficile situazione dei prigionieri irlandesi durante i “disordini”, alle detenzioni di massa negli USA e alle condizioni a Guantanamo. In questo modo le lotte dei detenuti palestinesi diventano parte dei crescenti movimenti di solidarietà e delle campagne che chiedono giustizia per il popolo palestinese. Ciò contribuisce ad opporsi al fatto che Israele li etichetti come “criminali” e “terroristi” e al suo monopolio sull’argomento.
Come altre forme di resistenza dentro e fuori i muri delle prigioni, gli scioperi della fame sono azioni di resistenza attraverso cui i palestinesi affermano la propria esistenza politica e chiedono i propri diritti. E’ vitale sostenere e alimentare questa resistenza. Oltre a darle forza e appoggiare i prigionieri nella loro lotta per i diritti, questa forma di resistenza infonde continuamente e fortemente la speranza tra i palestinesi in generale e il movimento di solidarietà. E’ nostra responsabilità sia appoggiare i prigionieri palestinesi, sia lavorare perché venga il momento in cui i palestinesi non abbiano più bisogno di ricorrere a simili atti di resistenza attraverso cui la loro unica risorsa è mettere a rischio la propria vita.
Basil Farraj
Membro di Al-Shabaka, Basil Farraj ha ottenuto una laurea in Pace e Studi Globali presso l’ Earlham College, negli USA. E’ un ricercatore Thomas J. Watson che ha intrapreso un progetto indipendente sull’identità palestinese e le sue espressioni nella diaspora. Basil è membro di “Defence for Children International – assemblea generale della sezione palestinese” e consulente del progetto “Impollination”. Le sue aree di interesse includono la difesa dei diritti dei bambini, la teoria della pace e della giustizia e la costruzione di una efficace e critica solidarietà internazionale.
(traduzione di Amedeo Rossi)