venerdì 23 giugno 2017

Video : Miko Peled a Milano e a Biella

 
 
 
Come ebreo israeliano, come concilia questa posizione con alcune frange estremiste palestinesi che negano il diritto all'esistenza dello Stato israeliano?
invictapalestina.org


Aggiornamento ore 11 di sabato 24 giugno. 4 video sull’incontro di Biella.

martedì 20 giugno 2017

Perché suo padre entrò in contrasto con Dayan per la Guerra dei Sei Giorni?

Mio padre, il Generale Matti Peled, che era membro dell’Alto Comando dell’esercito israeliano, stava facendo una forte pressione sul governo per dare il permesso di iniziare la guerra. Non si oppose a Dayan, si oppose al governo israeliano perché riteneva che non era sufficientemente “deciso”, secondo lui, e che stava aspettando troppo a lungo per avviare la guerra. Non c’era problema con Moshe Dayan su questo. Ebbe, in seguito, un grave disaccordo con Moshe Dayan sul cosa fare dei territori conquistati ed ebbe dei disaccordi personali con lui perché era un corrotto.

Un’altra domanda. Suo padre ha detto: “La tesi secondo cui il pericolo di genocidio pendeva su di noi nel giugno 1967 e secondo cui Israele stava combattendo per la sua sopravvivenza fisica, non era altro che un bluff che era nato e cresciuto dopo la guerra”.  In un dibattito radiofonico, il generale Peled ha anche detto: “Israele non è mai stato in un reale pericolo e non c’era alcuna prova che l’Egitto avesse qualche intenzione di attaccare Israele”. Ha aggiunto che “l’intelligence israeliana sapeva che l’Egitto non era preparato per la guerra”. La vigilia della Guerra dei Sei Giorni, suo padre era un falco, che cosa, in seguito, lo ha convinto che quella guerra fosse un inganno?

Credeva che Israele avrebbe dovuto usare la vittoria del 1967 e i nuovi territori per negoziare la pace. Vedeva che invece Israele stava progettando di mantenere i territori e la scusa che Israele aveva dato era che abbiamo bisogno dei territori per la “sicurezza” e che prima della guerra c’era una minaccia esistenziale per Israele. Naturalmente, questa era una menzogna. Così ha spiegato questa bugia. Nel mio libro vi sono le citazioni tratte dalle riunioni dei generali prima della guerra. Sono negli archivi dell’esercito israeliano. Mio padre e gli altri generali dicono che l’Egitto non è pronto per la guerra e quindi è un buon momento per attaccare!

Lei sostiene la causa palestinese, come distingue la posizione di Hamas con quella di Abu Mazen?

Hamas e Fatah rappresentano due legittimi movimenti all’interno della politica palestinese. Ci sono molti altri gruppi e non dobbiamo limitare tutta la Palestina a due movimenti che operano su una piccola parte della Palestina, in Cisgiordania e a Gaza. Essi rappresentano solo due partiti. Devo dire che Hamas è stato eletto democraticamente, ma per più di dieci anni il Primo Ministro eletto democraticamente dall’autorità palestinese è sotto assedio in una prigione a cielo aperto nella Striscia di Gaza e non riconosciuto o accolto da alcun governo occidentale. Ma ci sono altri partiti, altri movimenti. Ci sono i rifugiati nei campi che oggi non sono rappresentati politicamente e ci sono palestinesi del 1948, con cittadinanza israeliana di seconda classe che seguono altri movimenti politici.

Come ebreo israeliano, come concilia questa posizione con alcune frange estremiste palestinesi che negano il diritto all’esistenza dello Stato israeliano?

Nessun regime colonialista razzista ha il diritto di esistere. Israele è un progetto colonialista di insediamento con un governo di apartheid che dà privilegi speciali agli immigrati ebraici a scapito di persone native palestinesi. Come si può accettare questo? Israele sta occupando la Palestina da 69 anni, Israele commette crimini di guerra, massacri e pulizia etnica. Come può qualcuno dire che Israele ha il diritto di esistere? Gli ebrei israeliani come me, sono come i bianchi del Sudafrica. Siamo i figli e i nipoti dei colonialisti. Naturalmente abbiamo il diritto di vivere, ma non essere una società privilegiata. Abbiamo solo il diritto di vivere con piena parità di diritti come i palestinesi. Ma finché Israele è un occupante con un regime di apartheid, non ha diritto di esistere.

Quale, secondo lei, sarebbe la soluzione giusta per il problema arabo-israeliano?

Se crediamo nella giustizia, nell’uguaglianza, nei diritti umani allora dobbiamo combattere per creare un unico Stato democratico in tutta la Palestina. E voglio dire tutta la Palestina! Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Dobbiamo trasformare Israele in uno stato democratico con piena parità di diritti. Ciò significa piena uguaglianza per i palestinesi e gli ebrei, il ritorno dei profughi palestinesi, liberare tutti i prigionieri politici, liberare Gaza e porre fine all’occupazione militare israeliana. Gli ebrei ei palestinesi possono vivere in pace, insieme ma solo in uno stato democratico con pari diritti.
Aggiornamento ore 11 di sabato 24 giugno. 4 video sull’incontro di Biella.

Gideon Levy e Alex Levac Quello che ho visto in 30 anni di cronaca dell'occupazione israeliana


  1. http://www.haaretz.com/israel-news/six-day-war-50-years/.premium-1.793196

    Due settimane fa, di sabato, poche decine di israeliani hanno partecipato all’apertura di una nuova mostra presso la Galleria Ben Ami nel sud di Tel Aviv. L’artista, il cui lavoro era in mostra per la prima volta, era seduta su una sedia. Lei non è in grado di stare in piedi, né può respirare senza aiuto. In realtà, non può muovere qualsiasi parte del suo corpo, tranne il suo volto. Dipinge con la bocca.

    Maria Aman. (foto Alex Levac)

    L’artista è una ragazza di 15 anni. Era molto eccitata del suo debutto – come lo era suo padre, che era stato a cullarla giorno e notte per gli ultimi 11 anni. Per una coincidenza straziante, la mostra ha aperto proprio nell’11​​° anniversario della sua tragedia. Un giorno in cui quasi tutta la sua famiglia è stata annientata; solo lei, suo fratello minore e loro padre sono sopravvissuti al missile intelligente sparato contro di loro dalla forza aerea “morale” di Israele. Ne è venuta fuori gravemente disabile, costretta su una sedia a rotelle, collegata ad un respiratore.
    Maria Aman aveva quattro anni quando il missile ha colpito l’auto di famiglia, che era stata acquistata proprio quella mattina. Era in piedi sulle ginocchia di sua nonna nel sedile posteriore e danzava, la madre accanto a lei, appena prima che il proiettile colpisse il veicolo e distruggesse le sue possibilità di una vita normale. Il comandante della forza aerea si è dissociato dall’incidente, che ha avuto luogo nel 2006 nella Striscia di Gaza. Le Forze di Difesa israeliane non si sono mai sognate di chiedere scusa, l’identità del pilota non è mai stata rivelata e non ha mai assunto la responsabilità dell'accaduto, e gli israeliani non si sono certo commossi per l'ennesimo che ha spazzato via la maggior parte di una famiglia innocente in più.
    Lo sparare il missile che ha ferito così gravemente Aman non è considerato un atto di terrorismo in Israele, e il pilota che ha sparato non è considerato un terrorista – dopo tutto, non intendeva farlo. Non hanno mai voluto farlo. Da 50 anni Israele non ha mai voluto che accadesse; l’occupazione apparentemente è stata un fatto a cui è stato costretto, contro la sua volontà. Cinquanta anni di buone intenzioni,  intenzioni nobili, morali ed etiche, e solo la situazione crudele – o dovremmo dire i palestinesi – hanno portato tutta la cattiveria su di noi.
    La mostra comprende un dipinto di Aman di tre alberi, che evoca i tre sopravvissuti della sua famiglia, insieme con una macchina bruciata. Anche un autoritratto in una sedia a rotelle e un dipinto di sua madre in cielo. La sua famiglia è stata uccisa “per errore”. Aman è paralizzata “per errore”. Israele non ha mai inteso fare del male a una ragazza innocente. O agli oltre 500 bambini che hanno ucciso nell’estate del 2014 durante l’Operazione "Bordo protettivo", nella Striscia. O alle 250 donne che ha ucciso quella stessa estate, alcune delle quali accanto ai loro figli, a volte insieme a tutta la famiglia. La strada per l’inferno è stata sempre lastricata dalle buone intenzioni di Israele, almeno ai suoi propri occhi.
    Palestinesi a Gerusalemme, nel 2001. (foro Alex Levac)
    Il giorno dopo la tragedia, ho visitato la casa della famiglia Aman nel campo profughi di Tel al-Hawa di Gaza. Era una delle tante visite che ho fatto per le case delle famiglie devastate lì, durante gli anni in cui Israele ancora consentiva ai giornalisti israeliani di entrare nella Striscia. A quel tempo, Maria era in bilico tra la vita e la morte all’ospedale al Shifa a Gaza City; suo padre, Hamdi, non ha voluto parlare con noi. Zoppicava intorno al cortile coperto di sabbia – anche lui era stato ferito nell'attacco missilistico – fissandoci pieno di rabbia. Suo cugino ha parlato con noi.
    In tutti gli anni in cui ho coperto l’occupazione, quella è stata una delle rare occasioni che ricordo in cui la vittima non ha voluto parlare con noi. Questi trent'anni ci hanno fatto vedere centinaia di vittime e di solito, non molto tempo dopo la loro tragedia, ci hanno aperto le loro case e i loro cuori, a noi ospiti non invitati israeliani di cui non avevano mai sentito parlare. Non è difficile indovinare che cosa accadrebbe nel caso opposto – un giornalista palestinese in visita ad una vittima israeliana del terrorismo, il giorno dopo un attacco. Ma questa è solo una delle differenze.
    Osando un confronto
    Ho cominciato a scrivere dell’occupazione quasi per caso, dopo molti anni durante i quali, come tutti gli israeliani, mi era stato fatto il lavaggio del cervello, convinto della giustezza della nostra causa, certo che eravamo David e loro Golia, sapendo che gli arabi non amano i loro figli come li amiamo noi (se li amano) e che, a differenza di noi, sono nati per uccidere.
    Dedi Zucker, allora un parlamentare di Ratz, ci suggerì di andare a vedere un paio di alberi di ulivo che erano stati sradicati nel boschetto di un anziano palestinese, che viveva in Cisgiordania. Siamo andati, abbiamo visto, abbiamo perso. Quello fu l’inizio, graduale e non pianificato, di esattamente tre decenni di copertura dei crimini dell’occupazione. La maggior parte degli israeliani non volevano sentirne parlare e ancora non vogliono sentirne parlare. Agli occhi di molti cittadini, l’atto stesso di coprire questo argomento nei media è una trasgressione.
    Trattare i palestinesi come vittime e i crimini perpetrati contro di loro come crimini è considerato tradimento. Anche la rappresentazione dei palestinesi come esseri umani è vista come una provocazione in Israele. Quale scalpore generò nel 1998 la risposta di Ehud Barak alla semplice domanda su cosa avrebbe fatto se fosse nato palestinese (è probabile che si sarebbe unito ad una delle organizzazioni di resistenza, rispose).
    Come si può anche solo pensare al confronto? Ricordo i soldati che mi minacciavano con i fucili spianati a un posto di blocco nella città cisgiordana di Jenin, dopo che ho chiesto loro cosa farebbero se il loro padre stesse morendo e fosse evacuato in un’ambulanza palestinese, mentre i soldati stavano giocando a backgammon in una tenda vicina e trattenuto l’ambulanza per ore. Come osavo paragonare? Come osavo paragonare i loro padri con il palestinese in ambulanza?
    Ma la mia prima visita nei territori occupati è una che vorrei dimenticare. Era l’estate del 1967, ed un ragazzo di 14 anni era andato con i suoi genitori a vedere le aree liberate della patria, poche settimane dopo la fine di una guerra prima della quale anche lui, come tutti, era certo che il paese era sulla sull’orlo della distruzione. Olocausto II. Questo è quello che ci era stato detto, questo è ciò che siamo stati addestrati a pensare. E poi, nel giro di pochi giorni, abbiamo visitato la Tomba dei Patriarchi a Hebron, il Muro del Pianto nella Città Vecchia di Gerusalemme e la Tomba di Rachele a Betlemme (per qualche motivo avevamo un modello di rame della tomba di Rachele in un armadio a casa).

    Alcuni palestinesi lanciano pietre a militari israeliani durante la prima intifada, 1987 (foro Alex Levac)
    Ero entusiasta. Non vedevo le persone, al momento, solo drappi bianchi sui balconi, e luoghi che ci hanno detto erano sacri. Stavo partecipando alla vasta orgia religioso-nazionalista di Israele, che è cominciata allora e non è mai finita. Ci sono voluti 20 anni perché arrivasse la mia sbornia.
    La maggioranza degli israeliani non vuole sapere nulla circa l’occupazione. Pochi di loro hanno qualche idea di quello che è. Non sono mai stati lì. Non abbiamo idea di ciò che si intende quando si dice “l’occupazione.” Non abbiamo idea di come ci si comporterebbe se fossimo sotto il suo regime. Forse, se gli israeliani avessero avuto più informazioni alcuni di loro sarebbero stati sconvolti.
    Solo una minoranza di israeliani sono felici circa l’esistenza dell’occupazione, ma la maggioranza come minimo non è turbata. Ci sono persone che assicurano che le cose resteranno come sono. Ci sono coloro che proteggono la quiete, la maggioranza indifferente e consente loro di sentirsi bene con se stessi – non turbati da dubbi o scrupoli morali, convinti che il loro esercito – e il paese – siano i più morali del mondo, credendo che il mondo intero vuole solo distruggere Israele. Anche quando succede nel nostro cortile, così vicino a casa nostra, l'oscurità prevale, coprendo tutti quegli orrori perpetrati giorno e notte – e siamo ancora così belli, ai nostri occhi.
    Nemmeno un giorno o una notte passa senza crimini commessi a poca distanza dalle abitazioni israeliane. Non c’è un giorno senza di essi, non c’è alcuna cosa come una notte tranquilla. E non abbiamo ancora detto nulla circa l’occupazione in quanto tale, che è criminale, per definizione. Ha subito trasmutazioni nel corso degli anni, è stata meno onerosa e a volte più onerosa, ma è sempre rimasta un’occupazione. E ha sempre lasciato gli israeliani impassibili.
    Per coprire i suoi crimini, l’occupazione ha avuto bisogno di un supporto di propaganda condotta dai media che non tradissero la sua missione onesta, di un sistema educativo che è stato reclutato per i suoi scopi, di un apparato di sicurezza doppio, di politici privi di una coscienza e di una società civile che non ha riferimenti. Un nuovo sistema di valori aggiustato dall’occupazione ha dovuto essere sviluppato, in cui il culto della sicurezza consente, giustifica e riabilita tutto, in cui il messianismo viene apprezzato anche dalla popolazione laica, una sensazione di vittimizzazione fa da copertura, e un che di "Siamo gli eletti" non guasta.
    Era anche necessario trovare una lingua politichese, la lingua dell’occupante. Secondo questo politichese, ad esempio, l’arresto senza processo si chiama “detenzione amministrativa” e il governo militare è conosciuto come la “Amministrazione Civile”. Nel linguaggio dell’ occupante, ogni bambino con un paio di forbici è un “terrorista”, ogni individuo arrestato dalle forze di sicurezza è un “assassino”, e ogni persona disperata che cerca di provvedere alla sua famiglia ad ogni costo è “illegalmente” in Israele. Da qui la creazione di un linguaggio e di un modo di vita in cui ogni palestinese è un oggetto sospetto.

    Hebron, 2008. (Foto Alex Levac)
    Senza tale assistenza, che l’establishment della sicurezza ci ha fornito tramite i mezzi di comunicazione flessibili, la realtà avrebbe potuto dimostrarsi inquietante. Purtroppo, Israele possiede una grande varietà di assistenza. I primi 50 anni hanno visto migliorare il lavaggio del cervello, la negazione, la repressione e l’autoinganno. Grazie ai mezzi di comunicazione, il sistema di istruzione, i politici, i generali e l’immenso esercito di propagandisti spalleggiati da apatia, ignoranza e chiusura degli occhi – Israele è una società di diniego della realtà, deliberatamente recisa dalla realtà, probabilmente un caso senza precedenti nel mondo di un rifiuto propositivo di vedere le cose come sono.
    Interesse perduto
    Il sipario è caduto. Negli ultimi 20 anni l’occupazione è scomparsa dall’agenda pubblica israeliana. Le campagne elettorali vanno e vengono senza alcuna discussione del problema più fatidico per il futuro di Israele. Il pubblico ha perso interesse. Il numero di insegnanti di sostegno nelle scuole materne è una questione urgente; l’occupazione non lo è. All’inizio, si trattava di un argomento al tavolo di quasi ogni pasto della vigilia del Sabato: Negli anni ’70 argomenti amari furono intrapresi su quello che avrebbe dovuto essere fatto con “i territori”.
    Oggi un numero crescente di israeliani nega l’esistenza stessa di un’occupazione. “Non c’è nessuna occupazione” è l’ultima novità, la progenie della dichiarazione del primo ministro Golda Meir che “Non ci sono palestinesi”, e altrettanto ridicola. Quando si sostiene che non c’è nessuna occupazione, o che non ci sono i palestinesi, si perde effettivamente il contatto con la realtà in un modo che può essere spiegato solo con il ricorso alla terminologia dal regno della patologia e della salute mentale. E questo è dove siamo.
    Una situazione di base in bianco e nero di occupante-occupato è presentata agli israeliani come una “realtà complessa”. Il dispotismo militare nel cortile di casa è presentato come parte integrante dell’unica democrazia in Medio Oriente, la conseguenza di una guerra inevitabile di sopravvivenza. E il rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione si trasforma nelle mani della macchina della propaganda in una situazione di “nessun partner”. Si tratta di un caso storico raro: l’occupante è la vittima. La giustizia è dalla parte solo dell’occupante, e la guerra in corso si sta combattendo per la sua sicurezza ed esistenza. C’è mai stato niente di simile?
    Sopra tutto questo aleggia la menzogna del temporaneo. Israele è riuscito ad ingannare se stesso e il mondo nel pensare che l’occupazione sia un fenomeno transitorio: fra un altro minuto ogni cosa sarà passata. Dal suo primo giorno fino al suo primo Giubileo, l’occupazione ha indossato una maschera di transitorietà. Basta che i palestinesi si comportino bene e l’occupazione scomparirà. La sua fine è apparentemente in attesa dietro l’angolo. Per 50 anni, è stata lì ad aspettare. Non c’è più grande bugia. Israele non ha mai considerato la fine dell’occupazione, neanche per un minuto. La prova: non ha mai smesso di costruire insediamenti. Coloro che costruiscono una baracca attraverso la linea verde non intendono evacuarla. L’occupazione è qui per rimanere.
    Che cosa è cambiato nel corso di questi 50 anni? Tutto – e niente. Israele è cambiato, e così i palestinesi. L’occupazione rimane la stessa occupazione, ma è diventata più brutale, come accade con ogni occupazione. Se nel 1996, gli israeliani fossero stati un po’ scioccati alla storia della prima donna palestinese che ha perso il suo neonato, quando i soldati in tre diversi posti di blocco hanno rifiutato di permetterle di arrivare a un ospedale, fino a quando il bambino è morto, a quanto pare per esposizione – i casi successivi difficilmente hanno commosso qualcuno.
    “The Twilight Zone” ha riferito storie di altre donne in procinto di una nascita che hanno perso i loro bambini ai posti di blocco, e Israele ha sbadigliato per una mancanza di interesse. Circa 30 anni separano il primo articolo da quello più recente, e non c’è alcuna differenza. “Continui a ripetere te stesso”, ci è stato detto, come se non fosse l’occupazione che si ripete. Essa subisce tempestosi periodi mortali, e altri che sono calmi. Ci sono mesi in cui scorre il sangue, e altri in cui abbiamo avuto boschetti di alberi che sono stati abbattuti, case che sono state demolite, gli abitanti deportati e le persone detenute senza processo.
    Nel frattempo, la terra si è riempita di insediamenti, con centinaia di migliaia di coloni che vi si sono recati moltiplicando più a lungo il “processo di pace” a tempo indeterminato. Questo è l’unico risultato del “processo”. Ogni parvenza di progresso è sempre stata accompagnata da sempre più coloni, nella migliore tradizione di estorsione e resa. Gli Accordi di Oslo hanno raddoppiato e triplicato il numero dei coloni. Ehud Barak, l’uomo che quasi quasi ha fatto la pace, è stato il più grande dei costruttori nei territori. In Israele, ancora oggi, si può essere a favore di due stati e ancora costruire nei territori.
    Israele ha ucciso più di 10.000 palestinesi in questi 50 anni, e ne ha imprigionati circa 800.000. Questi numeri incomprensibili sono accettati anche come una questione di routine, per sé evidente, inevitabile, e, naturalmente, del tutto giusta. La colpa è interamente di quelli uccisi e imprigionati. Israele crede con tutte le sue forze nell’ IDF, nel servizio di sicurezza Shin Bet e nel sistema di giustizia militare, i quali hanno sempre trovato una scusa per tutto e non hanno mai ammesso nulla, nemmeno dopo che tutte le loro contorte bugie sono state esposte. Anche avere un dubbio su di esse è insostenibile. Nella maggior parte delle lingue si chiama cecità.
    Linea Verde cancellata
    Al centro della rotatoria all’incrocio del blocco di Etzion, uno dei luoghi più frequentati in Cisgiordania, imballato di veicoli israeliani e palestinesi, sventola la bandiera israeliana. Ci sono di gran lunga più di queste bandiere nazionali visibili in Cisgiordania che in Israele. E molte di più di quelle bandiere sventolano in Cisgiordania, che di bandiere del popolo che costituisce la maggioranza assoluta in quella zona occupata. Ci sono pochissime indicazioni per le città e i villaggi palestinesi, solo per gli insediamenti; quelli che sono segnalati pubblicamente sono presto cancellati con vernice nera. Eppure, così dominante è l’insicurezza che i coloni credono che cancellando i nomi delle comunità palestinesi, le faranno sparire.
    Ciò che è stato cancellato è la Linea Verde. L’unica separazione che esiste in Israele è etnica, non geografica. Israele è uno stato, che si estende dal mare al fiume Giordano, senza confini e con due regimi diversi per due popoli. E’ stato così per gli ultimi 50 anni, e non c’è alcun piano per cambiarlo. I coloni sono Israele e così, anche, lo è l’occupazione: i due non sono più separabili. La filiale della banca nella fantasiosa piazza Kikar Hamedina di Tel Aviv ha una gemella nella zona urbana della colonia cisgiordana di Ma’aleh Adumim. La clinica nel lussuoso quartiere di Rehavia di Gerusalemme ha un’immagine speculare nella colonia di Karnei Shomron. Tutti gli israeliani sono d'accordo in questo. L’idea che c'è Israele e ci sono i territori occupati – come entità separate – è un altro degli inganni. Permette alle persone di amare Israele e odiare l’occupazione. Ma la separazione è tanto falsa quanto è artificiale.
    Soldati israeliani a Hebron negli anni 90 ( foto: Alex Levac)
    I padri fondatori erano del movimento laburista – nessuno porta più di loro la colpa dell’ occupazione. Moshe Dayan ha più  colpa per l’occupazione di Avigdor Lieberman, Yigal Allon è più responsabile degli insediamenti di Gilad Erdan. Golda Meir, Israel Galili, Shimon Peres e Yitzhak Rabin hanno stabilito più insediamenti di Benjamin Netanyahu, Naftali Bennett e Ayelet Shaked assieme. Il movimento Gush ha acceso la fiamma e i laburisti hanno devotamente fornito il carburante, insieme con l’ inganno e un ombrello protettivo. Il pretesto offerto da Shimon Peres per la costruzione dell’insediamento di Ofra è stato la necessità di un’antenna presso il sito, e tutti hanno fatto finta di credere alla menzogna.
    Mai un solo primo ministro israeliano ha visto i palestinesi come esseri umani o come una nazione con uguali diritti, e non c’è mai stato uno che seriamente ha voluto porre fine all’occupazione. Non uno. Il parlare di due stati ha permesso di guadagnare tempo, il processo di pace ha fornito al mondo una scusa per rimanere in silenzio e sottoscrivere l’occupazione. Tutti i piani di pace che ora sono a prendere polvere nei cassetti portano una somiglianza straordinaria tra di loro, e tutti hanno condiviso un destino simile: il rifiuto da parte di Israele. Anche in questo, Israele ha così intenzionalmente mantenuto il mentire a se stesso, dicendo che vuole la pace. L’elenco delle bugie dell’ occupazione continua ad allungarsi.
    Morti che camminano
    I genitori in lutto sono invecchiati, i giovani che hanno partecipato alla prima intifada sono la popolazione di mezza età del 2017 e quelli della seconda intifada sono morti che camminano. Alcuni degli eroi presenti in questo articolo sono stati dimenticati, altri no. Immagini affollano la memoria ora, durante il festival del giubileo.
    Ecco una fila di giovani amputati sulle loro sedie a rotelle, con una sigaretta vicino alla finestra nel corridoio dell’ospedale Shifa di Gaza City, vittime dello spaventoso bombardamento dei campi di fragole a Beit Lahia, che spazzò via una famiglia. E i bambini sopravvissuti all’attentato in cui il leader di Hamas Salah Shehadeh era stato assassinato – l’IDF inizialmente ha sostenuto che era stato liquidato in una “ tettoia disabitata”. Ecco la giovane donna di Gaza nella prima e ultima visita della sua vita pochi anni fa al Ramat Gan Safari, Hayarkon Park di Tel Aviv e alla spiaggia di quella città, alla vigilia della sua morte – è morta di cancro dopo il suo arrivo fatalmente in ritardo per le cure mediche in Israele. E il ragazzo di Betlemme che è stato condannato a sei mesi di carcere – un mese per ogni pietra che ha gettato, anche se non ha colpito nessuno e non ha causato danni.
    C’era la visita al detenuto amministrativo in una prigione militare che ha contrabbandato fuori le sue lettere in un fitto inglese shakespeariano. Lo sposo che è stato ucciso il giorno delle nozze; il padre dal campo profughi di Qalandiyah che ha perso due figli nel giro di 40 giorni, mentre un altro figlio è stato ucciso qualche anno dopo, quando il comandante della Brigata IDF Binyamin gli ha sparato alla schiena mentre fuggiva; la madre paralitica la cui unica figlia è stata uccisa da un missile che ha colpito la loro casa a Gaza, mentre la teneva tra le braccia. E i bambini della scuola materna Indira Gandhi che hanno visto il loro insegnante ucciso davanti ai loro occhi, con i quali abbiamo parlato dopo il nostro ultimo viaggio a Gaza, più di 10 anni fa; il capo del dipartimento di architettura all’università di Bir Zeit, che è stato torturato dallo Shin Bet; il medico di Tulkarem che fu assassinato.
    C’era il padre che mancava di una mano e di entrambe le gambe, nella stanza 602 all’al Shifa, a Gaza City, nel giugno 1994, che stava cercando di alimentare suo figlio morente; Lulu, la ragazza dal campo Shabura fuori Rafah nella Striscia di Gaza, che è morta a 10 anni dopo che i soldati le hanno sparato alla testa; i tre uomini del campo profughi di Deheisheh vicino a Betlemme che hanno perso i loro occhi; il ragazzo amputato dal campo profughi di al-Fawwar a sud di Hebron che è stato arrestato e picchiato; i ragazzi dei coltelli e le ragazze delle forbici che sono stati inutilmente colpiti a morte ai posti di blocco negli ultimi mesi; e il dimostrante che lanciava pietre descritto in queste pagine la scorsa settimana, che ha sofferto una notte di abusi per mano dei soldati, in cui è stato picchiato, umiliato e ha avuto chiazze di capelli tagliate. Quello che è successo a Bara Kana’an, il giovane falegname di Beit Rima, vicino a Ramallah, è successo due, tre e quattro decenni fa, per molti palestinesi.
    Gaza, 1990. (Alex Levac)
     


  2. L’IDF, la polizia di frontiera e l’Amministrazione Civile hanno sempre giustificato, sostenuto, hanno trovato scuse, imbiancato e spesso pianificato menzogne nel fornire le loro risposte automatiche. Né hanno mai chiesto scusa, ammesso i propri errori. Raramente hanno espresso rammarico, e certamente mai offerto un risarcimento. Per quello che a loro – e alla maggior parte degli israeliani – interessa, tutto è stato condotto in modo corretto.
    Opera d’arte
    Nell'apenertura della mostra di Maria Aman due settimane fa, si poteva vedere di persona quanto correttamente tutto ciò è stato condotto negli ultimi 50 anni. Ecco Aman, paralizzata e con un respiratore – che ha perso la madre, la nonna, il fratellino e sua zia durante una guida innocente su una strada trafficata di Gaza City, nel bel mezzo della stagione degli omicidi. In questo raro caso, Israele ha fatto una eccezione e, dopo una lotta ostinata della famiglia di Aman e di altri, ha accettato di permetterle di sottoporsi alla riabilitazione in Israele. Ciò che lei mostra sono la vita e la morte come un dipinto. Aman ha una mostra a Tel Aviv. Migliaia di altre vittime, che hanno subito un destino simile al suo, non hanno mai avuto questa possibilità. Maria è diventata un simbolo; i suoi compagni di handicap restano anonimi, il loro destino sconosciuto in Israele.
    Le poche decine di israeliani che hanno partecipato all’apertura, alcuni dei quali hanno accompagnato questa ragazza e il suo incredibile padre per anni, sono tra i pochi in Israele che sanno che non tutto è stato condotto correttamente tra il 1967 e il 2017. I primi 50 anni di occupazione sono stati una lunga atrocità.

Nathan Thrall :I 50 anni di occupazione israeliana. E i prossimi



 
 Foto: Un soldato israeliano in preghiera al muro del pianto durante la guerra dei sei giorni, nel giugno 1967.  (Micha Bar Am / Magnum Foto)
The New York Times, 02.06.2017
https://www.nytimes.com/2017/06/02/opinion/sunday/the-past-50-years-of-israeli-occupation-and-the-next.html

GERUSALEMME - Tre mesi dopo la guerra del 1967, nel partito Mapai, allora al governo in Israele, ci fu una discussione sul futuro dei territori appena conquistati. Golda Meir, che sarebbe diventata capo del governo israeliano un anno e mezzo più tardi, chiese al primo ministro Levi Eshkol che cosa intendesse fare con gli oltre un milione di arabi che vivevano ormai sotto il comando israeliano.
"Capisco la domanda", rispose scherzosamente Eshkol. "Vuoi la dote, ma non ti piace la sposa!" La Meir rispose: "La mia anima desidera ricevere la dote, e che qualcun altro si prenda la sposa".
In questo giorno di 50° anniversario della guerra è chiaro che nel corso del mezzo secolo successivo Israele è riuscito a soddisfare il desiderio della signora Meir mantenendo il controllo della terra a tempo indefinito ma senza sposarsi con gli abitanti. Questo stato di cose, che ha sempre resistito al cambiamento e ha dimostrato di essere sostenibile pur essendo spesso ritenuto impropriamente come uno stato di limbo temporaneo, si è appoggiato su tre pilastri principali: il sostegno americano, la debolezza palestinese e l'indifferenza israeliana. Insieme, questi tre elementi assicurano al governo israeliano che la continuazione dell'occupazione sia molto meno costosa delle concessioni necessarie per porvi fine.
A sua volta ciascun pilastro attinge il proprio sostegno da un mito fondamentale promosso dai leader della società americana, palestinese o israeliana. Per gli americani, il mito che l'occupazione sia insostenibile è un elemento cruciale nel mantenere e giustificare lo sforzo finanziario e diplomatico degli Stati Uniti in favore dell'occupazione. Dalle sedi del Dipartimento di Stato agli editoriali dei principali quotidiani e dalle dichiarazioni di organizzazioni pacifiste come J Street, gli americani si sentono ripetere che Israele dovrà scegliere, e molto presto, di concedere ai palestinesi la cittadinanza o l'indipendenza, e scegliere se rimanere una democrazia o diventare uno stato di apartheid.
Tuttavia nessuno di questi gruppi chiede agli Stati Uniti di forzare questa presunta scelta imminente, nonostante tutte le volte in cui Israele ha dimostrato di preferire un'opzione diversa e molto più facile - l'occupazione indefinita - senza subire nessuna conseguenza reale. L'unica vera conseguenza della continua occupazione è l'importante aumento del finanziamento americano, con Israele che riceve ormai più assistenza militare statunitenese che tutto il resto del mondo messo assieme. Scambiando qualche dito puntato con una pressione, questi gruppi trascorrono troppo tempo a formulare le loro critiche agli insediamenti e all'occupazione e troppo poco a chiedere che cosa si possa fare in concreto per contrastarli.
Il sostegno della teoria secondo la quale Israele non potrebbe continuare a sottomettere i palestinesi a lungo, e dunque gli Stati Uniti non saranno complici in altri decenni di sottomissione, è una parata apparentemente infinita di pericoli incombenti, ognuno dei quali, si sostiene o si spera, costringerà Israele a porre fine alla sua occupazione nel prossimo futuro.
All'inizio la minaccia era un attacco dagli stati arabi. Ma questa possibilità si è dissolta presto: Israele ha fatto una pace separata con lo stato più forte, l'Egitto; gli stati arabi si sono dimostrati incapaci anche di difendere lo stato sovrano del Libano dall'invasione israeliana; e negli ultimi anni molti stati arabi hanno addirittura smesso di rispettare il loro tradizionale boicottaggio di Israele.
Poi c'era la minaccia demografica di una maggioranza palestinese tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Ma le statistiche ufficiali sulle popolazioni israeliana e palestinese indicano che gli ebrei sono ormai da molti anni una minoranza nel territorio controllato da Israele e questo non ah causato alcuna ripercussione: la maggioranza delle nazioni del mondo continua a parlare del dominio non democratico di una minoranza ebraica come di un futuro ipotetico e non come di un presente inaccettabile.


Civili palestinesi e soldati israeliani attendono l'arrivo degli agenti di polizia palestinese a Gaza nel 1994. (Susan Meiselas / Magnum Foto)
Più tardi è arrivata la minaccia di una rinnovata violenza palestinese. Ma Israele, con l'esercito più forte della regione, ha ripetutamente dimostrato di poter controllare e reprimere qualsiasi esplosione di resistenza che i palestinesi, divisi e esausti, siano in grado di sostenere.
Anche le minacce successive sono risultate vane. L'accresciuto potere di nazioni nominalmente pro-palestinesi come l'India e la Cina non ha avuto effetti negativi su Israele, che ha rafforzato i suoi legami con entrambi i paesi. Il movimento BDS (Boicotaggio, Disinvestimento, Sanzioni), sebbene si faccia sentire in alcuni campus americani, non è ancora riuscito a fare alcun danno all'economia di Israele o al livello di qualità della vita dei suoi cittadini, che è tra i più alti del mondo.
Sostenuta da alcuni intellettuali palestinesi e da loro alleati, l'idea della creazione di un solo stato, la cosiddetta soluzione a stato unico, non è stata fatta propria da nemmeno una fazione palestinese ed è molto lontana da avere un sostegno maggioritario in Cisgiordania e Gaza. E anche se la proposta diventase popolare, Israele potrebbe facilmente contrastarla ritirandosi dalla Cisgiordania, come ha fatto con Gaza nel 2005.
L'ultima, anche se certamente non la meno importante, di questa lista di minacce è la prospettiva di un cambiamento politico in America e nella sua comunità ebraica. Le opinioni su Israele sono sempre più polarizzate e i sondaggi mostrano una maggioranza di democratici favorevole ad alcune sanzioni economiche o altre azioni contro gli insediamenti israeliani. Tra gli ebrei americani, un crescente tasso di matrimoni con non ebrei sta diminuendo l'attaccamento a Israele e le organizzazioni ebraiche sono sempre più divise sul sostegno da dare al paese. Nonostante questo travaglio, soprattutto tra gli ebrei liberal, i sondaggi durante quasi quattro decenni mostrano che il sostegno americano a Israele nelle sue politiche contro i palestinesi non ha fatto che aumentare e nessuna stretta di mano si è tradotta in cambiamenti nella politica americana.
Per i politici americani, gli incentivi finanziari alle campagne elettorali dettano ancora un sostegno incondizionato di base per Israele. Gli Stati Uniti hanno elargito oltre 120 miliardi di dollari al paese dall'inizio dell'occupazione, hanno speso decine di miliardi di dollari per sostenere regimi pro-israeliani che governano popolazioni anti-israeliane in Egitto e Giordania e hanno fornito ulteriori miliardi di all'Autorità palestinese a condizione che continui a prevenire attacchi e proteste contro gli insediamenti israeliani. E queste spese non considerano il costo per la sicurezza americana causato dal risentimento arabo e musulmano nei confronti degli Stati Uniti per aver permesso e finanziato l'oppressione dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
Per la maggior parte, anche i palestinesi hanno fatto molto per sostenere lo status quo. Il mito sostenuto dai dirigenti del governo palestinese è che cooperare con l'occupazione di Israele - cosa che rende l'occupazione meno costosa, più invisibile agli israeliani e più facile da sostenere - porterà in qualche modo alla sua fine. Ciò accadrà, seconda questa teoria, perché la buona condotta palestinese porterebbe una pressione da parte della soddisfatta opinione pubblica israeliana, o perché Israele, una volta privato di pretesti, sarà costretto dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale a concedere ai palestinesi la loro indipendenza.
Questo è il mito che sottende il sostegno ininterrotto degli accordi di Oslo, anche molto dopo la loro scadenza nel 1999. Il mito sta anche alla base del piano biennale dell'ex primo ministro Salam Fayyad per costruire le istituzioni di uno Stato palestinese e dei 12 anni di quiescenza e stretta cooperazione di sicurezza con Israele sotto il presidente Mahmoud Abbas in Cisgiordania.
Una controparte di questo mito, sostenuto dai funzionari israeliani e rigurgitato dai politici americani, è che Israele non farà concessioni sotto pressione ma le farà se verrà trattato con comprensione. I fatti storici dimostrano l'esatto contrario.
Le forti pressioni da parte degli Stati Uniti, inclusa la minaccia di sanzioni economiche, costrinse Israele a evacuare Sinai e Gaza dopo la crisi di Suez del 1956. Hanno anche costretto Israele a impegnarsi per un parziale ritiro dal Sinai nel 1975. Hano fatto accettare a Israele il principio del ritiro dai territori occupati nella guerra del 1967, tra cui la West Bank, negli accordi di Camp David del 1978. E hanno obbligato Israele a ritirarsi dopo le incursioni nel Libano meridionale nel 1977 e nel 1978.
Allo stesso modo, è stata la pressione palestinese, manifestazioni di massa e violenza comprese, che hano  provocato ogni parziale ritiro israeliano dal territorio palestinese. Il primo ministro Yitzhak Rabin, che accettò i primi ritiri israeliani da parti della Cisgiordania e di Gaza, fece la prima proposta per un'autonomia palestinese nel 1989, mentre era il ministro della difesa che tentava di spengere la prima intifada. Anche Yitzhak Shamir, allora primo ministro e un fortemente contrario alla cessione di territorio agli arabi, presentò un piano di autonomia per i palestinesi quello stesso anno.
Nel 1993, mentre l'intifada si sviluppava in un conflitto sempre più militarizzato nel 1993 e Israele aveva sigillato i territori occupati nel marzo di quell'anno, i negoziatori israeliani tennero incontri segreti con i palestinesi vicino a Oslo. Lì, chiesero la fine dell'intifada e trovarono rapidamente un accordo offrendo l'evacuazione del governo militare e la creazione di un'autonomia palestinese. Nel 1996, gli scontri e le rivolte noti come la rivolta del tunnel portarono direttamente alla promessa del primo ministro Benjamin Netanyahu di negoziare un ritiro dalla maggior parte di Hebron, che Israele si impegnò formalmente di fare alcuni mesi dopo.
Durante la seconda intifada, gli attacchi con i razzi da Gaza erano aumentati di sette volte nell'anno in cui il primo ministro Ariel Sharon annunciò l'evacuazione di Israele (secondo il punto di vista di Israele, l'esercito si era ritirato e iniziarono i lanci di razzi, ma in realtà i lanci di razzi erano già iniziati prima del ritiro). Poco dopo il disimpegno da Gaza e la fine dell'intifada, una pluralità di israeliani votarono per il Partito Kadima, guidato dal primo ministro Ehud Olmert, che proponeva una piattaforma di ritiro da circa il 91 per cento della Cisgiordania che si trova ad est della barriera di separazione.

Tuttavia col diminuire delo spargimento di sangue, il senso di urgenza di Israele sul problema palestinese svanì rapidamente. Nessuna proposta seria per il ritiro unilaterale è stata fatta fino a quando il livello di violenza nella Cisgiordania e a Gerusalemme ha ricominciato a salire alla fine del 2015.
Infine, il mito più diffuso per Israele è che non esisterebbe un partner palestinese per la pace. I palestinesi sarebbero irrimediabilmente su una linea di rifiuto, non rinunciano ai loro obiettivi impossibili e non hanno mai accettato veri compromessi, nonostante tutte le generose proposte israeliane. La verità è che la storia del movimento nazionale palestinese è una lunga serie di sconfitte militari e concessioni ideologiche. Ciascuna di queste ha spostato lentamente l'Organizzazione di liberazione della Palestina (OLP) dal rifiuto di ogni presenza israeliana all'accettazione e al riconoscimento di Israele sui confini del 1967, compromettendo il 78% della Palestina storica. Per anni, la comunità internazionale ha bersagliato e bullizzato l'OLP per farle accettare uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, ovvero nel restante 22 per cento.
Quando l'OLP finalmente lo ha fatto, nel 1988, le è stato tirato il tappeto da sotto i piedi. I palestinesi si sono svegliati scoprendo che il 22 per cento della patria era stato ridefinito come il loro massimo obiettivo. Shimon Peres fu tra i pochi leader israeliani a riconoscere la grandezza della concessione dei palestinesi. La definì "il più grande successo" di Israele.
Nell'ultimo quarto di secoli, durante i negoziati intermittenti condotti dall'America, l'impotenza dei palestinesi ha portato a ulteriori concessioni L'OLP ha accettato che Israele annetta blocchi di insediamenti, acconsentito a rinunciare a vaste porzioni di Gerusalemme Est, riconosciuto che qualsiasi accordo sul ritorno dei rifugiati palestinesi debba soddisfare le preoccupazioni demografiche di Israele e accettato varie limitazioni sulle capacità militari e sulla sovranità di un futuro stato di Palestina.
Durante questo periodo, ai palestinesi non è mai stato offerto quello che Israele ha concesso a tutti i paesi limitrofi: il ritiro completo dal territorio occupato. L'Egitto ha ottenuto la sovranità sull'ultimo metro di sabbia del Sinai. La Giordania ha stabilito la pace sulla base del precdente confine internazionale, recuperando 381 chilometri quadrati. La Siria ha ricevuto una proposta nel 1998 da parte del primo ministro Netanyahu (che ha successivamente ritrattato) per un'evacuazione totale dalle alture del Golan. E il Libano ha ottenuto un ritiro al confine definito dalle Nazioni Unite senza concedere il riconoscimento di Israele, la pace e neanche un accordo di cessate il fuoco.
I palestinesi però restano troppo deboli, politicamente e militarmente, per assicurarsi un'offerta simile, e gli Stati Uniti e la comunità internazionale non applicano la pressione necessaria per costringere Israele a farne una. Al contrario, gli Stati Uniti e i suoi alleati si prestano alla necessità di porre fine all'occupazione, ma non fanno nulla per distogliere Israele dalla sua opzione preferita di perpetuare l'occupazione: godere della dote rifiutando la sposa.

Nathan Trall, un analista senior dell'International Crisis Group, è l'autore del libro "L'unico linguaggio che capiscono: forzare il compromesso in Israele e Palestina". Questo è il primo di una serie di articoli che analizzeranno il conflitto arabo-israeliano del 1967, a distanza di mezzo secolo.

Traduzione di Giacomo Graziani per l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze

OPINIONE. Israele, Hamas e il Qatar

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Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar. Da una parte condanna l’appoggio che offre ad Hamas, dall’altra, attribuisce grande importanza al sostegno di Doha alla ricostruzione di Gaza e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno
Il leader di Hamas Haniyeh insieme all’ex emiro del Qatar Sheikh Hamad Bin Khalifa Al-Thani






Il leader di Hamas Haniyeh insieme all’ex emiro del Qatar Sheikh Hamad Bin Khalifa Al-Thani
di Yuval Abraham – Middle East Eye
Roma, 23 giugno 2017, Nena News – Israele non ha mai approvato l’appoggio del Qatar ad Hamas. Ma ora le Nazioni del Golfo stanno chiedendo che Doha smetta di appoggiare il gruppo palestinese – e Israele teme quello che potrebbe succedere. Hamas, che controlla Gaza dal 2007, è visto come una filiazione della Fratellanza Musulmana, da molto tempo un alleato del Qatar.
L’emirato ha trasferito centinaia di milioni di dollari a Gaza, assistendo al contempo Hamas dal punto di vista diplomatico e offrendo ospitalità ai suoi dirigenti e militanti in esilio. In maggio il gruppo ha presentato la revisione della sua carta fondamentale a Doha.
Dopo l’ultima guerra a Gaza, nel 2014, il Qatar ha destinato un miliardo di dollari a favore della ricostruzione, di progetti umanitari, per i costi dell’elettricità e per i salari dei dipendenti pubblici. Alcuni analisti politici affermano che Israele ha consentito il trasferimento di fondi a Gaza – sotto assedio israeliano dal 2007 – per i suoi effetti stabilizzanti, che impediscono o forse rimandano un collasso totale nella Striscia devastata dalla guerra.
Una risposta israeliana contrastante
Le sanzioni contro il Qatar del 4 giugno sono state salutate come una vittoria da gran parte dell’opinione pubblica e dai media israeliani. Ma la risposta del governo è stata stranamente in sordina. Eli Avidar, ex-capo della delegazione israeliana in Qatar, ha detto a MEE che Israele dovrebbe sostenere decisamente l’Arabia Saudita ed altri contro il Qatar: “E’ un’opportunità per farla finita con questa storia. Israele dovrebbe esercitare pressioni su Washington, spingere il Qatar a smettere di finanziare il terrorismo, ma non lo sta facendo.”
“Continuo a chiedermi: ‘Perché Israele non è più attivo ed esplicito nell’attivarsi contro il Qatar?’” Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, è stato l’unico uomo di governo ad aver commentato la crisi. Il 5 giugno, un giorno dopo che il Qatar è stato isolato, ha affermato che l’iniziativa “apre molte possibilità di collaborazione nella lotta contro il terrorismo.”
Un portavoce del ministero degli Esteri ha detto a MEE che ha avuto indicazioni ufficiali di non commentare la situazione e le sue ripercussioni per Israele e la Palestina. Cosa c’è dietro questa risposta passiva? Molti studiosi, analisti e fonti dell’intelligence indicano che Israele potrebbe avere più da perdere che da guadagnare dalla crisi.
Yoel Guzansky e Kobi Michael, dell’Istituto Israeliano per le Ricerche sulla Sicurezza all’università di Tel Aviv, hanno affermato che la crisi è “la più grave dalla fondazione, nel 1981, del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo.”
Sostengono che Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar: “Da una parte, c’è ostilità per il suo appoggio ad Hamas e per l’ospitalità che offre ai suoi dirigenti…Dall’altra, Israele attribuisce grande importanza al sostegno qatariota alla ricostruzione della Striscia e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno. “L’interesse israeliano è di appoggiare una mediazione americana che ponga fine alla questione indebolendo il ruolo dell’Iran e di Hamas, ma senza danneggiarne seriamente le azioni positive verso la Striscia di Gaza e di mediazione con Hamas.”
Il loro documento identifica tre possibili esiti che Israele vuole evitare: un rapporto più forte tra l’Iran e Hamas, una crisi umanitaria a Gaza e la presa del potere dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza.
Timore dell’Iran
Molti osservatori temono che il vuoto creato dall’assenza del Qatar possa obbligare Hamas a cercare un fonte alternativa di sostegno finanziario e si rivolga all’Iran. Il rapporto di Yoel Guzansky e Kobi Michael sostiene che “Israele comprende che ci sono più vantaggi che svantaggi nella cooperazione con il Qatar, in quanto il Qatar indebolisce l’influenza dell’Iran su Hamas e sulla Striscia di Gaza.” Shaul Yanai, un ricercatore israeliano sulle questioni mediorientali all’università di Haifa, ha detto a MEE: “Non c’è un segnale di pericolo più grave per l’Egitto, i sauditi, il Kuwait, l’America di Trump e Israele che un’organizzazione palestinese alleata dell’Iran.”
All’inizio di quest’anno Khaled al-Qaddumi, rappresentante di Hamas in Iran, ha detto ad Al-Monitor che l’Iran sta fornendo un continuo aiuto finanziario al movimento, nonostante la polarizzazione su scala regionale tra sciiti e sunniti, e che ci sono incontri regolari. “L’inizio del 2017 ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Hamas e l’Iran, che può essere descritta come positiva e rivolta al futuro,” ha affermato. Nel contempo Ahmed Yousef, ex importante consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyah, ha detto a Ma’an che la crisi qatariota – così come l’alleanza tra Israele, l’America e gli Stati sunniti – “incoraggerà i movimenti islamici, come la Fratellanza Musulmana, a fare nuove alleanze con Paesi potenti della regione, come l’Iran, per proteggersi.”
Oltre a ciò, Guzansky e Michael affermano che il desiderio del campo sunnita di vedere l’Autorità Nazionale Palestinese sostituire Hamas nella Striscia non è condiviso da Israele, che, secondo chi lo critica, ha lavorato per mantenere la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
Timori di un’altra guerra
Nel 2014 Israele ha scatenato l’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, un attacco di 50 giorni che intendeva indebolire Hamas. Ha causato la morte di più di 2.139 palestinesi, circa un quarto dei quali bambini, di 64 soldati e di 6 civili israeliani. Un ufficiale israeliano di alto grado, che ha lavorato con il Mossad [il servizio segreto israeliano che opera all’estero, ndtr.] per molti anni e che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto a MEE che, mentre il governo israeliano vuole che il Qatar smetta di finanziare Hamas, “non vuole una crisi umanitaria a Gaza, anche se vi ci stiamo avvicinando.”
“Questa situazione potrebbe portarci allo stesso punto del 2014, quando Hamas è stato spinto in un angolo e l’unico posto a cui potessero sparare era Israele. Suppongo che Israele tema questo scenario, non vuole la destabilizzazione a Gaza.” Yanai avverte anche che un Hamas disperato che perde il sostegno finanziario, insieme a discorsi su elezioni all’interno della tesa coalizione di governo israeliano, provocherebbe una miscela esplosiva. “Potrebbe rappresentare il terreno fertile per una guerra. Politici disperati tendono a fare la guerra.”
Una seconda fonte dell’intelligence israeliana – la cui ruolo è riservato – ha detto a MEE che Israele, come fa ogni estate, si sta preparando per una guerra a Gaza– ma che non si aspetta che ci sia quest’anno. Da parte sua Hamas è ancora indebolito dall’ultimo scontro nel 2014. E Israele?
“E’ contro i nostri interessi,” afferma la fonte dell’intelligence. “Israele desidera mantenere lo status quo nella Striscia:” Dal 2004 Israele ha condotto sette offensive contro Gaza in risposta a razzi lanciati dalla Striscia. I critici affermano che questo status quo di guerra è alimentato da una mancanza di soluzioni diplomatiche del problema dei rifugiati palestinesi e dall’occupazione militare israeliana.
Timore dell’Autorità Nazionale Palestinese
Domenica il governo israeliano ha accettato di ridurre la fornitura di elettricità a Gaza su richiesta del presidente dell’ANP Abbas. L’iniziativa è vista come un tentativo da parte dell’ANP, che controlla la più vasta Cisgiordania, di indebolire il suo rivale politico. Secondo la Reuters, Tareq Rashmawi, il portavoce dell’ANP, ha chiesto che Hamas trasferisca all’ANP ogni responsabilità delle istituzioni di governo a Gaza.”
Ma lunedì Israel Katz, ministro israeliano e membro del governo per il Likud, all’annuale Convenzione Israeliana per la Pace ha criticato questa riduzione [di energia elettrica, ndt.], affermando che “Israele non ha una politica nei confronti di Gaza.”E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele “non vuole assistere a un’escalation” a Gaza, descrivendola come “una disputa interna palestinese.” L’ufficiale che ha lavorato con il Mossad ha ribadito questa opinione: “Mi risulta difficile spiegare la politica israeliana verso Gaza,“ ha detto, “non ha una logica.”
“La riduzione della fornitura di elettricità potrebbe essere una sorta di pressione tattica su Hamas, in modo che accetti di restituire i corpi dei soldati israeliani e i tre israeliani che tengono prigionieri.”
 Ma Hamas ha raggiunto il punto critico.
Lunedì ha detto su Twitter che la decisione “accelererebbe l’aggravamento e l’esplosione della situazione nella Striscia.” Una fonte dell’intelligence israeliana ha detto a MEE che un altro scontro a Gaza è solo questione di tempo. “Se non quest’anno, sarà il prossimo, e sennò, quello dopo ancora di sicuro.”
 (traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)
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Fulvio Scaglioni : Quale sarà la prossima guerra di Israele?


Quella che si è svolta due settimane fa a Cipro è solo l’ultima delle esercitazioni a cui i reparti speciali delle forze armate di Israele si sottopongono in vista di un evento che gli strateghi dello Stato ebraico danno per certo, se non prossimo: una nuova guerra in Medio Oriente, questa volta con la partecipazione diretta di Tsahal.


LEGGI ANCHE : In Medio Oriente l’Iran raccoglie successi ma riuscirà a gestirli?


A Cipro, 500 uomini della Forza Speciale Egoz, con aerei da trasporto, dieci elicotteri Blackhawk e mezzi terrestri leggeri hanno anche fatto intuire che cosa ci si aspetti per il futuro. Accanto al solito impegno massiccio e brillante dell’aviazione, ci saranno incursioni veloci per reparti capaci di colpire, ritirarsi e tornare a colpire alla massima velocità.

Gli esercizi ciprioti si inseriscono in un processo che ha investito le forze armate israeliane nell’ultimo decennio, a partire cioè dall’esito non proprio felice della guerra contro Hezbollah in Libano del 2006, quando il primo ministro era Ehud Olmert e il ministro della Difesa il laburista (ex sindacalista) Amir Peretz. Digerita quella lezione, i generali israeliani si sono sforzati di raggiungere una maggiore cooperazione ed intesa tra i diversi corpi della fanteria, delle forze speciali, dell’artiglieria e dei mezzi corazzati. Condizione indispensabile per una forza armata che, come si ipotizzava prima, ora pensa largamente (se non soprattutto) in termini di scorrerie in territorio nemico.

Il Paese delle start up e dell’informatica, inoltre, non poteva non provare ad avvantaggiarsi anche in questo campo. Così i network informatici delle diverse “specialità” militari sono stati fusi in un’unica rete capace di seguire tutti i reparti impegnati in combattimento, fino a proporre una mappa interattiva aggiornata al minuto con le posizioni degli “amici” e dei “nemici” identificate con uno scarto di pochi metri.

Velocità, coordinamento, capacità di combattere su terreni poco noti e su un campo di battaglia affollato di protagonisti diversi. Verso quale scenario indirizzano questi indizi? Non Gaza, dove queste qualità servono a poco. Non il Libano, dove il terreno è fin troppo noto e la partizione amici-nemici fin troppo chiara.

Non resta che la Siria dove, per dirla con le parole di Asher Susser, ricercatore senior presso il Dayan Center for Middle Eastern Studies di Gerusalemme, “gli sconvolgimenti di questi anni hanno portato l’Iran vicino al confine con Israele come mai prima”. A quanto pare, proprio la frontiera che negli ultimi decenni è stata la più tranquilla per lo Stato ebraico, ovvero quella con la Siria degli Assad, è il campo su cui gli strateghi dello Stato ebraico immaginano di combattere la prossima guerra. E di combatterla non solo contro truppe iraniane ma anche contro quell’Hezbollah che Israele, dopo i traumi del passato e il massiccio riarmo della milizia, ormai impegnata anche nello Yemen, considera non più un corpo paramilitare ma un vero esercito.

A complicare le cose, da un paio d’anni è arrivata in Siria l’aviazione russa, con un potente corredo di satelliti, radar e armi antiaeree. Tra israeliani e russi vige un’intesa neppur tanto tacita (le comunicazioni tra gli schieramenti sono quotidiane) per evitare incidenti nel Sud della Siria, dove i russi di fatto lasciano campo libero alle incursioni israeliane contro le spedizioni di armi dirette verso Hezbollah. Ma un giorno questo stillicidio di bombe potrebbe non bastare. E allo stesso modo potrebbe non essere cosa da poco, anche per gli israeliani, stuzzicare l’aviazione russa più a Nord. Per questo Israele si allena a combattere a terra, su un terreno che conosce poco e con strategie, uomini e mezzi che non prevedono l’occupazione di un territorio.

Fantascienza? Fantastrategia? Non si direbbe. L’improvviso innalzamento della tensione tra Usa e Russia, con l’abbattimento del caccia siriano, s’inscrive nel tentativo, chiaramente accompagnato dagli americani, di bloccare qualunque progetto di “corridoio” diretto tra Iran e Hezbollah libanese, attraverso il Nord dell’Iraq e della Siria. Il che fa capire anche un’altra coda: la prossima guerra del Medio Oriente, qualunque essa sia, è sempre già in corso.

@fulvioscaglione

Bradley Burston Lapiaga delle tenebre inflitta da Israele a Gaza è un atto di terrorismo



It's the worst thing Israel's done all year. It's a punishment which targets huge numbers of people who have committed no crime. We will not be forgiven for…
haaretz.com


 Quando ero piccolo e  celebravo la Passover Seder o le dieci piaghe  di Egitto, provavo un profondo timore . Pensavo ai bambini egiziani che non potevano bere più acqua . Le punizioni  sono diventate sempre più terribili e i bambini hanno iniziato a morire

 

La settimana scorsa  Benjamin Netanyahu  ha discusso,approvandola ,  la  richiesta dell'Autorità palestinese di tagliare  notevolmente la quantità di energia elettrica che Israele fornisce al popolo della Striscia di Gaza.   Questo  avrebbe probabilmente portato a un disastro umanitario. Nei giorni più lunghi dell'anno, nel caldo soffocante dell'estate di Gaza, segnato dal  digiuno del Ramadan, dalla  fornitura elettrica nella Striscia già gravemente compromessa, da reparti ospedalieri al collasso, dagli impianti di dissalazione dell'acqua chiusi per mancanza di energia , dalle  acque reflue nelle strade e tra le case, i tagli a lunedì hanno significato che i residenti , che avevano solo   quattro ore di elettricità ogni 24 ore, avrebbero subito ulteriori restrizioni  Era la cosa peggiore che Israele potesse fare . La società elettrica Israel Electric ha ulteriormente ridotto l'elettricità . I nuovi tagli hanno lasciato la parte occidentale della città di Gaza e le zone della Strip settentrionale con solo due ore e mezzo o tre ore di elettricità al giorno. Israele accusa l' Autorità palestinese. Il PA afferma che Hamas è responsabile. : Israele ha fatto la propria scelta. Avrebbe potuto dire no all'Autorità palestinese . ma  ha detto sì. I più importanti generali del IDF hanno sottolineato che la decisione avrebbe potuto  scatenare l'escalation (Hamas ha effettivamente utilizzato il termine "un'esplosione")  Yisrael Katz, ministro del governo, ha dichiarato la scorsa settimana:  "Israele deve salvaguardare il proprio interesse 
Questo governo  considera così la propria base : persone che premiano la crudeltà fine a se stessa come negare l'acqua, l'elettricità, gli ospedali funzionanti a quasi due milioni di persone    ,lasciare centinaia di bambini morti per la  guerra -.
Questo governo considera la propria base razzista  agisce di conseguenza.Una base che vuole  sapere che il dito di Israele sul pulsante è quello medio. La riduzione dell'elettricità è originata da una feroce lotta politica tra l'Autorità palestinese e i  governanti di Hamas . L' autorità Palestinese  che ha costretto Israele a tagliare l'approvvigionamento elettrico, ha ridotto drammaticamente i pagamenti fondamentali per il sistema sanitario di Gaza. Tra i malati ci sono 321 pazienti con fibrosi cistica, la maggior parte dei quali bambini, i loro ventilatori sono ora bloccati dalla crisi elettrica , gli  antibiotici e gli altri farmaci  stanno  terminando  . La  mancanza di farmaci e di altri beni vitali compromette il trattamento di centinaia di pazienti affetti da tumore e di 240 neonati affetti da problemi di sviluppo.  Inoltre l'inquinamento dell Mediterraneo  provocato dalle  acque reflue non trattate  di Gaza  arriverà presto  ad  Ashkelon e in altre aree d'Israele e potrebbe causare epidemie a Gaza e in  Israele  come hanno  specificato il Ministro per la protezione ambientale  Yossi Inbar e la
   Radio dell'esercito. "Ci può essere anche l'inquinamento delle acque sotterranee, l'accumulo di acque reflue nelle strade può  causare il prolificare  di zanzare o di altri parassiti e la malattia può esplodere".
In tutta Israele la gente sta iniziando ad agire contro la decisione del governo. La scorsa settimana l'organizzazione Gisha ha inviato una lettera urgente all'avvocato generale Avichai Mandelblit, chiedendo di consigliare all'organo governativo di annullare la decisione di tagliare  la luce . La lettera è stata co-firmata da una vasta sezione di gruppi per i diritti umani:Adalah, HaMoked: Center for the Defence of the Individual, The Association for Civil Rights In Israel, Physicians for Human Rights-Israel, Zazim, Bimkom, Yesh Din, Amnesty International Israel, B’Tselem, Breaking the Silence, Haqel, Akevot, Ir Amim, Peace Now, and Rabbis for Human Rights Lunedì sulla spiaggia di Ashkelon  decine di attivisti israeliani, tra i quali i  residenti delle  aree adiacenti alla Striscia, hanno fatto volare 150 lanterne di carta nel cielo per mostrare solidarietà
l'Organizzazione per la Pace delle Donne ha dichiarato in merito a Gaza: "Questa pentola a pressione di milioni di persone in difficoltà e povertà estrema   e ora senza elettricità, esploderà . I nostri cuori sono con le madri, i figli, gli anziani e i giovani  Persone che vogliono vivere ".

  Il governo di Netanyahu  potrà incolpare  l'AP per questo o  Hamas., ma non saremo perdonati per questo. Non dobbiamo essere perdonati per questo,nè dobbiamo perdonarci .We have brought down on Gaza the plague of darkness.
Questa è una punizione che si riversa su milioni  di persone che non hanno commesso alcun crimine. Questo è un atto di terrorismo. Bradley Burston Corrispondente di Haaretz Potrebbe piacerti anche Per saperne di più: http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.796853









When I was small and the Passover Seder hit the ten plagues, I remember exactly the feeling that came over me. It was throat-fist dread.

I remember thinking about kids in Egypt then. Asking why this night was different from all other nights, because they couldn't drink the water anymore.

And as the plagues got successively worse, as the punishments got serially more terrifying, there was no changing how it would turn out.

It got dark everywhere. And then children began to die.

Last week, discussing what Benjamin Netanyahu called an “internal Palestinian matter" - a request by the Palestinian Authority, part of the PA's campaign to erode Hamas rule in Gaza - the prime minister’s security cabinet voted to cut significantly the amount of vital electric power that Israel supplies to the people of the Gaza Strip.

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The cabinet did so knowing that the step was liable to spur escalation toward war with Hamas. It did so knowing that even if escalation did not occur, the Gaza Electricity Authority had warned that reducing the power supply to the Strip any further would likely lead to a humanitarian disaster.

On Monday, Israel hit the kill switch.

On the longest days of the year, in the choking heat of the Gaza summer, with days still to go on the sunrise-to-sundown fast of Ramadan, with the power supply in the Strip already severely compromised, with hospital wards and drinking-water desalination plants already closed down for lack of power, with raw sewage running in the streets and between houses, the cuts on Monday meant that Gazans, who were already somehow making do with only four hours of electricity every 24 hours, would have their power shut down for an additional 45 minutes a day.

It was the worst thing Israel's done all year. On Tuesday it got worse.

The Israel Electric Corporation cut power even further, Gaza's electricity authority announced on Tuesday. The new cuts left the western part of Gaza City and areas in the northern Strip with just two and a half to three hours of electricity per day.

For its part, Israel sloughs blame over the cuts onto the Palestinian Authority. The PA says Hamas is responsible.

But everyone knows this: Israel made its own choice. It could have said no to the PA. Israel said yes. The IDF's top generals have noted that the decision could spark escalation (Hamas actually used the term "an explosion"), but, as an Israeli official was quoted as saying, the army recommended against leniency toward Hamas. In any case, senior cabinet minister Yisrael Katz said last week with regard to the power cuts, "First and foremost the Israeli interest should be protected."

So there we are. This is how this government views its own base: people who prize cruelty for its own sake. People who believe that whatever it may be, denying them water, electricity, functioning hospitals – even leaving hundreds children dead in the course of a war - all of the 1.9 million people of Gaza have it coming to them.

This government views its own base as callous, hot-blooded racists. And it acts accordingly. It wants us to know that Israel's finger on the button is the middle one. It sees itself as government of the scum, by the scum, for the scum.   

The reduction in electricity has its origins in a fierce political struggle between the Palestinian Authority and Gaza's Hamas rulers. It comes at a time when the PA, which pressed Israel to cut the electricity supply, has also dramatically curtailed vital payments to Gaza's health system.

As a result, according to figures compiled by Physicians for Human Rights-Israel and the Palestinian Health Ministry, shortages in medical equipment and medications, compounded by the power shortages, are gravely affecting a range of Gazans with serious medical conditions.

Among them are 321 cystic fibrosis patients, most of them children, whose ventilators have been shut down by the electricity crisis and whose antibiotics and other medications are in short supply or unavailable.

Lack of medications and other vital goods are also said to be compromising the treatment of  hundreds of cancer patients, and also of 240 babies suffering from developmental problems.

If all that were not bad enough, there are strong indications that the serious water pollution resulting from untreated Gaza sewage pouring into the Mediterranean, will soon also foul the water in Ashkelon and other areas of Israel, and could cause outbreaks of disease in Gaza and Israel both.

"The moment that there's a power outage in Gaza, there's no sewage treatment," former Israeli Environmental Protection Ministry director-general Yossi Inbar warned on Tuesday, "and raw sewage which flows into the sea will move northward, because the current goes from south to north."

"Beyond the fact that the water will be polluted and we will not be able to swim, it's also liable to shut down an [Ashkelon-area] desalination plant which is close to the border," Inbar, arguing against the power supply shut-down, told .Army Radio "There may also be pollution of ground water, accumulation of sewage in the streets or 'lakes' of one sort or another are liable to bring about dangers of mosquitoes or other pests, and disease may break out."

The border between Gaza and Israel is virtual and of no significance where the sea is concerned, Inbar continued, and the pollution could reach Ashkelon and then Ashdod-area beaches very soon. He noted that the power outage which was already denying tap water to Gazans could affect Israel's water supply as well. "Beyond the suffering of the residents of the Gaza Strip, diseases and stench will also come to us."

"The fish in the Nile will die," the Book of Exodus says of the first plague, "and the river will stink and the Egyptians will not be able to drink its water."

Across Israel, people are beginning to take action against the government's decision. Last week, the Gisha organization, an NGO which concentrates on Gaza, initiated an urgent letter to Attorney General Avichai Mandelblit, demanding that he advise the cabinet to rescind the decision to cut power.

The letter was co-signed by a large cross-section of human rights groups: Adalah, HaMoked: Center for the Defence of the Individual, The Association for Civil Rights In Israel, Physicians for Human Rights-Israel, Zazim, Bimkom, Yesh Din, Amnesty International Israel, B’Tselem, Breaking the Silence

On Monday on the beach at Ashkelon, dozens of Israeli activists, among them residents of areas adjacent to the Strip, released 150 paper lanterns into the sky to show solidarity with Gazans suffering under the cuts.

On Tuesday, the Women Wage Peace organization stated with regard to Gaza, "This pressure cooker of millions of people in dire straits, poverty, and now without electricity will explode. Our hearts are with the mothers, children, elderly, and youth - with people who want to live."

As for the Netanyahu government, it can go on blaming the PA for this. Or it can blame Hamas. But we will not be forgiven for this. Nor should we be.

Nor should we forgive ourselves. We have brought down on Gaza the plague of darkness.

This is a punishment which targets huge numbers of people who have committed no crime. This is an act of terrorism.

Bradley Burston

Haaretz Correspondent


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