sabato 25 febbraio 2017

Tarfidia, una storia palestinese tra cultura natura e speculazione

 

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Tra cultura, natura e speculazione – di Alessandra Mecozzi Ramallah – Scendendo per la strada principale (Main street) fino a Ramallah “tahta” (bassa) o Città vecchia, si incontra sulla…
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Alessandra Mecozzi

Ramallah – Scendendo per la strada principale (Main street) fino a Ramallah “tahta” (bassa) o Città vecchia, si incontra sulla destra, verso la fine, una bella casa antica Dar Zahran Heritage Building, un edifico da 250 anni di proprietà della famiglia di Ramallah Zahran Jaghab. In tempi passati serviva come casa di famiglia, camera degli ospiti (Al-Madafa) e residenza del Mukhtar di Ramallah. E anche come luogo di incontro tra i giovani e gli anziani delle tribù, e una sorta di ritrovo di artisti, poeti e rivoluzionari.
Dopo cinque anni di restauri è diventata un centro culturale, artistico, turistico, dove si possono trovare oggetti di artigianato, antiche fotografie (1850-1979), prodotti alimentari palestinesi, ceramiche, libri e dove si tengono spesso eventi culturali. E’ qui che incontriamo il giovane Zahran, che ci mostra la bella struttura in pietra della casa e gli oggetti raccolti con cura. Ci parla con passione del suo progetto per la terra di proprietà della famiglia, a poca distanza da Ramallah: Tarfidia. Un progetto a rischio. Per saperne di più nasce questa intervista:
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D. Che cos’è precisamente Tarfidia?
R. Tarfidia, il cui nome latino è Terra Fidea, è considerata un’area storica ed uno degli scenari del patrimonio culturale palestinese di grande importanza per la città di Ramallah.
Il nome, che viene dal latino, significa terra fedele e sincera. Venne dato dai Romani a questa stretta valle che scorre tra due montagne, caratterizzata dalla presenza di molti degli antichi alberi d’olivo romani che risalgono a qualche migliaio di anni fa. Ci sono alberi di fichi, pesche, mandorle, albicocche; e poi viti e pini, querce ed eucalyptus, ed erbe selvatiche come timo e salvia. La vallata si presenta agli occhi di chi la guarda con forme rocciose e vita naturale, ci sono “palazzi” che servono ai contadini, chiamati “Almnatir” che portano con sé molti ricordi storici dell’epoca in cui ci vivevano i palestinesi. A Tarfidia si possono trovare rovine che indicano, secondo studi, la presenza di un villaggio romano. E c’è anche una sorgente da cui un tempo zampillava acqua fresca e pura.
Tarfidia si caratterizza per i suoi legami con la storia palestinese e con il diritto dei palestinesi a difendere la propria terra, dal momento che fa parte del suo patrimonio storico e culturale. Ma oggi subisce diverse pressioni con diversi mezzi, ed è minacciata di scomparsa.
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D. Qual’è il tuo progetto per Terra Fidea?
R. E’ una terra che appartiene alla mia famiglia dal 16° secolo. Ed è una terra molto importante per noi palestinesi, in particolar modo per i cristiani. La proteggiamo e ce ne prendiamo cura fin dal periodo ottomano, e poi con i Giordani, sotto il mandato britannico, sotto l’occupazione israeliana…ancora adesso questa cura si tramanda da una generazione all’altra. Qui, la mia famiglia, come qualsiasi altra palestinese, aveva l’ abitudine di trascorrere molti mesi dell’anno, e si potrebbero raccontare molte cose sull’importanza di mantenere la terra viva: per la sua vita abbiamo passato molto tempo della nostra vita a lottare.
Io stesso da molti anni lavoro per tenere in vita questa terra e farne un punto di attrazione turistica, dove le persone possano conoscere le storie degli antichi olivi romani, fare con noi la raccolta delle olive, conoscere il patrimonio culturale legato all’agricoltura.
Vorrei crearci anche una fattoria biologica e un museo dedicato al patrimonio culturale dell’agricoltura. Si tratta di un progetto di ecoturismo sostenibile, utile anche come strumento per le scuole, di educazione alla storia Antica.
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D. Ma perché il progetto è a rischio?
R. Dal 2005 mi trovo purtroppo di fronte a un problema grave: il Comune di Ramallah sembra molto impegnato a lavorare contro l’ambiente, la terra, gli alberi di ulivo romani, la natura, il diritto, insomma contro la nostra storia, di noi come contadini che vivono per tener viva la terra, e anche contro la nostra speranza e i nostri progetti. Nel 2005 hanno cominciato a rovinare la valle, uccidendo e tagliando centinaia di olivi e altri alberi.
Nel 2012 il tribunale ha deciso che il Comune di Ramallah avrebbe dovuto riportare la terra al suo stato originario, considerando quanto successo un vero crimine. Adesso siamo nel 2017 e il comune di Ramallah non ha ancora risposto al tribunale, e non ha rispettato né legge né giustizia.
Hanno anche fatto piani per costruire strade larghe 32 e 23 metri senza una effettiva motivazione, ma questo ucciderà la natura e gli alberi in quell’ area. L’idea di costruire larghe strade è che alcuni investitori pensano che la terra aumenterà di prezzo. Dopo questo insieme di strade infatti 1000 metri quadrati di terra avranno un valore di oltre un milione di dollari, che in pochi anni potrà arrivare ad alcuni milioni.
Il pericolo più grande è che la natura scompaia da quell’area, come avviene in tutta Ramallah, solo palazzi, non più alberi, e la terra in qualche zona varrà 6 milioni di dollari.
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Per realizzare questo piano, hanno anche preso una buona parte della mia terra per cederla ad investitori, così la mia terra si è ridotta, mentre quella degli investitori è aumentata. Ed hanno anche spostato, sulla mappa, la mia terra in altro sito, suddividendola in 5 parti, una lontana dall’altra.
Inoltre le due vecchie case che sono lì, sono state date una all’investitore e l’altra se la sono tenuta incuranti della legge e del fatto che io sono proprietario della terra e delle case, incuranti degli alberi e del mio piano per la conservazione del patrimonio culturale.
Mi sono rivolto a tanti in Palestina: organizzazioni di giuristi, ambientalisti, diritti umani, culturali, ministri, primo ministro, ma in realtà la cosa sembra non interessare nessuno.E mi viene una gran tristezza: ma per la nostra terra non dovremmo lottare solo contro l’occupazione israeliana?

Il Comune mi ha mandato una fattura secondo la quale dovrei anche pagare 56.000 dollari per il piano che intendono realizzare.
Mi sono rivolto ad un avvocato che mi è costato 30.000 dollari e siamo arrivati alla Corte suprema: fino a questo momento non sono sicuro che in Palestina ci sia giustizia, ma lo spero!
Nota: le foto sono tratte da https://www.facebook.com/media/set/?set=a.757658644397414.1073741956.100004598556133&type=1&l=55d2274219 dove potrete vederne anche altre. Grazie Zahran!
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venerdì 24 febbraio 2017

Le iene a Hebron, Terribilmente falso, eppure sembra vero!

Patrizia Cecconi - 24 febbraio 2017


C'è una realtà tra le tante, in Palestina, che può a buon titolo essere definita il quadro esemplare e inequivocabile dell'illegalità israeliana, dell'apartheid verso i palestinesi - per di più in casa loro - della  prepotenza, dell'arroganza e della violenza quotidiana esercitata su 200.000 cittadini autoctoni da parte di 700 coloni protetti ? e sostenuti?  da circa 2.000 militari ben armati.

Questo posto si chiama Al Khalil, meglio conosciuto in occidente col nome di Hebron.

Chiunque ne conosca la storia - ma purtroppo sono pochi - e chiunque conoscendone la storia si trovi a visitare questa città, non può che chiedersi come sia possibile che una tale situazione, creata dallo stato di Israele, consenta al mondo di definire Israele un paese democratico.

Forse la risposta a questa domanda la si trova nella narrazione manipola?toria e nella scelta dello stile narrativo, cose in cui Israele è realmente maestro, ?o forse
nell'ignoranza - reale o studiata - che copre la vera realtà che vivono ?i palestinesi  di Al Khalil. Tutti, ma in particolare quelli della città vecchia, cioè quelli che hanno visto alcune loro abitazioni prese d'assalto dai coloni che, armati e assistiti da?i soldati ?israeliani, si sono insediati con la violenza in abitazioni palestinesi  rivendicando un titolo di proprietà di natura divina che farebbe ridere se fosse recitato a teatro ma che, nel caso specifico, è solo foriero di odio che chiama altro odio e di violenza capillare e quotidiana  che chiama altra violenza che periodicamente esplode.

Ogni tanto capita di leggere o di vedere in Tv qualche servizio di cosiddetto approfondimento della realtà palestinese, normalmente definita "conflitto arabo-israeliano" in modo tale che, in buona o malafede che sia, già ?il titolo porta vagamente fuoristrada perché il termine conflitto dà idea di qualcosa sostanzialmente alla pari e non mette in luce che, invece, c'è un occupante, aggressore e rapinatore di terre e di diritti ed un aggredito, privato di beni e di diritti e sottoposto a vessazioni quotidiane nell'ambito della più ampia delle vessazioni collettive possibili e cioè l'occupazione militare dell'intera regione, nonché l'assedio di una parte della Palestina:  la Striscia di Gaza.
?Quindi, leggere o vedere servizi mediatici che impostano su una premessa sbagliata la loro osservazione, talvolta definita pomposamente "analisi", fa capire come mai una situazione come quella di Hebron-Al Khalil non venga conosciuta per quel che è ?o, addirittura, fornisca ad Israele la possibilità di porsi nel ruolo di vittima pur essendo a tutti gli effetti carnefice.

Un servizio alla Tv italiana del 19 febbraio dal titolo "?Come vivono insieme ebrei e musulmani" fornisce un bell'esempio di quanto appena affermato. Il giornalista è Marco Maisano, giovane talento che parla arabo e che sembra voler dare una lettura obiettiva della situazione di Hebron. Ma Maisano salta completamente alcune pietre miliari.

Già il titolo, a volerne analizzare bene i termini è deviante. Maisano parla di ebrei e musulmani come si trattasse di un conflitto religioso. Se proprio di conflitto si volesse parlare si dovrebbe parlare di conflitto territoriale in cui la religione, ed esat?tamente la religione ebraica, entra strumentalmente per giustificare il furto di terra altrui. Inoltre, il confronto ebrei / musulmani prende due categorie disomogenee perché, mentre gli ebrei si presentano come entità che va oltre il confine religioso fino ?a considerarsi unico "popolo" ovunque nel mondo, i musulmani sono tanti diversi popoli sparsi in particolare tra Africa e Asia che si riconoscono in una religione la quale, peraltro, ha grandi differenze nelle diverse correnti, basti pensare solo alla divisione fondamentale tra sunniti e sciiti.

Allora, viene da chiedersi, il giovane talento che parla bene l'arabo, si è limitato ad imparare la lingua o ha studiato anche la storia dei popoli di cui vuole parlare?  Altra domanda che sale spontaneamente alle labbra è se, invece, il giovane talento conosce la storia ed è semplicemente caduto in un lapsus culturale oppure se, magari, ha scientemente optato per un termine assolutamente improprio che ha sostituito all'unico termine in questo caso corretto  e cioè "palestinesi", connotandoli ?quindi ?per la loro identità territoriale e culturale piuttosto che religiosa, tanto più che i palestinesi sono, sì, in grande maggioranza musulmani, ma non lo sono nella loro totalità.

Il  prodotto mediatico che stiamo analizzando, prendendolo come esempio di raffinata manipolazione della verità, è una trasmissione televisiva ancora  scaricabile dal sito Rai e quindi ancora fruibile e confrontabile con quanto stiamo scrivendo.

Il giornalista esordisce commentando le parole di Trump e parlando di "una pace che si cerca di raggiungere da più di 70 anni". Sembra qualcosa di astratto questa pace sfuggente. Non si parla dell'origine di quel che comunemente viene chiamato "conflitto", ma viene mostrata Hebron - sempre chiamata soltanto col nome ebraico benché sia residenza di 200 mila parlanti arabo e 700 parlanti ebreo - come luogo simbolo del "conflitto" pluridecennale in cui fili spinati, blocchi di cemento, militari armati (ovviamente israeliani) servono a tener "separati questi due popoli perché il loro incontro genera violenza". Parole pronunciate dal giornalista a commento delle immagini.
 Messa così sembrerebbe una reazione chimica tra acidi e basici, ma lo spettatore ignaro della realtà storica, nonché di quella attuale, non se ne accorge e viene catturato in un discorso che in soli 20 minuti mostrerà il falso pur parlando, parzialmente, del vero. Ma solo chi già conosce la storia della Palestina, e la realtà di Hebron-Al Khalil in particolare, scoprirà il falso coperto dal vero, perché il giornalista usa un'ottima miscela di detto e non detto, di vero e non vero  come, ad esempio, il dichiarare come semplice dato di fatto che la città è stata divisa dopo gli accordi Oslo in zona H1 e H2. L'una vietata ai palestinesi e l'altra ai coloni ebrei, che lui chiama israeliani. In realtà gli accordi di Oslo sono del 1993, ma la città viene divisa nel 1997 e la divisione è conseguente al massacro nella moschea di Ibrahim commesso dal criminale colono ebreo Baruch Goldenstein del 1994. Criminale al quale i coloni hanno eretto un monumento!

Dimenticare un episodio così importante può essere casuale? La chiusura di shara Shuada, la strada commerciale più importante per i palestinesi, può essere casuale? O, per fare un altro esempio, evitare di dire come il rabbino Levinger occupò con la forza dopo la guerra dei sei giorni  il più importante albergo di Hebron-Al Khalil e di come successivamente venne "fondata" la colonia illegale di Kiryat Arba o di come la moglie del rabbino guidò all'occupazione di un vecchio ospedale nel centro di Hebron facendone un nuovo insediamento sostenuto dai soldati (e quindi dal governo) israeliani è casuale? E' casuale ignorare le aggressioni quotidiane dei coloni armati nei confronti dei bambini palestinesi? E casuale, nel momento in cui il giornalista mostra le reti che sovrastano il vecchio suq senza spiegarne la vera ragione, dimenticare che qualche anno fa, nel tentativo di stroncare le attività commerciali palestinesi, i fuorilegge detti coloni saldarono con la fiamma ossidrica le serrature di tutti i  negozi e si firmarono dipingendo una stella gialla su ogni porta bloccata? E' casuale ignorare ciò che sembra la tristissima emulazione di una notte tedesca di molti anni fa conosciuta col nome di "notte dei cristalli"?

Va tuttavia riconosciuto che il servizio  mostra la vergogna e la mortificazione del passaggio attraverso le sbarre di ferro dei check point cui sono soggetti i palestinesi, ma il montaggio delle riprese è magistrale. Diciamo che è magistralmente filosionista. Lo è, ad esempio, mostrando il ragazzo che così, come fosse un esaltato qualunque, animato da odio ingiustificabile, si getta col suo coltello da cucina contro il soldato che per farlo passare gli chiede i documenti. Le parole di Maisano sono piane, sembrano neutrali, esattamente dice che il militare "come da procedura chiede i documenti". Maisano vive in Italia, sa cosa significherebbe avere la propria libertà conculcata ad ogni passo e quali reazioni comporterebbe, eppure afferma bonariamente che "è per episodi come questo che si sono prese ulteriori precauzioni, cioè ulteriori barriere".

Ma la Tv italiana vuole essere obiettiva e la trasmissione in questione ( Le iene) è famosa per essere "libera" e quindi il giornalista intervista un negoziante palestinese  che lo conduce nella sua casa dove mostra la finestra murata dall'esercito perché l'altra metà del suo appartamento è stato preso da una famiglia di coloni. Il negoziante, di nome Shadi, mostra anche la ferita sul viso di sua figlia di pochi anni provocata da una bottiglia lanciatale contro dai coloni mentre era vicino alla finestra e il giovane talento che parla bene arabo a questo punto esordisce con una frase assolutamente veritiera e terribilmente mistificatoria. Dice semplicemente che “una convivenza in spazi così stretti può sfociare in vere e proprie aggressioni”. Ma va? Niente da eccepire,ovviamente, se non il piccolo particolare che si tratta di spazi rubati con la forza dagli stessi aggressori della piccola figlia di Shadi. E' forse un particolare irrilevante? E ancora Maisano chiede a Shadi perché non ha rapporti amichevoli con i suoi vicini, aggiungendo che in fondo con i vicini è giusto parlare.

"Vicini". Ecco la creatività di Maisano, giustamente definito giovane talento. Vicini! Gli occupanti della tua casa, quelli che ti rapinano e ti aggrediscono, quelli che ti sono fisicamente  "vicini" perché si sono insediati nella tua casa, sono i tuoi “vicini” con i quali tu, palestinese poco disponibile, non vuoi parlare!

Ma la vera perla arriva poco dopo, quando il giornalista intervista la bambina chiedendole perché mai non gioca con i suoi "vicini" e alla risposta della bimba che i suoi “vicini” non sono buoni, il giovane talento commenta che una bimba di 5 anni ripete quel che sente in casa e quindi  chiede al padre, con un vago  tono di accusa "perché instillare odio nel cuore dei bambini?".

E voila, la vittima è diventato un fomentatore di odio. La bimba aggredita una futura minaccia!

Eppure il bravo giornalista ha intervistato il negoziante, ha mostrato in Tv la chiusura della sua finestra e la ferita sul volto della piccola. Fantastico! A questo punto la trasmissione sta nella seconda parte, quella che, come il dolce a fine pasto, resterà più impressa. A questo punto il crescendo di faziosità avanza al galoppo andando a intervistare la famiglia occupante  e anticipando l'intervista con un tocco più che magistrale. Infatti Maisano, prima di aprire la porta della famiglia occupante, con tono molto partecipe afferma "Se da una parte c'è Shadi con le sue bambine, dall'altra parte del muro (cioè dello stesso appartamento di Shadi, ndr) c'è la famiglia israeliana con le sue sofferenze".

Infatti questa famiglia ha subito un lutto tristissimo: un ragazzo palestinese di 17 anni è entrato in casa ed ha ucciso l'unica persona che c'era, cioè una bambina di 13 anni ed è stato ucciso poco dopo a sua volta all'arrivo del padre della bambina e di alcuni amici. Che dire? L’episodio è tristissimo e non va fatta la conta dei morti. In questo ringraziamo Maisano, anche se forse qualche accenno ai bambini palestinesi schiacciati dalle ruote dei coloni all'uscita dall'asilo avrebbero fatto capire meglio che c'è un odio di andata ed uno di ritorno. Ma ormai la trasmissione è vicina alla chiusura e gli ultimi minuti sono destinati alla scoperta dell'ebreo che cercava la pace facendo amicizia con i musulmani. Ma ecco che il suo progetto venne "bruscamente interrotto" da un uomo che gli avrebbe detto "tu sei un nemico dei musulmani" e gli avrebbe sparato in pieno petto. Ma Dio lo avrebbe salvato e ora lui va avanti nel suo progetto di pacificazione e dopo di lui arrivano un altro ebreo e un musulmano che vogliono portare avanti il dialogo.

E alla fine tutti vissero felici e contenti e lo spettatore che non sapeva prima, non saprà neanche ora che cosa significa l'occupazione militare e quale sia il progetto israeliano di annessione totale del territorio palestinese. E l'opinione pubblica, per quel che conta, dirà che finalmente si potrà ?chiudere il "conflitto" ? ma, ovviamente, a patto che i "musulmani" accettino le proposte di chi, per loro conto, lavora per la pace.

 
 
 
 
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giovedì 23 febbraio 2017

UMM AL HIRAN: Yacoub al Qiyan non era un “terrorista”

Ma il ministro per la sicurezza interna Gilad Erdan non sembra intenzionato a presentare scuse ufficiali alla famiglia del beduino, ucciso dalla polizia, che lo scorso 18 gennaio travolse con il suo Suv un agente ferendolo mortalmente prima dell’ennesima demolizione del villaggio



 
 
 
 
Ma il ministro per la sicurezza interna Gilad Erdan non sembra intenzionato a presentare scuse ufficiali alla famiglia del beduino, ucciso dalla polizia, che lo scorso 18 gennaio travolse con il suo Suv un agente ferendolo mortalmente prima…
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AGGIORNAMENTI
ORE 13.30 Un giudice-colono entra nella Corte Suprema israeliana
C’è anche un israeliano che vive in un insediamento coloniale nella Cisgiordania occupata tra i nuovi quattro giudici della Corte Suprema, il massimo organo giudiziario di Israele. Si tratta di David Mintz, un religioso osservante residente a Gush Etzion, a sud di Betlemme. Ayelet Shaked, la ministra della giustizia e dirigente del partito nazionalista religioso Casa Ebraica, parla di “un fatto storico che riflette la diversità di cui ha bisogno la società israeliana e che sino ad oggi era mancata nella Corte Suprema”.
Le nuove nomine, e non solo per la scelta di Mintz, segnano un netto spostamento a destra degli equilibri in seno alla Corte Suprema, organo che prima della sua nomina a ministro Shaked aveva ripuetutamente attaccato perchè, a suo dire, “troppo liberal” e distante “dagli interessi nazionali di Israele”.
Altri due giudici Yosef Elron e Yael Vilner, sono descritti come “conservatori”. Vilner è una religiosa osservante ed Elron manifesta simpatie per la destra. Il quarto nominato è un palestinese (con cittadinanza israeliana) George Karra, che prende il posto dell’altro palestinese  membro della Corte Suprema, Salim Joubran.
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della redazione
Gerusalemme, 23 febbraio 2017, Nena NewsNon fu un “atto di terrorismo” a Umm al Hiran e ora i familiari di Yacoub Abu al Qiyan, il beduino che all’alba del 18 gennaio travolse con il suo Suv e ferì mortalmente un poliziotto, venendo ucciso a sua volta dalle raffiche di mitra sparate da altri agenti, chiedono che il ministro per la sicurezza interna Gilad Erdan presenti delle scuse formali per aver accusato il loro congiunto di aver compiuto un attentato per conto dello Stato islamico.
“Erdan ora deve chiedere scusa a noi e a tutta la comunità beduina per aver accusato Yacoub di essere un terrorista”, ha invocato Ahmed Abu al Qiyan, uno dei fratelli del beduino ucciso, commentando le indiscrezioni riferite dalla tv Canale 10 sui risultati delle indagini su quanto accadde il mese scorso a Umm al Hiran, un villaggio nel deserto del Neghev considerato illegale dallo Stato di Israele e già soggetto a più di una demolizione.
Nei giorni scorsi era stata la moglie di Abu al Qiyan ad invocare la verità per il marito accusato ingiustamente di essere un “terrorista” da Erdan. La polizia da parte sua non commenta e si limita a comunicare di non aver ancora completato le indagini.
Il 18 gennaio ingenti forze di polizia, assieme a una decina di ruspe, circondarono il villaggio beduino non riconosciuto, situato in un’area dove le autorità pianificano la costruzione di un centro abitato ebraico, allo scopo di demolire di nuovo tutte le sue abitazioni. Alla vista degli agenti Abu al Qiyan, un insegnante 47enne padre di 12 figli, si mise al volante del suo Suv con l’intenzione, sostengono i parenti, di parlare ai capi della polizia e tentare un’ultima mediazione per evitare l’ennesima distruzione di Umm al Hiran.
Secondo la versione ufficiale, l’uomo  ad un certo punto si sarebbe lanciato intenzionalmente contro dei poliziotti ferendone uno,  Erez Levi, poi deceduto in ospedale. Il ministro Erdan commentando a caldo l’accaduto dichiarò che Abu al Qiyan era un terrorista ispirato dallo Stato islamico.
Invece i filmati diffusi in rete nelle ore successive, incluso quello girato dalla polizia, mostrano che i poliziotti avevano aperto il fuoco contro Abu al Qiyan prima che il beduino finisse con il suo autoveicolo contro Ezer Levi ed altri agenti. L’autopsia, aggiunge Canale 10, rivela che un proiettile sparato dalla polizia aveva ferito l’uomo al ginocchio destro facendogli perdere il controllo del Suv. Inoltre al Qiyan, prima di essere colpito al ginocchio, non aveva mai superato i 20 km orari.
Nonostante ciò il ministro Erdan, uno dei falchi del governo di destra guidato da Benyamin Netanyahu, non sembra avere intenzione di presentare scuse ufficiali ai familiari di al Qiyan che, peraltro, come tutti i beduini del Neghev, sono cittadini israeliani. Il ministro si è limitato ad abbassare i toni e ad elogiare l’indagine “obiettiva” svolta dalla polizia. Nena News

Amira Hass : HEBRON. Haaretz: scorta per i contadini palestinesi

 
 
Palestinesi del villaggio di Tuwani (foto di archivio)
di Amira Hass – Haaretz
(traduzione di Cristiana Cavagna – Zeitun.info)
Ramallah, 23 febbraio 2017, Nena News – Quando si parla di estrema violenza perpetrata dai coloni con l’incoraggiamento ufficiale, si pensa a Hebron (scusandoci per escludere dalla discussione tutte le altre colonie che beneficiano di provvedimenti di totale trasferimento – adducendo come motivo la violenza. E le colonie “moderate” di Efrat, Ariel, Givat Ze’ev e altre della stessa risma, la cui ingordigia di terra è appoggiata dalla violenza ufficiale e burocratica, che ha destinato terreni pubblici e privati alla costruzione di quartieri di classe media per ebrei – israeliani e di recente immigrazione – mentre distrugge il territorio palestinese).
 Quando si dice Hebron, si pensa alla città vecchia, ma si dimenticano i quartieri sparsi lungo la strada sulla quale viaggiano i signori della terra, da Kiryat Arba alla città fantasma che hanno creato insieme all’esercito. Tutti i palestinesi che sono rimasti – alcuni solo perché non possono permettersi di andarsene, altri per la determinazione a non abbandonare il luogo – non sono nientemeno che eroi. Ognuno di loro merita il riconoscimento internazionale per il fatto di restare umani all’ombra di una delle più rozze mutazioni del popolo ebreo.
Kiryat Arba è costruito “a macchia di leopardo” con quartieri ben ordinati, su tutto ciò che le menti ebree hanno dichiarato “terra dello Stato” o espropriata per “necessità militari”. In mezzo e intorno alle ‘macchie’ ci sono case palestinesi, frutteti, vigneti e campi, su un territorio che Israele non è riuscito a trasformare in proprietà immobiliare di origine divina.
Per questo motivo, le persone che vivono lungo la strada, vicino alla zona di traffico palestinese, tra Kiryat Arba verso il centro di Hebron, sono anch’esse degli eroi, come ho scoperto la settimana scorsa conoscendo la famiglia di Abdul Karim Jabari (Haaretz, 19 febbraio). Per questo eroismo vale la pena di riportare la loro storia.
 C’è qualcosa che la famiglia Jabari non ha subito? Il divieto per circa sei anni di accedere alla propria terra e di lavorarla. La costruzione da parte dei coloni di una struttura illegale che occupa una rilevante parte dell’area – che le autorità israeliane continuano a demolire, solo perché sia ricostruita più volte. Aggressioni fisiche, danneggiamento dei loro alberi, interruzione del loro lavoro e imposte astronomiche sulla proprietà.
Il 19 gennaio, tre settimane dopo che il governo aveva detto che Kiryat Arba non aveva autorità per esigere dai Jabari l’imposta sulla proprietà locale, l’esercito ha fatto irruzione nella loro casa col pretesto di cercare armi. Davvero? Secondo i servizi di sicurezza, mi è stato detto.
Cioé informazioni false, poiché nessuno è stato arrestato e l’ufficio del portavoce dell’esercito non ha riferito di nessun sequestro. Quel che possiamo fare è chiederci chi ha fornito la falsa informazione. In più, l’8 febbraio il coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba ha scoperto che Jabari stava arando il suo terreno, ha deciso che questo non era stato concordato ed ha ordinato ai soldati di interrompere l’aratura.
Ho chiesto all’ufficio del portavoce dell’esercito di rispondere alla mia ipotesi che l’esercito avesse effettuato l’incursione su ordine dei coloni, per via della loro esplicita e nota volontà di rendere dura la vita dei Jabari in modo che la famiglia abbandoni la sua terra e la sua casa (facilitando l’espansione del quartiere di Givat Ha’avot). Non ho ricevuto risposta. Ho chiesto anche il nome del comandante che ha stabilito che i Jabari dovessero concordare con l’esercito i loro lavori agricoli e il motivo della decisione.
Il coordinatore dell’esercito per le Attività del Governo nei Territori di fatto ha detto che tale coordinamento non era richiesto, ma che un accompagnamento militare era “raccomandato”. Il COGAT ovviamente non ammetterà che la scorta è consigliata per ottenere l’ ‘approvazione’ dei coloni ed evitare i loro attacchi.
Nella sua risposta l’ufficio del portavoce dell’esercito ha detto: “Occorre sottolineare che l’esercito opera in Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndtr.) in un contesto di civili, in cui enti civili hanno un ruolo prestabilito durante le operazioni nell’area. Questo collegamento avviene secondo regole e procedure. I coordinatori della sicurezza sono l’ente di sicurezza autorizzato e il collegamento con loro avviene in base alle regole e alle procedure, ma loro non hanno autorità di comando sui soldati.”
Per capire questa risposta enigmatica ed il fatto che il caso del coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba non è stato un incidente isolato, dobbiamo ritornare all’ultimo rapporto di Breaking the Silence (Ong israeliana di ex soldati che denunciano gli abusi dell’esercito in Cisgiordania, ndtr.): “ L’Alto Comando – l’influenza dei coloni sulla condotta dell’esercito in Cisgiordania”, basato su testimonianze di soldati. Ecco qualche esempio.
Un sergente in servizio nell’area di Hebron nel 2007 ha detto: “Il coordinatore della sicurezza civile è come l’intelligence militare nei territori: ti danno comunicazione di un grave incidente e poi senti il tuo ufficiale che riceve una telefonata dal coordinatore della sicurezza civile. In tal modo il coordinatore della sicurezza civile non è altro che un’estensione dell’esercito.”
Coloni israeliani nella città vecchia di Hebron



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’esercito israeliano non ammette che gli agricoltori palestinesi hanno bisogno di una scorta militare per coltivare le loro terre, in modo da impedire ai coloni di creare scompiglio
shar.es/19FySc

Un sergente maggiore in servizio a Ma’on (colonia a sud di Hebron, ndtr.) nel 2013 ha detto: “Il coordinatore della sicurezza civile ha affermato ‘Io sono il comandante sul campo, io do gli ordini, quando arriva l’esercito lo dirigo io.’ ”
Un altro sergente maggiore in servizio nella valle del Giordano nel 2013 ha detto: “I coordinatori della sicurezza vanno al sodo: ognuno è padrone nella sua zona.”
Un altro sergente, in servizio a Ofra (colonia nel nord della Cisgiordania, ndtr.) nel 2010, ha raccontato di una scorta per i palestinesi durante la raccolta delle olive in un boschetto che è rimasta intrappolata nella colonia.
Alla domanda su chi stabilisse quanto tempo fosse concesso ai palestinesi per raccogliere le loro olive, ha risposto: “Il coordinatore della sicurezza civile. E’ l’unico che conosce il problema. Solo dopo gli eventi capisci chi è il coordinatore della sicurezza civile e che cosa significa ricoprire quel ruolo. Fa parte della colonia, la protegge; è contro i palestinesi. Il Ministero della Difesa lo paga, ma lui non è un loro dipendente. Tu non hai autorità su di lui, ma lui ha una sorta di autorità su di te. In generale, ti dicono ‘Fai ciò che ti dice il coordinatore della sicurezza civile.’ ”
“Chi te l’ha detto?” “I comandanti della compagnia. Ed è il coordinatore della sicurezza civile che stabilisce dove i palestinesi dovrebbero stare e dove non dovrebbero.”

Usa, la resa dei Sioux dopo la decisione di Trump: sgomberato il campo, l'oleodotto si farà


ilfattoquotidiano.it
 Nonostante lo spirito combattivo, alla fine i migliaia di membri della tribù di indiani Sioux di Standing Rock che si opponevano al passaggio di un oleodotto sul territorio della loro riserva, nel North Dakota, hanno perso la loro battaglia. Lo sgombero definitivo dell’accampamento allestito da quasi un anno dagli indigeni, insieme a molti ecologisti, sarà avviato e completato da parte delle autorità statunitensi. Sioux e attivisti non hanno rinunciato a lottare fino all’ultimo: dieci persone sono state fermate, perché stavano cercando di impedire l’accesso degli agenti nell’accampamento. Prima dell’arrivo delle autorità, gli attivisti hanno appiccato una ventina di fuochi come ‘cerimonia di addio’.
Finisce così una battaglia che solo a dicembre sembrava ormai vinta dagli Sioux. A fine 2016 Barack Obama aveva deciso di non concedere all’azienda costruttrice il permesso di realizzare l’opera, per la quale era stato studiato un percorso alternativo. Ma già allora Donald Trump aveva avvertito: “Deciderò io”. Così ha fatto: lo scorso 7 febbraio ha annunciato di essere pronto a consentire la costruzione dell’oleodotto attraverso il fiume Missouri e il lago Oahe nel North Dakota. Il 24 gennaio il presidente ha firmato due ordini esecutivi per rilanciare il Dakota Access e l’altro oleodotto contestato, il Keystone XL, a sua volta bloccato da Obama per timori di danni ambientali.
L’oleodotto dovrebbe correre per quasi 2mila chilometri e attraversare quattro Stati per portare il greggio alle raffinerie dell’Illinois. Indiani e attivisti contestano da mesi il progetto, spiegando che la parte sottomarina del tracciato mette a rischio il bacino idrico delle comunità, senza contare la violazione di terreni e luoghi sacri Sioux. Nonostante le proteste, la tribù nulla ha potuto contro quest’ultima decisione di Trump. E ancora una volta è stata costretta ad abbandonare la propria terra.



Tra i molti controversi provvedimenti presi di recente da Donald Trump, il neo Presidente degli Stati Uniti, c'è anche il via libera definitivo alla costruzione della…
huffingtonpost.it

Gideon Levy : Opinion Who Needs The Hague When You Have Israeli Army Justice?



More national than Habima Theater, more popular than the popular theater of the late Avraham Deshe (Pashanel), more representative than the Knesset and more indicative than the polls — let’s welcome the Israel Defense Forces Theater, sitting as a military court. It’s the most authentic reflection of society, the country’s real High Court of Justice.

It’s an epic production with dozens of extras; the reviews are flattering, and the audience goes wild. The costumes (IDF uniforms) are nothing special, and neither are the scenery, lighting and makeup – “absentee” property in Jaffa or a barracks in the Kirya (army headquarters), neon lights and metal benches. But the play is excellent – current and relevant, representative and indicative – and the ending is always predictable.There’s nothing more Israeli than this court, and nothing more authentic than its sentence in the case of soldier Elor Azaria. Once again, we have the cloak of self-righteousness, once again the deceit, once again the façade of due process, with a defense, a prosecution and summations. Once again, it’s the best show in town, and once again, the crying injustice is present without our feeling it, just the way Israelis like it.

What Israelis like most is to eat their cake and have it, too, and who knows better than the military court how to supply the goods? A rousing verdict about “the value of the sanctity of life,” and a sentence fit for a bicycle thief.

We don’t need The Hague; we have the Kirya. The fact is that a soldier who killed – not to say murdered – an already dying Palestinian in cold blood, with malice aforethought, was put on trial, and even punished. Where else in the world can you find such things? In America? In Europe? The most moral army in the  world, assuredly the most moral. Kudos to the IDF and its justice system.

This is how most Israelis would like to see their judges: talking loftily about justice and equality – on condition that they apply to Jews only. Talking about the sanctity of life – but calculating the value of a Palestinian’s life as less than that of an (Israeli) dog. That’s exactly what the Azaria verdict gave them.Azaria left the court as a national hero, in a country where everyone who kills an Arab is considered a hero and there are almost no heroes who didn’t kill Arabs. The court once again told Israelis what they most wanted to hear: Palestinian lives are dirt cheap; they’re on end-of-season sale.

This is the same court that has judged hundreds of thousands of Palestinians with severity and cruelty over the decades of the occupation. With more and more judges (and prosecutors) being settlers, devotees of international law and equality before the law, this military court, which sits in the occupied territories, is Israel’s most refined perpetrator of apartheid. There, at the Ofer army base and the Etzion lockup, far from watching eyes, there’s one law for Jews and another for Arabs, with no hemming and hawing.In this, too, the court reflects society, far more than the Supreme Court in Jerusalem does. A Palestinian Azaria would of course have been sentenced to life in prison in a speedy trial, without “his family’s distress,” “an outstanding soldier,” “a clean record” and “special circumstances,” without asking what went through his mind or what had happened in his life. You killed a Jew? You tried to “spill Jewish blood”? There’s only one sentence.

This institution also knows how to richly reward and protect IDF soldiers and officers, just as the people want it to do and as their commanders expect it to do, and to turn its trials into perversions of justice. Only in this court could a senior officer like Ofek Buchris, who was charged with rape and sodomy, emerge with the draconian sentence of being demoted by one rank. That’s how cruelly the court treated him.Just like the IDF Orchestra isn’t an orchestra and Army Radio isn’t a media outlet, this court is not a court. But it is even more corrupting than the first two examples: It sends its demobilized metastases into the civilian justice system.

Attorney General Avichai Mendelblit came up through this rotten environment, and so did more than a few judges, including some on the Supreme Court, who are convinced that they were doing justice all those years. They carry with them the glorious legal traditions of the prefab buildings at Ofer, and those traditions remain etched in them forever.

Gideon Levy


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There's nothing more Israeli than this court that gives a soldier, who killed a Palestinian in cold blood, a sentence fit for a bicycle thief.
haaretz.com

Usa, vandali al cimitero ebraico. I musulmani stanziano 50mila dollari per la ricostruzione


Usa, vandali al cimitero ebraico. I musulmani stanziano 50mila dollari ...

www.unionesarda.it › Cronaca


Un "messaggio di unità" rivolto anche al presidente Trump. È quello che alcuni attivisti di fede musulmana hanno voluto dare avviando una raccolta fondi per riparare i danni al cimitero ebraico di St.Louis, in Missouri, bersagliato dai vandali.
Sono almeno 170 le lapidi distrutte da ignoti lo scorso weekend: i due attivisti che hanno lanciato la campagna, Linda Sarsour e Tarek El-Messidi, hanno già raccolto circa 50mila dollari, a fronte di un obiettivo iniziale di appena 20mila.

 Con questa campagna vogliamo dare un messaggio di unità da parte delle comunità ebraiche e musulmane, vogliamo far capire che in America non c'è spazio per l'odio e la violenza", hanno detto gli attivisti, sottolineando che nel caso dovessero avanzare dei soldi sarebbero destinati ad altri centri ebraici.
È una vera e propria gara di solidarietà quella partita per ricostruire il cimitero distrutto: il governatore del Missouri Eric Greitens, che si è detto "disgustato" per gli atti vandalici, si è recato in prima persona sul luogo con una squadra, e, tutti armati di rastrello, hanno iniziato a ripulire il luogo.
IL CIMITERO PROFANATO - VIDEO:


 
 
 
 
 
 
They launched the campaign after 180 gravestones were toppled at the Chesed…
nbcnews.com|Di Mary Emily O'Hara

L’ennesimo voltafaccia turco alimenta la tensione fra Ankara e Teheran


23/02/2017 - IRAN - TURCHIA

L’ennesimo voltafaccia turco alimenta la tensione fra Ankara e Teheran



Il portavoce del presidente turco cerca di smorzare i torni. A parole, la Turchia non vuole “una escalation” con l’Iran. Ma le accuse di Erdogan, secondo cui Teheran “destabilizza” la regione, hanno irritato i vertici della Repubblica islamica. Convocato l’ambasciatore, pronta una risposta sullo scacchiere siriano. Le mosse di Israele per creare un fronte arabo-turco in chiave anti-iraniana. 

Beirut (AsiaNews) - Il portavoce dell’ufficio di presidenza della Turchia Ibrahim Kalin ha tentato di smorzare le tensioni fra Ankara e Teheran, dichiarando che il suo Paese non vuole “una escalation” con l’Iran. Tuttavia, queste parole pronunciate ieri sono sembrate poco credibili ai vertici della Repubblica islamica, dopo quanto avvenuto di recente alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza e a quella di Astana sulla Siria.
A gettare benzina sul fuoco, vi sono poi le dichiarazioni fatte dal leader turco Recep Tayyip Erdogan nel corso della sua recente visita ufficiale in Qatar e Arabia Saudita. Nei giorni scorsi l’Iran ha convocato l’ambasciatore turco a Teheran proprio per chiarimenti sulle frasi pronunciate dal presidente turco, il quale ha accusato la Repubblica islamica di “destabilizzare” la regione.
Non più tardi di sei mesi fa il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu volava a Teheran in cerca di aiuto, per uscire dal disastro economico nel quale rischiava di versare il Paese in seguito alle sanzioni economiche imposte dalla vicina Russia. Un provvedimento emanato da Mosca in risposta all’abbattimento del jet russo in territorio siriano da parte delle batterie anti-aeree turche.
La visita del ministro degli Esteri turco è stata poi seguita dalla visita ufficiale del presidente Erdogan in Iran, accolto con calore. Una missione diplomatica che ha contribuito, all’epoca, a riavvicinare Ankara all’asse Siria-Russia-Iran, nella guerra in corso da sei anni nel Paese arabo che si affaccia sul Mediterraneo.
Le tensioni con l’amministrazione Obama all’indomani del fallito golpe in Turchia, il raffreddamento nei rapporti con l’Europa e i fallimenti nei Paesi arabi, oltre alla chiusura con la Russia, avevano spinto Ankara in una posizione di profondo isolamento. Un declino dal quale solo l’Iran sembrava in grado di tirarla fuori.
Nel contesto della visita di Erdogan a Teheran sono stati firmati nuovi accordi economici e commerciali, che hanno contribuito ad accrescere il volume di scambio fra Turchia e Iran. Un balzo significativo dai precedenti 10 miliardi annui a 30 miliardi, dando al contempo una boccata di ossigeno all’asfittica economia turca.
Lo stesso ministro turco degli Esteri Cavusoglu, che solo sei mesi fa elogiava l’Iran, ha poi dichiarato durante la Conferenza sulla Sicurezza tenutasi a Monaco il 20 febbraio che “il ruolo del’Iran nella regione è destabilizzante”. Secondo il capo della diplomazia di Ankara l’Iran starebbe tentando di “diffondere la dottrina sciita in Iraq e in Siria”. Tali parole hanno spinto il ministero iraniano degli Affari esteri a convocare l’ambasciatore e comunicare che “la pazienza iraniana ha dei limiti”.
Il voltafaccia turco arriva in un momento cruciale, nel quale si accentuano le dichiarazioni di Israele che invita i Paesi arabi cosiddetti “moderati” - in particolare le monarchie sunnite del Golfo - a considerare non Israele come nemico, bensì Teheran. E a unirsi allo Stato ebraico e al mondo occidentale in una alleanza in chiave anti-iraniana.
Sul terreno le nuove posizioni della Turchia hanno causato un avanzamento dell’esercito siriano intorno alla città di Al Bab: un chiaro messaggio ad Ankara che, nel caso di un cambio di bussola, tanto Damasco quanto Teheran e Mosca sono pronte a opporsi a un avanzamento turco al di là di Al Bab, verso Membej. E, soprattutto, il netto rifiuto alla creazione di una zona cuscinetto voluta dalla Turchia come primo passo di un’ulteriore annessione territoriale futura.(PB)

mercoledì 22 febbraio 2017

Il famoso scienziato Stephen Hawking chiede aiuto per gli studenti palestinesi di scienze

 
 
 
 
 
20 febbraio 2017 Questo grande fisico britannico, difensore dei diritti dei palestinesi che ha fatto pubblicamente appello al boicottaggio di Israele,…
invictapalestina.wordpress.com
 
 
 
 20 febbraio 2017
Questo grande fisico britannico, difensore dei diritti dei palestinesi che ha fatto pubblicamente appello al boicottaggio di Israele, segnala come l’occupante neghi agli studenti palestinesi l’accesso a ricerche, viaggi, pubblicazioni scientifiche. Questo lo spinge a fare un appello a donazioni per la “Palestinian Advanced Physics School” nella Cisgiordania occupata.
Stephen Hawking chiede ai 3.744.000 di abbonati alla sua pagina Facebook di sostenere la “Palestinian Advanced Physics School”, e, in particolare, una serie di seminari destinati agli studenti di master in Cisgiordania.
L’istruzione superiore è sempre stata molto importante per le famiglie palestinesi che fanno molti sacrifici per consentire ai propri figli di accedervi, nonostante gli ostacoli posti dall’occupante che fa di tutto per rendere i loro studi molto difficili.
Dottorati in fisica vengono assegnati in quattro università in Cisgiordania e in una a Gaza. La maggior parte degli studenti che proseguono gli studi universitari di fisica sono donne. Le condizioni di vita di studenti e studentesse sono tuttavia molto difficili, soprattutto a causa delle limitazioni imposte ai loro movimenti, sia all’interno del territorio palestinese che all’estero, dall’occupante israeliano che mira a isolarli dal mondo esterno. Questo vale anche per gli insegnanti. Israele, che si indigna e grida all’antisemitismo quando si tratta del boicottaggio delle sue istituzioni scientifiche e accademiche, non ha alcun riguardo per la libertà accademica dei palestinesi.
  • Tutti i dettagli su questo appello a donare per finanziare l’anno 2017 di studenti e studentesse palestinesi in master di fisica su:
https://www.fiatphysica.com/campaigns/support-science-in-palestine

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
fonte: https://oumma.com/le-celebre-scientifique-stephen-hawking-demande-de-laide-pour-les-etudiants-palestiniens-en-science/

Leggi la trascrizione integrale: la conferenza stampa congiunta di Trump e Netanyahu

 
 
 
IL PRESIDENTE TRUMP: Molte grazie. Grazie. Oggi ho l’onore di dare il benvenuto al mio amico, il primo ministro Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Con la sua visita,…
zeitun.info
 
 
 
Haaretz | 15 febbraio 2017
La prima conferenza stampa congiunta del presidente USA Trump e del primo ministro israeliano Netanyahu.
IL PRESIDENTE TRUMP: Molte grazie. Grazie. Oggi ho l’onore di dare il benvenuto al mio amico, il primo ministro Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Con la sua visita, gli Stati Uniti riconfermano ancora una volta il proprio legame indissolubile con il nostro benamato alleato, Israele. La collaborazione tra i nostri due Paesi, basata sui valori da noi condivisi, ha promosso la causa della libertà dell’uomo, della dignità e della pace. Questi sono gli elementi fondamentali della democrazia.
Lo Stato di Israele è un simbolo per il mondo di resistenza di fronte all’oppressione – non posso pensare a nessun altro Stato che abbia passato quello che è toccato a loro – e di sopravvivenza di fronte al genocidio. Non dimenticheremo mai quello che ha sopportato il popolo ebreo.
La vostra perseveranza di fronte all’ostilità, la vostra democrazia aperta di fronte alla violenza e il vostro successo nell’affrontare grandi avversità è veramente fonte d’ispirazione. Le sfide per la sicurezza che Israele ha dovuto affrontare sono enormi, compresa la minaccia delle ambizioni nucleari dell’Iran, di cui io ho parlato parecchio. Uno dei peggiori accordi che abbia mai visto è quello con l’Iran. La mia amministrazione ha appena imposto nuove sanzioni e farò ancora di più per evitare che l’Iran possa mai sviluppare – intendo dire mai – armi nucleari.
La nostra assistenza per la sicurezza nei confronti di Israele è attualmente a un livello record, garantendo che Israele abbia la capacità di difendersi dalle minacce, che purtroppo sono molte. I nostri due Paesi continueranno a crescere. Abbiamo una lunga storia di cooperazione nella lotta contro il terrorismo e contro coloro che non danno valore alla vita umana. America e Israele sono due Nazioni che onorano il valore di ogni vita umana.
Questa è una delle molte ragioni per cui rifiuto azioni scorrette e di parte contro Israele alle Nazioni Unite – che hanno appena trattato Israele, secondo me in modo molto, molto scorretto – o in altri forum internazionali, così come il boicottaggio che prende di mira Israele. La nostra amministrazione è impegnata a lavorare con Israele e con i nostri comuni alleati nella regione verso una maggiore sicurezza e stabilità. Ciò include lavorare per un accordo di pace tra Israele e i palestinesi. Gli Stati Uniti incoraggeranno un accordo di pace, e veramente un grande accordo. Lavoreremo su questo con molto, molto impegno. E’ molto importante anche per me – qualcosa che vogliamo fare. Ma sono le stesse parti in causa che devono negoziare direttamente un accordo. Noi staremo dietro di loro; lavoreremo con loro.
Come per ogni negoziato che abbia successo, entrambe le parti dovranno arrivare a compromessi. Lo sa, giusto? (risate)
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Entrambe le parti.
IL PRESIDENTE TRUMP: Voglio che il popolo israeliano sappia che gli Stati Uniti stanno dalla parte di Israele nella lotta contro il terrorismo. Come lei sa, primo ministro, le nostre due Nazioni condanneranno sempre gli atti di terrorismo. La pace richiede che le Nazioni rispettino la dignità della vita umana e siano una voce per tutti coloro che sono in pericolo e dimenticati.
Questi sono gli ideali a cui tutti aspiriamo e sempre aspireremo e per cui siamo impegnati. Questo sarà il primo di molti altri incontri produttivi. E io, di nuovo, primo ministro, la ringrazio molto per essere con noi oggi.
Grazie, primo ministro.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Presidente Trump, la ringrazio per l’ospitalità davvero molto calorosa, che lei e Melania avete dimostrato nei miei confronti, nei confronti di mia moglie Sara e di tutta la nostra delegazione. Per me, per lo Stato di Israele, è stato così chiaramente evidente nelle parole che ha appena detto – che Israele non ha nessun miglior alleato degli Stati Uniti. E voglio assicurarle che gli Stati Uniti non hanno nessun migliore alleato che Israele.
La nostra alleanza è stata particolarmente forte, ma sotto la sua direzione sono convinto che lo diventerà ancora di più. Sono ansioso di lavorare con lei per potenziare notevolmente la nostra alleanza in ogni campo – nella sicurezza, nella tecnologia, nell’informatica e nel commercio, e in molti altri settori. E io sicuramente accolgo con favore la sua sincera richiesta che Israele venga trattato in modo corretto nei contesti internazionali e che le calunnie e il boicottaggio di Israele siano fortemente avversati dal potere e dalla posizione morale degli Stati Uniti d’America.
Come lei ha detto, la nostra alleanza si basa su un legame profondo di valori e interessi comuni. E, sempre più, questi valori ed interessi sono sotto attacco da parte di una forza malvagia: il terrorismo radicale islamico. Signor presidente, lei ha mostrato grande chiarezza e coraggio nell’affrontare la sfida a viso aperto. Lei chiede di affrontare il regime terroristico iraniano, impedendo all’Iran di realizzare questo terribile affare dell’ arsenale nucleare. E lei ha detto che gli Stati Uniti sono impegnati a impedire che l’Iran abbia armi nucleari. Lei invoca la sconfitta dell’ISIS. Credo che, sotto la sua guida, potremo contrastare la crescente marea dell’Islam radicale. E in questo grande compito, come in molti altri, Israele ed io saremo con lei.
Signor presidente, nello sconfiggere l’Islam militante, possiamo cogliere un’opportunità storica – perché, per la prima volta nella mia vita, e per la prima volta nella storia del mio Paese, Paesi arabi della regione non vedono Israele come un nemico, ma sempre più come un alleato. E credo che sotto la sua direzione questo cambiamento nella nostra regione crei un’opportunità senza precedenti per rafforzare la sicurezza e promuovere la pace.
Cogliamo insieme questo momento. Rafforziamo la sicurezza. Chiediamo nuovi orizzonti di pace. Portiamo la straordinaria alleanza tra Israele e gli Stati Uniti a livelli ancora maggiori.
Grazie. Grazie, signor presidente.
IL PRESIDENTE TRUMP: Grazie, grazie ancora.
Risponderemo ad alcune domande. David Brody, Televisione Cristiana [CBN, televisione evangelica di destra. Ndtr.]. David.
D.: Grazie, signor presidente, signor primo ministro. Entrambi avete criticato l’accordo nucleare con l’Iran e talvolta avete anche chiesto di annullarlo. Mi chiedo se non siate preoccupati per quanto riguarda non solo il consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, che da poco non è più qui, ma anche alcuni di quei fatti che si sono verificati in Russia riguardo alle comunicazioni – se questo non stia ostacolando del tutto questo accordo, e se ciò impedirà all’Iran di diventare uno Stato nucleare oppure no.
E in secondo luogo, riguardo alle colonie, siete entrambi sulla stessa lunghezza d’onda? Come definite esattamente quanto riguarda la questione delle colonie? Grazie.
IL PRESIDENTE TRUMP. Michael Flynn, il generale Flynn, è una persona stupenda. Penso che sia stato trattato in modo veramente, veramente scorretto dai media – come li chiamo io, i media bugiardi, in molti casi. E penso che sia stata veramente una cosa triste che sia stato trattato così male. Penso, inoltre, anche da parte dell’intelligence – sono filtrati documenti, sono stati divulgati dei fatti. Sono azioni criminali, e ciò è continuato per molto tempo – prima di me. Ma ora continua, e ci sono persone che stanno cercando di utilizzarle come alibi per la terribile sconfitta dei democratici con Hillary Clinton.
Penso che sia veramente, veramente scorretto quello che è succeso al generale Flynn, il modo in cui è stato trattato, e i documenti che sono stati illegalmente – lo sottolineo – illegalmente divulgati. Molto, molto scorretto.
Il merito alle colonie, vorrei che vi soffermaste un attimo sugli insediamenti. Troveremo una soluzione. Ma vorrei che si facesse un accordo. Penso che si farà un accordo. So che ogni presidente lo avrebbe voluto. La maggior parte di loro non ha iniziato fino a fine [mandato] perché non ha mai pensato che fosse possibile. E non è stato possibile perchè non l’hanno fatto.
Ma Bibi [Netanyahu] ed io ci conosciamo da molto tempo – un uomo abile, grande negoziatore. E penso che stiamo per raggiungere un accordo. Potrebbe essere un accordo più complessivo e migliore di quanto le persone in questa stanza abbiano mai sentito parlare. E’ possibile. Per cui state a vedere quello che faremo.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Proviamoci.
IL PRESIDENTE TRUMP: Non sembra molto ottimista, ma -(Risate) – è un buon negoziatore.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Questa è “l’arte dell’accordo.” (Risate)
IL PRESIDENTE TRUMP: Voglio anche ringraziare – voglio anche ringraziare – Sara, per favore, ti puoi alzare? Su sei così adorabile e sei stata così carina con Melania. Lo apprezzo moltissimo. (Applausi). Grazie. E’ il tuo turno.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Sì, prego, andiamo avanti.
D. Molte grazie. Signor presidente, nella sua visione per la nuova pace in Medio Oriente lei è pronto ad abbandonare la nozione della soluzione dei due Stati che è stata adottata dalla precedente amministrazione? E lei sarà disposto ad ascoltare idee diverse dal primo ministro, come alcuni dei suoi alleati gli stanno chiedendo di fare, per esempio, l’annessione di parti della Cisgiordania e nessuna limitazione per la costruzione delle colonie? E un’altra domanda: sta per concretizzare la sua promessa di spostare l’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme? E se è così, quando?
E, signor primo ministro, lei è venuto qui stasera per dire al presidente che sta facendo marcia indietro rispetto alla soluzione dei due Stati?
Grazie.
IL PRESIDENTE TRUMP: Sto guardando ai due Stati e allo Stato unico, e mi piace la soluzione che piace alle due parti. (Risate). Sono molto contento di quello che piace alle due parti. Posso accettare una o l’altra.
Ho pensato per un momento che quella dei due Stati sembrasse la più facile per entrambi. Ma onestamente, se Bibi e i palestinesi – se Israele e i palestinesi sono contenti, sono contento di quella che loro preferiscono.  
Riguardo allo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, mi piacerebbe che succedesse. Ce ne stiamo occupando molto, molto seriamente. Ce ne stiamo occupando con molta attenzione – molta attenzione, credetemi. E staremo a vedere cosa succede. Va bene?
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Grazie. Ieri ho letto che un funzionario americano ha detto che se chiedi a cinque persone a cosa assomiglierebbero due Stati, otterresti otto risposte diverse. Signor presidente, se lei chiede a cinque israeliani, avrà in cambio 12 risposte diverse. (Risate).
Ma piuttosto che occuparmi di etichette, voglio occuparmi di sostanza. E’ ciò che ho sperato di fare per anni in un mondo che è assolutamente ossessionato dalle etichette e non dalla sostanza. Per cui ecco la sostanza: ci sono due prerequisiti che ho esposto due anni fa – parecchi anni fa, e non sono cambiati.
Primo, i palestinesi devono riconoscere lo Stato ebraico. Devono smettere di chiedere la distruzione di Israele. Devono smettere di formare il loro popolo per la distruzione di Israele
Secondo, in qualunque accordo di pace, Israele deve conservare il controllo predominante per la sicurezza sull’intera zona ad ovest del fiume Giordano. Perché se non l’abbiamo, sappiamo quello che succederà – perché altrimenti avremo un altro Stato terroristico radicale islamico nelle zone palestinesi che farà esplodere la pace, farà esplodere il Medio Oriente.
Ora, sfortunatamente, i palestinesi rifiutano categoricamente entrambi i prerequisiti per la pace. Primo, continuano a sostenere la distruzione di Israele – nelle loro scuole, nelle moschee, nel libri di testo. Dovete leggerli per crederci.
Negano persino, signor presidente, il nostro legame storico con la nostra patria. E penso che dovreste chiedervi: perché – perché gli ebrei sono chiamati così? Bene, i cinesi sono chiamati cinesi perchè vengono dalla Cina. I giapponesi sono chiamati giapponesi perchè vengono dal Giappone. Bene, gli ebrei sono chiamati giudei perché vengono dalla Giudea. E’ la nostra terra ancestrale. Gli ebrei non sono colonialisti stranieri in Giudea.
Perciò, sfortunatamente, non solo i palestinesi negano il passato, ma avvelenano anche il presente. Danno il nome di assassini di massa, che hanno ucciso israeliani, a pubbliche piazze, e devo dire che hanno assassinato anche americani. Finanziano – danno sussidi mensili a famiglie di assassini, come la famiglia del terrorista che ha ucciso Taylor Force, un magnifico giovane americano, un laureato di West Point, che è stato accoltellato a morte mentre visitava Israele.
Perciò questa è la fonte del conflitto – il costante rifiuto palestinese di riconoscere lo Stato ebraico all’interno di qualunque confine: questo costante rifiuto. Questa è la ragione per cui non abbiamo la pace. Ora, ciò deve cambiare. Voglio che cambi. Non solo non ho abbandonato questi due prerequisiti per la pace; sono diventati ancora più importanti a causa della crescente ondata di fanatismo che ha travolto il Medio Oriente ed ha anche, sfortunatamente, infettato la società palestinese.
Quindi voglio che questo cambi. Voglio questi due prerequisiti per la pace – sostanza, non etichette – voglio che siano reintrodotti. Ma se qualcuno pensa che io, in quanto primo ministro di Israele, responsabile della sicurezza del mio Paese, voglia ciecamente andare verso uno Stato palestinese terrorista che vuole la distruzione del mio Paese, si sbaglia di grosso.
I due prerequisiti per la pace – riconoscimento dello Stato ebraico e le necessità di sicurezza di Israele a ovest del Giordano- rimangono in vigore. Dobbiamo cercare nuove vie, nuove idee su come ripristinarli e come mandare avanti la pace. E io credo che la grande opportunità per la pace venga da un approccio regionale che coinvolga i nostri nuovi alleati arabi nella ricerca di una pace più complessiva e una pace con i palestinesi.
E io sono ansioso di discuterne nei dettagli con lei, signor presidente, perché penso che se lavoriamo insieme, abbiamo una possibilità.
IL PRESIDENTE TRUMP: E ne abbiamo discusso, ed è una cosa che è molto diversa, che non è mai stata discussa prima. Ed è veramente una faccenda molto più grande, molto più importante, in un certo senso. Coinvolgerà molti, molti Paesi e coprirà un territorio molto ampio. Per cui non sapevo che stesse per parlarne, ma è così e questo è… ora che lo ha fatto, penso che sia una cosa enorme e che abbiamo una collaborazione veramente buona da popoli che in passato non avrebbero mai, non hanno mai neanche pensato di farlo. Per cui vedremo come questo funzionerà.
Katie di Townhall [sito conservatore di notizie. Ndtr.]. Dov’è Katie? Là. Katie.
D. Grazie, signor presidente. Nelle sue considerazioni iniziali lei ha detto che entrambe le parti dovranno arrivare a compromessi quando si arriverà a un accordo di pace. Lei ha menzionato un blocco alle colonie. Ci può esporre qualche altro compromesso specifico a cui lei sta pensando, sia per gli israeliani che per i palestinesi?
E, signor primo ministro, che cosa si aspetta dalla nuova amministrazione su come modificare l’accordo nucleare con l’Iran o annullarlo del tutto, e come lavorare complessivamente con la nuova amministrazione per combattere la crescente aggressività dell’Iran, non solo negli ultimi mesi ma anche negli ultimi due anni?
IL PRESIDENTE TRUMP: E’ davvero una domanda interessante. Penso che gli israeliani debbano dimostrare una certa flessibilità, il che è difficile, difficile da fare. Dovranno dimostrare il fatto che vogliono davvero fare un accordo. Penso che il nostro nuovo concetto che abbiamo discusso in effetti per un po’ di tempo è qualcosa che consenta loro di mostrare maggiore flessibilità di quella che hanno avuto in passato perché c’è un canovaccio molto più ampio da recitare. E penso che lo faranno.
Penso che a loro piacerebbe molto arrivare ad un accordo o non sarei contento e non sarei qui e non sarei così ottimista. Io penso davvero che loro – posso dire dal punto di vista di Bibi e di Israele, credo davvero che vogliano fare un accordo e che vogliano vedere un grande accordo.
Penso che i palestinesi debbano liberarsi di parte dell’odio che hanno insegnato loro fin dall’infanzia. Hanno insegnato loro un odio terribile. Ho visto quello che insegnano. E tu puoi parlare anche lì di flessibilità, ma iniziano dalla tenera età e nelle scuole. E devono riconoscere Israele – dovranno cominciare a farlo. Non c’è modo di fare un accordo se non sono disposti a riconoscere un Paese veramente grande e importante. E penso che saranno disponibili anche a questo. Ma ora credo anche, Katie, che avremo altri attori ad un livello molto alto, e penso che ciò renderà più facile sia ai palestinesi che a Israele ottenere qualcosa.
Va bene? Grazie. Domanda molto interessante. Grazie.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Lei ha chiesto dell’Iran. Una cosa è impedire che l’Iran abbia armi nucleari – una cosa che il presidente Trump ed io crediamo di essere molto impegnati a fare. E noi stiamo naturalmente per discutere di questo.
Oltre a questo penso che il presidente Trump abbia guidato un’importante iniziativa nelle ultime settimane, appena ha assunto la presidenza. Ha sottolineato che ci sono violazioni, violazioni iraniane sui test dei missili balistici. Tra l’altro su questi missili balistici c’è scritto in ebraico “Israele deve essere distrutto.” Il palestinese… anzi, il ministro degli Esteri iraniano Zafir ha affermato, bene, i nostri missili balistici non sono pensati contro nessun Paese. No. Scrivono sul missile in ebraico: “Israele deve essere distrutto.”
Per cui sfidare l’Iran sulle sue violazioni in merito ai missili balistici, imporre sanzioni contro Hezbollah [gruppo armato sciita libanese. Ndtr.], impedirglielo, far pagare a loro per il terrorismo che fomentano in tutto il Medio Oriente ed altrove, molto al di là [del Medio Oriente] – credo che sia un cambiamento che è chiaramente evidente da quando il presidente Trump ha assunto la presidenza. Ne sono lieto. Penso che sia – lasciatemelo dire molto esplicitamente: credo che sia molto tardi, e penso che se lavoriamo insieme – e non solo gli Stati Uniti e Israele, ma molti altri nella regione che vedono in faccia le grandi dimensioni e il pericolo della minaccia iraniana, allora ritengo che possiamo respingere l’aggressività iraniana e il pericolo. E si tratta di qualcosa che è importante per Israele, per gli Stati arabi, ma penso che sia di vitale importanza per l’America. Quei tizi stanno sviluppando ICBM [missili balistici intercontinentali]. Stanno sviluppando – vogliono arrivare ad avere un arsenale nucleare, non una bomba, centinaia di bombe. E vogliono avere la capacità di lanciarli ovunque sulla terra, compreso, e soprattutto, un giorno, sugli Stati Uniti.
Quindi è una cosa importante per tutti noi. Mi rallegro del cambiamento, e intendo lavorare con il presidente Trump molto da vicino in modo che possiamo contrastare questo pericolo.
IL PRESIDENTE TRUMP: Ottimo. Avete qualcun altro?
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Moav?
D. Signor presidente, a partire dalla sua campagna elettorale ed anche dopo la sua vittoria, abbiamo assistito ad un’impennata di incidenti antisemiti negli Stati Uniti. E mi chiedo cosa lei dica a quelli, tra la comunità ebraica negli Stati Uniti, e in Israele, e forse in tutto il mondo, che credono e sentono che la sua amministrazione sta giocando con la xenofobia e forse con toni razzisti.
E, signor primo ministro, lei è d’accordo con quello che ha appena detto il presidente in merito alla necessità per Israele di limitare o bloccare l’attività di colonizzazione in Cisgiordania? E una piccola aggiunta alle domande del mio amico – una semplice domanda: ha abbandonato la sua visione per la fine del conflitto della soluzione dei due Stati, come l’ha enunciata nel discorso di Bar-Ilan [università israeliana. Ndtr.], o lei continua ad appoggiarla? Grazie.
IL PRESIDENTE TRUMP: Voglio solo dire che siamo molto onorati dalla vittoria che abbiamo avuto – 306 voti del collegio elettorale. Non pensavamo di superare i 220. Lo sa, vero? Non c’era modo di arrivare a 221, ma allora hanno detto che non si poteva arrivare a 270. E c’è un enorme entusiasmo in giro.
Dirò che stiamo per avere pace in questo Paese. Stiamo per porre fine al crimine in questo Paese. Stiamo per fare ogni cosa in nostro potere per porre fine al razzismo a lungo covato e ad ogni altra cosa che sta succedendo, perché molte cose malvagie sono successe per un lungo periodo di tempo.
Credo che una delle ragioni per cui ho vinto le elezioni è che abbiamo una Nazione molto, molto divisa. Molto divisa. E, auspicabilmente, sarò in grado di fare qualcosa a questo proposito. E, sapete, è stata una cosa molto importante per me.
Riguardo alla gente – gli ebrei- molti amici, una figlia che è appena arrivata qui, un genero e tre bellissimi nipoti. Penso che vedrete degli Stati Uniti molto diversi nei prossimi tre, quattro o otto anni. Penso che avverranno molte cose buone, e state per vedere molto amore. State per vedere molto amore. Va bene? Grazie.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Credo che la questione delle colonie non sia al centro del conflitto, né lo stia davvero guidando. Penso che sia un problema, deve essere risolto nel contesto dei negoziati di pace. E penso che dobbiamo parlare anche di questo, il presidente Trump ed io, in modo da arrivare ad una comprensione, quindi non dobbiamo continuare a scontrarci tutto il tempo su questo problema. E stiamo per discuterne.
Sulla domanda che ha fatto, lei con la sua domanda è proprio tornato sul problema di cui ho parlato. E’ l’etichetta. Cosa intende Abu Mazen per due Stati, va bene? Cosa intende? Uno Stato che non riconosce lo Stato ebraico? Uno Stato che è fondamentalmente disposto ad attacchi contro Israele? Di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando del Costarica, o stiamo parlando di un altro Iran?
Quindi ovviamente ciò significa cose diverse. Vi ho detto quali sono le condizioni che credo siano necessarie per un accordo: sono il riconoscimento dello Stato ebraico e il controllo della sicurezza di Israele- di Israele – nell’intera area. Altrimenti stiamo solo fantasticando. Altrimenti avremo un altro Stato fallito, un’altra dittatura islamista terrorista che non lavorerà per la pace ma per distruggerci, ma anche per distruggere ogni speranza – ogni speranza – per un futuro pacifico per il nostro popolo.
Quindi sono stato molto chiaro in merito a queste condizioni, e non sono cambiate. Non ho cambiato. Se lei legge quello che ho detto otto anni fa, è proprio questo. E l’ho ripetuto ancora e ancora e ancora. Se lei vuole occuparsi di etichette, si occupi di etichette. Io mi occuperò di cose concrete.
E in conclusione, se posso rispondere a qualcosa che conosco per esperienza personale. Conosco da molti anni il presidente Trump, e per accennare a lui e alla sua gente – i suoi collaboratori, alcuni dei quali conosco, anche loro, da molti anni. Posso rivelare, Jared, da quanto ti conosco? (Risate.) Bene, non è mai stato piccolo. E’ sempre stato grande. E’ sempre stato alto.
Ma io conosco il presidente e la sua famiglia e i suoi collaboratori da molto tempo, e non c’è maggior sostenitore del popolo ebraico e dello Stato ebraico del presidente Donald Trump. Penso che dovremmo smetterla con questa storia.
IL PRESIDENTE TRUMP: Molte grazie. Molto gentili. Lo apprezzo molto.
IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Grazie.
(traduzione di Amedeo Rossi)