
Haa



SINTESI( i punti dell'articolo per me più interessanti)
Se abbiamo raggiunto,in Israele, "la fine di sionismo", titolo dell’articolo di Nehemia Shtrasler, ciò non dipende dalla demografia
Il discorso di una "minaccia demografica" non è legittimo. Immaginate quello che avverrebbe se una discussione del genere fosse tenuta negli Stati Uniti o in Europa. La minaccia veramente pericolosa è la discussione in se stessa. Testimonia lo sviluppo nella nostra società di norme profondamente razziste verso le minoranze
Haredim o Arabi - sono figli e figlie di questa terra. Non c'è alcun mezzo democratico per impedire a loro di diventare una maggioranza. Le campagne per ridurre le nascite sono oltraggiose quanto i concetti di trasferire la popolazione e di pulizia etnica . Sia la sinistra che la destra sono afflitte da questo razzismo letale, che scaturisce dall’arroganza e dalla paura dell'altro. La destra sta provando a spaventarci con previsioni disastrose sull'aumento naturale degli Arabi .. La sinistra, ugualmente razzista, sta provando a spaventarci con previsioni disastrose sulle conseguenze dell’aumento della popolazione ultra-ortodossa . Da certi punti di vista, il razzismo contro gli Haredim è, in effetti, più grave: Utilizza la terminologia antisemita e non ha l’alibi dell'ostilità nazionale contro gli Arabi.
Il discorso razzista è diventato la norma in Israele e del mondo ebraico in generale. È iniziato con il "pericolo di assimilazione" e "la mescolanza di matrimoni" - con il "pericolo della maggioranza araba". Un puzzo putrido emana dai discorsi sulle "tendenze di fertilità" e sull’istituzione di un "consiglio pubblico per la demografia", tutto ciò dimostra la profondità della patologia nella quale siamo affondati.
È veramente importante se 3.5 milioni di palestinesi risiedono nei territori, invece dei 2.4 milioni,come vorrebbe un gruppo Americano-Israeliano ? In un modo o in un altro, Israele non sta concedendo diritti civili a loro. Il futuro della società israeliana sarà determinato di gran lunga dai rapporti tra le sue comunità piuttosto che dal rapporto numerico esistente tra loro.
Israele è una società costituita da immigrati, mescolata con i nativi , un mosaico multiculturale con la potenzialità di diventare una società giusta. Se gli Haredim non prestano servizio militare o non sono abbastanza produttivi, la responsabilità è nella tradizione che permette questi fenomeni. Se gli Arabi non contribuiscono abbastanza o sono anche ostili , lo stato ha molte responsabilità per questo. Il futuro è nell’emergere di un ethos israeliano ,condiviso da tutti gli elementi della società, indipendentemente dal loro numero e questo vuol dire rifiutare la contabilità razzista .
Se il testo biblico in questione fosse storicamente autentico, cosa di cui c'è motivo di dubitare, sarebbe la descrizione dettagliata di uno dei primi genocidi della storia; ma questa narrazione biblica, che mantiene il suo valore religioso, storicamente è poco attendibile, scritta secoli dopo i fatti. Per cui non c'è ragione di credere che l'annientamento di Amalek e la stesse legge di sterminio siano realmente esistiti.
E' un lascito che i pogrom e soprattutto la Shoah hanno lasciato allo Stato d'Israele che accoglie i superstiti; ed è stato l'ancora delle fortune politiche di Menahem Begin, Yitzhaq Shamir, Benyamin Netanyahu e Ariel Sharon, e, l'anno scorso, di Ehud Olmert. Dopo il 1977, i partiti di centrodestra al governo se ne sono nutriti elettoralmente, e l'hanno gonfiarlo di facile propaganda.
"Credetemi, l'alternativa è Treblinka" disse Begin per convincere i suoi ministri ad invadere il Libano, nel 1982. Era falso, ovviamente. Begin paragonava spesso Arafat a Hitler. Amos Oz gli scrisse una lettera aperta: "Hitler è morto, signor primo ministro". Ma non evitò Il disastroso intervento israeliano in Libano a caccia di inesistenti fedayin nazisti. Il complesso di Amalek si applicava anche alle relazioni con gli arabi.
Oggi, l'opinione pubblica israeliana accetta quel pazzesco corto circuito psicologico per cui, ad esempio, la cattura di tre soldati, col fine dichiarato di un scambio di prigionieri, sembra una minaccia diretta all'esistenza della Stato. Com'è è accaduto l'estate scorsa.
Israele è in stato di guerra da prima di conciare ad esistere, in stato d'assedio permanente, da tre generazioni. E' degno di nota, e di stima, che in questo tempo sia riuscita a mantenere una parvenza di istituzioni democratiche, un discreto livello di libertà di stampa, e non sia diventata una dittatura militare.
L'assedio è anche, forse sopratutto, psicologico. Il complesso di Amalek, di essere costantemente minacciati e di dover reagire con la massima durezza, perché altrimenti si verrà distrutti, annientati.
Difendere la maggioranza ebraica nel paese. Rappresaglie, uccisioni mirate, torture. Perché bisogna difendersi. Loro ci odiano.
Il complesso rende difficilissima qualsiasi concessione, anche quelle che sarebbero atti dovuti in base al diritto internazionale. Abbandonare una colonia indifendibile come Netzarim finisce coll'essere letta come un insulto ai morti nei campi di sterminio.
Mi pare che il risultato di questo processo sia una specie di arroccamento identitario, accompagnato ad una difficoltà di inquadrare l'avversario, riconducendolo al nazismo, alla volontà di distruzione e di sterminio, anche quando questa (come, a mio parere, nel caso di tutte o quasi le formazioni palestinesi) non sembra esserci.
E credo che questo complesso culturale e psicologico, nella società israeliana, vada individuato e superato, come passo per arrivare ad una pace giusta e duratura.
Marco Lauri

| Per lo Stato ebraico è il momento di scelte importanti: non basta colmare le lacune delle forze armate, bisogna portare avanti una coraggiosa trattativa con la Siria | |
| Ricordo perfettamente quando fui informato che la prima guerra del Libano stava per iniziare. Era un venerdì pomeriggio del 1982. Ero con una cinquantina di insegnanti che, come me, erano soliti tenere lezioni ai soldati quale parte del loro servizio di riservisti. Chissà perché ci avevano convocato già il primo giorno di guerra, nemmeno fossimo esperti di qualche arma segreta e indispensabile anziché possedere solo capacità oratorie. Un ufficiale appena giunto dal quartier generale dell’esercito ci mise candidamente al corrente che stavamo per sferrare un attacco militare contro il Libano e che il nome scelto per quell’offensiva era «Operazione pace in Galilea». Rimasi sbalordito. Qualche mese dopo l’allora primo ministro, Menachem Begin, e il capo dell’opposizione, Shimon Peres, il cui partito aveva votato alla Knesset a favore del conflitto, sostennero che allo scoppio della guerra non sapevano che il piano originale dell’operazione non si limitasse all’occupazione di 40 chilometri di territorio libanese per creare una fascia di sicurezza ma comprendesse la conquista di Beirut, la capitale di uno Stato arabo, cosa che Israele non aveva mai voluto fare prima di allora. Noi però, insieme a molti altri, eravamo stati informati già quel primo giorno dell’ambizioso piano di Israele, messo poi in atto e fallito: annientare il piccolo Stato che l’Olp aveva creato nel Sud del Libano, arrivare fino a Beirut, conquistarla, stringere un patto con cristiani e drusi e creare con loro un nuovo governo che firmasse la pace con Israele. Dopo una settimana fui rimandato a casa insieme ad altri miei colleghi. L’ufficiale nostro superiore capì che si può mandare un soldato a combattere una guerra in cui non crede, ma è assolutamente impossibile costringere qualcuno a legittimare davanti a una platea di soldati un conflitto che considera fin dal primo momento inutile, folle e crudele. Gli anni trascorsi hanno dato ragione a chi dubitava che quella guerra fosse necessaria, opportuna e inevitabile. Migliaia di soldati sono rimasti uccisi e feriti, enormi risorse sono state impiegate, l’atmosfera di pace con l’Egitto è stata compromessa, c’è stata la tragedia di Sabra e Shatila, la ribellione degli sciiti nel Sud del Libano, la creazione di Hezbollah, ma soprattutto il ritorno dell’Olp nei territori occupati e nella Striscia di Gaza dopo la sua cacciata dal Libano e la parentesi tunisina. Molto sangue è stato versato invano, il Libano è precipitato in un caos sempre più grande e il clima politico della regione si è inasprito. E durante tutti questi anni difficili il nome originale della prima guerra del Libano, «Operazione pace in Galilea», è stato dimenticato. Un anno fa, il 12 luglio, un’organizzazione militare libanese denominata Hezbollah ha sferrato un attacco contro Israele. Ha ucciso otto soldati e ne ha rapiti due mentre lanciava razzi sui centri abitati israeliani del Nord. Non starò a ricordare quanto è avvenuto. Le vicende sono note. La forte reazione di Israele all’attacco fu moralmente giustificata e condivisa da gran parte degli Stati del mondo, incluse alcune nazioni arabe. È vero, nonostante la guerra fosse giustificata, è andata avanti più del necessario rivelando molti punti deboli dell’esercito israeliano e degli apparati di difesa delle retrovie. Ma debolezze e insuccessi non denotano necessariamente colpe morali. Così come vittorie e trionfi non sono una dimostrazione di superiorità morale. Contrariamente alla sua sanguinosa sorella maggiore - la prima guerra del Libano - questo secondo conflitto è stato combattuto per ristabilire la pace in Galilea. A esso spetta il nome originale della guerra scatenata dal governo Begin-Sharon, che provocò tanta morte e distruzione. Ma la Galilea troverà pace in futuro? Allo stato delle cose è impossibile dirlo. Se sulla scia di questa guerra, di cui ora ricorre il primo anniversario, non assisteremo solo a scambi di accuse e recriminazioni ma il governo israeliano cercherà anche di rimediare alle tante lacune venute alla luce nell’esercito e nei sistemi di difesa del Nord, se questa occasione sarà sfruttata per consolidare la presenza delle forze delle Nazioni Unite lungo i confini internazionali ma soprattutto per portare avanti una coraggiosa iniziativa di pace con la Siria, c’è la possibilità che nel Nord di Israele, una zona molto più ampia di quanto si immagini che si estende da Metula e Nahariya fino alla periferia di Tel Aviv, regni davvero la pace. | |
"La chiave è Damasco". Intervista a Yehoshua | ||||
| Maurizio Debanne (Europa Quotidiano) | ||||
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GAZA (10 luglio) - L'agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa) ha annunciato oggi la sospensione di un progetto del valore di 93 milioni di dollari per la costruzione nella Striscia di Gaza di case, scuole e acquedotti: «Siamo costretti a fermare i nostri lavori semplicemente perché ci manca il cemento» ha dichiarato John Ging, direttore del progetto a Gaza.
La parziale chiusura delle frontiere con Israele, in seguito alla presa del potere con le armi da parte di Hamas, sta mettendo in crisi l'economia della Striscia: «Non basta che venga autorizzato l'ingresso di cibo e medicinali - denuncia Ging - ma occorre ripristinare immediatamente la libera circolazione di tutte le merci». La mancanza di cemento, che normalmente viene importato attraverso i valichi come gran parte delle altre materie prime, sta di fatto bloccando, secondo Ging, anche i lavori di riparazione delle case e dei rifugi danneggiati dai bombardamenti, dove vivono 16mila profughi palestinesi.
L'interruzione del progetto dell'Unrwa mette adesso a rischio anche lo stipendio per 121mila palestinesi, che a vario titolo sono impiegati nei lavori di costruzione: «I nostri lavori sono anche una fonte vitale di impiego» avverte Ging. Secondo un rapporto pubblicato recentemente dall'organizzazione israeliana «Gisha», la chiusura delle frontiere ha già provocato nella Striscia di Gaza la chiusura del 75% delle fabbriche.

I tentativi del presidente palestinese Abu Mazen sono lodevoli, ma oggi Israele ha un solo possibile interlocutore politico: Hamas». La liberazione del giornalista della Bbc, favorita dal «governatore» di Gaza Ismail Haniyeh, è una conferma per Shlomo Ben-Ami: «Hamas ha deciso di fare politica e si è messo sulla via del compromesso, è stato un grave errore non riconoscerne la vittoria elettorale». Classe 1943, ministro degli Esteri israeliano del governo Barak durante le trattative di Camp David, ex ambasciatore in Spagna, docente di Storia contemporanea all'Università di Tel Aviv, Shlomo Ben-Ami è un uomo di negoziato estraneo ai sofismi diplomatici. La villetta dove vive a Kefar Sava, due piani e un cortile senza pretese nell'hinterland di Tel Aviv, lo rappresenta: spartana, molti libri e pochi mobili, nessuna concessione al design. Su un tavolino l'edizione italiana del suo libro, «Palestina. La storia incompiuta. La tragedia arabo-israeliana» (Corbaccio).Perché il governo israeliano dovrebbe fidarsi di Hamas se titubano anche i palestinesi della Cisgiordania?«Oggi non ci sono le condizioni ideologiche e politiche per la fine delle ostilità tra israeliani e palestinesi, al massimo si può puntare a una tregua duratura. Ed è quel che Hamas propone ad Israele: entrambi non sono pronti ad altro che a una pausa. Abu Mazen vuole la pace definitiva ma è sostenuto da Fatah, un'organizzazione anarchica, disorganizzata, sconfitta da Hamas perché frammentaria. Inoltre l'iniziativa di Hamas indebolisce la capacità di compromesso del governo palestinese rendendolo un guscio vuoto. Dovremmo accontentarci di un processo graduale che metta radici nella società palestinese e dia a Israele confini più sicuri».Come possono dialogare due parti che non si riconoscono reciprocamente?«Hamas ha vinto le elezioni democraticamente, dobbiamo accettarlo. La pace non è un obiettivo del partito islamico di Haniyeh, composto da molte anime alcune delle quali terroriste, ma nel momento in cui ha accettato di fare politica e partecipare al voto si è messo sulla via del pragmatismo e del compromesso. Ha venduto un pacchetto agli elettori: se la vita dei palestinesi resterà la stessa e gli attacchi israeliani continueranno sarà penalizzato. Israele non ha il coraggio di fare il primo passo verso Hamas, è stato l'ultimo Paese a riconoscere Fatah e solo dopo lo sdoganamento degli americani. Ma non capisco perché l'Europa non ci aiuti, perché abbia isolato Hamas seguendo in modo acritico l'iniziativa dell'amministrazione Bush. E' un errore. Alla fine il presidente Abu Mazen sarà costretto a tornare agli accordi della Mecca e contrattare con Hamas un governo di unità nazionale».Molti israeliani dichiarano di volere la pace ma secondo i sondaggi il candidato premier favorito è Netanyahu, non proprio una colomba. Non c'è contraddizione?«La maggior parte del Paese è pronta a una soluzione “due popoli e due Stati” molto vicina ai confini del '67, solo che non si fida dei palestinesi. Politicamente ci siamo spostati a sinistra, siamo convenuti al sacrificio della terra, ma culturalmente a destra. La disponibilità d'Israele alla pace è accademica. Anche Sharon in teoria sosteneva il disimpegno da Gaza e Cisgiordania ed era popolare perché voleva restituire i territori palestinesi senza dover negoziare. Il ritiro unilaterale è stato il frutto di questo ragionamento e ha fallito. Ora gli israeliani sono scettici e soprattutto stanchi della questione palestinese».Come se ne esce?«Il problema è che dopo la seconda Intifada anche il mondo ha cominciato a stancarsi della questione palestinese, s'inizia a parlare di alternative all'ipotesi “due popoli due Stati” tipo una confederazione giordano-egiziana. Israele, dal canto suo, si sta abituando a convivere con il problema. L'economia va bene e cresce del 7 per cento l'anno, l'high tech è fortissimo, c'è un surplus di budget e la paura di Hamas ha ammutolito anche i nostri critici. Siamo una “villa in the jungle", per usare un'espressione di Barak, e se questo significa vivere con un Tarzan che ci protegge - ieri Sharon, oggi Netanyahu, domani Barak - pazienza. Da soli siamo incartati, senza via d'uscita: abbiamo bisogno di un aiuto esterno».Si riferisce agli Stati Uniti?«Sono gli unici a poter lanciare una coalizione di pace internazionale che comprenda il quartetto e i Paesi arabi e offra incentivi economici e militari. Ai palestinesi deve essere garantito un periodo di transizione per costruire le istituzioni, riformare la sicurezza, avviare l'economia. Una fase-prova di pace che solo Hamas può negoziare con Israele».E l'Italia? E' appena arrivato a Gerusalemme il premier italiano Romano Prodi: ha un messaggio per lui?«Prodi è un ospite particolarmente benvenuto in Israele. Rispetto al governo Berlusconi è mutato lo stile ma la politica internazionale non è cambiata e non cambierà. E questo, sommato all'impegno in Libano, rende l'Italia molto apprezzata nel nostro Paese. Eppure resta un passo indietro: perché, come l'Europa, tardate ancora a riconoscere Hamas? Perché seguire ciecamente la linea tracciata da Bush anche dopo la sconfitta della strategia irachena? La tentazione ideologica dell'assoluto ha rovinato questa terra dove invece tutto è relativo, compreso Hamas»
Cosa fanno per 21 ore, imprigionate in una sola stanza, 28 persone tra cui numerosi bambini, alcuni molto piccoli? Come passano il tempo che si trascina? Come calmano ibambini che piangono e sono terrorizzati? Come curano la nonna dalla salute fragile? Proibito accendere la luce, proibito accendere la tivù, proibito parlare. Soldati armati all’entrata della camera. I cellulari confiscati. Provate ad immaginare la scena. E’ permesso andare alla toilette ma solo dopo aver avuto l’autorizzazione, I pannolini usati si ammucchiano in un angolo della stanza. Due donne sono state autorizzate ad andare a cucinare, ma solo dopo lunghe trattative.continua

