domenica 29 luglio 2007

Haaretz: ciò che è bene per i settler non lo è per Israele


SINTESI

Ognuno sa in Israele che si dovrà tornare ,probabilmente ai confini del 1967 e affrontare il problema dei profughi ,ma i moderati sono sconfitti dai radicali palestinesi e israeliani che minano ogni compromesso esigendo "tutto o niente ". I coloni pensano - correttamente, tutto sommato - che ,rinviando il problema, si rafforzeranno . Ma quello che è buono per i settler è negativo per il paese.
La settimana scorsa, Moshe Levinger e Daniella Weiss non concordavano con le Forze di Difesa per una casa occupata abusivamente, per un'altra espansione e per un'altra infiltrazione in un quartiere arabo
Se l'obiettivo strategico di Israele è vivere in pace con i suoi vicini, deve bloccare i coloni . Chi non vuole un compromesso storico crea violenza e sofferenza ad entrambe le popolazioni .Israele non può attendere i risultati dello scontro tra Hamas e Fatah ,la responsabilità è nostra visto che siamo in possesso della maggior parte della terra che dovrebbero costituire lo Stato palestinese
Il disimpegno da Gaza, considerata un fallimento, non è stato eseguito accordandosi con i palestinesi. Ma malgrado il fuoco Qassam, nessuno può immaginare un'altra soluzione al conflitto . Il governo di Ehud Olmert è potente nel Knesset ,ma gode di scarsa popolarità tra la gente che, tuttavia ,non non sostiene gli sfollati che vogliono ritornare a Homesh. Abbas e Fayad dichiarano che questo è un problema anche per loro, ma la maggioranza dei palestinesi sosterrà una proposta giusta mediante un referendum.Abbiamo oggi come oggi la possibilità di delineare un accordo e chiedere il sostegno dei paesi arabi moderati e della comunità internazionale



Haa

sabato 28 luglio 2007

Nasce la terza via palestinese:oltre Hamas e Al Fatah


Alle elezioni del 2006 Fayyad aveva formato il Partito della Terza Via assieme ad altre due personalitá moderate palestinesi, Hanan Ashrawi e Yasser Abed Rabbo, ma aveva ottenuto solo due seggi. Questa volta l'obiettivo è capitalizzare il crescente scontento verso Hamas e Fatah, formando un partito più ampio. Per promuovere il nuovo movimento vi sono stati diversi incontri in Cisgiordania che hanno coinvolto centinaia di persone, ha spiegato Jamal Zakut, vicino a Fayyad e fra i promotori dell'iniziativa. «Il movimento - spiega - sará basato sui principi liberali e il progresso democratico e dei diritti umani. L'idea è quella di un movimento pragmatico che sostenga l'idea di due stati sulla base dei confini del 1967 e la piattaforma dell'Olp, risolvendo il problema dei rifugiati in maniera concordata sulla base delle risoluzioni dell'Onu e la lega Araba».

Dal Corriere della Sera di oggi

Haaretz
Haaretz

giovedì 26 luglio 2007

Moni Ovadia: nella dignità la reciproca sicurezza

La distorsione e la manipolazione delle parole e del pensiero altrui sono un vecchio sport a cui si dedica chi non è in grado di misurarsi criticamente con opinioni diverse dalle sue. E, a volte, questo sport assume i connotati di vera e propria possessione. Giorni fa un conoscente israeliano mi ha telefonato per chiedermi se io avessi dichiarato nel corso di un dibattito radiofonico che non avrei mai detto: «viva Israele», intendendo che io rifiutassi di augurare vita allo Stato d'Israele e alla sua gente. Sono rimasto interdetto e gli ho risposto che ciò che gli avevano riferito era una solenne idiozia. Uno dei tanti "invasati per Israele", un Hezbollah del "sionismo" aveva distorto il senso di una mia affermazione nel corso di un pacato e civile dibattito sul libro di Magdi Allam «viva Israele!» a cui ho partecipato insieme all'autore e a Fuad Allam, deputato dell'Ulivo, sociologo del mondo arabo e corsivista de la Repubblica. In quell'occasione dissi che non avrei scritto un libro simile, perché sostiene tesi sbilanciate che non condivido e perché quel titolo da tifo sportivo o da ideologia politica che rimanda ad altri tempi, non favorisce il dialogo e la pace. Non mi sono mai sognato di mettere in discussione il diritto di Israele all'esistenza e alla piena sicurezza, ragioni personali e affettive, ma anche e soprattutto per ragioni attinenti al diritto internazionale che si chiamano diritto
all'autodeterminazione dei popoli e legalità internazionale ossia le risoluzioni dell'Onu. Mi batterei con tutte le forze per impedire la distruzione di Israele come quella di qualsiasi altro popolo e Paese. Ma agli Hezbollah dell' "ebraismo" non importa di quali siano le vere opinioni di coloro che criticano la politica dei governi israeliani in merito all'occupazione e la colonizzazione e denunciano l'immane tragedia del popolo palestinese. Costoro non vogliono discutere, hanno già deciso che quelli come me sono antisemiti, ebrei che odiano se stessi, seminatori di odio. I giudici autonominatisi del bene d'Israele in realtà, quando non sono agiti da
turbe della sfera emotiva, sono esimi esponenti di una mentalità fascista o stalinista che considera i critici e gli avversari orridi nemici da estirpare. Oggi comunque il problema è che se c'è una identità che rischia un cancellazione reale questa è quella palestinese. Ci si sono messi in tanti a congiurare perché i palestinesi arrivassero sull'orlo dell'abisso: molti dei governi israeliani come quello attuale, con politiche miranti a mantenere lo status quo dell'occupazione, con lo stillicidio della colonizzazione, con l'umiliazione sistematica di Abu Mazen celebrato come interlocutore affidabile solo per raggirarlo meglio, con la pratica degli omicidi mirati il cui esito è stato quello di fomentare de facto la conflittualità fra le fazioni palestinesi. Non pochi dei governi arabi che hanno avvolto in un polverone di retorica e strombazzamenti bellicosi la finta solidarietà, maschera di un boicottaggio, ovvero nessun vero atto politico per dare futuro ad uno
Stato palestinese laico democratico. E, last but not least, il teatrino dell'imbelle e ipocrita comunità internazionale, a partire dagli Usa con gli chiffon de papier della sua penosa road map, per finire con la Ue che tradisce l'esemplare lezione di democrazia delle libere e corrette elezioni palestinesi con una punizione che lungi da indebolire l'ala militare di Hamas l'ha resa sempre più forte, togliendo ogni legittimità al democratico Abu Mazen e vessando ulteriormente i già vessati cittadini più poveri ed indifesi dei Territori. Esiste ovviamente anche una responsabilità dei palestinesi. In un simile contesto i peggiori e i più violenti esponenti di ciascuna fazione hanno preso il sopravvento contro il proprio infelice popolo. Probabilmente
gli Hezbollah del "sionismo" gioiranno nel vedere che i palestinesi si fottono da soli. Ma se si illudono che da questo vergognoso scenario uscirà un rafforzamento della sicurezza di Israele o sono privi di senno o ci fanno. La sicurezza autentica non germina dalla prevaricazione immorale, la sicurezza e la dignità dell'esistenza si riverberano solo nella sicurezza e nella dignità dell'altro.
UNITA del 6/06/2007

mercoledì 25 luglio 2007

Gaza : mia madre è alla fine ed io non posso passare

Mia madre è alla fine e io non posso passare la frontiera.Mia madre è all'ospedale in questo momento. Sta molto male. E' entrata tre giorni fa e io non la posso raggiungere.Torno da un viaggio di 45 giorni negli USA. Per tutta la nazione e in ogni discorso ho raccontato al pubblico la nostra sofferenza, vivendo in questa grande prigione di nome Gaza. Gli ho raccontato della chiusura delle frontiere e dei pazienti che stanno morendo in attesa di poter passare.Le frontiere sono chiuse da più di cinque settimane, 28 pazienti sono morti mentre attendevano di passare per il valico di Rafah, l'unico tra Gaza e l'Egitto. Tutte le altre uscite sono completamente sigillate dall'esercito di israele. La frontiera è stata aperta 70 volte quest'anno.Ora si tratta della mia storia personale, come delle storie quotidiane di 1,4 milioni di persone che a Gaza vivono sotto assedio ed occupazione, povertà, mancanza di risorse, uccisioni, sparatorie, violenza, eccetera. Non posso passare alla frontiera, non posso attraversare il valico di Rafah. Ho un disperato bisogno di essere vicina a mia madre. Ho un disperato bisogno di aiutarla, di fare tutto il possibile per lei. Di dirle 'ciao mamma'.Sono sempre stata presente per i miei pazienti e molte altre persone, per aiutare e cercare di alleviare le loro sofferenze. Nelle sue ultime ore non posso essere lì, le mie mani sono legate. Nessuno mi aiuta, non posso fare niente, devo solo aspettare, aspettare, aspettare. Ho la gola secca, i miei occhi sono pieni di lacrime.E' ingiusto, inumano. E' l'occupazione. Come potrebbe mai diventare qualcosa di corretto ed equo, se è principalmente basata sull'ingiustizia, l'aggressione e la crudeltà?Chi può aiutarmi a tornare a casa? Io devo essere a casa, vicina a mia madre quando arriverà il suo ultimo momento.Ciao mamma, spero che tu possa trovare la pace, la pace che non abbiamo a Gaza.Con amore e solidarietàMona ElFarraDomenica, 15 Luglio 2007

http://fromgaza.blogspot.com/2007/07/my-mother-is-in-her-last-moments-and-i.html

tradotto da

domenica 22 luglio 2007

Gideon Levy: minaccia demografica e razzismo


SINTESI( i punti dell'articolo per me più interessanti)
Se abbiamo raggiunto,in Israele, "la fine di sionismo", titolo dell’articolo di Nehemia Shtrasler, ciò non dipende dalla demografia

Il discorso di una "minaccia demografica" non è legittimo. Immaginate quello che avverrebbe se una discussione del genere fosse tenuta negli Stati Uniti o in Europa. La minaccia veramente pericolosa è la discussione in se stessa. Testimonia lo sviluppo nella nostra società di norme profondamente razziste verso le minoranze
Haredim o Arabi - sono figli e figlie di questa terra. Non c'è alcun mezzo democratico per impedire a loro di diventare una maggioranza. Le campagne per ridurre le nascite sono oltraggiose quanto i concetti di trasferire la popolazione e di pulizia etnica . Sia la sinistra che la destra sono afflitte da questo razzismo letale, che scaturisce dall’arroganza e dalla paura dell'altro. La destra sta provando a spaventarci con previsioni disastrose sull'aumento naturale degli Arabi .. La sinistra, ugualmente razzista, sta provando a spaventarci con previsioni disastrose sulle conseguenze dell’aumento della popolazione ultra-ortodossa . Da certi punti di vista, il razzismo contro gli Haredim è, in effetti, più grave: Utilizza la terminologia antisemita e non ha l’alibi dell'ostilità nazionale contro gli Arabi.
Il discorso razzista è diventato la norma in Israele e del mondo ebraico in generale. È iniziato con il "pericolo di assimilazione" e "la mescolanza di matrimoni" - con il "pericolo della maggioranza araba". Un puzzo putrido emana dai discorsi sulle "tendenze di fertilità" e sull’istituzione di un "consiglio pubblico per la demografia", tutto ciò dimostra la profondità della patologia nella quale siamo affondati.
È veramente importante se 3.5 milioni di palestinesi risiedono nei territori, invece dei 2.4 milioni,come vorrebbe un gruppo Americano-Israeliano ? In un modo o in un altro, Israele non sta concedendo diritti civili a loro. Il futuro della società israeliana sarà determinato di gran lunga dai rapporti tra le sue comunità piuttosto che dal rapporto numerico esistente tra loro.
Israele è una società costituita da immigrati, mescolata con i nativi , un mosaico multiculturale con la potenzialità di diventare una società giusta. Se gli Haredim non prestano servizio militare o non sono abbastanza produttivi, la responsabilità è nella tradizione che permette questi fenomeni. Se gli Arabi non contribuiscono abbastanza o sono anche ostili , lo stato ha molte responsabilità per questo. Il futuro è nell’emergere di un ethos israeliano ,condiviso da tutti gli elementi della società, indipendentemente dal loro numero e questo vuol dire rifiutare la contabilità razzista .
Fonte

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Liberarsi del complesso di Amalek

Liberarsi del complesso di Amalek

econdo il racconto dell'Antico Testamento, Amalek era una popolazione del Sinai o del Negev, probabilmente proto-araba, ostile agli Israeliti Amalek fece qualcosa di terribile ad Israele, anche se che cosa di preciso non è chiaro. In un versetto del libro dei Re è scritto "ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek" e questo versetto è stato invocato negli anni Cinquanta dagli oppositori del trattato con la Germania sulle riparazioni, il cui capofila era l'ex terrorista e poi primo ministro e Premio Nobel per la Pace Menahem Begin. Il risultato dell'offesa, quale che fosse, di Amalek agli Israeliti fu la sua distruzione totale, secondo la terribile legge di guerra del tempo.

Tutti i maschi adulti, umani ed animali, passati a fil di spada, le donne ed i bambini fatti schiavi, campi bruciati, eccetera. Saul, il re d'Israele che sconfisse Amalek, non ottemperò alla legge biblica nel suo complesso, e per "desiderio di guadagno" risparmiò i capi di bestiame (che furono incamerati nelle sue proprietà) e alcuni dignitari di Amalek, il che attrasse contro l'ira del Signore.

Se il testo biblico in questione fosse storicamente autentico, cosa di cui c'è motivo di dubitare, sarebbe la descrizione dettagliata di uno dei primi genocidi della storia; ma questa narrazione biblica, che mantiene il suo valore religioso, storicamente è poco attendibile, scritta secoli dopo i fatti. Per cui non c'è ragione di credere che l'annientamento di Amalek e la stesse legge di sterminio siano realmente esistiti.

Il complesso di Amalek è stato chiamato così da uno studioso israeliano moderno per riferirsi all'atteggiamento d'Israele verso la Germania. “Ricorda cosa ti ha fatto Amalek”. Il complesso di Amalek è essenzialmente un complesso obsidionale, l'idea di essere costantemente accerchiati, minacciati di completo annientamento non solo come Stato (il che fa parte della logica storica dei rapporti internazionali) ma anche e soprattutto come popolo, il che fa parte dell'esperienza storica secolare della Diaspora e specialmente dell'elaborazione dell'esperienza del lager.

E' un lascito che i pogrom e soprattutto la Shoah hanno lasciato allo Stato d'Israele che accoglie i superstiti; ed è stato l'ancora delle fortune politiche di Menahem Begin, Yitzhaq Shamir, Benyamin Netanyahu e Ariel Sharon, e, l'anno scorso, di Ehud Olmert. Dopo il 1977, i partiti di centrodestra al governo se ne sono nutriti elettoralmente, e l'hanno gonfiarlo di facile propaganda.

"Credetemi, l'alternativa è Treblinka" disse Begin per convincere i suoi ministri ad invadere il Libano, nel 1982. Era falso, ovviamente. Begin paragonava spesso Arafat a Hitler. Amos Oz gli scrisse una lettera aperta: "Hitler è morto, signor primo ministro". Ma non evitò Il disastroso intervento israeliano in Libano a caccia di inesistenti fedayin nazisti. Il complesso di Amalek si applicava anche alle relazioni con gli arabi.

Oggi, l'opinione pubblica israeliana accetta quel pazzesco corto circuito psicologico per cui, ad esempio, la cattura di tre soldati, col fine dichiarato di un scambio di prigionieri, sembra una minaccia diretta all'esistenza della Stato. Com'è è accaduto l'estate scorsa.

Israele è in stato di guerra da prima di conciare ad esistere, in stato d'assedio permanente, da tre generazioni. E' degno di nota, e di stima, che in questo tempo sia riuscita a mantenere una parvenza di istituzioni democratiche, un discreto livello di libertà di stampa, e non sia diventata una dittatura militare.

L'assedio è anche, forse sopratutto, psicologico. Il complesso di Amalek, di essere costantemente minacciati e di dover reagire con la massima durezza, perché altrimenti si verrà distrutti, annientati.

Difendere la maggioranza ebraica nel paese. Rappresaglie, uccisioni mirate, torture. Perché bisogna difendersi. Loro ci odiano.

Il complesso rende difficilissima qualsiasi concessione, anche quelle che sarebbero atti dovuti in base al diritto internazionale. Abbandonare una colonia indifendibile come Netzarim finisce coll'essere letta come un insulto ai morti nei campi di sterminio.

Mi pare che il risultato di questo processo sia una specie di arroccamento identitario, accompagnato ad una difficoltà di inquadrare l'avversario, riconducendolo al nazismo, alla volontà di distruzione e di sterminio, anche quando questa (come, a mio parere, nel caso di tutte o quasi le formazioni palestinesi) non sembra esserci.

E credo che questo complesso culturale e psicologico, nella società israeliana, vada individuato e superato, come passo per arrivare ad una pace giusta e duratura.

Marco Lauri


venerdì 20 luglio 2007

Arrigo Levi: Israele, la pace si fa con i nemici

Arrigo Levi. La Stampa. 20/07/07. Nessuna vittoria in guerra, insegnava Rabin, avrebbe mai potuto assicurare per sempre la sopravvivenza dello Stato ebraico: ma solo la pace. E la pace, come disse per primo Dayan, la si fa con i nemici. Sperare contro ogni speranza. È lo slogan che ha accompagnato per tutta una vita chi d’istinto s’identifica anzitutto con le ragioni d’Israele, ma non ha mai ignorato o dimenticato che il conflitto israelo-palestinese è, più forse di ogni altro conflitto storico, uno scontro fra due ragioni.

Chi, in un tempo pur lontano della propria vita, giudicò che non valesse la pena di sopravvivere, per un ebreo scampato alla Shoah, se non fosse sopravvissuto lo Stato d’Israele appena allora creato, e che scelse quindi di vivere, per un tempo pur limitato, una vita da Israeliano in divisa in Israele in guerra, sa bene quanto sia difficile esprimere giudizi o dare consigli su quella che dovrebbe essere la politica del governo israeliano, senza essere cittadino d’Israele. Come giudicare da lontano quale sia la strada giusta da seguire per vanificare le minacce, che non sono mai cessate, al diritto d’Israele ad esistere, quando non è la tua vita ad essere in giuoco?

Ma chi ha cara, ora come sessant’anni fa, la sopravvivenza dello Stato ebraico, non può sottrarsi al diritto di giudicare, di suggerire o anche, come una volta mi è accaduto di argomentare in una «column» del Times in polemica con un amico americano, di «criticare Begin», se ciò ti sembra giusto nell’interesse d’Israele. Venire meno a questo dovere, che tale è, oltre che un diritto, sarebbe una colpa.continua qui

L'articolo è riportato integralmente in questo blog

mercoledì 18 luglio 2007

Haaretz: Israele deve fare passi concreti per la pace

È possibile raggiungere per Israele un accordo ragionevole con i palestinesi in base all'iniziativa araba, il Primo Ministro palestinese Salam Haaretz ha sollecitato un negoziato reciproco. Questa dichiarazione ragionevole, non diversa dalla posizione israeliana, è stata accolta con scetticismo da quelli che cercano una giustificazione per non ritirarsidai territori occupati. Israele non può permettersi di snobbare il discorso del presidente George W. Bush I che richiede un congresso internazionale di pace a settembre. Non può permettersi di sottovalutare che la comunità internazionale e gran parte degli Israeliani hanno espresso la necessità di porre fine all'occupazione .Gli unici due gruppi che non mostrano mai alcuna disperazione sono Hamas ed i settlers. Hamas dimostra la propria potenza con i Qassams , mentre i settlers mostrano la loro forza espandendo gli stabilimenti , azione distruttiva che sabota ogni programma logico per dividere la terra fra le due nazioni. I segni d'incoraggiamento dall'autorità palestinese possono essere l'inizio di nuovo processo positivo, ciò presuppone colloqui costruttivi fra il governo israeliano e palestinese , malgrado l'antagonismo e la violenza fanatica di Gaza. la nomina di Tony Blair come inviato di Quartetto nella regione, non dovrebbe essere considerato con superficialità, perchè dimostra l'importanza che la Comunità internazionale attribuisce al conflitto Oltre incitare Bush per l' Irak, disprezzare Abbas e mimizzare il valore di nuovo governo palestinese, Israele fa il minimo di quanto le è richiesto..La rimozione degli avamposti non è compito dei Palestinesi, ma nostra così come la riduzione dei settlers e del muro di separazione . Forse la nomina di Haim Ramon porterà alla realizzazione di questi punti e dimostrerà che il governo israeliano ha la capacità di evacuare gli insediamenti Chiunque desidera che la Cisgiordania costituisca un modello per Gaza e desidera che i palestinesi riconoscano Israele , deve fare ogni sforzo migliorare le vite dei Palestinesi.
http://www.haaretz.com/hasen/spages/883353.html

lunedì 16 luglio 2007

Rubinstein: Abu Mazen non ha nulla da offrire..verso uno stato unico?

La lotta di Abu Mazen contro il governo di Hamas è principalmente politico-legale . Ha stabilito “un governo di emergenza che ora si è trasformata in “in un governo di transizione.„ Il nome non è importante. Ciò che conta è che questo governo non può ricevere l'approvazione del Parlamento, il cui il lavoro è stato paralizzato., visto che la maggioranza dei parlamentari di hamas sono a Gaza o nelle prigioni israeliane . Per dare validità alle sue decisioni Abu Mazen ha deciso di convocare a Ramallah tutti i rappresentanti movimenti palestinesi della diaspora invitando Naif Hawatmeh, fondatore del DFLP, movimento nazionalista palestinese. Per mezzo di tali manovre politiche e legali, Abu Mazen ed i suoi stanno provando ad unire tutte le fazioni nazionaliste,contro Hamas. Malgrado il fatto che Abu Mazen goda dell'appoggio internazionale e del supporto arabo, le probabilità di riuscita sono scarse
Il motivo è ben noto: Abu Mazen e Fatah non hanno niente da dare al popolo palestinese. La speranza di uno Stato indipendente comprendente la Cisgiordania e Gaza, con Gerusalemme orientale come capitale, si è dissipata gradualmente durante gli anni del processo de Oslo.Ciò è dovuto alla violenza ed al terrore continuo, al numero di settlers, che si sono raddoppiati (da circa 100.000 di 1990 a circa 200.000 di 2000) alla nuova espansione ebraica a Gerusalemme . Anziché la riconciliazione e la coesistenza abbiamo ottenuto un intifada, attacchi sanguinosi, muri di separazione, blocchi e una segregazione dichiarata . Il popolo palestinese sa che è impossibile far girare indietro l'orologio. Non è la corruzione e un'assenza di direzione che hanno determinato la sconfitta del movimento di Fatah ,ma piuttosto il fatto che il percorso politico di Abu Mazen e dei suoi amici ha raggiunto un punto di non ritorno
Dove tutto questo sta conducendo? Quando un israeliano ha occasione di venire a contatto con gli arabi della Cisgiordania o di parlare per telefono con i residenti del Gaza, può ascoltare parole dettate dalla disperazione che presuppongono l'inutilità della lotta armata nei confronti di Israele e un presagire la rioccupazione dei territori da parte di Israele. .Ma Israele dovrà confrontarsi con le richieste sempre più forti degli Arabi palestinesi che sono quasi la metà degli abitanti di questa terra e che chiederanno l'uguaglianza e la definizione di Israele come stato di tutti. Questo non accadrà subito,ma inevitabilmente accadrà. Se non ci saranno due stati, inevitabilmente ce ne sarà uno

HAARETZ:http://www.haaretz.com/hasen/spages/882130.html
vedere anche:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/882314.html

http://www.haaretz.com/hasen/spages/882097.html

http://www.haaretz.com/hasen/spages/882127.html

Mahmud Darwish :fa paura di Hamas la mancanza di cultura


L'avvento di Hamas a Gaza «non mi fa paura da un punto di vista politico. Mi fa paura invece da un punto di vista culturale. La loro tendenza è di imporre i propri principi su tutti. Credono in una democrazia "buona per una volta soltanto", per giungere alle urne e al potere. Pertanto sono un disastro per la democrazia. (La loro) è una democrazia antidemocratica»: lo afferma il poeta nazionale palestinese Mahmud Darwish in una lunga intervista al quotidiano Haaretz di Tel Aviv. L'incontro con la giornalista israeliana, che lo ha visitato a Ramallah (Cisgiordania), ha preceduto di pochi giorni la prima apparizione negli ultimi anni in Israele di Darwish, che è nato in un villaggio della Galilea e che si è autoesiliato nel 1970. Domenica Darwish sarà a Haifa per leggere una ventina di poesie, accompagnato dal musicista Samir Jubran (liuto) e dalla cantante Amal Murcus. I biglietti, nota il giornale, sono andati a ruba. Darwish ritiene che per i palestinesi «la situazione attuale è la peggiore che si potrebbe immaginare». «I palestinesi a suo parere - sono l'unico popolo al mondo che avverte con certezza che l'oggi è meglio di quanto lo aspetta domani». Il poeta afferma di non avere avuto personalmente illusioni sugli accordi di Oslo del 1993 (fra Israele e Olp) ma di essere stato allora disposto a rispettare le speranze altrui. «Quelle speranze dice a Haaretz sono state ingannevoli. La situazione è adesso ancora peggiore. Prima di Oslo non c'erano posti di blocco (in Cisgiordania), le colonie non si espandevano così tanto, i palestinesi trovavano lavoro in Israele». Darwish che in questi anni ha pure mantenuto contatti con alcuni esponenti della intellighenzia israeliana, fra cui il poeta Yitzhak Laor ritiene che Israele abbia notevole parte di responsabilità non avendo saputo rispondere alla iniziativa di pace saudita che offre allo stato ebraico la normalizzazione delle relazioni con i Paesi arabi, in cambio di un ritiro da tutti i Territori occupati nel 1967, Gerusalemme inclusa, e della soluzione della questione dei profughi. «Israele deve aprire i cancelli della propria fortezza per fare la pace... i suoi dirigenti devono attraversare una rivoluzione culturale», osserva Darwish. Il senso di sconforto diffusosi fra le nuove generazioni israeliane, aggiunge, può essere diretto in quella direzione e utilizzato per esercitare pressione sui governanti di Gerusalemme.

sabato 14 luglio 2007

Intanto in Francia gli Hezbollah sono ufficialmente invitati

Mentre Israele si domanda se la guerra libanese ha rafforzato o indebolito gli Hezbollah partecipano come rappresentanti ufficiali a un incontro per discutere sul futuro del Libano., acquistando una posizione strategica importante come alleati dell'Iran. Naturalmente con il beneplacito dell'Arabia Saudita

http://www.haaretz.com/hasen/spages/881446.html

venerdì 13 luglio 2007

LA TRAPPOLA MORTALE DELL'IDENTITà


La trappola mortale dell'identità Sono ebreo e sono contro l'occupazione israeliana. Mi capita spesso di discutere con amici e conoscenti ebrei ma queste discussioni non hanno mai portato da nessuna parte, non ho mai convinto nessuno. A qualunque argomentazione storica, etica o solo di buon senso, mi rispondono con un'altra argomentazione che a loro modo di vedere legittima o giustifica l'azione del governo israeliano. Mi sono chiesto a lungo perché la maggior parte degli ebrei difende Israele incondizionatamente arrivando persino a negare l'evidenza. Poi una sera a cena, commentando i recenti fatti, dico a un mio amico: comunque Fini è pur sempre meglio di Sharon (sottintendendo che Fini è sì un politico di destra, magari ex-fascista, amico di gioventù della Mambro, ma Sharon è pur sempre un criminale). E lui risponde: no, perché almeno Sharon è ebreo. Ecco infine svelato cosa muove gli animi: il meccanismo di identificazione. Una volta ho chiesto a Peretz Kidron, israeliano, passato dai campi di concentramento, attivo nel movimento pacifista di obiettori di coscienza Yesh Gvul, cosa direbbe ai numerosi ebrei della diaspora che difendono incondizionatamente la politica israeliana. Lui ha risposto: "…che non abbiamo bisogno di amici che si comportano come dei tifosi di calcio". Già, interisti contro laziali, ebrei contro musulmani, mondo occidentale contro mondo arabo. Ognuno sta con il suo schieramento e contro lo schieramento che in quel momento gli è contrapposto. E la cosa a volte è grottesca: il rappresentante degli ebrei italiani (Luzzatto) che appoggia un partito che discende da chi li aveva perseguitati, oppure figli di meridionali immigrati al nord che votano Lega Lombarda (e odiano gli immigrati albanesi). Mi torna alla mente Danny, il protagonista del film The Believer, basato sulla vera storia di Daniel Burros, alto gerarca del Ku Klux Klan e membro del Partito Americano neo-Nazista del quale, in seguito a uno scoop giornalistico, si viene a sapere nel 1965 che è ebreo e così si suicida. Nel film, Danny è un ebreo americano, con un forte senso identitario ebraico. Compresa nell'identità c'è anche il vissuto di "vittima" dei genitori e dei nonni che erano stati perseguitati dai nazisti in Europa. Solo che Danny vive negli USA dei tempi moderni, una nazione forte, con un forte immaginario. Ed ecco allora che avviene il ribaltamento: nel momento in cui il ruolo di debole vittima gli diventa insopportabile, Danny, cresciuto dentro lo spazio mentale dell'identità collettiva, quella ebraica, trova più semplice sostituirla con un'altra identità contraria, diventa neo-nazista, piuttosto che compiere un percorso personale dove ci sia spazio per la sua storia e il suo presente. La bellezza di questo film è che fa vedere tutta l'umanità e il dramma personale di un individuo che cerca spazio per sé nel solo modo che conosce: all'interno di un'identità collettiva, che per definizione annulla il singolo - e infatti muore nel film come nella realtà. Sono convinto che nella capacità dei singoli di stare alla larga dai modelli identitari, oggi si giochi il conflitto in medio oriente e molto di più. Il meccanismo identitario genera gli schieramenti (come la tifoseria di cui parlava Kidron) i quali portano avanti soltanto gli interessi di pochi furbi, che da soli non si bastano: Sharon senza il conflitto israelo-palestinese non avrebbe senso di esistere, Bush senza l'11 settembre, nemmeno. Ma non devo a mia volta rischiare di ricadere nella logica degli schieramenti contrapposti e trovare un senso nella mia politica in quanto contrapposta a quella di Sharon e Bush. È quindi fondamentale trovare la forza di collocarsi, di prendere una posizione partendo da chi si è veramente, dal proprio modo di sentire e pensare, se occorre anche saltando la rappresentanza politica come fanno i girotondini. Solo quando dico IO e non NOI, posso rifiutare la domanda di adesione che Sharon fa a me e ad altri, in quanto ebrei, di essere parte del suo schieramento. In fondo, io mi ritengo ebreo perché figlio di madre ebrea. Poi non voglio rinunciare alla mia esperienza di ebreo, alla storia della mia famiglia che, essendo stata perseguitata, mi ha lasciato in eredità l'obbligo di fare un passo indietro e di iniziare a pensare, quando la legge del più forte viene messa in campo (cioè memoria si, ma non a senso unico). Il mio ebraismo è una parte di me. Non annullo la mia soggettività nell'identità ebraica, ma cerco di far confluire l'esperienza ebraica che è in me nella mia soggettività, arricchendola


nahmad

giovedì 12 luglio 2007

YEHOSHUA: Israele scelga di negoziare con la Siria


Per lo Stato ebraico è il momento di scelte importanti: non basta colmare le lacune delle forze armate, bisogna portare avanti una coraggiosa trattativa con la Siria

Ricordo perfettamente quando fui informato che la prima guerra del Libano stava per iniziare. Era un venerdì pomeriggio del 1982. Ero con una cinquantina di insegnanti che, come me, erano soliti tenere lezioni ai soldati quale parte del loro servizio di riservisti. Chissà perché ci avevano convocato già il primo giorno di guerra, nemmeno fossimo esperti di qualche arma segreta e indispensabile anziché possedere solo capacità oratorie. Un ufficiale appena giunto dal quartier generale dell’esercito ci mise candidamente al corrente che stavamo per sferrare un attacco militare contro il Libano e che il nome scelto per quell’offensiva era «Operazione pace in Galilea». Rimasi sbalordito. Qualche mese dopo l’allora primo ministro, Menachem Begin, e il capo dell’opposizione, Shimon Peres, il cui partito aveva votato alla Knesset a favore del conflitto, sostennero che allo scoppio della guerra non sapevano che il piano originale dell’operazione non si limitasse all’occupazione di 40 chilometri di territorio libanese per creare una fascia di sicurezza ma comprendesse la conquista di Beirut, la capitale di uno Stato arabo, cosa che Israele non aveva mai voluto fare prima di allora.

Noi però, insieme a molti altri, eravamo stati informati già quel primo giorno dell’ambizioso piano di Israele, messo poi in atto e fallito: annientare il piccolo Stato che l’Olp aveva creato nel Sud del Libano, arrivare fino a Beirut, conquistarla, stringere un patto con cristiani e drusi e creare con loro un nuovo governo che firmasse la pace con Israele.

Dopo una settimana fui rimandato a casa insieme ad altri miei colleghi. L’ufficiale nostro superiore capì che si può mandare un soldato a combattere una guerra in cui non crede, ma è assolutamente impossibile costringere qualcuno a legittimare davanti a una platea di soldati un conflitto che considera fin dal primo momento inutile, folle e crudele.

Gli anni trascorsi hanno dato ragione a chi dubitava che quella guerra fosse necessaria, opportuna e inevitabile. Migliaia di soldati sono rimasti uccisi e feriti, enormi risorse sono state impiegate, l’atmosfera di pace con l’Egitto è stata compromessa, c’è stata la tragedia di Sabra e Shatila, la ribellione degli sciiti nel Sud del Libano, la creazione di Hezbollah, ma soprattutto il ritorno dell’Olp nei territori occupati e nella Striscia di Gaza dopo la sua cacciata dal Libano e la parentesi tunisina.

Molto sangue è stato versato invano, il Libano è precipitato in un caos sempre più grande e il clima politico della regione si è inasprito. E durante tutti questi anni difficili il nome originale della prima guerra del Libano, «Operazione pace in Galilea», è stato dimenticato.

Un anno fa, il 12 luglio, un’organizzazione militare libanese denominata Hezbollah ha sferrato un attacco contro Israele. Ha ucciso otto soldati e ne ha rapiti due mentre lanciava razzi sui centri abitati israeliani del Nord. Non starò a ricordare quanto è avvenuto. Le vicende sono note. La forte reazione di Israele all’attacco fu moralmente giustificata e condivisa da gran parte degli Stati del mondo, incluse alcune nazioni arabe.

È vero, nonostante la guerra fosse giustificata, è andata avanti più del necessario rivelando molti punti deboli dell’esercito israeliano e degli apparati di difesa delle retrovie. Ma debolezze e insuccessi non denotano necessariamente colpe morali. Così come vittorie e trionfi non sono una dimostrazione di superiorità morale. Contrariamente alla sua sanguinosa sorella maggiore - la prima guerra del Libano - questo secondo conflitto è stato combattuto per ristabilire la pace in Galilea. A esso spetta il nome originale della guerra scatenata dal governo Begin-Sharon, che provocò tanta morte e distruzione.

Ma la Galilea troverà pace in futuro? Allo stato delle cose è impossibile dirlo. Se sulla scia di questa guerra, di cui ora ricorre il primo anniversario, non assisteremo solo a scambi di accuse e recriminazioni ma il governo israeliano cercherà anche di rimediare alle tante lacune venute alla luce nell’esercito e nei sistemi di difesa del Nord, se questa occasione sarà sfruttata per consolidare la presenza delle forze delle Nazioni Unite lungo i confini internazionali ma soprattutto per portare avanti una coraggiosa iniziativa di pace con la Siria, c’è la possibilità che nel Nord di Israele, una zona molto più ampia di quanto si immagini che si estende da Metula e Nahariya fino alla periferia di Tel Aviv, regni davvero la pace.

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2 Yehoshua:la chiave è in Siria

"La chiave è Damasco". Intervista a Yehoshua
Maurizio Debanne (Europa Quotidiano)
Si continua a sparare e la situazione rimane estremamente critica nella Striscia di Gaza, dove, nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco degli ultimi giorni, gli scontri sono proseguiti anche ieri fra gruppi armati di Hamas e del Fatah. Lo scenario che si delinea è sempre più quello di una guerra civile. Forse per Abu Mazen non c'era alternativa alle elezioni anticipate per cercare di fare uscire la Palestina dallo stallo politico e dalla grave crisi in cui è invischiata dopo la vittoria di Hamas alle politiche di un anno fa, tuttavia la mossa è ad alto rischio per le ipotetiche future prospettive di pace. In un’intervista a Europa il famoso scrittore israeliano, Abrham B. Yehoshua, che annuncia di aver appena finito un nuovo romanzo che sarà presto tradotto in italiano, manifesta tutta la sua preoccupazione e incertezza. «Non è facile delineare gli sviluppi futuri della politica interna palestinese. Quando si annunciano elezioni anticipate è un po’ come andare alla guerra. Quando la si dichiara non si sai mai come andrà a finire. Nessuno sa infatti, qualora si verificasse questa ipotesi, quale sarà il risultato di questa tornata elettorale. Non è in nessun modo escluso che Hamas possa stravincere strappando ad Al Fatah anche la presidenza dell’Anp».
Se fosse questo l’esito delle elezioni Abu Mazen si troverebbe costretto ad abbandonare la scena.
Per questo io credo che il gesto del presidente palestinese sia un tentativo di fare pressioni sul movimento islamico per arrivare alla formazione di un governo di unità nazionale. Esecutivo che io spero tanto si formi al più presto. Se infatti non prenderà forma un governo di questo tipo il conflitto tra i due movimenti palestinesi può generare una serie di violenze che deterioreranno non solo la vita dei palestinesi ma i già precari equilibri di tutta la regione. Il caos sarà totale. In fondo bisogna essere realisti. Anche Al se Al Fatah vincesse le elezioni ciò non costringerà Hamas ad allinearsi su posizioni più morbide. Hamas non disarmerà le proprie milizie. E allora tanto meglio è che trovino una sorta di linguaggio comune per negoziare con Israele.
Quale programma di governo potrebbe tenere assieme Al Fatah e Hamas? Israele, gli Stati Uniti e l’Europa chiedono l’accettazione delle ormai famose tre condizioni (riconoscimento di Israele e dei trattati pregressi e la cessazione della violenza, ndr.) ma il movimento islamico non ne vuole sapere.
Non credo sia questo il punto fondamentale. Voglio dire che il non riconoscimento di Hamas di Israele non è destinato a durare.
Tutti se lo augurano. Il problema è di capire quando questo processo si compirà?
La via della pace passa per Damasco. Se Israele negozia con la Siria Hamas sarà obbligata a modificare le sue posizioni ostili al riconoscimento dello stato ebraico. A quel punto infatti sarà Hamas a sentirsi accerchiata. L’Egitto, la Giordania e la Siria avranno riconosciuto Israele e terranno rapporti con lo stato ebraico così come lo hanno con qualsiasi altro stato. Penso ad esempio allo scambio degli ambasciatori. C’è qualcosa di terribile su Hamas: non vogliono riconoscere la legittimità di Israele. Per loro è una cosa sacra. Ma se si opera in questa direzione credo che qualcosa sia possibile. Se non si capisce che la pace è sulla via di Damasco accadrà il peggio.
Uno scenario da brividi.
Esattamente. Bisogna capire che Al Fatah non è in grado di controllare da sola i Territori palestinesi. Arafat ha creato talmente tanto caos creando organizzazioni parallele che obbedivano alla sua autorità da rendere la situazione ingestibile. Mi pare dunque ovvio che Al Fatah non potrà mai negoziare con Israele un trattato di pace definitivo senza controllare il terreno con Hamas. Solo quando i palestinesi sono uniti si arriverà ad un accordo. Hamas deve riconoscere la verità. Servirà del tempo. Bisognerà forse passare attraverso una hudna di 20 anni. Se in questo lasso di tempo si si moltiplicheranno i posti di lavoro, se le condizioni di vita dei palestinesi miglioreranno, si creerà l’atmosfera giusta per affossare questa ideologia che rifiuta la legittimità di Israele.
La posizione di  Ehud Olmert rispetto alla Siria è di netta chiusura. Ha infatti detto che è disposto a fare aperture a Damasco finché George W. Bush non sarà convinto del contrario. Secondo lei quali sono i vantaggi per Israele di intavolare un negoziato con Assad?
L’interesse è tanto per parlare con la Siria. Pensiamo alle ripercussioni positive che un accordo israelo-siriano potrebbero avere sul Libano. Il confine nord dello stato ebraico si calmerebbe ma soprattutto Hezbollah non potrà più vivere senza l’aiuto della Siria. Si spezzerebbe anche la pericolosissima alleanza strategica tra la Siria e l’Iran. E ancora: il nuovo clima potrebbe aiutare notevolmente gli americani in Iraq. E come ho detto prima il beneficio più grande ricadrebbe sullo scenario palestinese. I palestinesi, infatti,  rimanendo gli ultimi a dover fare la pace con Israele, si troveranno costretti ad assumere posizioni più ragionevoli.
Ma le aperture del presidente siriano Bashar al Assad sono credibili o sono un bluff?
Vi sembrerà bizzarro ma gli arabi, anche dopo decenni e decenni di conflitto, sono stati sempre franchi con noi. Mai hanno detto qualcosa che non hanno pensato. Voglio dire che quando gli arabi dicono guerra è guerra e quando dicono pace è pace. Posso fare alcuni esempi. Da un lato basta vedere ciò che dice Hamas, dall’altro basta ricordarsi i passi compiuti dall’ex presidente egiziano Sadat e dalle decisioni dell’Olp prese nel 1988.
Concentrarsi solo su Damasco non rischia di far scivolare la questione palestinese in secondo piano?
Tutt’altro. Fare la pace con la Siria può accelerare il processo di pace con i palestinesi. E poi non dimentichiamo che il conflitto con i palestinesi è molto più difficile da risolvere. Bisognerà infatti trovare soluzioni creative e complicate.
continua qui http://www.cipmo.org/1501-indice-attualita/intervista-yehoshua-europa.html

3 YEHOSHUA: ora Olmert parli con la Siria Da quando iniziarono i primi insediamenti di ebrei in Terra d’Israele, l’allora Palestina, centotrent’anni fa, gli arabi vi si sono opposti né hanno mai nascosto le loro intenzioni nel caso il movimento sionista avesse tentato di realizzare i propri fini. Stranamente, pur non disdegnando comportamenti ipocriti e un linguaggio ambiguo nei rapporti interni, gli arabi si sono sempre espressi senza mezzi termini verso gli ebrei. In un certo senso questi ultimi dovrebbero ringraziarli per l’onestà mostrata, nel bene o nel male. Tale onestà ha permesso loro, ancor prima della creazione dello stato di Israele, di prepararsi meglio allo scontro. In un certo senso gli arabi hanno riconosciuto, talvolta con maggior discernimento di molti ebrei, lo scopo degli stanziamenti sionisti: creare uno stato ebraico.Non si sono lasciati illudere dalle rassicurazioni di alcuni che tali insediamenti intendessero stabilire solo una presenza religiosa nella terra dei patriarchi, o la semplice creazione di un centro spirituale. Mio padre, sia benedetta la sua memoria, prese in esame nei suoi studi di storico la stampa palestinese nei primi anni del ventesimo secolo e giunse alla conclusione che sovente gli arabi comprendevano meglio di molti ebrei quale sarebbe stato il risultato finale dell’immigrazione ebraica nella Terra di Israele. E nel rapporto di forze demografico esistente all’inizio del ventesimo secolo - diciotto milioni di ebrei a fronte di una popolazione palestinese di sole 550.000 anime - gli arabi capirono che se non avessero represso il movimento sionista sul nascere avrebbero perso la Palestina. Anche chi credeva nella sincerità dei proclami, più volte ribaditi, che in uno stato ebraico i palestinesi avrebbero goduto di pieni diritti civili, continuò a opporsi, e a ragione, alla prospettiva di divenire una minoranza nella propria patria. Gli arabi si ostinarono nel loro rifiuto e manifestarono intenzioni bellicose anche quando nel 1947 le Nazioni Unite proposero un piano di spartizione secondo il quale vi sarebbero stati due nazioni, una palestinese e una ebraica, e la maggior parte delle terre fertili sarebbero state comprese in quella palestinese mentre a quella ebraica sarebbero rimaste per lo più aree desertiche. Le loro intenzioni furono prese sul serio dagli ebrei che reclutarono tutte le risorse nazionali del loro neonato stato per contrastare l’attacco palestinese e quello degli eserciti di sette stati arabi.Dopo la sconfitta subita nel 1948, in seguito alla quale i palestinesi persero più di un terzo delle terre loro destinate, costoro persistettero nel rifiuto di negoziare una qualsiasi pace con Israele e di riconoscerne l’esistenza, anche in cambio di modifiche dei confini stabiliti al momento della tregua e di una soluzione del problema dei profughi. Il loro rifiuto fu inequivocabile, sia da un punto di vista ideologico che di principio, e da allora resiste con coerenza e fermezza. Anche dopo la grande sconfitta del 1967 gli stati arabi riuniti a Khartoum ribadirono tre punti fondamentali: no al riconoscimento di Israele, no alla pace e no al negoziato. Sarebbe stato facile per loro a quel tempo fingere di volere la pace, dare inizio a una trattativa per riappropriarsi dei territori persi, aspettare qualche anno, prepararsi a un conflitto armato e poi trovare un qualsiasi pretesto per sferrare un attacco. Eppure no, l’opposizione a Israele aveva assunto ai loro occhi quasi il valore di un dogma religioso. E i credenti non possono mentire o fingere su questioni inerenti a dogmi religiosi. Anche al Fatah ha portato avanti la linea negazionista per anni. Nonostante le pressioni internazionali e una situazione non facile, questa organizzazione non è stata in grado fino al 1988 di pronunciare la frase: sì, siamo pronti a riconoscere l’esistenza di Israele e a ottenere i vantaggi della pace. Lo stesso accade ora con Hamas, sottoposto a durissime pressioni sul piano economico e militare ma che parimenti si rifiuta di pronunciare la frase: «Siamo pronti a riconoscere la legittimità dello stato di Israele a queste o a quelle condizioni». Malgrado tra questa semplice frase e una realtà di pace vi sia un baratro difficilmente superabile, gli esponenti di Hamas si rifiutano di mentire a se stessi e di fare una dichiarazione blasfema ai loro occhi. Viceversa, quando gli arabi hanno detto: sì, siamo pronti alla pace in cambio della restituzione di territori, dicevano la verità. Il primo a farlo è stato il presidente egiziano Anwar Sadat agli inizi degli anni Settanta. Ma gli israeliani, che avevano creduto alle minacce di guerra dell’Egitto, non credettero ai suoi propositi di pace e chissà, forse la guerra dell’ottobre 1973 si sarebbe potuta evitare se nei primi anni Settanta, dopo la morte di Nasser, fosse stato avviato un serio negoziato con l’Egitto.La pace siglata nel 1979 ha dato però prova di stabilità malgrado gli sconvolgimenti avvenuti nella regione, e lo stesso è per la pace conclusa con la Giordania. Anche durante i bombardamenti israeliani su Beirut nel corso dell’ultima guerra gli ambasciatori egiziano e giordano a Tel Aviv non sono stati richiamati in patria per consultazioni, a dispetto delle critiche feroci dei loro paesi verso l’energico operato di Israele. Quindi, ora che il presidente siriano invia segnali di pace a Israele sono certo, in base all’esperienza passata, che le sue intenzioni sono sincere e che la pace da lui proposta in cambio della restituzione delle alture del Golan sarà genuina e stabile. È vero, il prezzo da pagare sarà altissimo. Lo sgombero dei centri abitati del Golan sarà un boccone amaro da mandar giù per la maggior parte degli israeliani. Le alture del Golan sono di grande valore strategico e non sono abitate da cittadini siriani sotto occupazione. Le sue cittadine e i suoi villaggi non sono sorti per ideologia religiosa e messianica e i suoi residenti sono in prevalenza laici. Ma la pace con la Siria ridurrebbe l’attività degli Hezbollah in Libano e neutralizzerebbe il pericoloso accordo anti israeliano tra Assad e l’Iran. La Siria riacquisterebbe legittimità agli occhi dell’occidente e farebbe ritorno nella famiglia delle nazioni non macchiate dal sostegno al terrorismo. Anche per Israele si aprirebbe uno spiraglio importante verso altri stati arabi e se i palestinesi si ritrovassero isolati nella loro lotta potrebbero abbandonare definitivamente il sogno di vedere distrutto lo stato ebraico e moderare le condizioni per raggiungere con esso una pace, in base alla proposta di Clinton durante il convegno di Camp David del 2000. Ma ci si può davvero fidare dei segnali di pace della Siria? A giudicare dall’esperienza maturata nei cento e più anni del conflitto arabo israeliano la risposta è decisamente positiva. Dobbiamo credere alle parole degli arabi sia quando essi minacciano Israele che quando lanciano segnali di pace. La legittimità di Israele è una questione troppo importante ai loro occhi per fingere di prendere posizioni in cui non credono. Sta a noi dunque raccogliere questi segnali e avviare una trattativa, difficile ma efficace.
13 dicembre 2006 dalla Stampa

martedì 10 luglio 2007

Gaza: denuncia dell'associazione israeliana Gisha


GAZA (10 luglio) - L'agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa) ha annunciato oggi la sospensione di un progetto del valore di 93 milioni di dollari per la costruzione nella Striscia di Gaza di case, scuole e acquedotti: «Siamo costretti a fermare i nostri lavori semplicemente perché ci manca il cemento» ha dichiarato John Ging, direttore del progetto a Gaza.
La parziale chiusura delle frontiere con Israele, in seguito alla presa del potere con le armi da parte di Hamas, sta mettendo in crisi l'economia della Striscia: «Non basta che venga autorizzato l'ingresso di cibo e medicinali - denuncia Ging - ma occorre ripristinare immediatamente la libera circolazione di tutte le merci». La mancanza di cemento, che normalmente viene importato attraverso i valichi come gran parte delle altre materie prime, sta di fatto bloccando, secondo Ging, anche i lavori di riparazione delle case e dei rifugi danneggiati dai bombardamenti, dove vivono 16mila profughi palestinesi.
L'interruzione del progetto dell'Unrwa mette adesso a rischio anche lo stipendio per 121mila palestinesi, che a vario titolo sono impiegati nei lavori di costruzione: «I nostri lavori sono anche una fonte vitale di impiego» avverte Ging. Secondo un rapporto pubblicato recentemente dall'organizzazione israeliana «Gisha», la chiusura delle frontiere ha già provocato nella Striscia di Gaza la chiusura del 75% delle fabbriche.

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=1097&sez=&npl=&desc_sez=
http://www.gisha.org/english/index_eng.htm

lunedì 9 luglio 2007

Halper : noi ricostruiremo le case dei palestinesi


.Per commemorare i 40 anni dall’inizio dell’Occupazione di Israele, avete lanciato una campagna in grande stile che prevede la ricostruzione di tutte le case palestinesi demolite. Puoi raccontare?L’Icahd fa parte di una coalizione di gruppi pacifisti israeliani, che svolgono varie attività, all’interno della quale da tempo ci stavamo in qualche modo preparando a questo 40° anniversario. Noi evidentemente volevamo fare qualcosa che avesse a che fare, che enfatizzasse la questione della demolizione delle case.

2 Diario di uno dei partecipanti al campo dell'ICAHD ]Lunedì, 23 luglio 2007A Hebron le case dei palestinesi hanno le finestre e i balconi chiusi da inferriate per proteggersi dalla violenza dei coloni. “Oh, il muro del mio cuore! Il mio cuore piange, non riesco a tacere… ascoltate, o gente folle, priva di intelligenza, che ha occhi ma non può vedere, ha orecchie ma non può sentire… che non prova dolore… vergogna… nessuno di voi agisce rettamente. Emendate il vostro modo di essere e le vostre azioni… non opprimete lo straniero, l’orfano e la vedova… non versate sangue d’innocente in questo luogo”.Poco prima della distruzione di Gerusalemme, circa 2500 anni fa, Geremia, il profeta di Anathoth (cioè Anata, dove noi stiamo ricostruendo le case) ebbe queste parole per la sua gente. Questi non vollero sentire e risposero che mentiva. Oggi alla vigilia del giorno in cui gli ebrei di tutto il mondo ricordano la demolizione del tempio di Gerusalemme, la distruzione della città e l’esilio della propria gente, non riesco a non piangere e a non provare vergogna e rabbia mentre assisto alle distruzioni che Israele sta imponendo ad altri, alle sofferenze che sta infliggendo in mio nome.dell’Icahd

Shlomo Ben Ami :"Israele ora tratti con Hamas

I tentativi del presidente palestinese Abu Mazen sono lodevoli, ma oggi Israele ha un solo possibile interlocutore politico: Hamas». La liberazione del giornalista della Bbc, favorita dal «governatore» di Gaza Ismail Haniyeh, è una conferma per Shlomo Ben-Ami: «Hamas ha deciso di fare politica e si è messo sulla via del compromesso, è stato un grave errore non riconoscerne la vittoria elettorale». Classe 1943, ministro degli Esteri israeliano del governo Barak durante le trattative di Camp David, ex ambasciatore in Spagna, docente di Storia contemporanea all'Università di Tel Aviv, Shlomo Ben-Ami è un uomo di negoziato estraneo ai sofismi diplomatici. La villetta dove vive a Kefar Sava, due piani e un cortile senza pretese nell'hinterland di Tel Aviv, lo rappresenta: spartana, molti libri e pochi mobili, nessuna concessione al design. Su un tavolino l'edizione italiana del suo libro, «Palestina. La storia incompiuta. La tragedia arabo-israeliana» (Corbaccio).Perché il governo israeliano dovrebbe fidarsi di Hamas se titubano anche i palestinesi della Cisgiordania?«Oggi non ci sono le condizioni ideologiche e politiche per la fine delle ostilità tra israeliani e palestinesi, al massimo si può puntare a una tregua duratura. Ed è quel che Hamas propone ad Israele: entrambi non sono pronti ad altro che a una pausa. Abu Mazen vuole la pace definitiva ma è sostenuto da Fatah, un'organizzazione anarchica, disorganizzata, sconfitta da Hamas perché frammentaria. Inoltre l'iniziativa di Hamas indebolisce la capacità di compromesso del governo palestinese rendendolo un guscio vuoto. Dovremmo accontentarci di un processo graduale che metta radici nella società palestinese e dia a Israele confini più sicuri».Come possono dialogare due parti che non si riconoscono reciprocamente?«Hamas ha vinto le elezioni democraticamente, dobbiamo accettarlo. La pace non è un obiettivo del partito islamico di Haniyeh, composto da molte anime alcune delle quali terroriste, ma nel momento in cui ha accettato di fare politica e partecipare al voto si è messo sulla via del pragmatismo e del compromesso. Ha venduto un pacchetto agli elettori: se la vita dei palestinesi resterà la stessa e gli attacchi israeliani continueranno sarà penalizzato. Israele non ha il coraggio di fare il primo passo verso Hamas, è stato l'ultimo Paese a riconoscere Fatah e solo dopo lo sdoganamento degli americani. Ma non capisco perché l'Europa non ci aiuti, perché abbia isolato Hamas seguendo in modo acritico l'iniziativa dell'amministrazione Bush. E' un errore. Alla fine il presidente Abu Mazen sarà costretto a tornare agli accordi della Mecca e contrattare con Hamas un governo di unità nazionale».Molti israeliani dichiarano di volere la pace ma secondo i sondaggi il candidato premier favorito è Netanyahu, non proprio una colomba. Non c'è contraddizione?«La maggior parte del Paese è pronta a una soluzione “due popoli e due Stati” molto vicina ai confini del '67, solo che non si fida dei palestinesi. Politicamente ci siamo spostati a sinistra, siamo convenuti al sacrificio della terra, ma culturalmente a destra. La disponibilità d'Israele alla pace è accademica. Anche Sharon in teoria sosteneva il disimpegno da Gaza e Cisgiordania ed era popolare perché voleva restituire i territori palestinesi senza dover negoziare. Il ritiro unilaterale è stato il frutto di questo ragionamento e ha fallito. Ora gli israeliani sono scettici e soprattutto stanchi della questione palestinese».Come se ne esce?«Il problema è che dopo la seconda Intifada anche il mondo ha cominciato a stancarsi della questione palestinese, s'inizia a parlare di alternative all'ipotesi “due popoli due Stati” tipo una confederazione giordano-egiziana. Israele, dal canto suo, si sta abituando a convivere con il problema. L'economia va bene e cresce del 7 per cento l'anno, l'high tech è fortissimo, c'è un surplus di budget e la paura di Hamas ha ammutolito anche i nostri critici. Siamo una “villa in the jungle", per usare un'espressione di Barak, e se questo significa vivere con un Tarzan che ci protegge - ieri Sharon, oggi Netanyahu, domani Barak - pazienza. Da soli siamo incartati, senza via d'uscita: abbiamo bisogno di un aiuto esterno».Si riferisce agli Stati Uniti?«Sono gli unici a poter lanciare una coalizione di pace internazionale che comprenda il quartetto e i Paesi arabi e offra incentivi economici e militari. Ai palestinesi deve essere garantito un periodo di transizione per costruire le istituzioni, riformare la sicurezza, avviare l'economia. Una fase-prova di pace che solo Hamas può negoziare con Israele».E l'Italia? E' appena arrivato a Gerusalemme il premier italiano Romano Prodi: ha un messaggio per lui?«Prodi è un ospite particolarmente benvenuto in Israele. Rispetto al governo Berlusconi è mutato lo stile ma la politica internazionale non è cambiata e non cambierà. E questo, sommato all'impegno in Libano, rende l'Italia molto apprezzata nel nostro Paese. Eppure resta un passo indietro: perché, come l'Europa, tardate ancora a riconoscere Hamas? Perché seguire ciecamente la linea tracciata da Bush anche dopo la sconfitta della strategia irachena? La tentazione ideologica dell'assoluto ha rovinato questa terra dove invece tutto è relativo, compreso Hamas»

Dalla Stampa del 9-7 2007 di F .Paci

sabato 7 luglio 2007

G.Levy: falciare l'erba a Nablus




Cosa fanno per 21 ore, imprigionate in una sola stanza, 28 persone tra cui numerosi bambini, alcuni molto piccoli? Come passano il tempo che si trascina? Come calmano ibambini che piangono e sono terrorizzati? Come curano la nonna dalla salute fragile? Proibito accendere la luce, proibito accendere la tivù, proibito parlare. Soldati armati all’entrata della camera. I cellulari confiscati. Provate ad immaginare la scena. E’ permesso andare alla toilette ma solo dopo aver avuto l’autorizzazione, I pannolini usati si ammucchiano in un angolo della stanza. Due donne sono state autorizzate ad andare a cucinare, ma solo dopo lunghe trattative.continua

Diari e altro

Jeff Halper per icahd : Israele e l'apartheid


Sabato 01 Agosto 2009 09:26 Jeff Halper
25 maggio 2009
 Dopo il suo incontro con il Presidente Obama il Primo Ministro di Israele Netanyahu avrebbe pronunciato le magiche parole “due stati”?
Tutta Israele stava con il fiato sospeso, ma lui non l'ha fatto. La distanza fra i due comunque è tanta che neppure quelle parole l'avrebbero potuta colmare. Obama è alla ricerca -io ritengo sinceramente, forse urgentemente- di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese, che egli comprende essere una pre-condizione per andare avanti su questioni mediorientali più grandi e pressanti. Netanyahu, che rifiuta persino l'idea di quel mini-stato palestinese a malincuore accettato da Barak, Sharon e Olmert, persegue uno stato permanente di “immagazzinamento” in cui i Palestinesi vivano eternamente in un limbo di “autonomia” definito da un Israele che li racchiuda e li controlli. Il pericolo, di cui dovremmo essere tutti consapevoli, è che le due parti si possano accordare sull'apartheid – l'istituzione di un bantustan palestinese che non possieda né una vera sovranità né l'autosufficienza economica.

Da parte sua, sembra che Obama sia consapevole del forte legame fra il conflitto israelo-palestinese e l'ostilità verso l'Occidente così diffusa nel mondo islamico. La sua amministrazione è stata esplicita sulla necessità di fare progressi in Palestina per trattare il tema del nucleare iraniano, e la sua abilità di ritirarsi dall'Iraq, stabilizzare l'Afghanistan e il Pakistan e di affrontare la sfida che l'Islam politico rivolge agli stati arabi “moderati” dipende anche, in misura significativa, dalla creazione di una nuova relazione con il mondo musulmano, che non si può ottenere senza porre fine alla Occupazione israeliana.

Netanyahu ed il suo Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman hanno già presentato le linee della loro nuova “ricontestualizzazione” del conflitto:
  • la minaccia iraniana è prioritaria, unisce gli USA e Israele in una alleanza strategica e rende marginale la questione palestinese;
  • slogan (come li definisce Lieberman) quali occupazione, colonie, coloni, terra in cambio di pace e persino la “semplicistica” soluzione dei due stati devono essere abbandonati per favorire il “processo” secondo un nuovo slogan: “economia, sicurezza, stabilità” - che significa migliorare l'economia palestinese e nel contempo garantire la sicurezza di Israele. Ne risulterebbe una stabilità (Lieberman cita a modello la situazione “stabile” fra le popolazioni greca e turca di Cipro sotto l'occupazione turca) che in qualche modo faciliterà qualche vago futuro processo di pace;
  • Israele continuerà ad espandere i suoi “fatti compiuti”. Proprio il giorno prima dell'incontro Netanyahu-Obama era stata annunciata la costruzione di una nuova colonia: Maskiot, nella Valle del Giordano, il primo insediamento in 26 anni. Due giorni dopo il ritorno da Washington, Netanyahu inoltre ha dichiarato: “la capitale di Israele è Gerusalemme. Gerusalemme è sempre stata nostra e sempre lo sarà. Non verrà mai più frazionata e divisa.” L'annuncio aggiungeva che si continuerà a costruire all'interno dei “blocchi degli insediamenti”. Giusto un mese prima, il giorno che Hillary Clinton e George Mitchell dovevano arrivare nel Paese, il governo israeliano aveva annunciato che avrebbe eseguito imponenti demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme. Questo approccio di aperta sfida segnala all'Amministrazione USA che Israele non intende accettare dictat, come si esprime il Ministro per gli Affari Strategici Moshe Ya'alon, e vuole testare quanto sarà disposto a fare sul serio Obama.
  • Sia gli USA sia Israele sollecitano un maggior coinvolgimento degli stati arabi nel processo di pace, ma anche di questa questione Israele ha una sua visione particolare. Mentre gli USA stanno elaborando un approccio globale alla pace e stabilità dell'intera regione mediorientale (quella che il re Abdullah di Giordania chiama la “soluzione dei 57 stati” per cui l'intero mondo arabo e musulmano riconoscerebbe Israele in cambio della fine dell'occupazione), la formula israeliana di anteporre la “pace economica” a qualsiasi accordo di pace politicamente definito cerca di creare uno stato di normalizzazione fra Israele ed il mondo arabo-musulmano che relegherebbe per un tempo indefinito la questione palestinese in secondo piano. Considerati i trascorsi dei cosiddetti stati arabi “moderati” e l'ostilità che essi, come Israele, nutrono contro una maggiore influenza dell'Iran, un loro coinvolgimento non promette necessariamente bene per i Palestinesi.

E poi ci sono tutti i meccanismi per ritardare o minacciare i negoziati:
  • creare insormontabili ostacoli politici, come la richiesta che i Palestinesi riconoscano Israele come “stato ebraico”. Netanyahu sa bene che i Palestinesi non l'accoglieranno. Tale riconoscimento pregiudicherebbe lo status di uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele, un buon 20% della popolazione israeliana. Esso aprirebbe anche la strada per un'ulteriore pulizia etnica (“trasferimento” secondo il gergo israeliano). Quando era Ministro degli Esteri, Tzipi Livni aveva affermato con chiarezza che il futuro dei cittadini arabi-israeliani sta in un futuro stato palestinese, non certo in Israele. E non dimentichiamoci che l'anno scorso il Parlamento israeliano ha approvato una legge che richiede la maggioranza dei due terzi, il che equivale ad una soglia impossibile da raggiungere, per approvare qualsiasi cambiamento nello status di Gerusalemme. Su altre questioni, quali lo smantellamento degli insediamenti o la ratifica di qualsiasi accordo di pace, si approveranno, con il sostegno del governo, leggi dello stesso tipo.
  • Ritardare l'applicazione. OK, dice il governo israeliano, negoziamo, ma l'applicazione di ogni accordo sarà subordinata alla completa cessazione di qualsiasi resistenza da parte dei Palestinesi. “Sicurezza prima della pace” è il modo di esprimersi del governo israeliano. Dal momento, però, che non vi è mai stato alcun indizio che Israele darebbe il suo consenso ad uno stato palestinese autosufficiente, e poichè Israele considera qualsiasi forma di resistenza, sia armata sia nonviolenta, come una forma di terrorismo, “sicurezza prima della pace” in realtà significa “fermate ogni resistenza e può darsi che avrete uno stato.” L'inghippo qui è che se i Palestinesi cessano la loro resistenza, essi sono perduti. Senza la pressione palestinese, Israele e la comunità internazionale rimarrebbero senza alcuna motivazione per fare le concessioni necessarie ad una vera soluzione. Ed anche se si raggiungerà un accordo, “sicurezza prima della pace” significa che esso non verrà attuato finchè Israele non deciderà unilateralmente che le condizioni sono mature. Questo cosiddetto “accordo a palchi” continua ad erigere altri ostacoli insormontabili davanti a qualsiasi processo di pace.
  • Proclamare uno stato palestinese “di transizione”. Se tutto il resto fallirà – dato che un vero negoziato con i Palestinesi o la fine dell'Occupazione sono fuori questione- gli USA, su lascito israeliano, possono riuscire a saltare la fase 1 della Road Map e passare direttamente alla fase 2, che richiede la proclamazione di uno stato “transitorio” palestinese prima della definizione dei suoi effettivi confini, territorio e sovranità. Questo è l'incubo dei Palestinesi: venire rinchiusi per un tempo indefinito nel limbo di uno stato “transitorio”. Per Israele invece questa è la soluzione ideale, in quanto offre la possibilità di imporre i confini e di espandersi nelle aree palestinesi mostrando però nel contempo di rispettare il cammino della Road Map.
Inutile dire che tutto ciò serve ad evitare una vera soluzione a due stati, idea che suona semplicemente come un'anatema per il governo a guida Likud. Più di un decennio fa Netanyahu aveva enunciato la sua visione di auto-determinazione per i Palestinesi: una via di mezzo fra “meno-di-stato e più-di-autonomia”. Il termine migliore, per quanto squallido, per definire ciò che Israele ha in serbo per i Palestinesi è immagazzinamento, uno stato permanente di controllo e soppressione in cui le vittime scompaiono dalla vista e la loro situazione, spogliata di qualsiasi contenuto politico, diviene una non-questione.
Per quanto l'Amministrazione Obama possa autenticamente desiderare una soluzione basata su due stati autosufficienti e possa capire persino tutti i trucchi di Israele, è pure chiaro che senza una pressione significativa essa non potrà realizzarsi. Ed ecco dove sorge il vero problema. L'asso nella manica di Israele è sempre stato il Congresso USA, dove gode praticamente di un unanime sostegno bipartisan. E lo stesso Partito Democratico di Obama, che ha ricevuto quasi l'80% dei voti degli Ebrei statunitensi, è sempre stato molto più “proisraeliano” di quello Repubblicano. Potrebbe anche darsi che, per quanto Obama e Mitchell cerchino di indirizzare la politica americana in modo nuovo, più assertivo, i leader del suo partito si tirino indietro, per timore di non essere rieletti.
In questo caso, il compromesso fra il desiderio di risolvere il conflitto e l'incapacità di indurre israele a ritirarsi dai Territori Occupati in modo da fare emergere uno Stato palestinese autosufficiente potrebbe anche tradursi in una forma di apartheid. La differenza fra uno Stato palestinese autosufficiente ed un Bantustan è questione di dettagli. Ci sono già segni che l'Amministrazione Obama autorizzerà Israele a conservare i principali blocchi di colonie, compresa una “Grande Gerusalemme”, ed impedirà ai Palestinesi di ottenere la sovranità sui confini con gli Stati arabi vicini. Poichè solo una minoranza è in grado di comprendere appieno il significato cruciale di tali dettagli, Israele è convinta di potere disegnare con diplomazia una situazione di apartheid spacciandola per una soluzione a due stati. Nel corso degli ultimi decenni il lavoro della società civile è stato quello di costringere i governi ad adempiere alle proprie responsabilità ed iniziare un processo politico che porti effettivamente ad una pace giusta fra Israeliani e Palestinesi. Ora che questo processo si avvicina, il nostro compito è di fare in modo che sia un processo onesto.



venerdì 6 luglio 2007

Uri Avnery:40 brutti anni di occupazione


Quando tiriamo le somme di tutti i danni che l'occupazione ci ha fatto –anche a noi, non solo alle vittime dirette, gli abitanti dei territori occupati – non dimentichiamoci di questo. L'occupazione corrompe la
memoria nazionale. Infanga non solo il presente, ma anche il passato,non solo agli occhi del mondo, ma anche ai nostri stessi occhi.CONTINUA

Pontoniere:Come vincere al qaeda

Gli attacchi di Londra e Glasgow dimostrano che l'isolamento sociale delle minoranze etniche ha prodotto una immagine oppressiva dell'Occidente che rende antagoniste le masse giovanili emarginate delle metropoli occidentali e i discendenti degli immigrati. E mentre c'è ancora la possibilità di sventare gli attacchi, sarebbe velleitario illudersi di poter eliminare del tutto il pericolo di una loro riuscita. Le tecnologie per scoprire coloro che trasportano esplosivi ci sono già e vanno usate a pieno campo. Però il terrorismo islamico non si vince solo adottando l'opzione militare e rafforzando le misure di sicurezza. Non si può fare politica internazionale usando solo la cartina di tornasole della guerra al terrorismo, questo non è un mondo a una sola dimensione. Bisogna rompere il fronte dell'alienazione. È necessario stabilire un dialogo con i rappresentanti eletti delle popolazioni medio-orientali. E sebbene sia impossibile eliminare del tutto il terrorismo di ispirazione religiosa, vincere è possìbile. Occorre solo decidere di giocare a tutto campo e non limitarsi esclusivamente a demonizzarli. Così parla Brian Michael Jenkins, padre dell'antiterrorismo moderno, all'indomani dei fatti inglesi e della strage nello Yemen.Impegnato da oltre 40 anni nel campo della sicurezza, Jenkins è la massima autorità mondiale in fatto di lotta al terrorismo e all'eversione armata. Comandante dei berretti verdi in Vietnam, ex direttore della Kroll Associates, consigliere speciale per la sicurezza del Vaticano e della chiesa inglese, Jenkins è assistente speciale del presidente della Rand Corporation. Membro della commissione presidenziale statunitense sulla Sicurezza aerea e consulente della commissione nazionale Usa sul Terrorismo, Jenkins è anche autore di vari libri. L'ultimo, 'Unconquerable Nation', in cui esplora tutti i temi salienti della lotta al terrorismo, è stato pubblicato lo scorso settembre per i tipi della Rand.Che conclusioni si possono trarre dall'analisi dei recenti attacchi inglesi?"Due conclusioni, una positiva e l'altra negativa".Cominciamo con la negativa,"Al Qaeda ormai non è più nemmeno una ideologia, è diventata una narrativa epica nella quale si riconoscono le masse giovanili diseredate, da Karachi alla Scozia. Una narrativa nella quale i giovani prendono le armi contro l'Occidente oppressivo nel nome di Allah, ma anche per riaffermare la loro dignità di esseri umani e per il diritto di esprimersi pienamente per quello che sono, senza temere d'essere criminalizzati o emarginati".E la positiva?"Siamo riusciti a compromettere seriamente la loro capacità di preparare attacchi mortali. Questa era gente che voleva uccidere, ma non aveva le capacità tecniche e l'intelligenza necessarie a preparare un attentato fatale. Questo avviene per due ragioni. La prima è che le reclute non stanno ricevendo più il training necessario e l'altra è che probabilmente abbiamo distrutto molti dei loro campi e prosciugato i loro finanziamenti. Inoltre ci troviamo di fronte a elementi marcatamente meno estremisti, per esempio non si sono immolati con le loro bombe come fanno in Iraq, in Afghanistan e adesso anche nello Yemen".Ci saranno altri attentati?"Non ne dubito. E purtroppo non si può escludere che qualche volta andranno anche a segno. In fondo i terroristi devono riuscire a colpire una sola volta per fare danni irreparabili e purtroppo le forze di polizia non possono prevenire tutti gli attacchi al 100 per cento. È una situazione simile a quella degli anni di piombo europei, quelli delle Brigate rosse e della Baader Meinhoff. Al contrario dei terroristi rossi, il cui discorso era ideologico, questi fanno appello al senso eroico dei giovani, prospettano una battaglia di carattere planetario. C'è del romanticismo nel loro messaggio e questo è un elemento estremamente pericoloso".Come lo si neutralizza?"Inserendo maggiormente le minoranze etniche, non trattando i figli degli emigrati come se fossero degli stranieri in casa propria. Gli europei hanno una minoranza islamica che è significativamente più numerosa di quella americana e non si può negare il fatto che gli europei, e soprattutto gli inglesi, stiano facendo un lavoro miserabile sul versante dell'integrazione. I cittadini di colore e quelli che hanno un accento in Europa diventano ombre che scivolano lungo i muri. Un po' perché temono di essere criminalizzati, cosa che accade molto spesso, e poi anche perché i bianchi non li vedono affatto fino a quando non ne hanno bisogno per far svolgere i lavori più umili".Esistono delle specificità inglesi?"Sì, a parte il trattamento ingiusto degli immigrati di seconda, terza e quarta generazione, c'è il fatto che la Gran Bretagna paga lo scotto del suo passato imperialistico. Non è un fatto che ha a che fare solo con la sua politica in Iraq o in Afghanistan. Ma fa rivivere le ingiustizie commesse in Medio Oriente, in Asia centrale, nella Penisola indiana, in Africa. Inoltre gli inglesi sono stati molto disattenti e come risultato della loro superficialità hanno formulato la lotta al terrorismo, volontariamente o involontariamente che sia non fa differenza, in una cornice fortemente anti-islamica. Non si può leggere infatti in nessun altra maniera la loro decisione di nominare Salman Rushdie cavaliere dell'impero. Come si fa a insignire con l'onoreficenza di Stato più alta una persona che ha ancora una fatwa nei suoi confronti? Non che voglia contestare il diritto alla libertà di parola di Salman Rushdie, ma la sua nomina appare purtroppo come uno schiaffo in faccia ai musulmani".Lei pensa quindi che ci sia un collegamento tra atti per così dire anti-islamici e gli attacchi?"Certo diventa difficile escluderlo, anche alla luce della posizione europea e statunitense nei confronti di Hamas nella striscia di Gaza".Si spieghi, per favore."La decisione dei governi occidentali si qualifica solo in termini anti-islamici. Hamas non è certamente il male peggiore e poi sono stati eletti, sono una realtà, bisogna cercare il dialogo. Teniamo rapporti con tantissimi governi dalla reputazione dubbia e apertamente ostili nei confronti dell'Occidente, perché non Hamas? Che cosa ne guadagniamo se non di spingere molti giovani nelle braccia dell'estremismo armato?".Gli attentati in Gran Bretagna sono falliti. Ma il loro effetto sull'opinione pubblica è stato comunque agghiacciante e le libertà individuali vengono ristrette ulteriormente. Cosa ci si deve aspettare su questo fronte?"Siamo tutti spettatori impotenti sul treno della lotta al terrorismo. La lotta al terrorismo non sta solo limitando le nostre libertà personali, ma sta appiattendo anche la nostra politica estera. Tutto viene visto attraverso la lente della lotta al terrorismo. I problemi diventano bidimensionali, se non sei con noi sei contro di noi. La politica estera è fatta di decisioni sul piano dell'economia, degli scambi culturali, degli accordi commerciali, dei programmi di aiuto internazionale, delle inziative ambientali. Non si può giudicare la loro efficacia solo se funzionano dal punto di vista della lotta al terrorismo. Dobbiamo capire se affrontano i problemi reali con i quali ci dobbiamo confrontare e che sono quelli del lavoro, della difesa dei diritti umani e di quelli sindacali, della distribuzione equanime delle risorse naturali, della difesa dell'ambiente, della giustizia sociale e dell'abbattimento delle barriere commerciali e delle tariffe".Si può vincere contro il terrorismo?"Ma certo. Si vince da posizioni di forza e non intendo di forza militare. La risposta militare conta probabilmente solo per il 5 per cento di quello che dobbiamo fare. La forza ci viene dal radicarci nelle nostre tradizioni di libertà e democrazia, dal rispetto delle convenzioni internazionali, dal coinvolgimento dei cittadini e dal rispettare i diritti dei dissenzienti. Alla fine vinceremo, come già nel passato, ma lo faremo solo se sapremo camminare a testa alta. Non sono sicuro che questo possa accadere con i governi attuali"

Espresso del 6 luglio