israele: Qalandia e la disumana realtà dei checkpoints




Lo scopo del machsom è umiliare i palestinesi, rendere la loro vita impossibile nella speranza che, prima o poi, se ne vadano” sostiene Roni Hammermann, fondatrice di Machsom Watch, l'organizzazione di pacifiste israeliane che documenta e cerca di prevenire soprusi ai posti di controllo.Ma perché sostituire i militari a guardia dei checkpoint con dei contractor? Per risparmiare, era stato ipotizzato alla comparsa del fenomeno che si sta allargando a macchia d'olio. “Non è così - scuote la testa Hammermann -, i soldati costano meno. Questo cambiamento nasce dal tentativo dello Stato di lavarsi le mani per quello che succede ai posti di controllo. Anche se c'erano spesso scontri, in passato con i soldati si discuteva, si potevano tentare delle mediazioni. Oggi con le apparecchiature elettroniche e i contractor non è più possibile”.E per quale motivo il controllo della sicurezza in Israele dovrebbe cercare di diventare invisibile? si è chiesto Eyal Weizman nel suo “Architettura dell'occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele” (Bruno Mondadori). Scrive Weizman: La Quarta convenzione di Ginevra del 1949 “stabilisce che la potenza occupante si assuma la responsabilità di gestire le istituzioni che regolano, in questo caso, la vita dei palestinesi sotto occupazione. Tuttavia con il pretesto dei costi della quotidiana amministrazione di tre milioni e mezzo di palestinesi e di quelli causati dalla violenta resistenza durante le due Intifada (dal 1987 al 1993 e dal 2000 a oggi), Israele ha cercato di giustificarsi e liberarsi dalle responsabilità, senza perdere il totale controllo della sicurezza”.Sono 52 i posti di blocco censiti e monitorati quotidianamente (due turni, mattina e pomeriggio) dalle 250 volontarie di Machsom Watch: dalla A di Anin, che divide l'omonimo villaggio cisgiordano dalla città arabo-israeliana di Umel-Fahm, alla Z di Zif, un semplice sbarramento che nel sud della Cisgiordania blocca la strada 356.
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