martedì 26 dicembre 2006

Omicidi mirati l'Alta Corte di Israele pone ferrei limiti





Editoriale di Haaretz, 18 dicembre 2006

La sentenza dell’Alta Corte di Giustizia sulla legalità degli omicidi mirati non da carta bianca a questi assassini, ne’ aiuta le forze di sicurezza israeliane a compierli. Li rende anzi più difficili, considerato che la decisione fissa per la prima volta ferree regole che rendono gli omicidi mirati un’eccezione che deve essere usata con misura
hi si occupa di sicurezza dovrebbe leggere almeno le ultime tre pagine della sentenza, scritta dal presidente della Corte Suprema Dorit Beinisch. Esse contengono una chiara definizione di ciò che è permesso e ciò che è proibito, in pratica un sommario degli argomenti discussi a lungo dall’ex presidente della Corte Suprema Aharon Barak. Nonostante l’Alta Corte non abbia accolto la richiesta di mettere fuori legge gli omicidi mirati, le direttive stabilite assicurano che ogni omicidio che vada oltre questi limiti venga sottoposto al vaglio della magistratura. Se dovesse emergere, anche retrospettivamente, che un omicidio mirato è illegale, si potrebbe arrivare a un processo e al pagamento di un risarcimento ai civili innocenti coinvolti.
La corte non ha accettato la posizione dello stato, che chiedeva un nuovo status di “combattente illegale” per tutti i coivolti nel terrorismo. L’Alta Corte ha affermato, piuttosto, che coloro che sono coinvolti nel terrorismo sono civili che hanno perso la protezione garantita ai civili “per il periodo di tempo in cui prendono parte ad atti ostili”. Non devono essere considerati pericolosi a tempo indefinito, e il fatto che continuino a costituire una minaccia deve essere verificato attentamente prima che sia deciso un omicidio mirato. Questa decisione non deve essere una vendetta , una punizione o un deterrente, ma solo un atto di prevenzione, e le informazioni che rendono un qualsiasi civile un partecipante ad atti ostili devono essere sufficientemente fondate. La minaccia deve essere “forte e persuasiva” e l’individuo deve essere implicato in “un’azione in corso che non si limiti un atto sporadico o unico”
L’Alta Corte ha poi stabilito due ulteriori garanzie per un omicidio mirato: questa misura non può essere adottata quando si può compiere un arresto senza mettere a rischio la vita dei soldati; e un omicidio mirato deve essere evitato se può portare a a un ferimento di civili innocenti sproporzionato. In nessun modo la sentenza dell’Alta Corte deve essere vista come una licenza a “uccidere arbitrariamente”.
http://www.medioriente.net/?q=israele_nessuna_licenza_d_uccidere_per_gli_omicidi_mirati
http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=14343
allegati
http://www.hakeillah.com/5_03_24.htm(correlazione omicidi mirati e attentati)

lunedì 25 dicembre 2006

MAGA'.ebrei ed arabi dialogano con musiche

ebrei e arabi dialogano con musiche e immagini

1MILANO - «MAGÀ»:
IN ebraico, tocco. Contatto, anche. Quindi, incontro. «Magà»: uno spettacolo - in prima mondiale questa sera alle 21, a Palazzo Reale, nella Sala delle Cariatidi - che non è solo uno spettacolo. «Va letto a due livelli - spiega Alessio Mazzolotti, 31 anni, autore teatrale e televisivo, che l’ha ideato -: uno spettacolo, appunto, costola della grande mostra "Israele Arte e Vita 1906-2006", ma anche un’esperienza, il tentativo di una task force di artisti di tutto il mondo di parlare di luoghi o di situazioni».Mazzolotti, che significa in concreto «parlare di luoghi e situazioni»?«"Magà" ha un altro padre: Yuval Avital, chitarrista, compositore e direttore d’orchestra israeliano. Insieme siamo partiti dalla volontà di creare un ponte fra Oriente e Occidente. E, insieme, tra forme d’arte differenti: musica, cinema, teatro, video art. Ed è nato questo spettacolo, che intende celebrare la vita quotidiana in Israele con serenità e profondità, ma senza stereotipi, anzi, mostrandone pure le profonde contraddizioni».Un mix di musica e cinema?«Una sfida. Una serie di sfide. Quattro musicisti: due uomini, Yuval Avital e Wisam Gibran, due donne, Raneen Hanna e Yael Tai. Si fronteggiano attorno a un totem bianco: l’albero del bene e del male. La prima fase di tutte le coppie di opposti che presentiamo ed esploriamo».Immagini che scorrono, mentre il «quartetto» suona e canta.«Non solo. Volendo raccontare il quotidiano, perchè non far parlare gli stessi musicisti? Così, mentre loro si esibiscono, sul totem scorrono brandelli di loro interviste: l’infanzia, le paure, i sogni. Insomma, la normalità. E la loro musica e le loro voci divengono la colonna sonora dal vivo dei loro stessi interventi».Il ruolo del pubblico? Passivo, come sempre?«Tutt’altro. La gente si siederà per terra, in cerchi concentrici: metafora di un rito ancestrale, la tribù attorno al fuoco. Gli "spettatori" si troveranno poi alle spalle grandi specchi, su cui verranno proiettate le immagini degli alberi che Rafael Yossef Herman ha ritratto nel deserto, in notti di luna piena: colori incredibili, niente ombre. Così anche il pubblico diviene parte attiva».E, al termine, gusterà un «rinfresco» particolare.«Sì: pane, olio e vino. Da duemila anni forme di dialogo mediterranee».

Il Giorno 20/12/2006



sabato 23 dicembre 2006

Amira Hass: Israele e Apartheid


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Famiglie diviseMolti abitanti di Tulkarem e Qalanswa appartengono agli stessi clan e tradizionalmente si sposano tra loroInternazionale 671, 7 dicembre 2006Il messaggio nella segreteria telefonica sembrava urgente: una voce femminile mi implorava di richiamare e spiegava brevemente il problema.

Quando le ho telefonato, la donna non ha perso tempo in formalità: "Sono appena tornata dall'ospedale, dove sono stata operata. Lì ho incontrato una giovane di Qalanswa, un villaggio palestinese d'Israele, sposata a un uomo di Tulkarem (città palestinese occupata)".Molti abitanti di Tulkarem e Qalanswa appartengono agli stessi clan e tradizionalmente si sposano tra loro. Da una zona all'altra ci vogliono otto minuti in macchina: questo, perlomeno, prima che fosse costruito il muro di separazione.Dal 1991 i palestinesi non possono entrare in Israele senza un permesso individuale, e dallo scoppio dell'attuale intifada un decreto militare vieta agli israeliani (compresi gli arabi israeliani) di entrare nelle città palestinesi. Molti hanno violato questa norma, che comunque nell'ultimo anno non è stata applicata rigidamente. "La donna di Qalanswa dovrebbe sottoporsi a inseminazione artificiale, e per questo ha bisogno del marito (al quale una legge israeliana vieta di vivere con lei in Israele). Lei non vuole fare l'inseminazione in un ospedale dei Territori occupati, perché teme che un eventuale figlio perderebbe ogni diritto in Israele. Per favore, dicci come ottenere un permesso d'ingresso in Israele per suo marito".A forza di scrivere sul sistema israeliano dei permessi sono diventata un'esperta della burocrazia dell'occupazione, e la persona al telefono lo sapeva. Innanzitutto l'ho rassicurata che – almeno finora, per quanto ne so – il luogo in cui si trova l'ospedale non può determinare i diritti del nascituro.In secondo luogo abbiamo concordato che la giovane di Qalanswa dovesse prima riprendersi e poi contattare una qualche ong israeliana per avere un parere. Infine ho detto anche a lei di cercare di ristabilirsi. Ma la donna al telefono aveva una gran voglia di condividere le sue emozioni: "Il mio letto era accanto al suo. Sono originaria dell'Iraq e parlo l'arabo. Era stupita di avere vicino un'ebrea così cordiale con lei.Le ho detto che non tutti gli israeliani sono uguali, che ce ne sono migliaia come me, che non approvano le politiche ufficiali". Più di ogni altra cosa, la donna era amareggiata per le leggi, i regolamenti e i muri israeliani che separano le famiglie. È dovuta finire in ospedale per capire di persona quello che prima aveva solo letto.
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Apartheid
Il nuovo divieto militare mi colpisce di persona. Vivo in Cisgiordania e spesso do un passaggio a dei palestinesiInternazionale 669, 23 novembre 2006Lunedì scorso sono stata presa da una sensazione di sconforto.

venerdì 22 dicembre 2006

URI AVNERY: Uccideteli, Uccideteli tutti



Uccideteli! Uccidete tutti! Tutti!C'è un solo modo di vincere una guerra in Libano: evitarla.
Uri Avnery
Durante la prima guerra del Libano, sono stato a Jounieh, una città a circa 20km a nord di Beirut. A quell'epoca era usata come porto per le forze cristiane. Era una serata eccitante.
Nonostante la guerra stesse imperversando nella vicina Beirut, Jounieh era piena di vita. L'elite cristiana aveva passato la giornata sulla marina assolata, le donne in bikini, gli uomini a sorseggiare whisky. Noi tre (io e altre due giovani donne della mia redazione, una corrispondente e una fotografa) eravamo gli unici israeliani in città, e così ci facevano festa. Tutti ci invitavano nei loro yacht, e una ricca coppia insistette che andassimo a casa loro come ospiti per una ricorrenza familiare.
Era qualcosa di davvero speciale. Le decine di parenti appartenevano alla crema dell'elite, ricchi commercianti, un pittore ben conosciuto, diversi professori universitari. I drink scorrevano come acqua, anche la conversazione risuonava in varie lingue.
Verso mezzanotte, tutti erano leggermente ubriachi. Gli uomini mi coinvolsero in una conversazione "politica". Sapevano che ero israeliano, ma non avevano idea delle mie opinioni.
"Perché non vai a Beirut Ovest?" mi chiese un corpulento gentleman. Beirut ovest era in mano alle forze dell'OLP di Arafat, che difendevano centinaia di migliaia di abitanti Sunniti.
"Perché? A che scopo?" domandai.
"Che vuoi dire? Per ucciderli! Ucciderli tutti!".
"Tutti? Anche le donne e i bambini?"
"Naturalmente! Tutti!" continua qui   
Documento originale Kill Them! Kill Everyone! All Of Them!Traduzione di Paola Merciai per PeaceLink

lunedì 18 dicembre 2006

RabbinoLerner: guerra tra palestinesi colpa israeliana


La guerra civile quasi in corso fra i palestinesi è colpa dell'occupazione israeliana: finché non finirà non risolveremo la questione mediorientale, non stabilizzeremo l'Iraq, e non sconfiggeremo i terroristi».


Il rabbino Michael Lerner, direttore della rivista Tikkun, era uno dei consiglieri preferiti da Bill Clinton e sua moglie Hillary. Questo spiega la posizione sulla crisi mediorientale, opposte a quella dell'amministrazione Bush.
I palestinesi si sparano fra di loro e lei incolpa Israele?
«Hamas e Fatah si stanno scontrando per una divergenza tattica su come porre fine all'occupazione: il primo gruppo è intransigente e punta sulla violenza, mentre il secondo favorisce il negoziato politico. Alla radice, quindi, c'è il comportamento dello Stato ebraico, che non può sperare nella pace e nella sicurezza finché non avrà risolto in maniera generosa il problema della convivenza con i palestinesi».
Chi appoggia Hamas e chi sostiene Fatah?
«Iran e Siria sono con Hamas, mentre l'Egitto sta con Fatah».
L'Arabia Saudita non sostiene nessuno?
«Al contrario: probabilmente appoggia entrambi, per evitare di mettersi contro qualcuno che poi potrebbe andare al potere. L'Arabia è governata da una piccola élite senza legittimità: la monarchia si regge solo grazie al sostegno militare degli Stati Uniti. Il suo unico interesse è che nei Paesi musulmani non vadano al potere forze nemiche, inclini ad appoggiare gli oppositori interni come al Qaeda, che vogliono rovesciare l'esecutivo».
In questo quadro, qual è l'interesse strategico degli Stati Uniti e dell'Occidente?
«Trovare una soluzione politica alla questione israelo-palestinese, se necessario imporla, per evitare che l'Iran, l'Iraq, l'Arabia e anche i terroristi di Osama bin Laden, possano usare l'occupazione israeliana come una scusa per non affrontare i loro problemi interni o continuare a scatenare il risentimento popolare».
Alcuni intellettuali neocon, tipo Daniel Pipes, sostengono che fare concessioni ai palestinesi li incoraggia a distruggere Israele, quindi è meglio lasciare che si indeboliscano da soli attraverso la guerra civile.
«Hanno torto, come è già accaduto in Iraq: questa strategia non ha funzionato e non funzionerà mai. La posizione dei neocon, pur ammantandosi formalmente con gli ideali democratici, è basata su un disprezzo di fondo per arabi e musulmani. In teoria dicono di volerli liberare dall'oppressione, in realtà li trattano come esseri umani spendibili. Questo si è visto chiaramente in Iraq, dove il Pentagono non conta nemmeno le vittime civili: dovremmo portare la democrazia ma intanto stiamo portando solo morte. Fino a quando non cambieremo atteggiamento nei confronti degli arabi e dei musulmani, mostrando più rispetto, non potremo aspettarci la pace. È ora di fare qualcosa sul piano politico, invece di restare a guardare la gente che muore e sperare che ciò risolva tutti i problemi».
Cosa suggerisce?
«Un accordo con i palestinesi sulla base delle intese di Ginevra. Creare uno stato in quasi tutta la Cisgiordania e Gaza, con l'eccezione del 5% di territorio dove si trovano gli insediamenti di confine, che passeranno definitivamente ad Israele. In cambio, lo Stato ebraico cederà un 5% di terra altrettanto utile altrove. Questo scambio dovrà portare al riconoscimento definitivo e concreto di Israele: una pace calda, non quella fredda esistente con l'Egitto. Quindi gli Usa e gli alleati occidentali dovranno finanziare un fondo per compensare i palestinesi che dal 1947 a oggi hanno perso la loro terra. Infine, bisognerà formare una commissione per la riconciliazione, sull'esempio di quanto avvenuto in Sudafrica. Finché non risolveremo così la questione mediorientale non stabilizzeremo l'Iraq, perché i Paesi arabi e musulmani non ci aiuteranno, e non batteremo il terrorismo».


La Stampa, 18/12/2006


martedì 12 dicembre 2006

Libano: strategia comune Netanyahu e neocon


Un passo indietro per cercare di capire sia perchè avvenne la guerra in Libano sia gli intrecci pericolosi tra la destra neocon e quella israeliana: una guerra giocata sulla pelle dei cittadini israeliani, palestinesi e libanesi...e non è ancora stata debellata la strategia che la sottintende e che vede Israele,in questa fase, pedina degli Usa
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Witnessing the near-perfect symmetry of Israeli and American policy has been one of the more noteworthy aspects of the latest Lebanon war. A true friend in the White House. No deescalate and stabilize, honest-broker, diplomatic jaw-jaw from this president. Great. Except that Israel was actually in need of an early exit strategy, had its diplomatic options narrowed by American weakness and marginalization in the region, and found itself ratcheting up aerial and ground operations in ways that largely worked to Hezbollah's advantage, the Qana tragedy included. The American ladder had gone AWOL. More worrying, while everyone here can identify an Israeli interest in securing the northern border and the justification in responding to Hezbollah, the goal of saving Lebanon's fragile Cedar Revolution sounds less distinctly Israeli. Perhaps an agenda invented elsewhere. As hostilities intensified, the phrase "proxy war" gained resonance. Israelis have grown used to a different kind of American embrace - less instrumental, more emotional, but also responsible. A dependable friend, ready to lend a guiding hand back to the path of stabilization when necessary. Advertisement After this crisis will Israel belatedly wake up to the implications of the tectonic shift that has taken place in U.S.-Middle East policy? In 1996 a group of then opposition U.S. policy agitators, including Richard Perle and Douglas Feith, presented a paper entitled "A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm" to incoming Israeli prime minister Benjamin Netanyahu. The "clean break" was from the prevailing peace process, advocating that Israel pursue a combination of roll-back, destabilization and containment in the region, including striking at Syria and removing Saddam Hussein from power in favor of "Hashemite control in Iraq." The Israeli horse they backed then was not up to the task. Ten years later, as Netanyahu languishes in the opposition, as head of a small Likud faction, Perle, Feith and their neoconservative friends have justifiably earned a reputation as awesome wielders of foreign-policy influence under George W. Bush. The key neocon protagonists, their think tanks and publications may be unfamiliar to many Israelis, but they are redefining the region we live in. This tight-knit group of "defense intellectuals" - centered around Bill Kristol, Michael Ledeen, Elliott Abrams, Perle, Feith and others - were considered somewhat off-beat until they teamed up with hawkish well-connected Republicans like Dick Cheney, Donald Rumsfeld and Newt Gingrich, and with the emerging powerhouse of the Christian right. Their agenda was an aggressive unilateralist U.S. global supremacy, a radical vision of transformative regime-change democratization, with a fixation on the Middle East, an obsession with Iraq and an affinity to "old Likud" politics in Israel. Their extended moment in the sun arrived after 9/11. Finding themselves somewhat bogged down in the Iraqi quagmire, the neoconservatives are reveling in the latest crisis, displaying their customary hubris in re-seizing the initiative. The U.S. press and blogosphere is awash with neocon-inspired calls for indefinite shooting, no talking and extension of hostilities to Syria and Iran, with Gingrich calling this a third world war to "defend civilization." Disentangling Israeli interests from the rubble of neocon "creative destruction" in the Middle East has become an urgent challenge for Israeli policy-makers. An America that seeks to reshape the region through an unsophisticated mixture of bombs and ballots, devoid of local contextual understanding, alliance-building or redressing of grievances, ultimately undermines both itself and Israel. The sight this week of Secretary of State Rice homeward bound, unable to touch down in any Arab capital, should have a sobering effect in Washington and Jerusalem. Afghanistan is yet to be secured, Iraq is an exporter of instability and perhaps terror, too, Iranian hard-liners have been strengthened and encouraged, while the public throughout the region is ever-more radicalized, and in the yet-to-be "transformed" regimes of Egypt, Jordan and Saudi Arabia, is certainly more hostile to Israel and America than its leaders. Neither listening nor talking to important, if problematic, actors in the region has only impoverished policy-making capacity. Israel does have enemies, interests and security imperatives, but there is no logic in the country volunteering itself for the frontline of an ideologically misguided and avoidable war of civilizations. So what should be done, on both sides of the ocean? It is admittedly difficult for Israel to have a regional strategy that is out-of-step with the U.S. administration-of-the-day. However, the neocon approach is not unchallenged, and Israel should not be providing its ticket back to the ascendancy. A U.S. return to proactive diplomacy, realism and multilateralism, with sustained and hard engagement that delivers concrete progress, would best serve its own, Israeli and regional interests. Israel should encourage this. Israel may even have to lead, for instance, in rethinking policy on Hamas or Syria, and should certainly work intensely with Palestinian Authority Chairm*****hmoud Abbas in encouraging his efforts to reach a Palestinian national understanding as a basis for stable governance, security quiet and future peace negotiations. A policy that comes with a Jerusalem kosher stamp of approval might be viewed as less of an abomination in Washington. Beyond that, Israel and its friends in the United States should seriously reconsider their alliances not only with the neocons, but also with the Christian Right. The largest "pro-Israel" lobby day during this crisis was mobilized by Pastor John Hagee and his Christians United For Israel, a believer in Armageddon with all its implications for a rather particular end to the Jewish story. This is just asking to become the mother of all dumb, self-defeating and morally abhorrent alliances. Internationalist Republicans, Democrats and mainstream Israelis must construct an alternative narrative to the neocon nightmare, identifying shared interests in a policy that reestablishes American leadership, respect and credibility in the region by facilitating security and stability, pursuing conflict resolution and promoting the conditions for more open societies (as opposed to narrow election-worship). The last two years of the Bush presidency can be an opportunity for progress or an exercise in desperate damage limitation. It sounds counter-intuitive, but Israel should reflect on and even help reorient American expectations. Daniel Levy was a member of the official Israeli negotiating team at the Oslo and Taba talks and the lead Israeli drafter of the Geneva Initiative.

Ending the neoconservative nightmare
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di Barbara Spinelli
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Intervista a Jim Lobe su I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani 5

La guerra di Israele al Libano è stata pianificata durante un incontro segreto tra Cheney, Donald Rumsfeld e Benjamin Netanyahu a metà ...
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lunedì 11 dicembre 2006

URIAVNERY : Libano e i mercanti della pace

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Era possibile risolvere il problemi dei missili nel sud del Libano con mezzi diplomatici. L’offensiva degli ultimi due giorni di guerra nel corso della quale sono morti 33 soldati, dopo che la risoluzione del cessate il fuoco era stata quasi accettata, è stata una manovra del primo ministro... il primo ministro, il ministro della difesa e il capo di stato maggiore si devono dimettere...” Giusto, era proprio Gush Shalom. Ma non c’è niente di nuovo in questo. La novità è che ieri l’ex capo di stato maggiore, Moshe Ya’alon, ha ripetuto queste dichiarazioni quasi parola per parola. “Bogie” Ya’alon è proprio l’esatto contrario di Gush Shalom. Nessuno può dire che appartiene ad un “gruppo marginale” Proviene proprio dal centro del potere.

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Il vero scopo della guerra in Libano
Il vero scopo è cambiare il regime in Libano e installare un governo fantoccio. Questo era lo scopo dell'invasione del Libano di Ariel Sharon, nel 1982. Fallì. Ma Sharon e i suoi allievi della leadership politica e militare non hanno mai davvero rinunciato. Come nel 1982, anche l'operazione in corso è stata pianificata e viene portata avanti in pieno coordinamento con gli Stati Uniti. Come allora, non c'è dubbio che sia coordinata con parte dell'élite libanese. Questo è il punto principale. Il resto è clamore e propaganda. Alla vigilia dell'invasione del 1982, il Segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che, prima di dare il via all'operazione, era necessario avere una “chiara provocazione”, che sarebbe stata tenuta per buona dal mondo. La provocazione infatti ebbe luogo - proprio al momento giusto - quando il gruppo terroristico di Abu Nidal cercò di assassinare l'ambasciatore israeliano a Londra.

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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=2&ida=&idt=&idart=5869
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NASRALLAH ULTIMO EROE GRAZIE ALL'OCCUPAZIONE
Una donna, immigrata dalla Russia, si butta a terra disperata di fronte alla propria casa appena colpita da un missile, urlando nel suo ebraico incerto: «Figlio mio! Figlio mio!», credendolo morto. In realtà è stato soltanto ferito e spedito all'ospedale. Bambini libanesi, coperti di ferite, negli ospedali di Beirut. Il funerale delle vittime di una missile in Haifa. Le rovine di un intero quartiere devastato a Beirut. Abitanti del Nord di Israele che fuggono dai missili, verso sud. Abitanti del Libano del sud che fuggono dalle forze aeree israeliane, verso nord. Morte e distruzione. Sofferenze umane inimmaginabili. E poi la visione più disgustosa: George Bush di umore giocherellone seduto sul suo scranno di San Pietroburgo, col suo servo fedele Tony Blair chinato verso di lui, che risolve il problema: «Vedi? Basta chiedere alla Siria di costringere Hezbollah a fermare quella *****, ed è fatta». Così parlò il sovrano del mondo, ed i sette nani - i potenti della terra - subito dissero Amen. La Siria?

Eppure qualche mese fa è stato Bush - sì, lo stesso Bush - che ha portato i libanesi a cacciare i siriani dal paese. E adesso vorrebbe far intervenire i siriani in Libano per ripristinare l'ordine? Trentuno anni fa, quando la guerra civile era al culmine, i siriani hanno spedito il loro esercito in Libano (invitati, fra tutti, dai cristiani). All'epoca, l'allora ministro della difesa Shimon Peres e i suoi associati provocarono l'isteria in Israele. Pretesero che Israele dichiarasse un ultimatum alla Siria, per impedir loro di raggiungere il confine israeliano. Yitzhak Rabin, primo ministro, mi disse che era semplicemente insensato, poiché per Israele non poteva esserci niente di meglio che l'esercito siriano schierato al confine. Soltanto così sarebbe stata garantita la calma, la stessa che regnava al confine con la Siria. Comunque sia. Rabin si lasciò prendere dall'isteria della stampa e fermò i siriani lontano dal confine. Il vuoto creatosi al confine fu riempito dall' Olp. Poi, nel 1982, Ariel Sharon espulse l'Olp. E il vuoto venne riempito da Hezbollah. Da allora, tutto ciò che succede da quelle parti non sarebbe mai successo se avessimo permesso alla Siria di occupare il confine sin dall'inizio. I siriani sono gente cauta, sono agiscono mai sconsideratamente. A che cosa stava pensando Hassan Nasrallah quando ha deciso di attraversare il confine e scatenare l'azione di guerriglia che ha portato all'escalation di questi giorni? Perché l'ha fatto? Perché proprio adesso? Tutti sono d'accordo nel ritenere Nasrallah intelligente. E prudente. Per anni ha messo insieme immensi arsenali con tutti i genere possibili di missili per stabilire il suo equilibrio di terrore. Sapeva che l'esercito israeliano stava soltanto aspettando l'opportunità giusta per distruggerli. Ma in tutto questo, ha messo in atto una provocazione che ha fornito al governo israeliano la provocazione perfetta per attaccare il Libano col pieno benestare del mondo intero. Perché? Una strana tempistica È possibile che la richiesta gli sia pervenuta da Iran e Siria, che già avevano provvisto i missili, a fare qualcosa che dirottasse la pressione americana via dai rispettivi due paesi. E per l'appunto, la crisi improvvisa ha spostato completamente l'attenzione dagli sforzi nucleari iraniani, e pare che anche l'atteggiamento di Bush verso la Siria sia cambiato. Ma Nasrallah è ben lungi dall'essere una marionetta dell'Iran o della Siria. È a capo di un autentico movimento libanese, e calcola i suoi tornaconti di pro e contro. Nel caso davvero Siria e Iran gli avessero chiesto qualcosa - e, di questo, non abbiamo prova alcuna - da lui ritenuto contrario agli interessi del proprio movimento, di certo non l'avrebbe fatto. Forse ha agito dietro a preoccupazioni interne alla politica libanese. Il sistema politico libanese cominciava a stabilizzarsi ed era sempre più difficile giustificare l'ala militare del suo partito. Un nuovo incidente armato poteva far comodo. Ma tutto questo non spiega ancora la tempistica. Dopo tutto, Nasrallah avrebbe potuto agire un mese prima o un mese dopo, l'anno prima o l'anno dopo. Devono esserci stati ben altri moventi per convincerlo ad intraprendere una simile avventura proprio adesso. Una ragione infatti c'è: la Palestina. Due settimane fa, l'esercito israeliano aveva iniziato una guerra contro la popolazione della Striscia di Gaza. Anche là il pretesto era venuto da una azione di guerriglia, la cattura di un soldato. Il governo israeliano ha colto l'occasione per mettere in atto un piano da tempo preparato: spezzare la resistenza palestinese e distruggere il neoeletto governo palestinese, dominato da Hamas . L'operazione a Gaza è particolarmente brutale. Morti, feriti, devastazione. Scarsità di acqua e di medicine per feriti ed ammalati. Intere famiglie sterminate. Bambini che urlano. Madri che piangono. Edifici che crollano. I regimi arabi, tutti dipendenti dall'America, non hanno fatto nulla. Dato che anch'essi sono minacciati dall'opposizione islamista, sono rimasti a guardare. Ma le decine di milioni di arabi, dall'Oceano Atlantico al Golfo Persico si sono indignati con i propri governi, invocando un leader che soccorresse i loro assediati, eroici fratelli. Un nuovo e delicato armistizio? Cinquant'anni fa, Gamal Abdel Nasser, nuovo leader egiziano, scrisse che c'era un ruolo che aspettava soltanto un eroe. Decise di essere lui stesso quell'eroe. Per anni è stato l'idolo del mondo arabo, il simbolo dell'unità araba. Ma Israele ha approfittato della Guerra dei sei Giorni per spezzarlo. Dopodiché è stata la volta di Saddam Hussein, che ha osato opporsi allo strapotere americano e lanciare missili contro Israele, divenendo l'eroe delle masse arabe. Ma è stato deposto nella più umiliante delle maniere dagli americani. Una settimana fa, Nasrallah ha sperimentato la stessa identica tentazione. Il mondo arabo invocava un eroe, ed è stato lui a rispondere: Eccomi! Ha sfidato Israele e, indirettamente, gli Stati uniti e tutto l'Occidente. Se n'è andato all'attacco senza alleati, sapendo che né Iran né Siria potevano correre il rischio di aiutato. Forse si è lasciato prendere la mano, un po' come Nasser e Saddam prima di lui. Forse ha calcolato male l'entità del contrattacco israeliano. Forse ha veramente creduto che, sotto il peso dei suoi missili, Israele sarebbe crollata. Come, del resto, l'esercito israeliano credeva di spezzare i palestinesi a Gaza e gli sciiti in Libano. Una cosa è certa: Nasrallah non avrebbe mai scatenato questa spirale di violenza, se i palestinesi non avessero invocato aiuto. Che sia stato per freddo calcolo, o per sincera indignazione, o per entrambi, Nasrallah è corso a soccorrere la vicina Palestina. La reazione israeliana poteva essere prevista. Per anni i comandi militari avevano atteso l'occasione per eliminare l'arsenale bellico di Hezbollah e distruggere l'intera organizzazione, o quantomeno disarmarla e allontanarla via dal confine. E ci provano con l'unico sistema che conoscono: devastando tutto al punto che sarà la popolazione stessa a sollevarsi e pretendere che il proprio governo accondiscenda alle richieste israeliane. Funzionerà? Hezbollah è il più autentico rappresentante della comunità sciita, che comprende il 40% della popolazione libanese. Con il resto dei musulmani, sono la maggioranza nel paese. L'idea che il governo libanese - che in ogni caso comprende anche Hezbollah - possa liquidare l'organizzazione è semplicemente ridicola. Il governo israeliano pretende che sia l'esercito libanese ad essere schierato al confine. Ormai è diventato un mantra, e rivela un'ignoranza abissale. Gli sciiti occupano posizioni importanti nell'esercito, e non c'è verso che si imbarchino in una guerra fratricida contro Hezbollah. All'estero, ecco che un'altra idea prende forma: che venga spiegata una forza di intervento internazionale al confine. Il governo israeliano si oppone strenuamente. Un'autentica forza internazionale - e non come la Unifil, che ci è già rimasta per decenni - impedirebbe all'esercito israeliano di fare tutto ciò che vuole. In più, se venisse spiegato al confine senza l'ok di Hezbollah, ne seguirebbe una nuova serie di ritorsioni. Come potrebbe questa forza di intervento, senza alcuna motivazione reale, riuscire dove l'esercito israeliano ha fallito? Tutt'al più questa guerra, con le sue centinaia di morti e la sua distruzione, porterà ad un nuovo e delicato armistizio. Il governo israeliano dichiarerà vittoria e sosterrà di aver «cambiato le regole del gioco». Nasrallah dichiarerà che la sua piccola organizzazione ha fronteggiato una delle più potenti macchine militari al mondo e scritto un altro radioso capitolo di eroismo negli annali della storia araba e musulmana. Non vi saranno soluzioni reali, perché non ci sono reali cure al problema di fondo: la questione palestinese. Chiuque aspiri ad una soluzione deve esserne conscio: non ci sono soluzioni finché il conflitto israelo-palestinese non verrà risolto. E non c'è soluzione per la questione palestinese senza un negoziato con il governo democraticamente eletto, capeggiato da Hamas. Se qualcuno vuole farla finita, una volta per tutte, con questa ***** - come Bush ha delicatamente puntualizzato - questa è l'unica via per farlo.

Traduzione di Annalena Di Giovanni "Nasrallah, ultimo eroe del Medioriente" di URY Avnery http://gush-shalom.org/media/pics/index.html
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L'intorpidimento morale dell'esercito israeliano

«Sembra che Nasrallah sia sopravvissuto», hanno annunciato i giornali israeliani, dopo che 23 tonnellate di bombe sono state scaricate nel sito di Beirut dove si riteneva fosse bunker del leader hezbollah. Alcune ore dopo il bombardamento, Nasrallah rilasciava un'intervista ad al-Jazeera. Ma i nostri ministri hanno deciso che questo è l'obiettivo. Non che ci sia gran novità in questo: diversi governi israeliani hanno usato questa tattica di uccidere leaders di gruppi avversari. Il nostro esercito ha già ucciso, fra gli altri, il leader hezballah Abbas Mussawi, il numero due dell' Olp Abu Jihad, come anche Sheikh Ahmad Yassin ed altri capi di Hamas. Quasi tutti i palestinesi, e non soltanto loro, sono convinti che persino Yasser Arafat sia stato assassinato. E i risultati? Il posto di Mussawi è stato preso da Nasrallah, ben più abile. Lo sceicco Yassin è stato sostituito da leaders ben più radicali. Al posto di Arafat ora abbiamo Hamas. Come per altre questioni politiche, una mentalità triviale governa questi ragionamenti. E' vero che siamo una democrazia. L'esercito è interamente soggetto all'estabilishment civile. Secondo la legge, il primo ministro è il comandante supremo dell'esercito (che in Israele include marina ed aviazione).

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FORTUNATAMENTE ABBIAMO PERSO

 Allora, che è successo all'esercito israeliano? La domanda viene ormai posta non soltanto nel mondo, ma nella stessa israele. C'è chiaramente un abisso fra le arroganti millanterie dell'esercito, in mezzo alle quali intere generazioni di israeliani sono cresciute, ed il quadro che si presenta con questa guerra. Prima che l'intero coro di generali pronunci le sue prevedibili recriminazioni di venir accoltellati alle spalle («E' l'esercito che ci ha legato le mani! I politici non ci hanno permesso di vincere! E' tutta colpa del governo!») vale la pena di esaminare questa guerra da un punto di vista militare. Continua qui

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Libano, il nome giusto è guerra delle colonie
Libano, il nome giusto è guerra delle colonie Come dopo ogni fallimento militare Israele va a caccia dei colpevoli e piange le vittime: 154 soldati. E dimentica la vittima n. 155: il piano di convergenza, cioé il ritiro parziale dalla Cisgiordania Nonostante 33 giorni di bombe questa guerra non ha avuto un nome. La stampa la nomina «seconda guerra del Libano» in ordine cronologico, ma la denominazione corretta è «war for the settlements» Uri Avnery Poche parole e un ufficiale dell'esercito libanese è riuscito a distruggere, qualche giorno fa, l'illusione che Israele fosse riuscito ad ottenere qualcosa da questa guerra. A una parata militare trasmessa in televisione - e anche sui canali israeliani - l'ufficiale, rivolgendosi alle truppe pronte per essere schierate al confine col sud, ha detto in arabo: «Oggi, nel nome della larga volontà di tutta la popolazione, venite preparati per essere schierati sul suolo del martoriato Sud, fianco a fianco con le forze della vostra resistenza e della vostra gente, che hanno stupito il mondo con la loro fermezza e che ha fatto a pezzi la reputazione di un esercito che si credeva fosse invincibile». Più semplicemente: «la estesa volontà»: la volontà di tutti gli ambiti della popolazione libanese, inclusa la comunità sciita. «Fianco a fianco della resistenza»: fianco a fianco con Hezbollah. «Che hanno stupito il mondo con la loro fermezza»: l'eroismo di Hezbollah. «Fatto a pezzi la reputazione dell'esercito che si credeva invincibile»: l'esercito israeliano. Così ha parlato un comandante dell'esercito libanese, il cui dispiegamento al confine la coppia Olmert-Peretz va celebrando come una immensa vittoria, perché secondo loro l'esercito libanese sarebbe pronto ad affrontare Hezbollah e disarmarlo. I commentatori israeliani ci hanno illusi che tale esercito sarà a disposizione degli amici di Israele e Stati uniti a Beirut - ovvero Fuad Siniora, Saad Hariri e Walid Jumblatt. Non a caso l'intero episodio è affondato come una pietra in uno stagno, cancellato dalla coscienza pubblica. Quella dell'esercito libanese non è l'unico palloncino bucato. E' successo anche al secondo palloncino, quello multicolore che doveva figurare come successo israeliano: il dispiegamento di una forza multinazionale che proteggesse Israele da Hezbollah, prevenendone il riarmo. M*****no che i giorni passano è sempre più evidente che questa forza sarà, al massimo, un raffazzonato insieme di poche unità nazionali, prive di un chiaro mandato o di «robuste» capacità. Il blitz militare portato avanti dal nostro esercito giorni fa, lampante violazione del cessate-il-fuoco, non servirà di certo ad attrarre ulteriori adesioni per un simile compito. Allora che è rimasto dei nostri successi militari? Bella domanda. Dopo ogni fallita guerra, si leva il grido per un'inchiesta in Israele. Adesso c'è un trauma, c'è l'amarezza, un senso di sconfitta e di opportunità mancate. Di qui la domanda per una commissione di inchiesta forte che ci consegni le teste dei responsabili. E' quello che è successo dopo la prima guerra in Libano, che ha raggiunto il climax col massacro di Sabra e Shatila. Il governo ha però rifiutato qualsiasi seria inchiesta. Allora, la massa di gente che si riunì in quella che adesso si chiama «piazza Rabin» (con quei mitici 400mila che protestarono) chiese un'inchiesta giudiziaria. L'umore generale raggiunse il punto di ebollizione e il primo ministro Menachem Begin dovette rassegnarsi. La commissione Kahan, che investigò sulla vicenda, condannò un certo numero di politici e ufficiali per responsabilità «indirette» sul massacro, benchè le conclusioni cui giunse avrebbero potuto portare a più pesanti condanne. Comunque alla fine, se non altro, il ministro delle difesa Ariel Sharon venne costretto alle dimissioni. Prima di tutto ciò, già dopo il trauma della guerra del Kippur, il governo aveva rifiutato di nominare una commissione d'inchiesta, ma la pressione dell'opinione pubblica era infine prevalsa. E la vicenda della commissione Agranat, che includeva un ex comandante in capo dell'esercito e altri due ufficiali superiori, fu piuttosto insolita: condusse una seria indagine, scaricò tutta la colpa sui ranghi militari, rimosse dall'incarico il comandante dell'esercito «Dado» Elazar e assolse l'intera leadership politica. Il che causò un sollevamento spontaneo degli israeliani alla luce del quale Golda Meir e Moshe Dayan - rispettivamente primo ministro e ministro della difesa - furono obbligati alle dimissioni. Anche stavolta la leadership politica e militare stanno cercando di bloccare una qualsiasi vera inchiesta. Amir Peretz ha persino nominato una finta commissione d'inchiesta zeppa di amici suoi. Ma la pressione pubblica cresce, e sembra che anche stavolta non ci sarà nient'altro da fare, se non rassegnarsi ed aprire un'inchiesta giudiziaria. In genere, chi nomina una commissione d'inchiasta ne predetermina anche la durata e le conclusioni. Secondo la legge israeliana, è il governo che decide chi ne farà parte e i suoi punti di riferimento (come membro della Knesset, votai contro questi paragrafi della legge). E se alla fine una simile commissione d'inchiesta venisse indetta, su cosa indagherà? I politici tenteranno sicuramente di limitare le indagini agli aspetti tecnici della condotta militare: «Perché l'esercito non era preparato alla lotta contro i guerriglieri?», «Perché le forze di terra sono state dispiegate soltanto due settimane dopo l'inizio dell'offensiva?», «Qual è stato il lavoro dell'intelligence?», «Perché non si è fatto nulla per intercettare i razzi di Hezbollah e proteggere la popolazione?", "Perché i riservisti non sono stati preparati?", "Perché gli arsenali d'emergenza erano vuoti?", "Perché il ristema di rifernimento non è funzionato?", "Perché il comandante dell'esercito ha deposto il capo del comando nord nel bel mezzo delle operazioni?", "Perché la campagna costata la vita a 33 soldati è stata decisa all'ultimo minuto?". E a questo punto il governo cercherà di ampliare l'inchiesta per incolpare i propri predecessori: «Perché i governi di Ehud Barak e Ariel Sharon sono rimasti a guardare mentre Hezbollah cresceva?», «Perché non è stato fatto niente mentre Hezbollah ammassava arsenali di razzi?». Tutte queste sono domande puntuali e sarebbe certamente necessario chiarirle. Ma è ancora più importante indagare sulle origini di questa guerra: «Perché il trio Halutz-Peretz-Olmert ha deciso di iniziare una guerra soltanto un paio di ore dopo il rapimento di due soldati?», «Sono stati presi accordi con l'America in precedenza, perché si cogliesse la prima occasione per una guerra?», «Sono stati gli americani a spingere per una guerra e, in seguito, a pretenderne il proseguimento il più possibile?», «E' stata Condoleezza Rice a decidere quando iniziare e quando finire?», «Gli Usa hanno preteso che ci invischiassimo con la Siria?», «Gli Usa ci hanno usati per la loro campagna contro l'Iran?». E anche tutto ciò non sarebbe abbastanza. Ci sono domande ancora più profonde ed importanti. Questa guerra non ha nome. Neanche dopo 33 giorni di combattimenti e quasi dieci giorni di cessate-il-fuoco. La stampa adopera un nome cronologico: Seconda guerra libanese. In questo modo, la guerra libanese resta separata dalla guerra della striscia di Gaza, condotta simultaneamente e portata avanti anche dopo la tregua al nord. Queste due guerre hanno un denominatore comune? Risposta: certamente, sono la stessa guerra. La guerra delle Colonie. La guerra contro i palestinesi viene portata avanti per mantenere i blocchi di insediamenti e annettersi larga parte della Cisgiordania. E la guerra al nord è stata portata avanti per mentenere gli insediamenti sulle alture del Golan. Hezbollah è cresciuta col supporto della Siria, che al tempo controllava il Libano. Hafez al-Assad vedeva la restituzione delle alture del Golan come l'obiettivo di tutta la sua vita - e dopotutto, fu lui a perdere le alture con la guerra del 1967, e a non riuscire a riconquistarle con la guerra del 1973. E non voleva rischiare una nuova guerra al confine siro-israeliano, troppo vicino a Damasco. Così ha protetto Hezbollah, per convincere Israele che non ci sarebbe stata tregua fino alla restituzione del Golan. Il piccolo Assad sta soltanto proseguendo sulle orme del padre. Senza la cooperazione con la Siria, l'Iran non ha speranza di far pervenire armi a Hezbollah. La soluzione è a portata di mano: rimuoviamo tutti gli insediamenti da là, quale che sia la perdita in termini di vino e acqua potabile, restituiamo il Golan al legittimo proprietario. Ehud Barak ci era quasi arrivato. Che sia detto chiaramente: ognuno dei 154 israeliani morti per la seconda guerra libanese sono morti per i coloni in Golan. E la vittima israeliana numero 155 in questa guerra è il «Piano di convergenza», il piano di ritiro unilaterale da parte della Cisgiordania. Ehud Olmert è stato eletto quattro mesi fa per il Piano di convergenza, così come Amir Peretz è stato eletto sulla proposta di ridurre le spese militari in nome di ampie riforme sociali. Adesso Olmert dichiara che ce ne possiamo dimenticare. Il Piano doveva rimuovere 60mila coloni da dove sono, lasciandone almeno 400mila in Cisgiordania e a Gerusalemme. Seppellito il Piano, che cosa rimane? Niente pace, niente negoziati, nessuna soluzione per un conflitto ormai storico. Tutto bloccato, almeno finchè non ci libereremo del duo Olmert-Peretz. In Israele si parla già del «prossimo round», che eliminerà e punirà Hezbollah per averci disonorati. In Libano meridionale non ne parlano, visto che il primo round già sembra infinito. Per avere una qualunque valenza, l'inchiesta deve esporre le vere radici di questo conflitto e le scelte storiche che si impongono: o tenersi gli insediamenti e la guerra infinita che comporteranno, o restituire i territori occupati e ottenere la pace. (trad. annalena di giovanni) Libano, il nome giusto è guerra delle colonie

sabato 9 dicembre 2006

DANILO ZOLO: è possibile uno stato palestinese?


Il Manifesto, 07/12/2006
Nei primi anni sessanta ho avuto la fortuna di incontrare a Firenze e di intervistare Martin Buber, uno dei più importanti filosofi europei del secolo scorso. Ebreo, di orientamento esistenzialista e socialista, era considerato il padre spirituale del nuovo Stato ebraico. La sua figura ieratica e il portamento austero incutevano il rispetto che si deve a un grande pensatore, carico di anni e di saggezza. Buber dissentiva dalla ideologia sionista, poiché sosteneva che il ritorno del popolo ebraico nella «Terra promessa» non doveva portare alla costruzione di uno Stato etnico-religioso riservato agli ebrei. La patria ebraica doveva essere uno spazio aperto anche al popolo palestinese. La convivenza pacifica fra ebrei e arabi non si sarebbe mai ottenuta creando uno Stato confessionale che costringesse i nativi ad abbandonare le loro terre. La pace non sarebbe stata garantita, sosteneva Buber, neppure attraverso la formazione di due Stati, uno ebraico ed uno islamico, come le Nazioni Unite avevano infelicemente raccomandato nel 1947. La via della pace passava attraverso un rapporto di cooperazione federale fra i due popoli, su basi paritarie, all'interno di una struttura politica unitaria. Per raggiungere questa meta occorreva che gli ebrei emigrati in terra palestinese si sentissero semiti fra i semiti e non i rappresentanti di una cultura diversa e superiore, secondo i moduli del colonialismo europeo.Martin Buber, nonostante la sua autorità, non trovò ascolto presso i leader sionisti. Menachem Begin, Chaim Weizman, Ben Gurion sostenevano che il compito degli ebrei era ricostruire dalle fondamenta e modernizzare un territorio semideserto e arretrato. Lo Stato ebraico avrebbe dovuto escludere ogni relazione, se non di carattere subordinato e servile, con la popolazione autoctona. Ed è in nome di questa logica coloniale che nel 1948 iniziò l'esodo forzato di grandi masse di palestinesi -- non meno di settecentomila -- grazie soprattutto al terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern e l'Irgun Zwai Leumi, celebre per aver raso al suolo il villaggio di Deir Yassin e sterminato i suoi 300 abitanti. Prese avvio così quella che oggi un autorevole studioso israeliano - lo storico Ilan Pappe - chiama «la pulizia etnica del 1948». Secondo Pappe la pulizia etnica, varata nel marzo del 1948 con il Piano Dalet, non si è più fermata. La situazione attuale vede ormai l'intero popolo palestinese disperso, oppresso, umiliato, ridotto in povertà e fatto oggetto di una violenza spietata. In Israele la pulizia etnica è diventata una ideologia di Stato poiché è il credo sionista che lo impone. Se già alla fine del 1948 Israele occupava gran parte della Palestina mandataria, oggi la occupa al 100% dopo aver invaso militarmente e colonizzato quell'esiguo 22% che era rimasto ai palestinesi. L'epurazione etnica è stata via via accompagnata dalla demolizione di migliaia di case, dall'intrusione di imponenti strutture urbane nell'area della Gerusalemme araba, dall'abbattimento di centinaia di migliaia di olivi e di alberi da frutta. E in parallelo è continuata l'espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania - i coloni sono ormai oltre 400 mila -, la costruzione di decine di by-pass routes riservate ai coloni, la depredazione delle riserve idriche, l'installazione di centinaia di checkpoints (più di 700), la carcerazione o l'uccisione «mirata» di leader politici. E a tutto questo, per volontà di Sharon, si è aggiunta la «barriera di sicurezza» che ha rinchiuso le comunità palestinesi della Cisgiordania in prigioni a cielo aperto. E oggi il governo razzista Olmert-Lieberman si esibisce nella strage di donne e di bambini, in particolare a Gaza, dove le condizioni di vita di un milione e mezzo di persone sono ormai disperate, come ha recentemente provato, con una analisi agghiacciante, Sara Roy. L'idea che oggi sia ancora possibile la formazione di uno Stato palestinese - sostiene Ilan Pappe - è patetica illusione o crudele impostura. Gli effetti della pulizia etnica sono irreversibili: mai uno Stato palestinese sorgerà sulle rovine di Gaza e della Cisgiordania. La sola prospettiva, altamente problematica ma senza alternative, è quella di uno Stato israelo-palestinese, laico ed egualitario. Occorre pensare ad una formazione politica pluralistica entro la quale tutte le comunità palestinesi, compresi gli «arabi israeliani» di Galilea e i profughi oggi dispersi in Libano, in Siria e in Giordania, godano di una piena sovranità federale.Questa idea «buberiana» si sta affermando fra gli intellettuali ebrei illuminati, non solo in Israele. La condividono studiosi di prestigio come Jeff Halper, Virginia Tilley, Sara Roy, e sembra diffondersi anche fra la popolazione palestinese. Nonostante tutte le possibili e giuste obiezioni, nessuno dovrebbe mettere da parte sbrigativamente la prospettiva federale, continuando a ripetere il ritornello «due popoli, due Stati». Comunque sia,, quello che sembra ormai certo, dopo il fallimento di ogni tipo di accordo, è che la pace non sarà possibile finché durerà l'occupazione. Solo un incondizionato ritiro israeliano dalle aree occupate nel 1967 può aprire la strada a negoziati che diano qualche frutto. La fine della «pulizia etnica» è la prima condizione per l'avvio di un percorso di pace. Ed è anche la condizione perché gli ebrei che oggi vivono in Israele abbiano il diritto di chiedere ai palestinesi e al mondo arabo-islamico di essere accettati come parte integrante del Medio Oriente. Ma per costringere i leader sionisti a fare questo passo decisivo sarebbe necessaria una forte mobilitazione internazionale. Occorrerebbe applicare a Israele le stesse misure che sono state adottate contro il Sud Africa dell'apartheid. Si dovrebbe iniziare con l'invio di consistenti équipes di osservatori internazionali sia a Gaza che in Cisgiordania e proseguire con misure severe come l'embargo delle armi, le sanzioni economiche e il boicottaggio di ogni forma di collaborazione, inclusa quella accademica e scientifica. L'iniziativa dovrebbe partire congiuntamente dai paesi arabi mediterranei e dall'Europa e dovrebbe coinvolgere le grandi potenze regionali emergenti, a cominciare dalla Cina, dall'India, dal Sud Africa e dal Brasile. Anche le potenze geograficamente più lontane dall'epicentro palestinese non possono non capire, come ha scritto Pappe, che siamo tutti a bordo dello stesso aereo, senza pilota.

Hersh: Cia contro destra Usa e Israeliana sull'Iran


copione già visto, non basta la sconfitta irachena..ora si punta allo scontro finale..con l'Iran


La denuncia del New Yorker: l’amministrazione Bush sta spingendo con la Cia come fece per l’Iraq. Si diffonde l’idea che la via d’uscita dal pantano di Baghdad passi per Tehran di Riccardo Staglianò La Repubblica, 20 novembre 2006 New York – Prove che l’Iran voglia l’atomica mancano ma per la Casa Bianca fa lo stesso. L’ipotesi militare non va abbandonata, avrebbe detto un mese fa il vicepresidente Dick Cheney, anche se vinceranno i democratici. E anche se la Cia, in un rapporto segreto rivelato dal New Yorker, non riesce a trovare alcuna “prova conclusiva” che Tehran stia davvero portando avanti un programma militare oltre a quello covile dichiarato. “Nessuna quantità significativa di radioattività è stata riscontrata” si legge nell’inchiesta di Seymour Hersh, autore di celebri scoop. E cita fonti dell’intelligence che gli raccontano in forma anonima come tutti i sistemi di rilevamento piazzati nei dintorni delle centrali iraniane da agenti americani e israeliani diano risposta negativa. Non ci sarebbe quella contaminazione normale invece se stessero arricchendo uranio per farne armi. La differenza, insomma, è quella tra un arricchimento a livello 3,5 per cento (quello che è stato riscontrato) e quello invece buono per la bomba, cioè “weapons grade”, intorno al 90 per cento. E che ha fatto calcolare ad esperti indipendenti in vari anni (tra 5 e 10) il tempo che servirebbe per colmare questo gap tecnologico. L’Amministrazione Bush, spiega ancora il reporter, però non ne vuole sapere. Il rapporto della Cia li ha indispettiti. “Se non si trovano le prove vorrà dire che sono stati bravi a nasconderle” è l’argomento che circola a Washington e che suona minacciosamente simile a quello usato con le armi di distruzione di massa di Saddam. Un’analogia non solo dialettica. Nel circolo dei consiglieri “falchi” del presidente sono convinti, dice una fonte, “che la via d’uscita dall’Iraq passi per l’Iran”. Che un successo contro Ahmadinejad farebbe dimenticare il fallimento di Baghdad. Perché “Cheney e i suoi amici non cercano una ‘pistola fumante’ ma qualcosa che li conforti nel loro obiettivo che è quello di compiere una missione”. La Casa Bianca nega tutto e contrattacca: “È una truffa piena di inesattezze”. E se la prende con il giornalista, inflessibile fustigatore del governo: “Ha cercato ancora una volta di creare una storia per soddisfare le sue opinioni estremiste”. I fatti dimostrano però che Hersh ha sin qui sempre avuto ragione. A guardarsi intorno, d’altronde, l’atmosfera che si respira è quella ideologica denunciata nel pezzo. Ieri il progressista Los Angeles Times ospitava l’editoriale di Joshua Muravchick, ricercatore del neocon American Enterprise Institute. Titolo: “Bombardare l’Iran”. Inizia così: “Sono quattro anni che il loro programma nucleare è stato scoperto e la strada della diplomazia e delle sanzioni non ha portato da nessuna parte”. Non resta quindi altra via che quella militare, colpire prima che lo possano fare loro. Una posizione largamente condivisa dai circoli neoconservatori che, nonostante la batosta elettorale e alcuni parziali ripensamenti, non hanno intenzione di dichiararsi sconfitti. E il cambio di regime a Tehran è da molti di loro visto come l’occasione per il riscatto. In questa prospettiva sta cercando uffici a Washington l’Iran Enterprise Institute, appeno costituito, che già dalla ragione sociale tradisce la totale sudditanza nei confronti del think tank ultraconservatore. Lo dirigerà Amir Abbas Fakhravar, si legge sul mensile American Prospect, un trentunenne fuoriuscito la cui candidatura è stata appoggiata da Richard Perle, lo stesso che ha confessato a Variety che forse non rifarebbe la guerra all’Iraq. Ne fa parte Reza Pahlavi, il figlio dello scià, vari iraniani della diaspora e MIchael Ledeen, già allievo di De Felice in Italia, coinvolto nello scandalo Iran-Contra e che da sempre traffica per rovesciare i mullah. Anche lui ricercatore dell’American Enterprise, istituto gemello. E ospite fisso della National Review Online, lettura di riferimento per i falchi della Casa Bianca. vedere articolo originario in http://www.newyorker.com/fact/content/articles/061127fa_fact
Intervista completa qui da brivido

domenica 3 dicembre 2006

URI AVNERY:non meravigliamoci dell'odio arabo

1Il presidente siriano Bashar al-Assad , in occasione del suo ultimo discorso pubblico, ha pronunciato una frase che merita attenzione: "ogni nuova generazione araba odia Israele più della precedente".Di tutte le parole spese sulla seconda guerra del Libano, queste sono, forse, le più rilevanti.Il risultato più importante di questa guerra è l' odio. Le immagini di morte e distruzione in Libano sono entrate in ogni casa araba e, di conseguenza, in ogni casa musulmana, dall' Indonesia al Marocco, dallo Yemen ai quartieri musulmani di Londra e Berlino. Non per un' ora, neanche per un giorno, ma per 33 giorni consecutivi, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Corpi straziati di bambini, donne che piangono sulle macerie della propria casa, ragazzini israeliani che scrivono "tanti saluti" sui proiettili che verranno sparati sui villaggi, Ehud Olmert che blatera di " esercito col più alto senso morale del mondo" mentre sullo schermo appare l' immagine di una catasta di cadaveri..Queste immagini sono state ignorate dagli Israeliani e trasmesse raramente dalle nostre televisioni. Naturalmente avremmo potuto vederle su Al jazeera o su qualche canale occidentale, ma gli Israeliani erano troppo presi dal calcolo dei danni subiti nelle nostre città, nel nord del paese  continua qui

2IL LIBANO E LA SUPERPOTENZA AVIDA
Ho l’impressione che queste cose stiano accadendo in questo momento in Libano. Gli americani non sono così ingenui e di nobili sentimenti. Vanno ben oltre. Sono pronti a penetrare in un paese straniero, ad ignorare le difficili situazioni di quel paese e ad utilizzare la forza per imporre l’ordine, la democrazia e la libertà. continua qui


sabato 2 dicembre 2006

L'unico bimbo sicuro in MO: quello che non è nato


Daphna Baram :


l'unico bimbo sicuro in Mo: quello che non è mai nato
"Ho trentatrè anni, e sono felice di non essere madre. Vi assicuro che non sento l'orologio biologico ticchettare, i miei nervi saltano solo quando esplode una bomba. Le mie amiche madri vivono attaccate ai loro cellulari: "Dove sei? No, non puoi uscire. No, non mi importa se tutti gli altri bambini ci vanno". Quanto sono ingenui, i bambini, nel raccontare bugie: quale madre, in Israele, potrebbe credere che tutti i bambini vadano da qualche parte? Dove potrebbero andare? E dove li porteranno le loro paure? In molti paesi del mondo i bambini temono l'ignoto, l'irreale. Tu comprendi di vivere in una zona di guerra quando capisci che le piu' grandi paure dei bambini sono cose che essi conoscono molto bene. Due anni fa, quando ne aveva dieci, il mio fratello minore venne a casa da scuola, apri' la porta e senti' il familiare suono di un'esplosione provenire dalla strada che aveva appena lasciato. Seduto davanti alla tv, cinque minuti dopo, pote' vedere il suo compagno di scuola aggirarsi accecato dal sangue in quella stessa strada, piena di pezzi di corpi umani e di gente ferita. Il papa' di questo bambino, che aveva accompagnato a scuola anche mio fratello, e aveva mangiato la pizza con lui, e' stato ucciso davanti agli occhi del figlio. E poi il figlio e' morto. Mio fratello si rifiuto' di parlarne. "Oh, non eravamo veramente amici. Davvero, non lo conoscevo cosi' bene". La prossima persona che si fara' esplodere nel centro di una delle nostre strade affollate ha ora l'eta' di mio fratello. Sua madre non deve preoccuparsi di cosa gli accade nel tragitto per andare a scuola: non ci sono piu' scuole. Le abbiamo demolite quando abbiamo distrutto le infrastrutture dei territori dell'Autorita' palestinese. La sua sorellina e' morta quando i soldati hanno fatto esplodere la sua casa. E i nostri soldati hanno fatto esplodere la sua casa perché il suo fratello maggiore era una "persona ricercata". Fare a pezzi la casa e' stato un modo per trasformarlo da "persona ricercata" a "corpo non desiderato", ridotto in brandelli di carne, e circondato dalle sue vittime. Il futuro terrorista, che ora ha 12 anni, dorme in una tenda provvista dall'Onu. Di cosa deve avere paura? Non c'e' piu' nulla da temere. Il peggio e' gia' accaduto. Ma i bulldozer sono ancora in giro, a demolire le case dei suoi vicini. Ogni giorno, un altro po' di tende si uniscono al gruppo. Sua madre gli racconta di quando vennero deportati da Latrun nel 1967. Sua nonna gli dice che quello fu nulla, a paragone della deportazione da Jaffa nel 1948, in cui lei fu trascinata via con sua madre, neonata urlante, fra le braccia. La mia nonna, invece, rifugiata dalla Polonia nazista, questo non riesce a capirlo. Il fatto che i palestinesi parlino ancora di Jaffa, dice, è la prova che vogliono sterminarci. Ogni volta che qualcuno si fa esplodere nelle nostre città, mia nonna mi chiama e mi confida il suo piano segreto. "Sono vecchia, e non ho niente da perdere. Mi vestirò di stracci come le loro donne, e mi faro' esplodere nel centro di Nablus. Questo gli insegnerà la lezione. Gli mostrerò cosa si prova". Tento di dirle che sanno già cosa si prova, che il numero dei loro morti e' tre volte il nostro, ma mia nonna non mi sente, perché sta piangendo. "Non sono esseri umani, singhiozza, Che gente può fare una cosa simile ,uccidere bambini in questo modo?". Gente che abbiamo deumanizzato, vorrei rispondere, ma tengo la bocca chiusa, e penso al figlio che non voglio avere. Il figlio che non voglio avere non si sentirà mai colpevole per essere un occupante, né temerà di diventare una vittima. Non dovrò dirgli di non avere paura, quando la paura e' l'unico sentimento razionale che si può provare. Non dovrò insegnargli che il bambino palestinese e' un essere umano come lui, mentre tutto il resto delle persone intorno a lui gli dirà il contrario. Il bambino che non voglio avere continuerà a dormire, rannicchiato in un segreto angolo della mia mente. Il figlio che non avrò mai sarà l'unico bambino al sicuro, in Medio Oriente Capita che, vivendo a Londra, mi sembri d'essere a Gerusalemme, commenta oggi Daphna Baram sul "Guardian". Daphna è una nota giornalista israeliana, attivista pacifista che ha servito Tsahal - l'esercito di Israele - per due anni come insegnante. Ha 35 anni. Due anni fa ha scritto queste righe bellissime, e sconvolgenti.

NURIT ELHANAN: dedicato alle sorelle musulmane


Sorelle musulmane, siete voi le vittime


Questo è il discorso che ha tenuto Nurit Peled Elhanan, ebrea ed israeliana, a Strasburgo in occasione della giornata internazionale delle donne, l'8 marzo 2005. Nurit ha perso una figlia di 13 anni, nel 1997 a causa di un attentato di un kamikaze. Grazie per avermi invitato in questa giornata. Lasciatemi dire, però, che avreste dovuto invitare una donna palestinese, al mio posto, perché sono le donne palestinesi che subiscono più violenza, nel mio paese. Dedico il mio discorso a Miriam Raban e a suo marito Kamal, i cui 5 figli sono stati uccisi dai soldati israeliani mentre raccoglievano le fragole nel loro orto. Nessuno subirà alcun processo per quel crimine. Quando ho chiesto perché non era stata invitata una donna palestinese, mi sono sentita rispondere che il discorso avrebbe avuto una piega troppo localistica. Non capisco come sia una violenza non localistica. Certo il razzismo, la discriminazione sono fenomeni universali ma il loro impatto è sempre locale e reale. Il dolore, l'umiliazione, la violenza, anche sessuale, la tortura, la morte sono cose molto locali e le ferite che lasciano sono locali e perpetue. Purtroppo la violenza locale inflitta alle donne palestinesi dal governo e dall'esercito israeliano si è diffusa in tutto il mondo. Per l'esattezza, la violenza militare, individuale e collettiva, fa oggi parte del destino delle donne musulmane, e non solo, ovunque l'illuminato mondo occidentale affonda lo stivale dell'imperialismo. E' una violenza di cui non si parla e che viene avallata con leggerezza dalla maggioranza delle popolazioni europee e usa. Ciò avviene perché il cosiddetto mondo libero ha paura del ventre delle musulmane. La Francia della libertè, ègalitè, fraternitè, ha paura delle ragazzine col velo, la grande Israele teme la minaccia demografica araba. L'onnipotente America e la Gran Bretagna contagiano i loro cittadini col terrore, rappresentandoli come perfidi, primitivi, antidemocratici, produttori di futuri terroristi assetati di sangue. Tutto questo mentre le persone che oggi stanno distruggendo il mondo non siano musulmane ma siano proprio loro: devotissimi cristiani ed ebrei. Non ho mai subito tanta sofferenza quanto devono sopportarne le donne palestinesi, ogni giorno e ora, la violenza che trasforma la vita in un inferno. Mi riferisco alla tortura fisica e mentale a cui sono sottoposte donne private dei diritti fondamentali, della riservatezza, della dignità, che possono essere violate in ogni momento nelle proprie case, costrette a mano armata, a spogliarsi davanti a estranei ed ai figli, le cui case vengono demolite, private del necessario per vivere, espropriate, private di una qualsiasi forma di vita familiare normale. Eppure anch'io sono vittima della violenza contro le donne, nella misura in cui la violenza contro i bambini è anche contro le loro madri. Le donne palestinesi, irachene, afgane sono mie sorelle, perché siamo tutte nelle mani degli stessi criminali che si autodefiniscono leader del mondo libero ed illuminato, ed in nome di questo illuminismo ci strappano i figli. Le madri israeliane, americane, inglesi, europee, hanno subito, per la maggior parte, il lavaggio del cervello, un accecamento violento che non gli permette di vedere che le loro sorelle, le loro uniche alleate al mondo sono le madri musulmane, palestinesi, irachene, afgane, i cui figli vengono massacrati dai nostri figli o si fanno saltare, disperati, insieme ai nostri figli. Nelle menti delle donne occidentali è stato inoculato lo stesso virus creato dai politici. Anzi i virus sono tanti, con nomi illustri: Democrazia, patriottismo, Dio, civiltà, ecc., fanno tutti parte di ideologie false e posticcie, che servono ad arricchire i già ricchi e potenti i già potenti. Alle madri occidentali, senza che se ne accorgano, viene impartita la convinzione che il loro utero è patrimonio dello stato: non possiamo gridare che i nostri figli li abbiamo messi al mondo noi, li abbiamo allattati e che sono nostri, non possiamo vedere che la vita del figlio vale meno di una goccia di petrolio. Possiamo solo pregare per il loro ritorno o crogiolarci nell'orgoglio patriottico davanti ai loro cadaveri. Siamo educate a sopportare ed a contenere l'angoscia con il prozac, non ad essere vere madri. I miei diritti naturali e di madre sono costantemente violati perché devo temere il giorno in cui mio figlio compirà 18 anni, e, strappato alle mie braccia, verrà trasformato in un giocattolo nelle mani di criminali come Sharon, Bush, Blair, ed i loro clan di generali assetati di sangue, petrolio e terre da conquistare. Vivendo in questo mondo, in questo stato, in questo regime, non posso dare consigli alle donne musulmane sulle loro vite. Non chiedo loro di togliersi il velo, di educare in modo diverso i loro figli, di lottare per costituire democrazie false come quelle occidentali che disprezzano i loro popoli e li usano. Chiedo loro, con umiltà, di essere mie sorelle, le ammiro per il coraggio e la perseveranza, le incoraggio ad andare avanti, avere bambini, mantenere una dignitosa vita familiare, nonostante le condizioni impossibili che il mio mondo impone loro. Dico alle mie sorelle che siamo tutte vittime della stessa violenza in modo diverso, trovo imperdonabile che esse siano maltrattate dal mio governo, dal mio esercito, che vive con le mie tasse. L'islam, l'ebraismo, il cristianesimo e qualsiasi religione in sé e per sé non sono una minaccia né per me né per nessun'altro. L'imperialismo americano è una minaccia, così come l'indifferenza europea e la crudeltà del regime razzista israeliano. Sono il razzismo e la xenofobia a spingere il soldato israeliano ad umiliare le donne palestinesi. E' il disprezzo per i diversi a permettere ai soldati americani di violentare ed uccidere le donne irachene. Questo odio consente ai carcerieri israeliani di detenere giovani donne palestinesi in condizioni disumane, separandole dai loro bambini piccoli. All'esercito di impedire loro di raggiungere ospedali o scuole, di confiscare le loro terre, sradicare i loro frutteti, distruggere le loro case, rubare la loro terra, impedire di coltivare per sfamarsi. Non so se sarei riuscita a sopravvivere a tanta umiliazione da parte del mondo intero. La voce delle madri è stata messa a tacere da troppo tempo, non vengono invitate a forum internazionali come questo. La loro voce non si sente e questo pianeta è sconvolto dalla guerra. Ebbene, queste donne sono mie sorelle e meritano che il mio grido si levi a nome loro, che io lotti per loro, che mi stringa a loro quando perdono i loro figli o la loro dignità a causa di giovani israeliani educati a credere che amore e compassione dipendano da razza o religione. Stringermi a loro e ai loro bambini traditi.

GIDEON LEVY: CHI HA INIZIATO


Fonte: Ha’aretz



“Abbiamo lasciato Gaza e loro ci sparano i Qassam” – non esiste una formulazione più precisa del punto di vista che sta prevalendo [ndt, in Israele] in queste ore del conflitto. “Hanno iniziato loro”, sarà la risposta ripetitiva a chiunque cerchi di argomentare, ad esempio, che poche ore prima del primo Qassam caduto nella scuola di Askelon, che non ha causato danni, Israele ha seminato distruzione nella Università islamica di Gaza. Israele sta causando black out energetici, mantiene l’assedio, bombarda e spara, assassina e imprigiona, uccide e ferisce civili, inclusi bambini e neonati in misura orrenda, ma “Hanno iniziato loro”. C’è stata anche una “rottura delle regole” condotta da Israele: ci è permesso bombardare qualunque cosa vogliamo ma a loro non è concesso lanciare Qassam. Quando sparano un Qassam su Askelon, si tratta di “una escalation del conflitto”, e “ quando noi bombardiamo una università e una scuola, è assolutamente giusto. Perché? Perché hanno iniziato loro. Ecco perché la maggioranza pensa che tutto il giusto stia dalla nostra parte. Come in un bisticcio nel cortile di scuola, l’argomento su chi ha iniziato è l’argomento moralmente vincente di Israele per giustificare qualunque ingiustizia. Allora, chi realmente ha iniziato? E poi, abbiamo “lasciato Gaza?” Israele ha lasciato Gaza solo parzialmente, e in modo non chiaro. Il piano di disimpegno, che era stato etichettato con titoli divertenti come “ripartizione” e “fine dell’occupazione”, ha significato lo smantellamento delle colonie e la partenza da Gaza delle Forze di Difesa, ma non ha cambiato in niente le condizioni di vita della popolazione della Striscia. Gaza è ancora una prigione e i suoi abitanti sono ancora condannati a vivere in povertà e oppressione. Israele rinchiude esternamente il mare, l’aria e la terra, eccetto che per una limitata valvola di salvezza al crossing di Rafah. Non possono visitare i loro parenti della Cisgiordania o cercare lavoro in Israele da cui l’economia di Gaza ha dipeso per circa 40 anni. Alcuni beni possono essere trasportati, altri no. Gaza non ha alcuna possibilità di scappare alla povertà in queste condizioni. Nessuno farà investimenti, nessuno può svilupparsi, nessuno si può sentire libero là dentro. Israele ha lasciato la gabbia, ha buttato via la chiave e ha lasciato i residenti al loro amaro destino. Adesso, nemmeno dopo un anno, il disengagement sta ritornando indietro, con molta più violenza. Che cosa potremmo ancora aspettarci? Che Israele possa ritirarsi unilateralmente, ignorando brutalmente e immoralmente i loro bisogni e che loro sopporteranno in silenzio il loro amaro destino e non continueranno a lottare per la loro libertà, per le loro vite o per la loro dignità? Abbiamo promesso un passaggio di sicurezza con la Cisgiordania e non abbiamo mantenuto la promessa. Abbiamo promesso di liberare i prigionieri e non abbiamo mantenuto la promessa. Abbiamo sostenuto elezioni democratiche per poi dopo boicottare la leadership legalmente eletta, confiscando fondi che gli appartengono, e dichiarandogli guerra. Avremo potuto ritirarci da Gaza con dei negoziati e in modo coordinato, rafforzando intanto la leadership palestinese, ma ci siamo rifiutati di farlo. E ora, ci pentiamo di questa “mancanza di leadership?” Abbiamo fatto tutto quello che si poteva per minare la loro società e leadership, assicurandoci quanto più possibile che il disengagement non sarebbe stato un nuovo capitolo nelle nostre relazioni con la nazione vicina, e ora siamo stupiti dalla violenza e dall’odio che abbiamo coltivato con le nostre mani. Cosa sarebbe potuto accadere se i palestinesi non avessero lanciato i Qassam? Israele avrebbe tolto il blocco economico da Gaza? Avrebbe aperto il confine ai lavoratori palestinesi? Incoraggiato gli investimenti a Gaza? Nonsense. Se i Gaziani fossero rimasti seduti, come Israele si aspetta da loro, il loro caso sarebbe scomparso dall’agenda – qui e nel resto del mondo. Israele potrebbe continuare con la convergenza che ha significato soltanto servire i propri obiettivi, ignorando i loro bisogni. Nessuno si sarebbe dato pensiero per il destino della gente di Gaza se loro non avessero reagito violentemente. Questa è l’unica amara verità, ma con calma sono trascorsi i primi venti anni dell’occupazione e noi non abbiamo mosso un dito per provi fine. Al contrario, coperti dalla calma, abbiamo costruito un enorme e criminale impresa coloniale. Con le nostre stesse mani, noi stiamo ancora una volta spingendo i palestinesi ad usare le insignificanti armi che possiedono; e in tutta risposta impieghiamo un intero immenso arsenale a nostra disposizione, e continuiamo a lamentarci che “Hanno iniziato loro”. Abbiamo iniziato. Abbiamo iniziato con l’occupazione e siamo legati al dovere di porvi fine, una fine reale e completa. Abbiamo iniziato con la violenza. Non c’è violenza peggiore che quella di chi occupa, usando la forza su un intera nazione, così che la domanda su chi per primo ha sparato è ad ogni modo un evadere, fornendo un quadro distorto. C’erano, anche dopo Oslo, quelli che dichiaravano “abbiamo lasciato i territori”, in una simile commistione di cecità e bugie. Gaza è in serio pericolo, condannata a morte, all’orrore e alle difficoltà quotidiane, lontana dagli occhi e dal cuore degli israeliani. Stiamo mostrando solo i Qassam. Vediamo solo i Qassam. La Cisgiordania è ancora sotto lo stivale dell’occupazione, le colonie stanno crescendo, e qualunque mano tesa per un negoziato, inclusa quella di Ismail Haniyeh, viene immediatamente respinta. E dopo tutto questo, se ancora qualcuno pensa in modo diverso, la risposta vincente è presto detta: “Hanno iniziato loro”. Hanno iniziato e il giusto è dalla nostra parte, mentre la realtà è che non hanno iniziato loro e che noi non siamo dalla parte del giusto. http://www.haaretz.com/hasen/spages/760138.html