
Intervista a Gideon Levy - Indymedia Calabria

Quasi tutte le 13.000 famiglie di Gaza che dipendono dall'agricoltura, dalla zootecnia e dalla pesca hanno subito danni di vaste proporzioni a causa del recente conflitto e molte attivita' sono andate completamente perdute. Lo ha riferito la Fao in una nota, che sottolinea come la distruzione del settore agricolo abbia "peggiorato la gia' grave situazione della produzione alimentare causata da 18 mesi di chiusura delle frontiere: i fattori produttivi agricoli sono o troppi costosi o semplicemente non disponibili, l'accesso alle terre e al mare e' stato limitato e le importazioni e le esportazioni sono state fortemente ridotte". A causa della scarsa produzione agricola, continua l'agenzia Onu, "gli abitanti di Gaza non hanno cibo a sufficienza che sia nutriente, prodotto localmente e a prezzi accessibili. Carne e proteine animali sono irreperibili". "I contadini che gia' lottavano per riuscire a guadagnare qualcosa prima dello scoppiare del conflitto adesso rischiano una perdita irreversibile dei propri mezzi di sopravvivenza, poiche' non possono rimpiazzare il bestiame perduto, gli attrezzi andati distrutti, o riparare quelli danneggiati", ha riferito Luigi Damiani, coordinatore Fao a Gerusalemme, "per molte donne i cui mariti sono stati uccisi o feriti durante il conflitto e' sempre piu' difficile riuscire a tirare avanti e fornire cibo alla propria famiglia". Per questo l'agenzia ha programmato interventi d'emergenza per la ripresa agricola e per portare aiuto alle famiglie piu' vulnerabili. Gli aiuti d'emergenza comprenderanno la distribuzione di fattori produttivi -sementi, germogli, fertilizzanti, mangimi animali, attrezzi e materiale veterinario- per rimettere in piedi produzione agricola, zootecnia, acquacoltura e orti familiari per la prossima stagione primaverile. ![]() GAZA: FAO, GRAVEMENTE DANNEGGIATO IL SETTORE AGRICOLO |


Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora.Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza.Signore, creatore di tutti i bambini, ascolta la nostra preghiera in questo giorno maledetto. Dio, che noi chiamiamo Benedetto, rivolgi il tuo sguardo verso di loro, i bambini di Gaza, affinché possano conoscere le tue benedizioni e la tua protezione, che possano conoscere la luce ed il calore dove ora non ci sono che tenebre e fumo, ed un freddo che avvizzisce e dilania la pelle.Onnipotente, tu che fai eccezioni che noi chiamiamo, fai un’eccezione per ibambini di Gaza. Proteggili da noi e dai loro. Risparmiali. Salvali. Lasciali vivere in tutta sicurezza. Liberali dalla fame e dall’orrore, dalla furia e dal dolore. Liberali da noi e dai loro.Dona loro di ritrovare la loro infanzia ed il loro diritto di nascere, che è un’anteprima di Paradiso.Ravviva nella nostra memoria, o Signore, le sorti del bambino Ismaele, padre di tutti i bambini di Gaza. Come il bambino Ismaele è stato senz’acqua e lasciato a morire nel deserto di Beer-Sheba, talmente privato di ogni speranza che sua madre non poteva sopportare di vedere la sua vita perdersi via nella sabbia.Sii quel Signore, il Dio del nostro consanguineo Ismaele, il quale ha udito il suo grido e ha inviato un suo angelo per riconfortare sua madre Hagar.Sii quel Signore, tu che rimanesti con Ismaele quel giorno e tutti i giorni posteriori. Sii quel Dio, di ogni misericordia, che ha aperto gli occhi di Hagar in quel giorno e le ha mostrato il pozzo affinché ella potesse dare da bere al piccolo Ismaele e salvarlgli la vita.Allah, che noi chiamiamo Elohim, tu che doni la vita, che conosci il valore e la fragilità di ogni vita, invia i tuoi angeli a questi bambini. Salvali, i bambinidi quel luogo, Gaza la più bella, Gaza la dannata.In questo giorno in cui l’ansia, la collera e il lutto che viene chiamato guerra colgono i nostri cuori e li coprono di cicatrici, invocandoti, Signore, il cui nome è pacBenedici quei bambini e proteggili dal mal.Volgi lo sguardo verso di loro, Signore. Mostra loro, come se fosse per la prima volta, la luce e la bontà, e la tua benevolenza travolgente.Guardali, Signore. Permetti loro di vedere il tuo volto.E, come se fosse per la prima volta, dona loro la pace.A Jew's prayer for the children of Gaza
Nell'ufficio di presidenza della Carmel School di Haifa c'è un via vai di persone: insegnanti, allievi, genitori, operatori scolastici... Ma la preside trova tempo per tutti e ha una parola d'incoraggiamento per ciascuno. Grandi occhi verdi, sorriso solare, Annamaria Karram, classe 1965, svolge questo incarico da sette anni, dopo aver insegnato matematica per una dozzina d'anni e, ancor prima, aver lavorato come impiegata in una ditta di import- export.«Sono cristiana, araba palestinese e cittadina israeliana», dice di sé. Un'identità complessa, comune a tanti abitanti della Galilea: «Anche a me manca una patria, vorrei sentirmi rappresentata da una bandiera, cantare l'inno nazionale... ma ho risolto il problema sentendomi cittadina del mondo, come figlia di Dio. L'appartenenza cristiana per me è più forte di quella politica: quando ci saranno due Stati, uno israeliano e l'altro palestinese, non so da che parte starò, ma so che mi sentirò innanzitutto cristiana». Una condizione, quella dei cristiani mediorientali, che non è ben conosciuta in Occidente ed è spesso ignorata anche dagli stessi pellegrini cristiani che visitano la Terra Santa. «Vorrei che i cristiani d'Occidente fossero più coscienti che ci sono cristiani arabi in Terra Santa. Se in Italia dico che sono araba di Terra Santa, sono scambiata per musulmana, se dico che sono israeliana pensano subito che sia ebrea. Qui come arabi cristiani siamo una minoranza, ma esser riconosciuti anche all'estero ci aiuterebbe a consolidare la nostra identità».
Vittorie e sconfitte. Annamaria ha fatto scelte coraggiose per inserirsi in una società in cui non è facile per una donna «araba e cristiana» raggiungere un buon livello professionale: «Finita la scuola superiore - racconta - ho cercato subito lavoro e l'ho trovato come impiegata, ma poi ho scoperto che la mia vocazione era un'altra, che avrei potuto testimoniare meglio i miei valori nel contesto scolastico. Allora mi iscrissi all'università per proseguire gli studi di matematica e diventare insegnante. Ora sono pienamente realizzata, perché nella scuola si può fare molto per cercare di migliorare questa società, per favorire la conoscenza fra persone diverse, per educare al rispetto e all'amore». Un percorso di vita illuminato e sostenuto dal Movimento dei Focolari: «Senza di loro non sarei qui, non riuscirei ad avere il coraggio di testimoniare e di andare controcorrente. Il Movimento dei Focolari mi ha aiutata fin da bambina, soprattutto nelle grandi svolte della vita». Ne ricorda due in particolare: «A dieci anni capii finalmente che dovevo accettare mio papà handicappato, anzi iniziai a pregare affinché lui accettasse e vivesse bene quella situazione; una seconda svolta fu in occasione del mio primo esame all'università, quando fallii, benché mi considerassi la prima della classe. Con i focolarini imparai a far tesoro anche della sconfitta, che mi allargò il cuore e mi aiutò a capire meglio e ad amare gli allievi che falliscono».La sfida educativa. Non ci nasconde i problemi che incontra nel difendere i valori cristiani: «Le difficoltà sono molte: vedo tante debolezze, sia negli alunni sia nei professori, che spesso non capiscono la necessità di difendere i valori cristiani su cui si fonda la nostra scuola. Quest'anno, ad esempio, ci sono stati alcuni scioperi e abbiamo dovuto denunciare le ore non lavorate, ma alcuni insegnanti avrebbero voluto ritoccare il computo... Io parlo di trasparenza e onestà, ma non è sempre facile da applicare».
Scuola di vita. Con l'occhio di chi conosce bene gli studenti, la Karram guarda con preoccupazione alla realtà giovanile, che in questi ultimi anni è stata travolta da un cambiamento enorme: «I nostri ragazzi stanno perdendo valori fondamentali per il vivere civile, e questo succede in tutti i gruppi religiosi; a scuola si fa fatica a difendere certi principi, anche perché lo Stato limita sempre di più la libertà degli insegnanti, che oggi devono star molto attenti al modo in cui fanno rispettare le regole. I genitori non hanno più il tempo per educare i figli e li accontentano in tutto: così a scuola diamo valori e spesso a casa i ragazzi ricevono disvalori, tra i quali la liceità della vendetta piuttosto di un'educazione al perdono».
Quale dunque può essere il ruolo della scuola nell'educare le giovani generazioni a un futuro di convivenza pacifica? Annamaria non perde la fiducia e la speranza: «La scuola può fare molto: è sui banchi di scuola che di fatto i giovani imparano a conoscersi nella loro diversità e di qui la conoscenza si estende alle loro famiglie. Noi lavoriamo molto per lo scambio tra cristiani e musulmani che frequentano insieme le nostre classi, e organizziamo spesso iniziative con scuole ebraiche per allargare il confronto. Ma poi occorre che la famiglia supporti e integri la pedagogia della scuola».La Carmel School è un'istituto privato, ma non teme il calo degli iscritti, dal momento che il livello di preparazione è decisamente qualificato: «Non è solo questione di garantire un'istruzione buona, le famiglie scelgono la nostra scuola privata perché siamo particolarmente attenti all'educazione, a dare regole di vita, a partire dalle piccole cose, dalle relazioni quotidiane... In questo modo anche molte famiglie musulmane accettano che i figli frequentino una scuola cattolica».
Quali sogni tiene nel cassetto? «Vorrei che la mia scuola fosse sempre di più un modello di vita e di amore, dove ogni persona guardi all'altra come ad un'immagine di Dio. E io vorrei cercare di assomigliare il più possibile a un'altra Maria di Galilea: porto il nome della madre di Dio e vivo non lontano da Nazaret...».Diciotto palestinesi tra cui undici alunni delle scuole elementari e una donna incinta sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano su Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Lo hanno riferito fonti mediche locali. L'attacco ha preso di mira la moto su cui viaggiavano un poliziotto di Hamas e un altro uomo. Feriti anche sei bambini e un adulto che si trovavano lungo la strada. L'esercito israeliano ha spiegato di aver preso di mira l'agente di Hamas, Mohammed al-Sumeiri, perche' fa parte del commando che martedi' scorso aveva piazzato la bomba che ha ucciso un soldato vicino al valico di Kissufim.

Ma non si è qui per fare raffronti musicali, quanto per raccontare di come questa canzone, trasmessa inizialmente da una radio giordana e poi ripresa da pacifisti israeliani, sia diventata un vero caso grazie a Internet: 250.000 download in mp3, 770.000 contatti su YouTube e oltre 10.000 e-mail di supporto.Una canzone per Gaza trionfa nel Web e diventa un caso | Liquida ...

“Sin dall’inizio ero contro questa guerra, sapevo che alla fine ci saremmo trovati allo stesso punto di partenza con più morti e feriti. Non ho accettato la scelta di Israele di colpire degli innocenti e non esiste nessuna giustificazione, e non accetto nemmeno la politica di Hamas che ha nascosto razzi e bombe nelle scuole e negli asili. La peggior cosa che possa esistere è perdere la fiducia verso una soluzione alternativa alla guerra, così ci si riduce a vittime e da ebreo sono stufo di guardarmi come vittima. Voglio che Israele avanzi una proposta forte e che i palestinesi abbiano uno stato indipendente dove poter crescere i propri figli con dignità. Dobbiamo imparare a vivere non a sopravvivere. Solo la pace può risolvere i nostri problemi esistenziali oltre che politici e aiutare entrambi i popoli a coesistere”.
David Grossman, un romanzo di pace per Gaza
Dialogo con gli estremisti, Grossman divide Israele
allegato : aarticoli Grossman




Le Monde Diplomatique, dicembre 2008
Marcel Liebman pagò il suo impegno in favore della convivenza tra ebrei e arabi non solo con minacce e ingiurie che gli vennero rivolte in occasione dei suoi interventi pubblici, ma con una «scomunica» da parte della comunità ebraica di Bruxelles che fu estesa alla sua famiglia. A oltre vent'anni dalla morte dello storico socialista, arriva in Italia la prima traduzione che ci offre l'opportunità di conoscere parte del pensiero dell'intellettuale belga affermatosi per i suoi studi su Lenin e sul movimento operaio e che lottò costantemente per i diritti dei palestinesi. Con un'introduzione di Enzo Traverso,
Liebman, il viaggio di un uomo giusto
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Molti paragoni sono stati fatti, in queste settimane, per spiegare al mondo le motivazioni dell’attacco militare israeliano a Gaza. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak fece questo esempio: “Cosa accadrebbe se per anni venissero lanciati razzi dal Messico contro gli Stati Uniti?”. Il professore americano Randall Kuhn, nell’articolo seguente, accetta di partire da questo paragone e lo sviluppa coerentemente fino alle sue ultime conseguenze ( Washington Times - in arabnews)
A seguito dell’invasione israeliana di Gaza, il ministro della difesa Ehud Barak fece questa analogia: “Pensate a ciò che accadrebbe se per sette anni fossero stati lanciati razzi da Tijuana, in Messico, contro San Diego, in California”.
In poche ore, decine di esperti e politici americani avevano ripetuto il paragone di Barak quasi alla lettera. Su questo stesso giornale, il 9 gennaio, Steny Hoyer, leader della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, ed Eric Cantor, capogruppo della minoranza, avevano concluso un articolo di opinione affermando che “l’America non rimarrebbe certamente oziosa, se dei terroristi lanciassero missili oltre il nostro confine in direzione del Texas o del Montana”. Ma vediamo se la nostra classe politica ed i nostri esperti riusciranno a ripetere a pappagallo anche la seguente analogia.
Pensate a cosa accadrebbe se San Diego espellesse gran parte della sua popolazione ispanica, afroamericana, asiatico-americana, e nativa americana, circa il 48% del totale, e la trasferisse con la forza a Tijuana. Non solo gli immigrati, ma anche coloro che vivono in questo paese da molte generazioni. Non solo i disoccupati, i criminali, o coloro che odiano l’America, ma anche professori di scuola, proprietari di piccole imprese, soldati, e perfino i giocatori di baseball.
E cosa accadrebbe se creassimo degli enti governativi basati sulla fede religiosa per contribuire a trasferire dei bianchi nelle case di coloro che abbiamo cacciato? E se radessimo al suolo centinaia delle loro case nelle aree rurali e, con l’aiuto di donazioni caritatevoli provenienti da persone negli Stati Uniti e all’estero, piantassimo foreste là dove in precedenza sorgevano i loro villaggi, creando riserve naturali per il piacere dei bianchi? Sembra abbastanza orribile, non è vero? Potrei essere definito antisemita per il fatto di dire queste verità. Ebbene, io sono ebreo, e lo scenario appena descritto è ciò che molti importanti studiosi israeliani dicono che è realmente accaduto quando Israele espulse i palestinesi dal sud del futuro stato ebraico, spingendoli a forza dentro Gaza. Ma questa analogia è appena all’inizio.
Cosa accadrebbe se le Nazioni Unite tenessero le minoranze scacciate da San Diego in affollati e malsani campi profughi per 19 anni? E se poi gli Stati Uniti invadessero il Messico, occupassero Tijuana e cominciassero a costruire vasti complessi edilizi a Tijuana, nei quali potrebbero vivere solo i bianchiE cosa accadrebbe se gli Stati Uniti costruissero una rete di superstrade per collegare i cittadini americani di Tijuana agli Stati Uniti? E se costruissero dei posti di blocco, non solo fra il Messico e gli Stati Uniti, ma anche attorno ad ogni quartiere di Tijuana? Cosa accadrebbe se chiedessimo ad ogni residente di Tijuana, profugo o nativo, di mostrare una carta di identità ai militari americani a discrezione di questi ultimi? Cosa accadrebbe se migliaia di residenti di Tijuana perdessero le loro case, il loro posto di lavoro, i loro affari, i loro figli, la loro dignità a causa di questa occupazione? Sareste sorpresi di venire a sapere dell’esistenza di un movimento di protesta a Tijuana, che a volte diventa violento e carico d’odio? Okay, ora andiamo alla parte incredibile.Pensate a cosa accadrebbe se, dopo aver espulso tutte le minoranze da San Diego a Tijuana, e dopo averle assoggettate a 40 anni di brutale occupazione militare, semplicemente lasciassimo Tijuana, rimuovendo tutti i coloni bianchi e tutti i soldati; ma, invece di dar loro la libertà, costruissimo un muro elettrificato alto sei metri intorno a Tijuana. Non soltanto sui lati che confinano con San Diego, ma anche attorno a tutti i valichi con il Messico. Cosa accadrebbe se costruissimo delle torri di guardia alte 15 metri, dotate di mitragliatrici, e dicessimo loro che spareremo loro a vista se dovessero avvicinarsi a meno di 100 metri da questo muro? E se quattro giorni su cinque tenessimo chiuso ciascuno di questi valichi di confine, impedendo che arrivino perfino il cibo, i vestiti e le medicine? E se pattugliassimo il loro spazio aereo con i nostri modernissimi caccia, e non permettessimo loro neanche di avere un aereo per spruzzare dall’alto i pesticidi? E se controllassimo le loro acque territoriali con sottomarini e cacciatorpediniere, e non permettessimo loro neanche di pescare?Sareste del tutto sorpresi di venire a sapere che questi gruppi di resistenza a Tijuana, anche dopo essere stati “liberati” dalla loro occupazione, ma lasciati mezzo morti di fame, continuano a lanciare razzi contro gli Stati Uniti? Probabilmente no. Ma potreste rimanere sorpresi venendo a sapere che la maggioranza della popolazione a Tijuana non ha mai preso in mano un razzo, o un’arma di nessun tipo.La maggioranza ha invece appoggiato, contro ogni speranza, dei negoziati per una soluzione pacifica che garantirebbe sicurezza, libertà, ed uguali diritti ad entrambi i popoli, in due stati indipendenti che vivrebbero fianco a fianco come vicini. Questa è un’analogia accurata dell’aggressione militare israeliana a Gaza di questi giorni. Forse, molto presto, il buon senso prevarrà, e nessun “corpus” di analogie fuorvianti su Tijuana, o su qualcos’altro, sarà in grado di oscurare la verità. Se quel momento arriverà, può darsi che, in un paese la cui popolazione ha gridato “We Shall Overcome” (canzone simbolo del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti (N.d.T.) ), “Ich bin ein Berliner”, “fermiamo l’apartheid”, “Tibet libero”, “salviamo il Darfur”, ci uniremo e grideremo “Gaza libera. Palestina libera”. E siccome siamo americani, il mondo prenderà nota ed i palestinesi saranno liberi, e forse la pace prevarrà per tutti i residenti della Terra Santa.
di Randall Kuhn - direttore del Global Health Affairs Program presso la Josef Korbel School of International Studies dell’Università di Denver; ha scritto questo articolo il 14/01/2009, di ritorno da un viaggio in Israele ed in Gaza: quando Israele espulse i palestinesi | Informazione Libera
«Che Dio spazi via la rabbia degli uomini e inondi Gaza della sua grazia. A nome della gente di Gaza vi vogliamo dire grazie, amici di tutto il mondo, per le vostre preghiere incessanti e per l'aiuto di cui abbiamo bisogno urgentemente e che speriamo ci raggiunga presto».
Guarda al futuro una lettera del parroco di Gaza, padre Manuel Musallam, rilanciata oggi dal sito web del patriarcato latino di Gerusalemme e che qui riportiamo tradotta integralmente. Padre Manuel racconta di una terra devastata, di ferite profondissime e difficili da guarire, nel copro e nella mente degli abitanti di Gaza; dell'assoluto e sempre più pressante bisogno di dire, una volta per tutte, la parola fine alla guerra tra israeliani e palestinesi, sapendo però che non esiste pace senza giustizia.
È una lettera che ringrazia chi ha aiutato con generosità; ma è ancora una volta un appello a ciascuno, perché non si dimentichi delle sofferenze di Gaza. E, in questo senso, ricordiamo che donazioni per la parrocchia di padre Manuel possono essere fatte attraverso l'iniziativa lanciata alcuni giorni fa dalla Custodia di Terra Santa in collaborazione con il patriarcato latino di Gerusalemme.
Ecco la testimonianza di padre Musallam:
"Pace e benedizioni a voi, che Dio spazzi via la rabbia degli uomini e inondi Gaza con la sua grazia e il suo amore. Gaza soffriva prima della guerra, ha sofferto durante la guerra e continua a soffrire ora, a guerra conclusa.
Centinaia di persone sono state uccise e molte di più sono rimaste ferite durante l'invasione israeliana. La nostra gente ha sopportato il bombardamento delle case, la distruzione del raccolto, ha perso ogni cosa e adesso è senza dimora. Abbiamo sopportato le bombe al fosforo che hanno causato orribili ferite, soprattutto ai civili. Come i primi cristiani, la nostra gente sta vivendo un periodo di grandi persecuzioni, persecuzioni che andranno testimoniate alle future generazioni come una prova della fede, della speranza e dell'amore di questa gente.
Adesso molte famiglie sono rifugiate presso le scuole dell'Unrwa (l'agenzia delle Nazioni Unite per l'assistenza ai profughi palestinesi - ndr), dove speravano di essere al sicuro. Ma con 50-60 persone per stanza, la mancanza di elettricità, acqua, letti e cibo e di un posto dove lavarsi, le condizioni di vita sono terribili.
Gli aiuti di emergenza non sono ancora arrivati alla nostra chiesa e la nostra gente, avendo troppa paura ad avventurarsi nella città distrutta, non è in grado di raggiungere i magazzini in cui sono stoccati gli aiuti della Croce Rossa e delle Nazioni Unite. Noi speriamo in Dio ma ci appelliamo al mondo intero e in particolare alla Chiesa perché Gaza venga aiutata. Le vostre preghiere e la vostra sollecitudine saranno la nostra salvezza.
La guerra ha colpito tutti a Gaza. Un'insegnante ha trovato riparo nella nostra scuola con suo marito e quattro figli. L'uomo è stato colpito dalle schegge di un ordigno israeliano e le sue gambe sono ferite in modo grave. Lei è sconvolta e spaventata e quando le ho parlato cercava disperatamente un po' di acqua pulita per dare da bere al bimbo (più piccolo).
La Chiesa di Gaza ha perso Naseem Saba, un cattolico di 26 anni. È stato ucciso da un raid israeliano il 7 gennaio. Il giorno prima Israele aveva distrutto la casa della sua famiglia, dove Naseem viveva con i suoi tre zii.
Come per la distruzione delle cose e le ferite dei corpi, anche il trauma mentale causato alla nostra gente è incalcolabile. Per tornare alla normalità avranno bisogno di aiuto e sostegno per anni interi. Dovranno trovare un luogo dove vivere e ci sarà bisogno di centri appositi per chi è stato ferito durante i bombardamenti, scuole speciali per chi è rimasto traumatizzato o per i bimbi rimasti orfani e un apparato completo di servizi riabilitativi.
L'acqua pulita scarseggia, così entrambe le nostre scuole di Remal e di Zaitun riforniscono la gente del posto di acqua presa da un pozzo artesiano, scavato grazie alla generosità di benefattori austriaci. Il generatore della scuola produce elettricità per il vicino fornaio. E visto che per settimane si era interrotta la distribuzione del pane la gente dice: «Il prete è diventato un fornaio». Ed è vero. Siamo felici di poterlo fare.
Adesso la guerra deve finire. Il mondo deve trovare una soluzione per il popolo palestinese e non ci si deve accontentare di tornare al punto in cui eravamo prima che scoppiasse questa guerra. I confini che ci separano da Israele devono essere ridisegnati e l'occupazione, che è iniziata 60 anni fa, deve finire.
Lo status dei rifugiati palestinesi deve essere risolto sulla base del Diritto al ritorno e Gerusalemme Est deve diventare la capitale dello Stato palestinese. Bisogna abbattere il muro dell'apartheid, aprire i valichi di frontiera, liberare i detenuti palestinesi e smantellare gli insediamenti israeliani in modo che la terra possa tornare ai suoi legittimi proprietari palestinesi.
La pace è possibile solo se si accorda con la giustizia. Se il mondo garantirà i diritti umani ai palestinesi, ci sarà sicuramente pace in Medio Oriente.
A nome della gente di Gaza vi vogliamo dire grazie, amici di tutto il mondo, per le vostre preghiere incessanti e per l'aiuto di cui abbiamo bisogno urgentemente e che speriamo ci raggiunga presto. Ringraziamo sua santità Benedetto XVI per aver continuato ad invocare la pace in Medio Oriente e per il suo generoso aiuto ai poveri di Gaza. E ringraziamo tutti i vescovi, i preti, i pastori, i monaci e le suore di tutto il mondo perché ci ricordano nelle loro preghiere.Per conto di ciascun abitante di Gaza, condivido le vostre preghiere e dico al mondo intero: "D'ora innanzi che nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen (Galati 6, 17-18)".Vostro
padre Manuel Musallam
pastore della Chiesa cattolica di Gaza
20 gennaio 2009
