Decine di adolescenti da Gerusalemme hanno ricevuto lo stesso messaggio ICQ: "Stiamo per porre fine a tutti gli arabi di 'Pisga' [Pisgat Ze'ev] :fischiano alle ragazze, minacciano i più piccoli . Chiunque è ebreo dovrebbe essere al Burger Ranch(centro commerciale) alle 10 PM, e aggiungere il suo nome a questo messaggio." E' il 30 aprile, vigilia di Holocaust Remembrance Day. Decine di ragazzi giungono da tutte le parti della capitale : a piedi,in autobus ecc.. Sono armati di coltelli, di bastoni e vogliono punire gli arabi in quanto tali All'ingresso, la banda incontra due ragazzi del campo profughi di Shuafat e li pugnala , dopo averli picchiati .Pochi giorni fa, una requisitoria è stata presentata al Tribunale distrettuale di Gerusalemme contro gli 11 adolescenti di età compresa tra 15-19. La loro testimonianza dimostra che l'attentato è stato perpetrato in una società dove la violenza contro gli arabi è vista come un legittimo e necessario mezzo attraverso il quale ripristinare l'' egemonia ebraica del quartiere. (Segue trascrizione verbale polizia in inglese)Il sopraintendente Eyal Goren, incaricato delle indagini, spiega . "non abbiamo mai visto un attacco così organizzato e violento. I più giovani hanno commesso i crimini più gravi ", Due giorni fa, la Corte suprema ha deciso di liberare tutti coloro che erano agli arresti domiciliari Pochi deplorano quanto è accaduto: un uomo non nasconde la sua soddisfazione: "la polizia non fa nulla , era ora che qualcuno si ribellasse."Intanto il ragazzo arabo sta male,si sveglia di notte gridando ed ha paura
sabato 31 maggio 2008
Un messaggio ICQ: "vediamoci per mandare via gli arabi" Adolescenti attaccano due ragazzi arabi ...
i 20 anni dell'associazione israeliana: "medici per i diritti umani"
lunedì 26 maggio 2008
Video: mercenario israeliano coinvolto formazione squadroni della morte in Colombia
Un mercenario israeliano, accusato dalla Colombia di aver addestrato squadre paramilitari negli anni Ottanta, ha vinto l'appello alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo contro l'estradizione dalla Russia. Gal Yair Klein è stato processato in contumacia nel 2001 per aver addestrato gli "squadroni della morte" usati da Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar, leader del cartello di Medellin. Tra il 1999 e il 2000, Yair Klein ha scontato anche sedici mesi di reclusione in Sierra Leone per aver contrabbandato armi alla guerriglia del Revolutionary United Front (Ruf).
3 Israele:ricercati dall'Interpol tre israeliani:
addestrarono squadre della morte in Colombia
Bogotà, 4 aprile - L''Interpol ha emesso un mandato di cattura nei confronti di tre cittadini israeliani, residenti pare nello Stato ebraico, accusati di aver addestrato delle squadre della morte in Colombia e di aver preparato gli eserciti privati di due grandi narcotrafficanti locali. Uno dei tre, un tal Yair Klein, ex tenente colonnello delle forze armate israeliane, intervistato lo scorso mese da un'emittente tv colombiana in Israele, ha negato ogni relazione con i narcotrafficanti, ma ha ammesso di aver preparato squadre della morte ad affrontare la guerriglia di sinistra
US prof. dona premio israelianoin denaro all'Università palestinese

domenica 25 maggio 2008
I Cristiani sionisti e la loro influenza sulla politica della destra israeliana
vedere anche
Marco D'Eramo - I sionisti evangelici, ''Il manifesto'' 10-9-2002
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina:
IL SIONISMO CRISTIANO
2L'Evangelista americano John Hagee ha annunciato una donazioni di $ 6 milioni di euro per Israele, ma Gerusalemme deve restare unita e sotto il controllo ebraico Nel suo viaggio, insieme a centinaia di fedeli, è stato accolto da Benjamin Netanyahu Inoltre ha promesso che parte del finanziamento sarà devoluto per creare ad Ariel,un centro congressi.Yossi Alpher analista politico ha aggiunto, "Gli i estremisti di destra stanno danneggiando il processo di pace".
originale
3 La donazione degli Evangelisti è inquietante
| Il dilemma ebraico di accettare il sostegno Evangelico | |
L'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Sallai Meridor, ha detto, davanti a una platea di cristiani (Cufi), che Israele e il mondo libero sono sotto l'attacco dell'Iran , un mixer di fanatismo, terrorismo , un pericolo simile a quello degli anni 30 ."dobbiamo evitare questo incubo", "il mondo deve agire e agire ora". Meridor ha detto che Israele farà qualsiasi passo necessario per assicurare che l'Iran non sviluppi una bomba nucleare. " tutte le opzioni sono possibili pur di fermare quest'ipotesi ". CUFI è un'organizzazione che raggruppa tutti i cristiani americani pro-Israel . L'organizzazione è stata creata nel 2006 dal Pastore del Texas John Hagee, deciso a costituire un movimento nazionale favorevole ad Israele. I responsabili di tutti i 50 stati erano presenti all'evento di mercoledì." è come il 1938 , ha detto Hagee. "l'Iran è la Germania, Ahmadinejad è Hitler ed egli sta parlando di uccidere gli Ebrei". "l'unico modo per evitare una guerra nucleare è essere sicuri che non inizi mai ".Il summit ha sollecitato il boicottaggio economico dell'Iran,
La gente mi chiede perché sosteniamo Israele", ha detto Hagee. "la risposta è perché siamo cristiani Bible-believing". "è la verità, la verità intera e soltanto la verità"..Meridor ha finito il suo discorso garantendo che Gerusalemme sarà capitale eterna di Israele
http://www.haaretz.com/hasen/spages/883947.html
sabato 24 maggio 2008
Or Yehuda-il rogo del Nuovo Testamento e le lacrime di coccodrillo

1 la notizia è stata riportata dal Jerusalem post e da Haaretz . Vedere qui:
venerdì 23 maggio 2008
la Siria preoccupata dell'abbraccio con l'iran
giovedì 22 maggio 2008
Di Jeff Halper : i Ripensando a Israele dopo 60 anni

Solamente a condizione di saper riconciliare la nostra celebrazione con la perdita palestinese possiamo finalmente avviarci sulla strada della gestione della presenza “nel nostro paese” di altre persone con rivendicazioni e con diritti altrettanto degni di considerazione, e con ciò aprire la via ad una pace giusta, alla riconciliazione e al conseguimento, quale che ne sia la forma politica, di una presenza nazionale ebraica nella Terra di Israele.
mercoledì 21 maggio 2008
reportage I ragazzi dei missili: nonna, vado a sparare

Hamas condanna l'Olocausto
entre il popolo palestinese commemora il 60° anniversario della Nakba (“catastrofe”), cioè l’espulsione della maggior parte del nostro popolo da questa terra, coloro che sono rimasti in Palestina stanno subendo aggressioni, uccisioni ed arresti, la pulizia etnica, e l’assedio. Ma invece del sostegno e della solidarietà dei media occidentali, assistiamo a continui tentativi di difendere ciò che è indifendibile, o di attaccare i palestinesi stessi.
Di recente sta prevalendo un atteggiamento che sembra far parte di un tentativo più vasto di isolare la leadership palestinese democraticamente eletta: si tende ad imputare a Hamas e agli abitanti della Striscia di Gaza sentimenti anti-ebraici, piuttosto che la semplice ostilità all’occupazione e al dominio sionista della nostra terra. Un recente articolo apparso sulla prima pagina dell’International Herald Tribune ha seguito questa linea, come anche un articolo uscito su questo giornale, a proposito di una trasmissione televisiva del canale satellitare “al-Aqsa” riguardante l’Olocausto commesso dai nazisti.
In realtà, il canale “al-Aqsa” è una televisione indipendente che spesso non rappresenta né l’opinione del governo palestinese guidato da Ismail Haniyeh né quella di Hamas. Il canale, regolarmente, dà ai palestinesi di diverse convinzioni politiche la possibilità di esprimere pareri che non sono condivisi dal governo palestinese o da Hamas. Nel caso specifico, l’opinione espressa da Amin Dabbur sul canale “al-Aqsa” è solo sua, e lui ne è l’unico responsabile (Amin Dabbur dirige un centro di ricerca a Gaza (N.d.T.) ).
D’altra parte, ci sorprende abbastanza il fatto che vi sia così poca o addirittura nessuna attenzione, da parte dei media occidentali, a ciò che viene regolarmente trasmesso o scritto nei media israeliani da politici e scrittori che esigono il totale sradicamento o “trasferimento” del popolo palestinese dalla sua terra.
I media israeliani e la stampa occidentale filo-israeliana sono pieni di commenti che negano o cercano di giustificare fatti storici ben documentati, compresa la Nakba del 1948 e i massacri compiuti a quell’epoca dall’Haganah, dall’Irgun e dal LEHI (organizzazioni paramilitari ebraiche costituitesi in Palestina a partire dal 1920 (N.d.T.) ) con l’obiettivo di costringere i palestinesi e a un esodo di massa.
Ma bisognerebbe mettere in chiaro che né Hamas né il governo palestinese di Gaza negano l’Olocausto nazista. L’Olocausto non fu solo un crimine contro l’umanità ma anche uno dei crimini più ripugnanti della storia moderna. Noi lo condanniamo alla stregua di ogni violenza contro l’umanità e ogni forma di discriminazione su basi religiose, razziali, sessuali o nazionali.
Ma nel condannare senza riserve i crimini compiuti dai nazisti contro gli ebrei d’Europa, ci opponiamo categoricamente anche al modo in cui i sionisti sfruttano l’Olocausto per giustificare i loro crimini e ottenere l’approvazione internazionale della campagna di pulizia etnica e dell’oppressione che stanno conducendo contro di noi. Si è arrivati al punto che il vice-ministro della difesa israeliano Matan Vilnai ha minacciato di compiere un “olocausto” contro gli abitanti di Gaza.
In 24 ore, 61 palestinesi—più della metà erano civili e un quarto di essi erano bambini—sono stati uccisi in una serie di incursioni aeree. Nel frattempo, si continua a perpetrare un orribile delitto contro l’umanità nei confronti della popolazione di Gaza: un assedio di due anni imposto dopo che Hamas ha vinto le elezioni legislative nel gennaio del 2006, un assedio che sta provocando grandi sofferenze. A causa di una seria mancanza di medicine e di viveri, molti palestinesi hanno perso la vita.
Non è giusto che gli europei in generale, e gli inglesi in particolare, facciano passare quasi sotto silenzio quello che i sionisti stanno facendo ai palestinesi, o tanto meno che sostengano o giustifichino le loro politiche oppressive, con il pretesto di mostrare compassione per le vittime dell’Olocausto.Il popolo palestinese aspira alla libertà, all’indipendenza e alla convivenza pacifica con tutti i suoi vicini. Oggi ci sono più di sei milioni di profughi palestinesi. A partire dal 1967, non meno di 700.000 palestinesi sono stati detenuti almeno una volta dal governo di occupazione israeliano. A tutt’oggi, centinaia di migliaia sono stati uccisi o feriti. Tutto ciò non sembra destare molta preoccupazione, come non sembra destarla la costruzione di un muro da “apartheid” che ha inglobato più del 20% del territorio della Cisgiordania, o le colonie pesantemente armate che annettono voracemente il territorio palestinese in palese violazione del diritto internazionale.
La condizione in cui si trova il nostro popolo non è il prodotto di un conflitto religioso fra noi e gli ebrei in Palestina o in altri luoghi: gli scopi e le posizioni politiche odierne di Hamas sono stati ripetutamente ribaditi dai suoi capi, come per esempio nel programma governativo del 2006. Il conflitto è di tipo puramente politico: fra un popolo che si è venuto a trovare sotto occupazione e un governo occupante oppressivo.
Il nostro diritto a resistere all’occupazione è riconosciuto da tutte le convenzioni e le tradizioni religiose. Per noi gli ebrei sono il popolo di un libro sacro che ha sofferto la persecuzione in terra europea. Quando cercavano rifugio, le terre musulmane e arabe hanno offerto loro un asilo sicuro. In mezzo a noi, hanno goduto di pace e di prosperità; molti di loro hanno ricoperto cariche importanti in paesi musulmani.
Dopo quasi un secolo di oppressione sionista coloniale e razzista, alcuni palestinesi trovano difficile immaginare che alcuni dei loro oppressori siano i figli e le figlie di coloro che sono stati a loro volta oppressi e massacrati.
I palestinesi non avevano niente a che fare con l’Olocausto, ma si trovano a essere puniti per il delitto di qualcun altro. Tuttavia noi ne siamo ben consapevoli, e accogliamo calorosamente l’esplicito sostegno ai diritti palestinesi da parte degli attivisti israeliani ed ebrei che lottano per i diritti umani in Palestina e in tutto il mondo.
Noi speriamo che i giornalisti occidentali comincino ad assumere un atteggiamento più obiettivo quando seguono gli avvenimenti in Palestina. I palestinesi vengono uccisi ogni giorno dalla macchina di distruzione israeliana. Ciò nonostante, noi vediamo che i media occidentali sono ancora chiaramente prevenuti a favore di Israele.
Gli europei sono direttamente responsabili di quanto sta accadendo oggi ai palestinesi. La Gran Bretagna fu l’autorità mandataria che consegnò la Palestina all’occupazione israeliana. La Germania nazista ha compiuto i più atroci e scellerati crimini contro gli ebrei, costringendo i sopravvissuti ad emigrare in Palestina per mettersi al sicuro. Perciò, noi ci aspettiamo che gli europei scontino le loro colpe storiche, riequilibrando in qualche modo la risposta inumana e unilaterale che a livello internazionale è stata data alla tragedia del nostro popolo.
Bassem Naeem è ministro della salute e dell’informazione nel governo Hamas a Gaza
Raggiuto a Doha un accordo che mette fine a 18 mesi di crisi politica in Libano
domenica 18 maggio 2008
Amos Harel: perchè è stato disconnesso il sistema difensivo ad Ashkelon ad
Amos harel: i colloqui con Hamas rompono un tabù
Leonardo Coen: effetti collaterali palestinesi
venerdì 16 maggio 2008
Gideon Levy: il palestinese americano
haaretz
A Gaza malnutrizione cronica a causa del blocco israeliano

mercoledì 14 maggio 2008
Uccisi 5 palestinesi (3 civili): la reazione i razzi del pomeriggio
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Il 60° anniversario dello Stato d'Israele raccontato da una giornalista israeliana
Dario Navarra : questa non è la mia Israele

Io ho contribuito a costruire un Paese e, nonostante non sia fiero di come è oggi, credo non sia una cosa da poco. D’altra parte, qui ho seppellito un figlio, qui ho comprato le tombe, qui ho vissuto per sessant’anni. Ora che si celebra il sessantesimo anniversario, mi piace ricordare le conquiste culturali, civili, sociali e agricole del Paese. Non certo quelle militari. La cartiera che ho diretto lavorava mille tonnellate di carta, ora supera le 150.000. Di questo sono orgoglioso. Lo sono meno, quando vedo in televisione i soldati impegnati in operazioni di polizia, di oppressione o peggio. In questi casi mi prende sconforto e rabbia. Non sono cieco di fronte agli attentati, ma non è per questo che abbiamo bonificato le paludi, piantato aranceti, uliveti e orti meravigliosi. Non abbiamo lavorato per allevare una generazione di coloni fanatici, di politicanti che rifacendosi a Dio vogliono distruggere, cancellare un passato glorioso di illuminismo, di pensiero filosofico, di saggezza profetica, di splendida cultura.Continua qui
4 dicembre 1948: letteraintllettuali ebrei sul massacro di Deir Yassin

della comunità Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto .....Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin. Continua qui Allegati: haaretz sito
tag: 1948 brutti ricordi
martedì 13 maggio 2008
Bradley Burston: dobbiamo ai palestinesi uno stato e rispetto
Irene Sandler

Irene Sandler, salvò 2.500 bambini dal ghetto ebraico di varsavia. E' morta all'età di 99 anni
E lei va con la mente alle tante, troppe volte, in cui, il mattino dopo, li vide da lontano sul luogo di raccolta, i bambini per mano a poveri genitori, che non avevano avuto la forza di separarsene e che ora cominciavano tutti insieme l’ultimo viaggio verso Treblinka. «Mio padre me lo ripeteva sempre: se uno annega, devi tendergli la mano», dice Irena Sendler, rannicchiata in una poltrona del suo appartamento, nel vecchio centro di Varsavia. Ha 93 anni, un volto di seta aggrinzita e una memoria popolata di fantasmi.
Ma nessun rimorso può cancellare la sua storia e l’onore fatto a quell’insegnamento: la signora Sendler, quella mano, l’ha tesa migliaia di volte.
Duemilacinquecento, per l’esattezza. Tanti furono i bambini ebrei che grazie a lei, cattolica polacca, vennero strappati a forza dal gorgo dell’Olocausto, in una delle più straordinarie e meno conosciute operazioni di salvataggio nella storia della Shoah. Non c’è stato alcun film da Oscar sulla vicenda di Irena Sendler, rimasta per anni discretamente nell’ombra, discriminata dal regime comunista di Varsavia che, senza ammetterlo, le rimproverava di aver salvato degli ebrei. Ma oggi anche la sua lista, due volte più lunga di quella di Oskar Schindler, è custodita allo Yad Vaschem, il memoriale dell’Olocausto in Israele, che nel 1965 l’aveva insignita della medaglia dei giusti, anche se poi ha dovuto aspettare 18 anni per andare a Gerusalemme, a piantare il suo albero.
Raccontarne la storia significa raccontare anche la storia dei suoi bambini. Quelli come Elzbieta Ficowska, che oggi ha 61 anni e che Irena portò via dal ghetto di Varsavia, nascosta in una cesta di biancheria, nel luglio del 1942, quando aveva appena cinque mesi. Si chiamava Elzunia Koppel, allora, figlia di Israel e Henia, che vennero annientati poco dopo. Lei cambiò nome, cambiò madre, cambiò religione e si salvò: «Senza Irena Sendler non sarei viva», dice la signora Ficowska, che soltanto a 17 anni avrebbe saputo la verità. «Il trauma più grande - racconta - fu scoprire che la madre che conoscevo e che amavo, Stanislawa Bussold, non era la mia madre naturale». Oggi, Elzbieta si occupa a tempo pieno di Irena, che lei considera la sua terza mamma.
Non ha neppure trent’anni, la signora Sendler, in quel settembre del 1939, quando la Wehrmacht hitleriana invade la Polonia. Le leggi antisemite entrano subito in vigore, la separazione fisica della comunità israelita dalla società polacca segue appena possibile. Il ghetto di Varsavia, con i suoi 350 mila ebrei, un quarto della popolazione cittadina, viene chiuso definitivamente nell’ottobre 1940. Irena Sendler è assistente sociale nell’amministrazione comunale.
Tutto il primo anno dell’occupazione, si è fatta in quattro per aiutare le famiglie ebraiche più bisognose. Ma la chiusura del ghetto fa precipitare la situazione, i viveri scarseggiano, i bambini sono malnutriti, le malattie diventano epidemiche: «Era un inferno, grandi e piccoli morivano in strada a centinaia, sotto lo sguardo silenzioso del mondo intero». Irena capisce che non c’è altro tempo da perdere. Grazie a un suo vecchio professore, ora a capo dell’Ufficio Sanitario del Comune, si procura permessi d’entrata da infermiera, per sé e un gruppo di amiche. La via del ghetto è aperta. I nazisti hanno paura delle epidemie e lasciano volentieri ai polacchi i controlli sanitari all’interno. Ma Irena fa molto di più, organizza una rete di soccorso: usando i fondi del Comune e quelli delle organizzazioni umanitarie ebraiche, porta dentro cibo, generi di conforto, carbone, vestiti. Poi, quando nell’estate del 1942 comincia a prendere corpo l’«operazione Reinhard», la deportazione di tutti gli ebrei del ghetto di Varsavia nei campi della morte, la signora Sendler decide che è il momento di osare di più. «Cercammo gli indirizzi delle famiglie con bambini e andammo da loro, proponendo di portare i piccoli fuori dal ghetto, per affidarli a famiglie polacche o a degli orfanotrofi sotto falso nome». «Ma si salveranno?», è la domanda che si sente ripetere cento e cento volte Jolanta, il nome con cui Irena si presenta nel ghetto. Ma lei non sa neppure se riuscirà a salvare se stessa. Fra scene strazianti, liti tra madri che accettano e padri che si rifiutano, urla, lacrime, il grande salvataggio ha inizio. La maggior parte dei bambini viene portata via in ambulanza. Li nascondono sul fondo, coperti di stracci insanguinati o li chiudono dentro dei sacchi. Altri sfuggono alla morte nel carro della spazzatura. Molti bambini sono neonati, c’è il rischio che scoppino a piangere all’improvviso. Sarebbe la fine per tutti. «L’idea venne a Antoni Debrowski, l’autista dell’ufficio sanitario, senza il cui coraggio non avremmo avuto successo. Mise il suo cane accanto a lui, sul sedile anteriore. Appena avvertiva il pianto di un bimbo, gli pestava il piede e quello abbaiava coprendo il rumore». Una volta fuori, i bambini vengono affidati alle famiglie polacche contattate in precedenza. Ricevono una nuova identità, nuovi documenti, spesso vengono battezzati perché la finzione sia perfetta, mentre Irena Sendler compila con diligenza la sua lista: sono foglietti minuscoli, dove ogni bambino è registrato con le vere generalità ebraiche e quelle per l’emergenza. Nasconde i foglietti in un barattolo di vetro, che poi verrà seppellito nel cortile di un’amica. Va avanti fino all’ottobre del 1943. E’ arrivata a quota 400, quando qualcuno la tradisce. Viene scoperta e catturata. La torturano, spezzandole anche un braccio. Ma non dice una parola. E’ condannata a morte. Sono i foglietti a salvarla. «Dovevo vivere, solo io sapevo dov’era la lista con i nomi: senza di me, dei bambini si sarebbe perduta ogni traccia». Così, poco prima che la fucilino, l’organizzazione ebraica Zegota, con cui collabora, paga una barca di soldi a un ufficiale della Gestapo. Irena Sendler è libera, ufficialmente data per morta. Ora anche lei ha una falsa identità. Non potrà più entrare nel ghetto, ma diventerà attiva nella resistenza armata e continuerà a dirigere e coordinare il salvataggio dei piccoli ebrei. Altri 2000 di loro verranno sottratti al mostruoso ingranaggio, messo in moto da Heinrich Himmler, capo delle SS e architetto dell’Olocausto. Finita la guerra, Irena consegna la lista ai leader della comunità ebraica. Molti bambini e ragazzi vengono ritrovati, affidati a brefotrofi polacchi o mandati in Palestina. Ma la maggior parte rimane nelle famiglie polacche, nel frattempo così attaccate ai piccoli che fanno di tutto per tenerseli. Irena Sendler non si considera un’eroina. «Ho fatto quello che bisognava fare e non ho avuto paura. I veri eroi non siamo stati noi, che abbiamo dato una mano, ma i bambini e i genitori, che dovettero separarsi in modo così crudele». Eroina ai suoi occhi è Elzbieta Ficowska, che oggi guida la sezione polacca dell’«Associazione dei bambini dell’Olocausto» e che, da quando adolescente ha scoperto la verità, non ha mai smesso di occuparsi delle conseguenze, spesso terribili, di quell’atto d’amore. Dei traumi di chi ha saputo soltanto tardi, a 40 o 50 anni, di essere nato ebreo. O delle lacerazioni vissute da personaggi come padre Roman Waskinzel, prete cattolico nato Jakub Wechsler, oggi instancabile nell’assicurare assistenza morale e psicologica ai sopravvissuti. «Quante madri si possono avere?», aveva chiesto un giorno a Irena Sendler un bambino ebreo salvato dal ghetto. Lo stava per consegnare a un’altra famiglia, dopo che aveva vissuto per qualche mese in un orfanotrofio, accudito da una suora. La risposta di Elzbieta Ficowska è che lei, di madri, ne ha avute tre e che le ha amate tutte con lo stesso amore. «In fondo - dice - posso considerarmi fortunata».