venerdì 29 giugno 2007

Akiva Eldar: con amici come questi



Pesanti nuvole si addensano sul vertice di oggi nell’assolata Sharm el-Sheikh. I fratelli Musulmani a Gaza, in Giordania, ed in Egitto, aleggeranno sui quattro leader che prenderanno parte ai colloqui, così come i fanatici del Jihad mondiale. L’Iran e Hezbollah saranno con loro dall’altro lato, mentre il fronte religioso israeliano di estrema destra attenderà in un angolo. E’ difficile dire quale poltrona di quale leader sia più traballante, e predire da quale parte giungerà il prossimo demone – dalla Siria, che ancora una volta è rimasta esclusa; da al-Qaeda, che sta alzando la testa in Iraq per dare uno sguardo all’orizzonte; o dall’opposizione egiziana, che subodora la debolezza della leadership e sta accumulando le forze in vista della battaglia per l’eredità.

E chi giunge tristemente da questa parte? Gli Stati Uniti, la superpotenza che fa la parte del leone nel panorama delle responsabilità del deterioramento della situazione in Medio Oriente. Chi è rimasto a casa? Il presidente George W. Bush, colui il cui semi-allucinante sogno di democratizzazione si è tradotto in un’autentica realtà di anarchia; colui la cui visione di due Stati – Israele e Palestina – è divenuta, nel corso del suo mandato, un sogno remoto. E’ difficile pensare ad un presidente americano che ha causato più danni agli interessi israeliani di quanto abbia fatto il presidente che è considerato uno dei più stretti amici di Israele di tutti i tempi. Nessun leader ha fatto più di Bush – per atti commessi e per omissioni – per distruggere l’Autorità Palestinese sotto Yasser Arafat e Mahmoud Abbas.

Fu Bush ad imporre le sciagurate elezioni ai palestinesi, nonostante il rifiuto di Hamas di adempiere ai termini degli Accordi di Oslo II riguardanti la partecipazione dei partiti politici al processo democratico. Bush diede la sua benedizione al sacrificio della Road Map sull’altare del disimpegno unilaterale, un atto di beneficenza nei confronti del “fronte del rifiuto” palestinese ed un colpo mortale al già danneggiato fronte della pace.

Quando Hamas fu trascinato all’interno del governo di unità nazionale e dell’accordo sul cessate il fuoco, con grande fatica, l’amministrazione Bush non risparmiò gli sforzi per sconfiggere la nuova alleanza. Ed ora, dopo aver cotto il tutto a puntino, Bush lascia i suoi “amici” a mangiare da soli, esortando all’uso di trucchi obsoleti per far resuscitare i morti, come quello di rimuovere i posti di blocco in Cisgiordania, e quello di liberare i prigionieri palestinesi. La visione dei due Stati dovrà attendere il prossimo presidente. Che fretta c’è?


E’ una buona cosa che Bush non fosse in giro 30 anni fa, quando il presidente egiziano Anwar Sadat decise che era tempo di porre fine alla guerra con Israele e di riottenere la penisola del Sinai. Bush avrebbe probabilmente rinnegato se stesso dicendo qualcosa come: “possono portare avanti per conto loro i propri negoziati con l’Egitto. Se il primo ministro israeliano vuole negoziare con l’Egitto, non ha bisogno che io faccia da mediatore per lui”, come il ‘leader del mondo libero’ ha detto dopo il suo incontro con Ehud Olmert la scorsa settimana, a proposito della posizione americana sulla promozione di un processo di pace con la Siria.

Non c’è modo di sapere come Israele e l’intero Medio Oriente sarebbero oggi se l’ex presidente americano Jimmy Carter, considerato problematico per Israele, avesse mandato Sadat a risolvesi le cose da solo insieme al primo ministro israeliano Menachem Begin, invece di invitarli entrambi al vertice di Camp David.

L’intervento americano fu una delle considerazioni primarie che portarono alla decisione egiziana, palestinese, e giordana di giungere ad un compromesso diplomatico con Israele. Bashar al-Assad aveva bussato alla porta di Bush chiedendogli di mandare un inviato ai colloqui con Israele, malgrado le aperte dichiarazioni americane a proposito dello speciale rapporto degli USA con Israele. L’alzata di spalle del presidente di fronte alle sue responsabilità nel processo di pace iniziato a Madrid nel 1991, sotto gli auspici di suo padre, ha distrutto uno dei più importanti vantaggi strategici di Israele: la convinzione – che gli fece ottenere una moratoria da parte dei suoi vicini – che l’unica capitale in grado di convincere Washington, e di godere dei suoi favori, fosse Gerusalemme.

I responsabili del governo Olmert stanno tirando un sospiro di sollievo di fronte al basso profilo americano. Ma per comprendere la profondità di queste implicazioni, bisogna andare a Damasco. Il vicepresidente Farouq al-Sharaa ha interpretato le affermazioni di Bush utilizzando le seguenti, penetranti, e rigorose parole: “Il presidente americano non vuole la pace fra Israele e la Siria”. I responsabili dell’intelligence israeliana hanno già ammonito che l’alternativa alla pace è una guerra imminente fra Israele e la Siria. Ciò significa che Bush si sta rifiutando di contribuire ad impedire un nuovo spargimento di sangue. Quale putiferio sarebbe scoppiato qui da noi se egli si fosse rifiutato di inviarci un solo cannone, o un elicottero, come gli USA sono soliti fare per aiutarci, per poi mandarci a gestire da soli la prossima guerra con gli arabi.

Akiva Eldar è un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano “Haaretz”

Titolo originale

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1967 - 2007: conseguenze politiche,economiche ecc.


Articolo di di Gustavo Jona
Il 6 Giugno 1967 Israele ha iniziato la sua più "gloriosa" guerra, imposta da tutti i paesi arabi limitrofi. In poche ore l’aviazione israeliana ha distrutto, per la maggior parte a terra, tutte le forze aeree nemiche. In sei giorni l’esercito israeliano ha respinto i siriani e conquistato le alture del Golan, espellendo tutta l’armata egiziana dalla penisola del Sinai e l’esercito giordano dalla Cisgiordania.Quanto sopra potrebbe o dovrebbe rappresentare la "benedizione"; però ricostruendo quanto è poi capitato negli ultimi 40 anni, sotto tutti i punti di vista, morali, politici, geo-politici e socio-economici, a mio parere, la "benedizione" si è trasformata in fin dei conti in maledizione.Non pochi sono arrivati alla stessa conclusione e vediamone le ragioni:CONTINUA qui

giovedì 28 giugno 2007

Hamas e il colpo di Stato Usa -Israele-Abu Mazen



1I veri motivi della battaglia di Gaza Interessante articolo dove si evidenzia che il" golpe "contro Abu Mazen è stato portato avanti da un'ala estrema e che ora l'ala politica spera nella mediazione dell'Arabia saudita e della Siria in contrapposizione all'"esigenze" iraniane

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e tracce di Washington sono dappertutto, nel caos che ha colpito i Palestinesi. L'ultima cosa di cui ora hanno bisogno è un inviato di nome Blair


Hanno saltato o sono stati spinti? La presa da parte di Hamas degli uffici della sicurezza di Fatah a Gaza è stata immotivata, oppure si è trattato di un attacco preventivo, per prevenire un colpo di stato di Fatah? Dopo i tumulti della scorsa settimana, diventa sempre più importante capire come tutto è iniziato.


La causa fondamentale è, naturalmente, ben nota. Israele, aiutato dagli Stati Uniti, non era preparato ad accettare la vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi dell'anno scorso. Appoggiati da una Unione Europea supina, i due governi avevano deciso di boicottare politicamente le loro nuove controparti palestinesi, e di punire gli elettori palestinesi bloccandone gli aiuti economici. Le loro politiche hanno avuto un effetto terribile, trasformando Gaza anche più decisamente in una prigione aperta, e creando un'enorme miseria umana. L'obiettivo era quello di far rivoltare gli elettori contro Hamas - una strategia stupida tanto quanto cinica, considerato che la pressione esterna di solito provoca la resistenza piuttosto che la resa.

Questa politica ha sconcertato persino i funzionari occidentali moderati come James Wolfensohn, l'ex presidente della Banca mondiale, che gli americani avevano nominato perché aiutasse l'economia di Gaza, prima della vittoria di Hamas alle elezioni. "Il risultato non è stato quello di sviluppare l'attività economica, ma di costruire più barriere", ha detto [Wolfensohn] questa settimana, mentre spiegava perché si è dimesso, in disaccordo con la strategia degli Stati Uniti e di Israele.
È inoltre ben noto che Hamas è rimasto sorpreso dalla propria vittoria elettorale come chiunque altro, e che aveva offerto al suo rivale, Fatah, un governo di coalizione di unità nazionale. L'offerta è stata rifiutata. Se all'inizio era stato fatto per l'orgoglio ferito, il rigetto di Fatah delle aperture regolarmente ripetute da Hamas era sembrato sempre più coordinato da Washington, come componente della strategia di boicottaggio.

Per mesi erano circolate informazioni su un lato più sinistro del boicottaggio. Secondo queste informazioni, gli Stati Uniti l'anno scorso avevano deciso un piano per armare e addestrare la guardia presidenziale di Mahmud Abbas, nello sforzo intenzionale di affrontare e sconfiggere Hamas militarmente. Israele ha già arrestato parecchie dozzine di parlamentari di Hamas e sindaci della West Bank. La fase seguente era di fare lo stesso a Gaza, ma di fare in modo che a gestire il giro di vite, invece che gli israeliani, fossero i palestinesi.

Armare gli insorti contro i governi eletti è una vecchia tradizione Usa, e non è un caso che Elliott Abrams, il vice consigliere per la sicurezza nazionale, e quello che sembra essere l'architetto dell'insurrezione contro Hamas, abbia giocato un ruolo chiave - sotto Ronald Reagan - nel rifornimento di armi ai Contras, che combattevano il governo legittimo del Nicaragua negli anni '80.

Alcuni documenti che stanno circolando in Medio Oriente sostengono di avere prove della strategia "del colpo duro" di Abrams. Un testo enumera gli obiettivi di Washington come espressi in conversazioni tra funzionari Usa e un governo arabo. Si trattava, tra l'altro, di "mantenere il presidente Abbas e Fatah come centro di gravità sulla scena palestinese", "evitare di perder tempo ad ammorbidire le condizioni ideologiche di Hamas", "minare la stabilità politica di Hamas provvedendo ai bisogni economici palestinesi", e "rinforzare l'autorità del presidente palestinese per poter indire e tenere elezioni anticipate entro l'autunno 2007".
Il documento è datato 2 marzo, meno di un mese dopo che l'Arabia Saudita era riuscita a mediare l'accordo della Mecca, in base al quale Abbas alla fine si era accordato con Hamas per un governo unitario. L'accordo aveva turbato gli israeliani e Washington, perché lasciava in carica il Primo Ministro di Hamas, Ismail Haniyeh. Il documento suggerisce che gli Stati Uniti volevano sabotarlo. Di sicuro, secondo i funzionari di Hamas, con i quali un avvilito Abbas più tardi si era incontrato, ad Abbas venne detto di buttar via [l'accordo della] Mecca in tutti gli incontri successivi che ebbe con il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert o con il Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice e Abrams.

In modo più preoccupante, il documento sugli obiettivi Usa delineava un programma da 1,27 miliardi di dollari, che avrebbe aggiunto sette battaglioni speciali, per un totale di 4.700 uomini, ai 15.000 che Abbas ha già nella sua guardia presidenziale e in altre forze di sicurezza, cui dovevano inoltre essere forniti addestramento e armi supplementari. "Il risultato voluto sarà la trasformazione delle forze di sicurezza palestinesi, e far in modo che il presidente dell'Autorità palestinese sia in grado di salvaguardare decisioni come lo scioglimento del gabinetto e la formazione di un gabinetto d'emergenza", dice il documento.

Alastair Crooke - un ex consigliere per il Medio Oriente del responsabile per la politica estera della UE, Javier Solana, e attualmente direttore di un istituto di ricerca a Beirut - precisa che Israele ha bloccato le consegne di alcune armi: non si fidava di inviarne troppe a Gaza, per paura che Fatah potesse perderle, come effettivamente è accaduto. In questo senso, soltanto una parte del piano è andata avanti. (La Gran Bretagna ha giocato una piccola parte, aiutando le forze di sicurezza di Abbas: ha fornito equipaggiamenti "non letali" per circa 350.000 sterline, quest'anno, per la protezione del valico di Karni fra Gaza e Israele).
Ma Crooke dice che Hamas era irritata per il sabotaggio dell'accordo della Mecca, specialmente dal rifiuto di Mohammed Dahlan, da molto tempo uomo forte di Fatah a Gaza, e capo delle Forze di sicurezza preventiva, di accettare l'autorità del ministro degli Interni indipendente, nominato dal governo unitario. "Dahlan ha rifiutato di trattare con lui, e ha messo le sue truppe in strada a sfidare il ministro degli Interni. Hamas ha capito di avere poche alternative, a parte quella di assumere il controllo della sicurezza togliendolo alle forze che di fatto stavano generando insicurezza", dice Crooke.

Ahmed Yusef, un portavoce di Hamas, conferma che il movimento ha pensato di dover muoversi velocemente. Nelle sue parole, gli eventi della settimana scorsa sono "precipitati a causa della politica americana e israeliana di armare elementi dell'opposizione di Fatah, che vogliono attaccare Hamas e cacciarci dal governo".

Anche se Hamas ha bloccato con successo i piani Usa-Fatah per Gaza, Abbas sta tentando di realizzarli nella West Bank, formando un governo di emergenza. È una politica condannata [all'insuccesso], poiché la costituzione dice che un governo di questo tipo può durare soltanto 30 giorni: il Parlamento deve rinnovarlo con una maggioranza di due terzi, e il Parlamento è controllato da Hamas. L'unica politica ragionevole per Abbas sarebbe di smettere di sforzarsi di emarginare Hamas.
Dovrebbe tornare all'accordo della Mecca, e sostenere un governo di unità. Persino adesso, Hamas dice di essere disposto a farlo.

Come si pone in tutto ciò l'idea della Casa Bianca di coinvolgere Tony Blair come inviato per il Medio Oriente? Crea una "coalizione dei discreditati" - Bush, Olmert, e Blair - e suona come una presa in giro, visto che Blair non gode di credibilità con Hamas o con la maggior parte degli altri Palestinesi.

Meglio lasciare ai sauditi [il compito di] far rivivere l'accordo della Mecca, o attendere che Abbas si renda conto di essere caduto in una trappola. Nè il buonsenso, nè i principii democratici, né tantomeno il tempo, sono dalla parte di Fatah.
Hamas ha agito per un timore assai reale di un colpo di stato ...

Giornalista israeliano:distrutti da israele due villaggi beduini


Centinaia di beduini, uomini, donne e bambini sono stati lasciati senza un tetto sulla testa nella gelida notte di lunedì 25 giugno del deserto del Negev, dopo che l'Amministrazione Territoriale Israeliana ha demolito le loro case per creare una nuova comunità ebraica. I beduini sfollati vivevano in due villaggi non riconosciuti dalle autorità israeliane, Yatir e Um El Hiran, dove ora sorgeranno due nuovi villaggi legali ebraici: Yatir e Hiran. CONTINUA QUI

ALLEGATO

mercoledì 27 giugno 2007

Lucio Caracciolo:La soluzione Netanyahu..

I nostri diplomatici e politici continueranno forse a ripeterla all'infinito, ma la formula 'due Stati per due popoli'come soluzione del conflitto israelo-palestinese appare oggi sepolta. Già da tempo in una parte rilevante dell'élite israeliana e di quella americana si è preso più o meno definitivamente atto che questa ipotesi non funziona (meglio: conviene che non funzioni). I sostenitori di questa tesi ricorrono a due argomenti principali.Primo: i palestinesi non sono capaci di governarsi e quindi debbono essere controllati da altri. La guerra civile a Gaza ne è l'ultima dimostrazione. Abbiamo concesso loro una striscia di terra nella quale fare quel che vogliono e loro hanno dimostrato quel che sono: non una nazione, ma la somma algebrica di gruppi violenti fra loro incompatibili, tenuti insieme solo dall'odio per Israele, per tacere delle cosche mafiose e dei terroristi.Secondo: abbiamo concesso loro di votare, e hanno eletto una maggioranzache punta esplicitamente alla distruzione dello Stato ebraico ed è parte integrante della nebulosa islamista. Perché mai adesso dovremmo concedere loro uno Stato vero in Cisgiordania, rinunciando ai nostri principali insediamenti, visto che li userebbero come piattaforma per ributtarci a mare?Stando a questa visione, insomma, Sharon avrebbe ottenuto il grande successo storico di rinviare indefinitamente il giorno in cui sarà istituito un vero e proprio Stato palestinese - se mai arriverà - cedendo al nemico un pezzo di terra che non interessa a Israele e che comunque può essere cinto d'assedio a tempo indeterminato. È su questa base che nell'ambito della destra israeliana e all'ombra della debolezza del governo Olmert sta rinascendo la vecchia idea di Bibi Netanyahu: diamo uno Stato ai palestinesi, ma in Giordania
. O meglio, agganciamo alla Giordania i resti della Cisgiordania che non sarà annessa da Israele e manteniamo comunque un controllo strategico su tutto il territorio palestinese anche grazie ai nostri insediamenti. Considerando che almeno tre quarti della popolazione giordana sono palestinesi e che costoro hanno un peso decisivo nell'economia locale, l'ipotesi non parrebbe poi implausibile. Questa sorta di confederazione palestinese nell'orbita israeliana implicherebbe però la fine della monarchia hascemita. Su questo, gli israeliani potrebbero dare una mano ai palestinesi. Ad esempio apparecchiando per re Abdallah un dorato esilio americano o europeo.
Questa visione ha una sua linearità. Probabilmente eccessiva, rispetto alla realtà mediorientale fatta di trappole, meandri, giochi di specchi. Ma sottovalutarla o peggio ignorarla per amore del 'geopoliticamente corretto', o perché non la si condivide, significa chiudere gli occhi di fronte a una tendenza sempre più corposa. Non è immaginando una realtà virtuale, un Medio Oriente da Second Life, che si avanza verso la pace. È però quello che stiamo facendo soprattutto in Europa, a confermare la nostra scarsa o nulla influenza nella partita.

12 palestinesi uccisi: i "soliti" noiosi effetti collaterali


..questa è la risposta, Israele, per i razzi che, intanto purtroppo continueranno?questa è la risposta insana e rischiosa per 1il soldato prigioniero a Gaza? queste le misure per rafforzare Abu Mazen? E poi? a quanto vogliamo arrivare?...in attesa dell'estate calda che i falchi corteggiano?giusto chiamare quest'operazione:"Estate degli stupidi".
Articoli
1Secondo fonti mediche, gli scontri di oggi nella striscia di Gaza tra esercito israeliano e militanti palestinesi avrebbero provocato almeno dodici morti. La maggior parte delle vittime sono uomini armati ma è morto anche un ragazzo di dodici anni e altri civili.
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Fonte palestinese:Operazione israeliana 'Estate degli stupidi' con la Striscia di Gaza. Bombardamenti e invasioni di terra provocano 14 morti e decine di feriti tra la popolazione.
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Fonte israeliana:At least 12 Palestinians killed in Gaza IDF raids; Abbas slams 'criminal acts'

Uri Avnery.Gaza è un boomerang



il Manifesto, 27 giugno 2007 Le decisioni di Tel Aviv e Washington si fondano sul disprezzo degli arabi, sentimento foriero di disastri. Bush e il premier israeliano già vedono gli abitanti di Gaza affamati e, in Cisgiordania, palestinesi pasciuti. Ma la Striscia si ribellerà e Ramallah anche Ehud Olmert è l'opposto di Re Mida. Secondo la leggenda greca, tutto ciò che il sovrano toccava si trasformava in oro. Tutto ciò che Olmert tocca, al contrario, si trasforma in piombo. Ora tocca a Mahmoud Abbas. Gli dedica lodi sperticate, promette di sostenerlo. Ma se dovessi dare un consiglio ad Abbas gli griderei: «Scappa. Mettiti in salvo! Una sola stretta di mano con Olmert sarà fatale!».
Può essere salvato Abbas? Non saprei. Alcuni tra i miei amici palestinesi sono disperati. Sono cresciuti dentro Al-Fatah, la loro casa. Sono laici, nazionalisti. Sicuramente non vogliono un regime teocratico islamico a guida del proprio paese. Ma nel conflitto attuale, stanno dalla parte di Hamas. Ascoltano le parole di Bush, di Olmert e di tutto il coro di esperti israeliani. E tirano le somme: gli americani e gli israeliani stanno lavorando per trasformare Abbas in un alleato dell'occupazione e Fatah in un esercito occupante.
Ogni singola dichiarazione da Washington e da Gerusalemme conferma questo sospetto. Ogni parola distanzia ulteriormente il popolo palestinese dall'autorità palestinese in Cisgiordania. Alla guida del nuovo «governo d'emergenza» a Ramallah siede una persona (il premier Salam Fayyad, ndt) che alle elezioni ha ottenuto il 2% delle preferenze, quando la lista dello stesso Abbas fu sconfitta dal risultato di Hamas, non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania.
Nessun allentamento delle misure restrittive e nessun miglioramento economico potranno servire a qualcosa. Abbas potrà salvarsi solo in un modo: l'immediato inizio di negoziati di pace rapidi e propositivi, finalizzati alla formazione di uno stato palestinese su tutti i territori, con Gerusalemme Est capitale. Niente di meno. Ma questo è esattamente ciò che il governo di Israele non è preparato a fare. Non Olmert. Né Tzipi Livni. Né Ehud Barak. Barak avrebbe potuto accordarsi con Yasser Arafat a Camp David. Ariel Sharon avrebbe potuto concordare il nuovo stato con lo stesso Abbas, dopo la sua larga vittoria elettorale. All'uscita di scena di Sharon, Olmert avrebbe potuto occuparsene. Avrebbe potuto farlo con il governo di unità formato sotto il beneplacito saudita. Non lo hanno fatto. Non perché stolti o deboli. Non lo hanno fatto semplicemente perché il loro proposito era esattamente contrario: annessione di una grossa fetta della Cisgiordania e allargamento degli insediamenti. È per questo che hanno tentato in tutti i modi di indebolire Abbas, considerato dagli Stati Uniti come il «partner di pace» ideale. È inconcepibile comunque comprendere gli ultimi sviluppi senza riportare alla memoria il «piano di separazione». Questa settimana sono state pubblicate sulla stampa israeliana alcune rivelazioni choccanti che confermano i sospetti iniziali: cioè che la «scissione» non fosse nient'altro che la prima mossa all'interno di una più ampia e segreta strategia. Sharon aveva in mente un piano in tre mosse: segregare fisicamente e politicamente la Striscia di Gaza, lasciandola sotto il controllo di Hamas, trasformare la Cisgiordania in un bantustan frammentato sotto la guida di Fatah e mantenere il controllo dell'esercito israeliano su entrambi i territori. Questo spiegherebbe l'insistenza di Sharon per il ritiro unilaterale (da Gaza). Senza questa ipotesi, il ritiro appare una mossa completamente illogica. Ora il rifornimento di cibo, medicine, acqua ed elettricità per Gaza dipende unicamente dal benestare di Israele, così come le operazioni di passaggio della frontiera egiziana (con l'aiuto di un'unità monitorante europea, controllata dall'esercito israeliano), le importazioni ed esportazioni e persino il censimento. Che sia chiaro: questa non è una linea politica inedita. La separazione di Gaza dalla  Cisgiordania è stata per molti anni un obiettivo militare e politico prioritario per il governo israeliano. In seguito Shimon Peres inventò lo slogan «Gaza per prima». I palestinesi si sono chiaramente opposti. Alla fine, il governo israeliano si è arreso e nel 1994 ha firmato l'Accordo riguardante la Striscia di Gaza e l'area di Gerico. Lo spazio concesso all'autorità palestinese in Cisgiordania doveva assicurare la continuità tra i due territori. Purtroppo, durante i tredici anni che sono passati da allora, il passaggio non è stato aperto neanche una volta. Quando Barak si è accomodato sulla poltrona di Primo ministro, ha vaneggiato su possibili ponti di lunghezza record tra la Striscia e la Cisgiordania (Circa 40 km).
Come molte altre brillanti intuizioni di Barak, questa si spense prima di nascere ed il passaggio rimase sigillato. Il governo israeliano ha ripetutamente dichiarato di voler mantenere l'impegno preso e di recente ha persino inviato in merito una garanzia formale e dettagliata a Condoleezza Rice.
Non è successo niente. Perché? Perché il nostro governo si assume il rischio di una violazione così manifesta, netta, cristallina e continua, di un obbligo così importante? Una sola risposta è plausibile: la scissione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania è il principale obiettivo strategico del governo e dell'esercito, un passo esiziale nello strenuo tentativo di spezzare la resistenza palestinese all'occupazione e all'annessione.
L'obiettivo è stato raggiunto e la manovra ufficiale di «rafforzamento» di Abbas fa parte del disegno. A Gerusalemme per qualcuno i sogni sono diventati realtà: la Cisgiordania separata da Gaza, suddivisa in miriadi di enclaves, separate tra loro e dal mondo, sul passato modello dei bantustan sudafricani. Come capitale della Palestina, Ramallah, per far dimenticare Gerusalemme ai palestinesi. Fornitura di armi e rinforzi ad Abbas perché sconfigga Hamas in Cisgiordania. L'esercito israeliano attivo nei dintorni delle città ed eventualmente anche all'interno. Crescita smisurata degli insediamenti, isolamento della valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, proseguimento indisturbato del Muro di separazione e conseguente annessione di altra terra palestinese. Il presidente Bush si dice soddisfatto della diffusione della democrazia nell'area palestinese, mentre i contributi al rafforzamento militare d'Israele crescono di anno in anno. Dal punto di vista di Olmert si può definire questa una situazione ideale? Reggerà? La risposta è No! Come tutte le misure di Bush e Olmert, e dei loro predecessori, è basata sul disprezzo degli arabi, disprezzo che molto spesso si è rivelato foriero di disastri. I media israeliani, convertiti in organi di propaganda al servizio di Mahmoud Abbas e Mohammad Dahlan, stanno già immaginando con gioia lo faccia verde di invidia degli affamati abitanti di Gaza al cospetto dei cittadini della Cisgiordania, pasciuti e prosperi. Si rivolteranno contro la leadership di Hamas di modo che Israele possa piazzare un bel governo fantoccio anche lì. Ma queste sono solo ridicole fantasie. È molto più probabile che la rabbia della gente di Gaza venga indirizzata contro gli aguzzini israeliani che li stanno affamando. E il popolo della Cisgiordania non vorrà abbandonare i propri connazionali, che languono a Gaza. Nessun palestinese accetterà mai la totale separazione di Gaza dalla Cisgiordania. La condotta politica israeliana è dilaniata da due aspirazioni contrapposte: da un lato, evitare che gli eventi di Gaza si ripetano in Cisgiordania, dove i rischi sarebbero ben peggiori se Hamas dovesse prevalere, e dall'altro, impedire che il consenso intorno ad Abbas cresca a tal punto da obbligare gli americani a costringere Olmert intorno ad un tavolo con Abbas per dei negoziati veri. Come al solito, il governo vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca. Al momento tutti i provvedimenti di Olmert mettono a repentaglio la posizione di Abbas. Il suo
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Olmert re Mida? L'assedio a Gaza è un boomerang
Scritto da Uri Avnery Venerdì 29 Giugno 2007 00:13


martedì 26 giugno 2007

Israele:Yossi Beilin: Obama metta una croce su Road Map

L'ex uomo politico israeliano Yossi Beilin, intervistato da SKY TG24 in occasione del premio Colomba d'oro consegnatogli da Rita Levi Montalcini, espone la propria visione del processo di pace tra Israele e Palestina. "Io ho sempre pensato che fosse giusto cercare il dialogo con i legittimi rappresentanti del governo palestinese e quindi con l'Olp", spiega e a proposito del ruolo di Obama nel processo di pace dice: "Metta una croce sopra la Road Map, un'invenzione di Bush pensata su misura per Sharon e quindi una soluzione per mettere i bastoni tra le ruote al processo di pace".Yossi Beilin: Obama Metta Una Croce Su Road Map

Amira Hass: le ragioni di Hamas e di Abu Mazen

La nascita di uno stato governato da Hamas nella Striscia di Gaza e di una serie di piccole zone controllate da Al Fatah in Cisgiordania è stata favorita da due fattori: il tentativo israeliano di separare – dal punto di vista economico, sociale, politico e culturale – i due territori, e la lotta tra le leadership palestinesi.

Nel 1991 la politica di Israele verso la popolazione palestinese è cambiata. Le autorità hanno cominciato a negare la libertà di movimento dei palestinesi per spezzare i legami che si stavano rafforzando tra Gaza e Cisgiordania: un obiettivo diventato evidente nel 1995, quando Shimon Peres propose a Yasser Arafat di accettare la nascita di uno "stato palestinese a Gaza" e di rimandare la decisione sullo status della Cisgiordania.

Contemporaneamente, Hamas ha cercato di imporre ai palestinesi il proprio punto di vista ideologico e strategico, puntando sul contrasto con la politica di Al Fatah, che aveva dato vita a un sistema di potere corrotto e clientelare. Le due correnti rivali non hanno capito le reali intenzioni di Israele, che intanto portava avanti la sua strategia con grande determinazione. Durante il ritiro degli israeliani da Gaza, Hamas e Al Fatah hanno interpretato l'evacuazione dei coloni come una "vittoria", e la partenza dell'esercito dalla Striscia di Gaza come un "primo passo verso la liberazione della Cisgiordania".

Quando Hamas ha vinto le elezioni, i leader di Al Fatah hanno incoraggiato l'occidente a boicottare il nuovo governo, ritenendo che una crisi economica avrebbe portato alla sua caduta. Allo stesso tempo hanno cominciato ad accusare Hamas di essere un gruppo islamista, poco interessato alla causa palestinese. Il guaio è che entrambe le parti hanno qualche briciola di ragione.

La doppia amministrazione, che durava da quattordici anni, oggi è sancita da una netta divisione territoriale. La soluzione che Arafat aveva respinto nel 1995 è stata accettata da Hamas per brama di potere. E al diavolo il popolo palestinese.

Preso nella trappola della sua vittoria, Hamas cerca di evitare l’isolamento totale della striscia di Gaza

Quasi frastornati dalla facilità con la quale il potere è stato conquistato nella striscia di Gaza, i dirigenti del Movimento di resistenza islamico “Hamas” si interrogano sul modo di gestire questa vittoria. Evidentemente, questa azione di forza non è piaciuta a nessuno, in particolare a Ghazi Hamad, vecchio portavoce del governo di unità nazionale, a disagio in questa nuova situazione. “Noi non vogliamo controllare la striscia di Gaza. Non siamo che un solo popolo. Vogliamo restare uniti”, ha detto. “Bisogna trovare una soluzione. Bisogna parlarsi, provare a preservare l’interesse nazionale, trovare delle procedure, tutti i mezzi possibili perché non ci si può permettere di mantenere questo stato di fatto.” Nervoso, impacciato, Ghazi Hamad riconosce che “anche per Mahmoud Abbas, la situazione non è facile”.

Quasi frastornati dalla facilità con la quale il potere è stato conquistato nella striscia di Gaza, i dirigenti del Movimento di resistenza islamico “Hamas” si interrogano sul modo di gestire questa vittoria. Evidentemente, questa azione di forza non è piaciuta a nessuno, in particolare a Ghazi Hamad, vecchio portavoce del governo di unità nazionale, a disagio in questa nuova situazione. “Noi non vogliamo controllare la striscia di Gaza. Non siamo che un solo popolo. Vogliamo restare uniti”, ha detto. “Bisogna trovare una soluzione. Bisogna parlarsi, provare a preservare l’interesse nazionale, trovare delle procedure, tutti i mezzi possibili perché non ci si può permettere di mantenere questo stato di fatto.” Nervoso, impacciato, Ghazi Hamad riconosce che “anche per Mahmoud Abbas, la situazione non è facile”.
Ma oggi, che fare di questa vittoria imbarazzante? Ci vorrà ancora del tempo per sapere come Hamas metabolizzerà le sue nuove responsabilità, e per sapere quali strutture saranno messe in gioco. Ahmed Youssef crede che Mahmoud Abbas abbia violato la “Legge fondamentale” che fa le veci della Costituzione, e che non abbia intenzione di procedere verso elezioni anticipate. “Perché farne altre, dal momento che non sono stati rispettati i risultati delle ultime?” si interroga, “Inoltre, verranno dati molti soldi a Fatah perché le vinca, e le elezioni saranno falsate”. Per il momento, non è stata fornita nessuna risposta sul modo in cui Hamas risponderà alla situazione prodotta, e su come eviterà di essere ancora più ostracizzato e sempre più dipendente dagli aiuti internazionali. “Noi siamo un popolo sotto assedio. Israele deve assicurare i nostri bisogni vitali, e noi contiamo sui nostri fratelli arabi affinché non ci lascino soli”, si rassicura Ahmed Youssef.

Ufficialmente, nessuno riconosce, all’interno di Hamas, che si è andati troppo in fretta, e che si sarebbe dovuta dare una ulteriore possibilità al governo di unità nazionale. Il momento non è ancora arrivato per l’autocritica. Tuttavia, per Ibrahim Ibrach, professore di scienze politiche all’università Al-Azhar di Gaza afferma: “Hamas è prigioniero della trappola della sua vittoria. Non sa cosa farne, e comincia a domandarsi se non si sia tirato la zappa sui piedi. La questione che si pone è di sapere se non abbia fatto il gioco di Israele e degli Stati Uniti dato che in Cisgiordania, la situazione dei suoi militanti è diventata molto critica”. Secondo questo analista, “la situazione è senza dubbio irreversibile e stiamo per assistere, poco a poco, alla costituzione di un mini-Stato islamico. Gli indizi sono numerosi”.

“Falso!” replica Salah Al-Bardawil. “Noi non siamo dei talebani. Non applicheremo la sharia. Vogliamo salvaguardare i diritti dell’uomo”. Ahmed Youssef si indigna che si possa paragonare i palestinesi, “un popolo aperto e giusto”, a degli integralisti arretrati. “Noi non siamo degli estremisti”, dichiara: “noi rispettiamo la democrazia, il pluralismo, la libertà di espressione. Qui, non è l’ ‘Hamastan’, è il ‘Democratistan’. Non c’è mai stato il problema di uno Stato islamico”. Una sola preoccupazione anima i nuovi padroni di Gaza: rassicurare, per rinnovare il dialogo. Giovedì sera, le brigate Ezzedin Al-Qassam hanno organizzato una conferenza stampa di fronte alla casa di Mahmoud Abbas e l’hanno fatta visitare ai giornalisti al fine di dimostrare che nessun danno, nessun saccheggio era stato compiuto nella casa del presidente… che non è più, tuttavia, il presidente della striscia di Gaza.

Michel Bôle-Richard è corrispondente di Le Monde da Gerusalemme

lunedì 25 giugno 2007

Alcune riflessioni sul perpetuo dramma palestinese

2Muin Masri:il dolore di un popolo, ora anche diviso Frustrazione, vergogna e rabbia. Ecco cosa provo per ciò che sta accadendo a Gaza. La mente confusa corre subito ad Abdul che un giorno mi disse: “Sono nato nella Terra Santa, ma avrei voluto una casa meno disumana. Il mio nemico è stato scelto dal Signore comeeletto, ma non mi lascia pregare in pace. Il mondo mi ama e vuole liberarmi, ma ogni giorno aggiunge un nuovo anello alla catena della mia prigione. Sono nato in un giorno di coprifuoco. Mio figlio è stato partorito durante la guerra. Desideravo sapere che profumo ha lalibertà e mi sono trovato per dieci anni in galera. Aspiravo a fare l’insegnate di storia e faccio il falegname. Niente mobili, porte o persiane, costruisco solo croci di legno di ulivo. E’ pregiato, sai, e ha un sapore lontano, così famigliare… vorresti vederne una?”.CONTINUA QUI

3 Sandro Viola : la follia dei palestinesi e 40 anni di occupazione Ricostruire fase per fase, episodio per episodio, il formarsi del contesto da cui sono scaturiti i combattimenti di Gaza, sarebbe lungo. Bisognerà quindi limitarsi ad elencare le tappe, i fatti principali. Intanto l'occupazione. Che cosa hanno prodotto nelle menti, nell'animo dei palestinesi, quattro decenni di occupazione militare israeliana? Quarant'anni di terre espropriate, diacque deviate verso le piscine delle colonie ebraiche, di ulivi dei contadini palestinesi tagliati alla base durante i raid dei coloni più estremisti, di rappresaglie devastanti, di code interminabili ai posti di blocco dell'esercito.CONTINUA QUI http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/esteri/medio-oriente-33/gaza-viola/gaza-viola.html

4 LA FOLLIA FRATRICIDA DI GAZA"di Igor Man Il Vicino Levante? Un minestrone ribollente». La famosa definizione di André Malraux trova, una volta ancora, in questi giorni, preoccupante conferma. Vediamo. Nella striscia di Gaza si sta combattendo una piccola guerra civile. Palestinesi diremo storici, quelli di al Fatah, si scontrano con i «fratelli» di Hamas. Morti e feriti d’ambo le parti e, come da copione, scambio di roventi accuse.Nel marzo scorso, dopo arrabbiate discussioni e in grazia di generose iniezioni di dollari promosse dall’Arabia Saudita - in forza, altresì, d’una vigorosa mediazione dell’Egitto -, si riuscì a varare un governo palestinese di unità nazionale CONTINUA QUI