martedì 27 marzo 2007

Amira Hass: Falso allarme

Secondo i più cinici è stato solo "un modo per prepararsi a una guerra che c'è già stata". Nel conflitto dell'estate scorsa, infatti, le autorità israeliane si sono rivelate incapaci di rispondere alle esigenze della popolazione civile.

Prima di mezzogiorno l'esercitazione è stata inaspettatamente interrotta. Un vero allarme, sulla presenza di un probabile attentatore suicida, ha spinto le forze di sicurezza a ripristinare le normali procedure di emergenza.

Sulle strade si sono formati ingorghi interminabili, e i disagi sono proseguiti anche dopo il ritrovamento di una borsa sospetta su un taxi. Nella borsa, però, non c'era nessun esplosivo.

L'allarme era reale o scatenato dal panico? A febbraio l'intelligence israeliana ha scoperto, in un appartamento di Tel Aviv, un attentatore suicida che si preparava a colpire. Ma non tutti gli allarmi sono fondati. Un paio di mesi fa una segnalazione simile si è conclusa con un nulla di fatto: i sospetti erano lavoratori palestinesi cittadini d'Israele. Per capire che l'allarme era ingiustificato, sarebbe bastato leggere i rassicuranti rapporti sulla loro identità.

Quello del 20 marzo è stato quindi un allarme reale? O solo la segnalazione di un lavoratore "illegale", uno tra le centinaia di palestinesi che, per sbarcare il lunario, entrano in Israele attraverso strade secondarie, correndo rischi di ogni genere e pagando mazzette agli autisti dei taxi?

Un paio di settimane fa mi ha telefonato una donna israeliana che non conoscevo: mi ha raccontato di essere diventata amica di un giovane palestinese che lavora "illegalmente" in Israele. Anche a costo di avere problemi con la legge, lo ospita in casa per settimane intere.

Non tutti i lavoratori palestinesi sono così fortunati: il fratello di un mio amico ha "vissuto" a lungo nella discarica dove lavorava, vicino a Tel Aviv. La donna ha chiesto al suo giovane ospite come riusciva ad aggirare l'assedio israeliano. "A un posto di blocco", le ha spiegato lui, "c'è un soldato che prende soldi per lasciarci passare".
http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=15284



mercoledì 21 marzo 2007

AMIRA HASS: strade vietate.ordinaria follia


Di nuovo a Hizma, il villaggio isolato e circondato dal muro alla periferia di Gerusalemme. Un solo articolo non basta per descriverne i drammi.

Tre settimane fa ho visto una giovane donna, un ragazzo e un bambino camminare sulla collina, vicino al muro ancora incompleto. Ho pensato che vivessero nell'enclave. "No", mi ha spiegato Hanna, la giovane donna, "viviamo laggiù".

Ho pensato che si riferisse ad alcune case palestinesi lungo la via principale, che nel corso degli anni sono state circondate dalle strade e dai nuovi quartieri della colonia in espansione. Sapevo che gli abitanti di quelle case sono residenti di Gerusalemme: le autorità israeliane non sono riuscite a convincerli a vendere le
loro terre. Ma la mia ipotesi era sbagliata.

La donna e la sua famiglia sono residenti in Cisgiordania, proprio nel villaggio di Hizma. Ho avuto però la sorpresa di scoprire che la loro casa si trova in una nuova enclave, nascosta in una piccola valle 50 metri oltre il posto di frontiera, al di là del muro. In pratica, vivono in quello che gli israeliani considerano territorio di Gerusalemme, e dove gli abitanti della Cisgiordania possono entrare solo con dei permessi speciali.

Un comandante dell'esercito ha dato ordine che i nomi di Hanna e dei suoi familiari fossero registrati al posto di frontiera, ma ogni tanto qualche soldato si rifiuta di farli passare quando tornano a casa. Non potendo permettersi un'auto, sono costretti a percorrere a piedi la strada sulla collina – lunga un chilometro – che porta al villaggio.

Nei giorni di pioggia come in quelli di sole, trasportando cibo, elettrodomestici e bombole del gas. Più di una volta, qualche familiare è stato arrestato per aver fatto appena cinquanta metri di strada. È successo alla madre di Hanna mentre andava a trovare i parenti che vivono lì vicino, a trecento metri di distanza. Ma anche al padre, che aveva raccolto alcuni vecchi vestiti nei cassonetti dell'immondizia della colonia per venderli a Hizma.
qui

giovedì 15 marzo 2007

Uri Avnery : Dejá Vu a proposito di Hamas


Negli anni '70 e '80 Israele dichiarò che mai e poi mai avrebbe negoziato con l'OLP: sono terroristi, hanno un programma che prevede la distruzione di Israele. Adesso sentiamo la stessa musica: Terroristi, assassini, il programma di Hamas prevede la distruzione di Israele.
Se Ariel Sharon non fosse stato in coma profondo, sarebbe balzato giù dal letto dalla gioia.
La vittoria di Hamas ha realizzato i suoi più ardenti desideri. Per un anno intero ha fatto tutto il possibile per boicottare Mahmoud Abbas. La sua strategia era piuttosto ovvia: gli americani volevano negoziare con Abbas, i negoziati avrebbero portato inevitabilmente ad una situazione che lo avrebbe costretto a cedere quasi tutta la West Bank e Sharon non aveva nessuna intenzione di fare questo. Lui voleva annettere circa la metà di quel territorio. Quindi doveva disfarsi di Abbas e della sua immagine di moderato.
Durante l'ultimo anno la situazione dei palestinesi è peggiorata di giorno in giorno; le azioni degli occupanti hanno reso impossibile la vita normale. Gli insediamenti nella West Bank sono andati allargandosi in continuazione; il muro, che taglia fuori il 10% circa della West Bank, è quasi terminato; nessun prigioniero importante è stato restituito. Lo scopo era quello di inculcare nei palestinesi l'idea che Abbas è debole ("un pollo spennato", come dice Sharon), e non è capace di ottenere nulla, che offrire la pace e osservare il cessate il fuoco non porta a niente
Il messaggio per i palestinesi era chiaro: "Israele conosce solo il linguaggio della forza".Articolo completo
qui
CONTINUA




martedì 13 marzo 2007

Palestina:la generazione perduta

GIOVANI senza speranza in PalestinaSono cresciuti conoscendo solo violenza e odio. Hanno visto morire attorno a sé parenti e amici. Gioco e realtà si sono intrecciati nel segno della vendetta. Sono i ragazzi dell’Intifada: l’ultima generazione. Un misto di rabbia e di determinazione nell’abbracciare la causa più estrema, quella che come modello non ha più il fondamentalismo di Hamas ma il Jihad globalizzato di Al Qaeda. Ragazzi che non hanno più sogni, perché nell’inferno di Gaza e nei villaggi della Cisgiordania spezzati in mille frammenti territoriali dalla «barriera di difesa» israeliana, è vietato anche sognare. È il drammatico ritratto dell’ultima generazione palestinese che emerge dal reportage di Steven Erlanger che ieri ha aperto la prima pagina dell’Herald Tribune. Quello dell’inviato del New York Times è un viaggio nella disperazione che accomuna i giovani palestinesi, che unisce le storie di tanti ragazzi di Gaza e della Cisgiordania. La rabbia di questi ragazzi è una pesante ipoteca per il futuro della Palestina. Perché quello palestinese è un popolo di giovano: il 56,4% dei palestinesi ha meno di 19 anni e a Gaza il 75,6% della popolazione è sotto i 30 anni, rileva l’ultimo rapporto dell’Ufficio Centrale Palestinese di statistica.

Una generazione estrema. Nelle scelte politiche e di lotta che abbraccia. «In politica, come nella religione, come nella militanza tutto è vissuto in modo più estremizzato», dice Shadi el-Haj, 20 anni studente all’Università An Najahdi Nablus. «Nella prima Intifada - aggiunge - c’era l’orgoglio di sentirsi palestinesi. Oggi tutti i discorsi iniziano cone “Io sono di Fatah, io sono di Hamas...”».
Generazione estrema. Che guarda con disincanto se non con manifesta ostilità ai discorsi delle «colombe» palestinesi che continuano a parlare della necessità del dialogo con Israele. Per questi giovani senza futuro «dialogo» è una parola priva di senso. Oggi, spiega
Nader Said, docente di scienze politiche all'Università di Birzeit (Ramallah), il 58% dei palestinesi sotto i 30 anni - stando a recenti sondaggi - si aspetta una radicalizzazione dello scontro con Israele nei prossimi 5-10 anni, e soltanto il 22% spera che in questo stesso arco di tempo si possa giungere ad una soluzione negoziale. Molti ragazzi si dicono pronti a trasformarsi in «shahid» (martiri), immolandosi come bombe umane contro il «nemico sionista». Il reportage del New York Times conferma quanto più volte raccontato dall’Unità: segnati dalla rabbia, privi di speranza. Sono i giovani palestinesi. Le loro storie riflettono una realtà segnata dalla miseria e da una quotidianità che non lascia spazio alla speranza.
È la realtà che sin dal primo giorno di vita, ha accompagnato
Mirvat Missoud, 18 anni e sei fratelli, cresciuta nel campo profughi di Jabaliya (Striscia di Gaza), roccaforti dei gruppi oltranzisti dell’Intifada. Mirvat aveva deciso lo scorso novembre di usare il suo corpo come strumento di morte: voleva divenire una «shahid». Mirvat voleva seguire l’esempio di suo cugino, Nabil, militante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa (Al-Fatah) morto nel 2004 in un attentato suicida. Le brigate rifiutarono la richiesta di Mirvat, spiegando che un «martire» in famiglia era già abbastanza. Ma Mirvat non ha abbandonato il suo proposito. Sulle pareti della camera che divideva con tre fratellini, aveva incollato i poster degli «shahid» di Jabaliya. Poi un giorno, Marvat è andata incontro al destino desiderato, facendosi saltare in aria vicino ad un posto di blocco militare israeliano, ferendo lievemente due soldati di Tzahal. Suhaila Badawi, 20 anni, vive a Jenin, nel nord della Cisgiordania, e conosce in ogni dettaglio la storia di Mirvat. Per lei è un modello da seguire, è il simbolo del riscatto delle giovani palestinesi: «Non so se avrò mia il coraggio di Mirvat - dice - ma la capisco completamente e l’ammiro. Sono fiera di essere palestinese come lei». E come lei lo sono Fayyad, Mustafa, Raed, Salma, Ahmed, i ragazzi di Gaza e della West Bank che popolano questo viaggio nella disperazione di una gioventù bruciata.
E non per sua colpa.

Dall'Unità di oggi articolo di De Giovannangeli

PS: è importante che analisi di questo genere comincino a circolare negli Usa e che siano quotidiani prestigiosi a delineare la situazione,pur con qualche ambiguità,.qualcosa sta cambiando
articolo originale

2Gideon Levy qui
qui

qui

sito dedicato ai bambini uccisi israeliani e palestinesi



domenica 11 marzo 2007

Amira HASS: Israele : Vista SUL MURO

Dal veicolo usciva musica leggera araba ad alto volume, di quella che fa venir voglia di ballare. L'autista del bulldozer era comodamente seduto al posto di guida e osservava i tre o quattro operai che si davano da fare lì sotto. Ogni tanto scambiavano qualche battuta in arabo, ma quando dal furgone dell'impresa edile è uscito quello che sembrava l'appaltatore sono passati all'ebraico. Poi l'autista ha messo in moto il bulldozer e il boato del motore ha sepolto la musica.

Il lungo braccio della macchina ha sollevato un pannello di calcestruzzo e l'ha spostato facendolo volteggiare in aria. Quindi, con l'aiuto dei tre operai, l'ha sistemato, lentamente e con perizia, accanto agli altri: una lunga fila di pannelli di calcestruzzo, tutti alti otto metri. D'ora in poi sarà questo l'unico panorama che la famiglia Al Khatib del villaggio di Hizma vedrà dalle finestre della casa che guardano a ovest.

Avevo già scritto dei lavori in corso in questa regione nell'aprile del 2006, quando due tipi con i capelli alla Bob Marley erano stati messi a guardia del cantiere. Allora il muro di separazione – composto da pannelli di calcestruzzo e da una barriera elettronica – tagliava l'area abitata, separando alcune case sulla cima della collina dal resto del villaggio.

I loro abitanti, tra cui la famiglia Al Khatib, si erano ritrovati sul "lato israeliano" del muro, ma senza il permesso di entrare nella vicina colonia. A volte, la polizia israeliana vietava loro di attraversare il vicino posto di blocco, costruito sulla terra palestinese. Potevano però continuare a guardare il paesaggio fuori dalla finestra. Almeno fino alla scorsa settimana.

Il vecchio tracciato del muro è stato modificato. I pannelli sono stati gradualmente rimossi e piazzati alcuni metri più in alto, verso occidente, in modo da includere anche le tre case rimaste isolate.

A cinque metri di distanza da quella barriera di cemento, su quello che rimaneva della loro terra, erano seduti tre uomini, intenti a osservare un orizzonte di calcestruzzo. I volti cerei e immobili mi facevano pensare a un funerale.

Uno di loro mi ha guardato in faccia. "Perché è sorpresa?", ha detto con cinismo, "Ci penserà la nostra Autorità a liberarci tutti". Poi, senza alcuna sfrontatezza, mi ha raccontato di aver scambiato qualche parola con gli operai, palestinesi di Hebron. "Che cosa possono fare? Devono pur campare".


martedì 6 marzo 2007

Uri Avnery:un metodo nella follia


Quando in
Israele un Primo Ministro ha appena perso una guerra, è seguito da accuse di corruzione e vede la sua popolarità crollare in caduta libera – che cosa può fare?Può dare inizio alle provocazioni.Una provocazione distoglie l’attenzione, genera titoli nei giornali, crea l’illusione del potere, irradia una sensazione di capacità di comando.Ma una provocazione è uno strumento pericoloso. Può dare luogo a danni irreversibili.
Provocazione n° 1:
la frontiera nord (ndt, tra Israele e Libano)Lungo la frontiera nord corre una linea di seprazione. Ma non dappertutto la linea coincide esattamente con un confine riconosciuto (la così detta Blu Line). Per ragioni topografiche, alcune sezioni della linea di demarcazione passano diversi metri a sud di questo confine.Questa è la situazione in teoria. Nel corso dell’anno, entrambe le parti in causa (ndt, libanesi e israeliani) si erano abituate a considerare la divisione come il confine attuale. Dalla parte libanese, gli abitanti dei villaggi coltivano campi fino alla divisione, campi che possono ben essere di loro proprietà.Adesso Ehud Olmert ha deciso di far precipitare la situazione rivelandosi come un grande ed invincibile guerriero. Il recentemente ritrovamento di esplosivo a pochi metri dalla Blu Line serve come pretesto. L’esercito israeliano dichiara che era stato sistemato lì pochi giorni prima dai combattenti Hizbollah travestiti da allevatori di capre. Secondo Hizbollah, si tratta di vecchi ordigni che si trovavano là fin dalla recente guerra.Olmert ha inviato truppe a ridosso del confine per condurre una “Hissuf” (scoperta) – una di quelle nuove parole in ebraico inventate dalla “lavanderia verbale” dell’esercito per abbellire le brutte cose. Significa svendere l’abbattimento degli alberi nel tentativo di migliorare la visibilità e facilitare le sparatorie. L’esercito ha usato il marchio di fabbrica dell’armamentario dello stato di Israele: i bulldozers corazzati.L’esercito libanese ha avvisato che avrebbe aperto il fuoco. Quando questo non ha avuto alcun effetto, hanno comunque sparato colpi a salve sopra le teste dei soldati israeliani. L’esercito israeliano ha risposto sparando diversi colpi di carro armato sulle postazioni libanesi e dunque – abbiamo avuto il nostro “incidente”.L’intero affare richiama alla memoria i metodi di Ariel Sharon negli anni Sessanta quando era capo delle operazioni del Commando del Nord. Sharon è diventato presto un esperto nel provocare l’esercito siriano nelle zone demilitarizzate che a quel tempo si trovavano nel confine tra i due stati. Israele rivendicava la sovranità sopra queste aree, mentre i siriani asserivano trattarsi di zone neutrali che non appartenevano a nessuno stato e sulle quali i contadini arabi, proprietari delle terre, potevano coltivare i loro campi.Secondo la leggenda, i siriani avevano audacemente messo sotto il loro controllo le alture che guardavano i villaggi israeliani che si trovano nella vallata di sotto. Ancora una volta i cattivi siriani (i Siriani erano sempre “cattivi”) terrorizzavano i kibbutzim indifesi sparandogli. Questo mito, che era creduto praticamente da tutti gli israeliani a quel tempo, è servito per giustificare l’occupazione nelle alture del Golan e la loro annessione ad Israele. Persino ora, i visitatori stranieri vengono condotti in un punto di osservazione sulle alture del Golan per mostrargli gli indifesi kibbutzim là sotto.La verità, che è stata messa in bella mostra fin da allora, era un po’ diversa: Sharon istruiva i kibbutzim ad andare nei loro ricoveri e dopo di che inviava trattori blindati all’interno della zona demilitarizzata. Come previsto, i siriani gli sparavano dalle loro postazioni.Ci sono state dozzine di “incidenti” di questo tipo.Adesso lo stesso metodo viene praticato dal successore di Sharon. I soldati e i bulldozers entrano nell’area, i libanesi sparano, i carri armati israeliani rispondono sparando.Hanno un qualche significato politico queste provocazioni? L’esercito libanese risponde a Fouad Sinora, il beniamino degli Stati Uniti e l’oppositore degli Hizbollah. Sulla scia della seconda guerra libanese, questo esercito è stato dispiegato lungo il confine, per espressa richiesta del governo israeliano, e questo è stato considerato da Olmert come un grosso vantaggio per Israele. (Fino ad allora, i comandanti dell’esercito israeliano si erano opposti con decisione all’idea di una presenza di truppe libanesi o internazionali nell’area, che sul terreno avrebbe potuto limitare la loro libertà di azione).Allora, quale è l’obiettivo di questa provocazione? La stessa di altre recenti azioni di Olmert: far crescere la popolarità per rimanere al potere, in questo caso creando tensione

Provocazione n° 2:
Il Monte del Tempio (ndt, Haram al Sharif)
L’Islam ha tre luoghi santi: la Mecca, Medina e Gerusalemme. Alla Mecca questa settimana, i capi di Fatah e Hamas si sono riuniti per mettere fine alle reciproche uccisioni e dare vita a un governo di unità. Intanto che l’attenzione del pubblico palestinese era distolta da questo, Olmert ha colpito Gerusalemme.Come pretesto è servito il “Mugrabi Gate” (ndt, Morrocans Gate), un ingresso all’Haram al Sharif (“Il Nobile Santuario”), la grande piazza dove si trovano la moschea di al-Aqsa e il Duomo della Roccia. Dal momento che questo ingresso si trova più in alto del Muro Occidentale, collocato più in basso, ci si può arrivare solo attraverso un ponte o una rampa.Il vecchio ponte era collassato tempo fa, ed era stato rimpiazzato con una struttura temporanea. Ora l’”Autorità israeliana delle Antichità” sta distruggendo il ponte temporaneo mettendone al suo posto – come dicono – uno permanente. Ma i lavori appaiono essere molto più ampi.Come c’era da aspettarsi, ci sono state delle proteste. Nel 1967, Israele ha formalmente annesso quest’area dichiarando la piena sovranità sull’interno Monte del Tempio (ndt, alias l’Haram al Sharif). Gli Arabi (e tutto il mondo) non hanno mai riconosciuto l’annessione. In pratica, il Monte del Tempio è sotto il governo del Waqf islamico (il lascito islamico).Il governo israeliano ha argomentato che il ponte è separato dal Monte del Tempio. I Musulmani insistono che il ponte ne è parte. Dietro questa baruffa c’è una preoccupazione degli arabi e il sospetto che l’installazione del nuovo ponte sia solo un pretesto per qualcosa d’altro che sta accadendo al di sotto della superficie.Nella conferenza del 2000 a Camp David, la parte israeliana aveva fatto una bizzarra proposta: lasciare tutta l’area (ndt, la Spianata delle Moschee) ai musulmani ma con la sovranità israeliana su tutto quello che stava al di sotto della superficie. Questo rafforza il credo dei musulmani che Israele intenda scavare sotto il Monte (ndt, sotto le Moschee), per scoprire le tracce di un Tempio ebraico che era stato distrutto dai romani, 1936 anni fa. Alcuni credono che l’intenzione vera è quella di causare il collasso dei santuari islamici, in modo da poter costruire un nuovo Tempio al loro posto.Questi sospetti sono nutriti dal fatto che molti archeologi israeliani sono sempre stati i fedeli seguaci dei soldati nella propaganda ufficiale. Fin dalla nascita del moderno Sionismo, si sono impegnati in una disperata impresa per “trovare” prove archeologiche sulla verità storica dell’Antico Testamento. Fin’ora sono rimasti a mani vuote: non ci sono prove archeologiche dell’esodo dall’Egitto, della conquista di Caana e dei Regni di Saul, Davide e Salomone. Ma nel loro desiderio di provare quello che non può essere provato (dal momento che secondo la maggioranza degli archeologi e degli storici al di fuori di Israele – e anche di alcuni israeliani – le storie dell’Antico Testamento non sono altro che miti religiosi), gli archeologi hanno distrutto molti strati di quelle epoche.Ma questa non è la cosa più importante dell’attuale questione. Si può discutere fino alla fine dei giorni circa la responsabilità sul passaggio di Mugrabi o su quello che gli archeologi stanno cercando. Ma è impossibile dubitare che si tratta di una provocazione: è stata condotta con un operazioni militare a sorpresa, senza alcuna consultazione con l’altra parte.Nessuno sa cosa ci si può attendere da provocazioni di tal fatta meglio di Olmert, il quale, quando era sindaco di Gerusalemme, è stato responsabile dell’uccisione di 85 esseri umani – 69 palestinesi e 16 israeliani – in una simile provocazione, quando lui ha “aperto” un tunnel vicino al Monte del Tempio. E tutti ricordano, certamente, che la seconda Intifadah ebbe inizio con la provocatoria “visita” di Ariel Sharon al Monte del Tempio (ndt, alla Spianata delle Moschee).Per cosa? Per provare che Olmert è un leader forte, l’eroe del Monte del Tempio, il difensore dei valori nazionali, che non gliene frega nulla dell’opinione pubblica.

Provocazione n° 3:
Dopo che Haim Ramon è stato accusato di condotta indecente, il posto di Ministro della Giustizia è rimasto vacante. Con sorpresa, dopo aver innalzato una cortina di fumo ventilando i nomi di candidati accettabili, Olmert ha messo al suo posto un professore che si è dichiarato apertamente nemico della Corte Suprema e del Procuratore Generale.La Corte Suprema è quasi l’unica istituzione governativa in Israele che ancora gode della fiducia della grande maggioranza. L’ultimo presidente della Corte Suprema, Aharon Barak, una volta mi ha detto: “Non abbiamo eserciti. Il nostro potere si basa unicamente sulla fiducia del pubblico”. Ora, Olmert ha eletto un Ministro della Giustizia che è stato coinvolto per lungo tempo, secondo molte voci, nel distruggere questa fiducia. […]Si può notare in questo lo sforzo di Olmert, un politico che si sta trascinando dietro una lunga scia di casi di corruzione (molti dei quali sono attualmente sotto indagine della polizia e del Controllore di Stato), per danneggiare gli investigatori, il Procuratore Generale e i tribunali.Serve anche per vendicarsi del tribunale che ha osato accusare Ramon, suo amico e alleato. Lui, ovviamente, non si consulta con nessuno nel sistema giudiziario: non con il Procuratore Generale (chiamato ufficialmente “Consigliere Legale del Governo”) né con il Presidente della Corte Suprema, Dorit Beinish, che non può soffrire.Non sono un ammiratore incondizionato della Corte Suprema. E’ una ruota nel macchinario dell’occupazione. Non puoi contarci in materie come gli omicidi mirati, il Muro di Separazione, la demolizione delle case palestinesi e altri centinaia di altri casi sui quali la falsa etichetta di “sicurezza” venga sventolata. Ma si tratta dell’ultimo bastione dei diritti umani all’interno di IsraeleLa nomina del nuovo ministro è un attacco alla democrazia Israeliana e inoltre non meno pericoloso delle altre provocazioni.Che cosa hanno in comune le tre provocazioni? Per prima cosa: il loro carattere unilaterale. Quaranta anni di occupazione hanno creato una mentalità che distrugge ogni capacità e voglia di risolvere i problemi attraverso una comprensione reciproca, il dialogo e il compromesso.sia nelle relazioni interne che estere, i metodi della Mafia regnano: violenza, improvvisi scoppi, eliminazioni mirate.Quando questi metodi sono applicati da un politico perseguito per affari di corruzione, un disinibito mercante di guerra che sta lottando per sopravvivere in tutti i modi possibili – questa è davvero una situazione pericolosa.

Traduzione a cura di Patrizia Viglino

allegato

Il metodo Sharon

sabato 3 marzo 2007

Gideon Levy: il buio di Gaza . Gaza è stata rioccupata, tutto il mondo lo deve sapere

      6 settembre 2006
Il buio di gaza
di Gideon Levy

Gaza è stata rioccupata. Tutto il mondo, ma anche gli Israeliani, devono esserne informati. Si trova nella peggior condizione di tutti i tempi. Fin da quando è stato rapito Gilad Shalit, e ancora di più dallo scoppio della Guerra in Libano, le Forze di Difesa Israeliane non hanno fatto altro che infuriare ? non c'è altra parola che possa meglio descrivere quello che sta succedendo ? in tutta Gaza, uccidendo e demolendo, bombardando e cannoneggiando, indiscriminatamente.

Nessuno ritiene necessario istituire una commissione di inchiesta; la questione non è neanche all'ordine del giorno. Nessuno esige una spiegazione sul perchè tutto questo venga fatto e su chi lo abbia deciso. Ma grazie alla copertura dell'oscurità della Guerra Libanese, le Forze di Difesa Israeliane sono ricorse nuovamente alle loro vecchie pratiche nella Striscia di Gaza come se non ci fosse mai stato alcun disimpegno.

E quindi deve essere scritto a chiare lettere, il disimpegno è definitivamente morto. Fatta eccezione per gli insediamenti che sono adesso ridotti a dei cumuli di macerie, non è rimasto niente del disimpegno e delle sue promesse. Come si rivela spregevole adesso tutto quell'altezzoso e assurdo parlare sulla "fine dell'occupazione" e la "suddivisione della terra". Gaza è occupata, e con una brutalità ancora più grande. Il fatto che per chi è intento ad occupare sia più conveniente controllare la Striscia di Gaza dall'esterno non ha niente a che fare con le intollerabili condizioni di vita degli occupati.

In questi giorni in ampie zone della Striscia di Gaza non c'è elettricità. Israele ha bombardato la sola centrale elettrica che esiste a Gaza, e più della metà del rifornimento di elettricità verrà tagliato perlomeno per un altro anno. C'è a malapena l'acqua. Dato che non c'è elettricità, il rifornimento d'acqua destinato alle abitazioni è praticamente impossibile. Gaza è più sporca e maleodorante che mai: a causa dell'embargo che Israele e il mondo hanno imposto sulle autorità elette, gli stipendi non sono stati pagati e i netturbini sono in sciopero da diverse settimane. Montagne di immondizia e sgradevoli nuvole di fetore strangolano la fascia costiera, che si è trasformata in un'imitazione di Calcutta.

Più che mai, Gaza è anche del tutto simile ad una prigione. Il passaggio di Erez non è funzionante, il passaggio di Karni è rimasto aperto solo per pochi giorni durante gli ultimi due mesi, e lo stesso vale anche per il passaggio di Rafah. Quindicimila persone hanno dovuto aspettare per due mesi prima di poter entrare in Egitto, alcuni stanno ancora aspettando, comprese molte persone malate e ferite. Un altro gruppo di cinquemila ha dovuto attendere dall'altro lato del confine per poter far ritorno alle proprie case. Alcune persone sono morte durante l'attesa. Basterebbe vedere le scene a Rafah per capire quanto profonda sia la tragedia umana che si sta consumando. Un passaggio dove non doveva esserci alcuna presenza Israeliana continua a rappresentare lo strumento di cui si serve Israele per esercitare pressione su un milione e mezzo di abitanti. Questa rappresenta una punizione collettiva ignobile e scioccante. Gli Stati Uniti e l'Europa, la cui forze di polizia si trova al passaggio di Rafah, sono anch'essi responsabili dell'attuale situazione.

Gaza è anche più povera e più affamata che mai. Non c'è praticamente alcuna mercanzia che si muova all'interno e al di fuori della Strscia di Gaza, la pesca è proibita, le decine di migliaia di impiegati dell'Autorità Palestinese non ricevono i loro stipendi, e la possibilità di lavorare in Israele è fuori questione.

E non sono ancore state menzionate la morte, la distruzione e l'orrore. Negli ultimi due mesi, Israele ha ucciso 224 Palestinesi, dei quali 62 erano bambini e 25 erano donne. Ha bombardato e assassinato, distrutto e cannoneggiato, e nessuno li ha fermati. Nessuna batteria di Qassam o tunnel per il contrabbando può giustificare un masssacro di tali proporzioni. Non c'è giorno che passi senza la morte di un certo numero di persone, per la maggior parte civili innocenti.

Dove sono andati a finire i tempi in cui esisteva ancora un dibattito in Israele sugli omicidi? Oggi Israele scaglia un numero elevatissimo di missili, granate e bombe sulle case, uccide intere famiglie e già si sta muovendo verso il successivo assassinio. Gli ospedali sono allo sfascio con più di 900 persone che si trovano in cura. All'ospedale di Shifa, l'unica struttura che a Gaza può ancora essere definita un ospedale, ho assistito a scene strazianti la scorsa settimana. Bambini che hanno perso arti del corpo, con i respiratori, paralizzati, storpi per il resto della loro vita.

Famiglie intere sono state uccise nel sonno, mentre stavano spostandosi con i muli e mentre stavano lavorando nei campi. I bambini, terrorizzati e traumatizzati per quello a cui hanno assistito, si nascondono nelle proprie case con l'orrore che traspare dai loro occhi e che è difficile da descrivere a parole. Un giornalista spagnolo che recentemente ha trascorso alcune settimane a Gaza, un veterano delle zone di guerra e dei disastri umanitari in tutto il mondo, ha detto di non essersi mai trovato di fronte a scene tanto orripilanti come quelle che ha visto e documentato nel corso degli ultimi due mesi.

È difficile stabilire chi possa aver deciso tutto questo. È probabile che i ministri Israeliani non siano realmente consapevoli della realtà che è in atto a Gaza. Sono responsabili di quello che accade, a cominciare dalla erronea decisione di imporre l'embargo, per non parlare del bombardamento dei ponti e della centrale elettrica di Gaza e delle uccisioni di massa. Israele è adesso responsabile ancora una volta per tutto quello che accade a Gaza.

Quello che sta attualmente succedendo a Gaza mette in luce la grande frode rappresentata dal partito Kadima: è salito al potere sull'onda del successo virtuale del disimpegno, che è adesso avvolto dalle fiamme, e ha promesso la convergenza, una promessa a cui il Primo Ministro è già venuto meno. Coloro i quali pensano che Kadima sia un partito centrista dovrebbero adesso aver compreso che non è altro che un altro partito di destra favorevole all'occupazione. Lo stesso discorso vale per il Partito laburista, Il Ministro della Difesa Amir Peretz è responsabile per quello che sta accadendo a Gaza non meno del Primo Ministro e le mani di Peretz sono impregnate di sangue quanto quelle di Olmert. Non potrà mai più presentarsi come un "uomo di pace". Le incursioni settimanali, ogni volta da un posto diverso, le operazioni di uccisione e distruzione lanciate dal mare, dal cielo e da terra vengono tutte chiamate con nomi il cui scopo è quello di camuffare la realtà delle cose, come per esempio l'operazione "Piogge d'Estate" o "Kindergarten Chiuso". Nessuna scusante in nome della sicurezza può spiegare questo ciclo di follia, e nessuna argomentazione civica può scusare l'oltraggioso silenzio di noi tutti. Gilad Shalit non verrà liberato e i Qassam continueranno ad essere lanciati su Israele. Al contrario, c'è un vero e proprio orrore che si sta verificando a Gaza, e se è vero che potrà prevenire qualche attacco terroristico a breve termine, è anche vero che è condannato a dar vita ad un terrore omicida ben più grande. Allora Israele, come al solito, si giustificherà dicendo: "Ma noi abbiamo restituito loro Gaza".
da peacelink.it

venerdì 2 marzo 2007

Grossman:se Israele potesse pensare al futuro


In Israele faccio parte della generazione del primo decennio dopo la Shoah (uso il termine ebraico, piuttosto che quello di Olocausto). Sono nato nel 1954; e come i miei compagni, ho conosciuto i superstiti.Li abbiamo visti, i sopravvissuti della Shoah, li abbiamo sentiti a volte urlare di notte nei loro incubi. Quando trovavamo il coraggio di chiedere ai nostri genitori di raccontarci quelle esperienze, spesso rifiutavano di parlarne. Siamo cresciuti in questo silenzioUna ventina d´anni dopo, il mio primogenito, che aveva appena tre anni, è tornato dall´asilo sconvolto e mi ha chiesto cos´era la Shoah, chi erano i nazisti, cosa ci avevano fatto e perché lo avevano fatto. E ho scoperto all´improvviso la mia riluttanza a parlarne a mio figlio. Perché mi rendevo conto che una volta esposto alla nozione di quelle atrocità, al paesaggio della crudeltà del genere umano, quel bambino ancora così candido e ingenuo sarebbe stato in qualche modo contaminato, cambiato. Non sarebbe stato mai più lo stesso. E pensavo che mentre altrove, in altre culture, i genitori sono imbarazzati quando devono esporre ai loro figli i fatti della vita, noi qui dobbiamo incominciare dai fatti della morte, così strettamente intrecciati con la nostra vita qui.Farò una brevissima «visita guidata» in quest´area sconvolta da una catastrofe, dove i fatti della vita e i fatti della morte sono legati a doppio filo nella nostra psiche, nel nostro essere ebrei e israeliani.Ricorderò un episodio che mi è stato raccontato una volta da due fratelli nati a Vilnius, in Lituania. Erano bambini durante la Seconda guerra mondiale, e un pomeriggio stavano giocando a calcio con alcuni amici nel cortile della loro scuola, quando improvvisamente ci fu una retata in città, e vennero catturati.Un´ora dopo erano già rinchiusi nel treno che li portava al campo di sterminio. E guardando fuori, attraverso le fessure del vagone videro i loro amici che continuavano a giocare a pallone nel cortile della scuola. Per loro fu l´esperienza cruciale, della quale vollero dare testimonianza, dopo i lunghi anni di sofferenze della Shoah: quest´insulto profondo, e la nozione di quanto fosse facile strapparli al tessuto della vita, alla loro realtà quotidiana. Per me questa storia ha un´eco più vasta.È quasi una parabola della facilità con cui tuttora gli ebrei possono essere sradicati dalle società, dai paesi, dagli Stati in cui sono vissuti, a volte per generazioni. In quei paesi e in quelle società, anche quando riescono ad assimilarsi, in un certo senso rimarranno sempre stranieri, si muoveranno come se fossero perennemente circondati da una linea punteggiata.Per me, la mancanza di fiducia esistenziale è uno dei sintomi tipici della condizione ebraica, da generazioni e forse da millenni; il fatto che noi ebrei non ci sentiamo a casa nostra nel mondo - una sensazione giunta alla sua manifestazione più orrenda al tempo della Shoah.A cinquantanove anni dalla nascita dello Stato di Israele ci rendiamo conto di aver portato anche qui questo senso di incertezza. Benché viviamo da quasi sei decenni nel nostro Stato sovrano, la terra continua a muoversi sotto i nostri piedi. La nostra esistenza non ci è garantita. Lo Stato di Israele è stato fondato per dare una casa e un rifugio al popolo ebraico, ma chiaramente questo non è il miglior rifugio per gli ebrei, non è un luogo ove possano stare al sicuro. Al contrario, spesso vediamo che gli ebrei sono il bersaglio di una violenza incessante, e la nostra esistenza qui è in gioco, forse più che in molti altri luoghi del mondo. Sfortunatamente, Israele non è ancora per noi ciò che avremmo voluto, il luogo in cui ogni ebreo possa sentirsi assolutamente a casa sua, come si sente ciascuno di voi nel proprio paese. Agli israeliani manca tuttora questo senso di tranquillità e di fiducia che dovrebbe poter avere chiunque si trovi veramente a casa propria.Ma prima di parlare di questa casa vorrei soffermarmi sui suoi muri, sui confini del nostro paese. Come sapete, in questi ultimi sessant´anni, dal giorno della nascita dello Stato di Israele, non è mai trascorso un decennio senza che i suoi confini mutassero.Non passerò in rassegna tutte le turbolenze, le guerre e i cambiamenti delle linee di confine tra noi e i nostri vicini; basti dire che questi cambiamenti sono stati incessanti, ovviamente a nord e ad est, dove le frontiere sono più ambigue, ma anche a sud, tra noi e i nostri vicini egiziani. Nella mente degli israeliani, il solo confine stabile è quello occidentale: il mare. E mi colpisce il fatto che per noi, intuitivamente, proprio l´elemento più fluido, più labile e mutevole del paesaggio rappresenti la linea di confine più solida e stabile. Gli israeliani non hanno una nozione inerente, chiara e reale dei loro confini. Vivere così è un po´ come stare in una casa dalle pareti mobili, che vengono spostate continuamente; e non sapere mai di preciso dove finisca il proprio spazio e dove incominci quello altrui. Se uno vive in uno stato d´animo del genere, gli altri hanno sempre la tentazione di invaderlo, e per istinto tenderà all´eccesso di difesa, cioè alle reazioni aggressive. I suoi comportamenti saranno sempre caratterizzati da qualcosa di estremo, di virulento. E sarà incapace di rispondere a una situazione in maniera articolata, di percepirne le sfumature.

In un certo senso, Israele sta riproducendo, ricostruendo qui una delle più tenaci anomalie che hanno caratterizzato il popolo ebraico nella diaspora, e la tragedia della sua esistenza negli ultimi duemila anni. L´anomalia di un popolo che vive presso altri popoli, il più delle volte ostili e sospettosi. Le linee di demarcazione tra gli ebrei e gli altri popoli sono state il più delle volte problematiche o non del tutto chiare; e ogni contatto rischiava sempre di essere percepito dagli uni e dagli altri come una minaccia, un pericolo di penetrazione in aree di identità sensibili e potenzialmente esplosive.Io sogno il giorno in cui lo Stato di Israele avrà finalmente frontiere stabili, fisse e difendibili, riconosciute dalle Nazioni Unite e dal mondo intero, compresi i paesi arabi, gli Stati Uniti e ovviamente l´Europa. Frontiere fissate con un processo non unilaterale, attraverso negoziati con gli ex nemici e accordi reciproci, e non come sta facendo oggi Israele, con l´imposizione del muro di cui si sta circondando. Il senso di questa nuova frontiera concordata sarà quello della sicurezza e dell´identità, che consentirà al popolo di Israele di sentirsi per la prima volta a casa propria. E di poter dirimere infine interiormente, per la prima volta, il dilemma che ha segnato tutta la sua esistenza.Decidere se siamo popolo dello spazio o del tempo. Siamo il popolo dell´eternità, am leolam, come diciamo in ebraico? Seimila anni di coscienza - dice il filosofo George Steiner - sono una patria.Dunque, siamo un popolo sei volte millenario, un popolo dell´eternità, con la nostalgia per questo luogo - Eretz Israel - ma senza fretta di stabilirci qui, anche se ci si offre questa possibilità, perché possiamo esistere anche nella sfera più universale, più astratta della religione e della cultura, della pura e semplice nostalgia. Oppure oggi siamo maturi, preparati a dare inizio a una nuova fase - una fase che sarà quella della realizzazione piena del processo iniziato nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele.Ho parlato di spazio, ma vorrei parlare un po´ anche del tempo. A sessant´anni dalla creazione dello Stato di Israele, molti israeliani non hanno certezze sul suo futuro, e si chiedono se nei prossimi cinquanta o sessant´anni questo Stato potrà continuare a sussistere. Ovviamente ognuno di noi lo vuole fortemente, è talmente importante per il nostro stesso essere. Ma c´è sempre una certa paura che trema nei cuori. Gli israeliani non possono essere certi di avere un futuro in Israele come può esserlo, credo, ognuno di voi nel proprio paese. Penso che probabilmente un dubbio di questo genere non sia mai venuto in mente a un cittadino egiziano, cinese, italiano, tedesco o americano. Mentre per noi è un´ombra perenne sopra le nostre teste. E´ del tutto naturale ad esempio che un giornale americano pubblichi le proiezioni sui raccolti di grano previsti negli Usa nel 2025. Ma nessun israeliano sano di mente farà mai previsioni per un futuro così lontano. E´ forse proprio per questo che spesso la politica di piano del nostro governo lascia molto a desiderare. Quanto a me, posso testimoniare che quando penso a Israele nel 2025 sento immediatamente nel mio intimo una specie di click - come se avessi violato un tabù concedendomi una dose troppo abbondante di futuro.Il mio auspicio, la mia speranza è che se si arriverà a fissare linee di confine stabili e a risolvere i problemi tra Israele e i suoi vicini, si potrà anche incominciare a curare alcuni mali, a superare quel senso di non accettazione degli israeliani e degli ebrei. E a riconquistare una normalità politica universale che nei secoli passati è stata preclusa a noi ebrei - anche se da ormai cinquantanove anni abbiamo uno Stato. Perché questa è forse la più grande tragedia del popolo ebraico: il fatto che nel corso della storia gli altri popoli, le altre religioni, e in particolare la cristianità e l´islam, abbiano visto gli ebrei come simbolo o metafora di qualcosa d´altro - come una parabola, una lezione religiosa su un qualche peccato originale. Non lo hanno considerato mai per quello che è in sé: un popolo tra gli altri popoli - esseri umani tra gli altri esseri umani. Sto parlando di qualcosa di molto sottile, di un senso di estraneità profonda rispetto al resto del mondo. Questo senso di alienazione esistenziale del popolo ebraico nei rapporti con gli altri popoli può forse essere veramente compreso solo dagli stessi ebrei. Sto parlando di quell´aura di mistero, di enigma che ha avvolto il popolo ebraico nel corso delle generazioni. Un enigma che sempre di nuovo ha spinto altri popoli a cercarne la soluzione in tanti modi, attribuendo agli ebrei definizioni biologiche e razziste, o rinchiudendoli nei ghetti, dietro a steccati, confinando la loro esistenza in determinate aree, in professioni specifiche, fino all´ultimo, orrendo tentativo di dare all´enigma ebraico una «soluzione finale». Per duemila anni gli ebrei sono stati espulsi ed esiliati in tanti modi diversi, aperti o sapientemente mascherati, dalla realtà politica, dalla normalità, dalla realtà pratica di quella che viene chiamata la famiglia dei popoli, la famiglia umana. Sono stati spogliati della loro umanità, con misure a volte molto sofisticate e sapienti di demonizzazione, e a volte anche di idealizzazione. Ma demonizzare e idealizzare di fatto vuol dire la stessa cosa: sono le due facce di una stessa medaglia, la disumanizzazione. L´ebreo è stato trattato come un´entità eccezionale, misteriosa, metafisica, metaforica, dotata di un sistema di regolazione interno, di una costituzione diversa dal comune, con poteri soprannaturali o anche di natura inferiore - come nella definizione di Untermensch coniata dai nazisti.Giuda, il deicida, l´Anticristo, l´ebreo errante, l´eterno ebreo, l´ebreo avvelenatore di pozzi e generatore di piaghe, e naturalmente i Savi di Sion che cospirano per prendere il dominio del mondo, e tante altre figure sataniche e grottesche come quella di Shylock o altre consimili, che costellano il folklore, la religione, la cultura e persino la scienza. Forse per questo gli ebrei hanno trovato un certo conforto nell´auto-idealizzazione, nel considerarsi come il popolo eletto - una percezione che a mio parere è pure molto problematica.Anche oggi il presidente di uno Stato membro delle Nazioni Unite, l´Iran, può dichiarare apertamente che Israele deve essere sradicato perché è la causa dei mali del mondo. Ai suoi occhi Israele è qualcosa come un male, una piaga esistenziale. E il suo appello trova un´accoglienza entusiastica presso molti nel mondo, provenienti da diverse religioni e culture.Se guardiamo a un passato molto recente - gli anni 1993-1994, all´inizio del processo di Oslo - possiamo ricordare un cambiamento straordinario della percezione che gli israeliani avevano del mondo e di se stessi. In quel breve periodo gli israeliani incominciarono a conoscere il gusto inebriante di far parte di un mondo nuovo e moderno, di essere accettati in un´universalità più progressista, civile, liberale e laica, in una sorta di normalità: quella di un popolo tra i popoli. Si era delineata una nuova opportunità di creare tra Israele e il resto del mondo un sistema di relazioni diverso, meno convulso, più egualitario e basato sulla reciprocità. Ma fu un momento breve, troppo breve. Chiaramente, in questi ultimi anni, dopo che i rapporti con i palestinesi sono finiti in un vicolo cieco, si sono perse le speranze e ha prevalso la percezione della minaccia, anche per l´animosità crescente del mondo nei confronti di quanto accade in Israele e a volte della sua stessa esistenza. Con il rafforzamento dell´antisemitismo, la demonizzazione di Israele, gli appelli a cancellare lo Stato ebraico. Tutto questo ha risucchiato di nuovo gli israeliani nella tragica ferita ebraica, ravvivando le cicatrici più dolorose, le memorie più paralizzanti. Tanto che anche gli israeliani da sempre più aperti alle opportunità, alle speranze, alla possibilità di rigenerarsi, quella parte di Israele che per noi è stata una sorta di permanente promessa, in questi ultimi anni, si va riducendo sempre più, viene spazzata via, ricacciata nei vecchi canali traumatici e dolorosi della storia e della memoria del popolo ebraico.L´ansia ebraica, l´esperienza della persecuzione, il passato di vittime, il senso di isolamento e di solitudine nel mondo sono profondamente incisi in noi, nella nostra psiche collettiva. Perché per noi la paura esiste tuttora. A volte è deprimente constatare fino a che punto è sempre presente. Quando mi trovo all´estero, soprattutto in Europa, mi capita spesso di notare che quando si parla della Shoah si fa riferimento a ciò che accadde allora, in un tempo passato - mentre quando ne parliamo noi, in ebraico o in qualunque altra lingua, ci riferiamo in cui quei fatti sono accaduti là: c´è una differenza enorme, gigantesca, tra il concetto del «quando» e quello del «dove». Chi parla degli eventi collocandoli nel tempo si riferisce a un passato che non si ripeterà mai. Chiuso. Mentre se li riferiamo a un luogo, ciò significa che nell´ambito delle potenzialità dei comportamenti umani, da qualche altra parte, in parallelo con la nostra esistenza qui, quel pericolo può sempre ripresentarsi. A questo gli israeliani non sfuggono. Come se fossero condannati a questo modo di percepire la realtà dall´intensità e dall´unicità del trauma subito, ma anche dalla reiterazione delle minacce che incombono su Israele.Ancora una volta dobbiamo constatare che anche l´ultima generazione di israeliani - i «nuovi ebrei», che pure credevamo ormai liberati dalle ansie dei loro genitori - si è confrontata ogni giorno con la memoria della Shoah, quasi condannata a tornare continuamente su quel passato, a tutti i livelli della vita, nelle associazioni, nei codici di comportamento, nella visione del mondo, nelle decisioni etiche e politiche, e fin nelle più piccole cose, nei problemi minuti della vita quotidiana. Sempre di nuovo ci rendiamo conto che anche se non lo vogliamo, siamo sempre sotto la greve ombra di quanto è accaduto là, in quel paese. Siamo sempre i piccioni viaggiatori della Shoah. Sarà molto difficile per gli israeliani liberarsi dalle loro ansie, dalle distorsioni causate dal loro passato, dalla guerra, dalla violenza che sperimentano ogni giorno, così come è difficile a volte per una persona liberarsi da un difetto, da una tara fisica o mentale attorno al quale si è costruita tutta la sua personalità. A volte mi sembra che la nostra tragica storia, insieme alla tragica situazione che viviamo qui in Medio Oriente, ci ricada addosso proprio come una tara, personale e nazionale. Molti di noi si sono ormai assuefatti alla distorsione della nostra situazione, tanto che rifiutano di credere alla possibilità di alternative. C´è chi si costruisce tutta un´ideologia politica e religiosa per garantire la continuità di questa deformazione. Sono questi i pericoli reali che Israele deve superare al più presto.Questo paese ha bisogno di vivere l´esperienza della pace, e non solo perché la pace è fondamentale per la sua sicurezza, la sua economia eccetera, ma anche per essere in grado, in un certo senso, di conoscere se stesso, prendendo coscienza di quanto è ancora incapsulato, come in letargo nel suo essere. Per scoprire i percorsi della sua identità e del suo carattere, le opzioni esistenziali che sono state volontariamente sospese in attesa che la guerra finisca, in attesa che sia consentito e legittimo vivere pienamente la vita, esplorarne tutte le dimensioni, e non soltanto quella ristretta della sopravvivenza ad ogni costo. E´ questa la capziosa trappola che per generazioni si è chiusa su noi ebrei e israeliani. Siamo un popolo che in tutta la sua storia è sopravvissuto per vivere la sua vita; ma ora viviamo solo per sopravvivere. E questo è nulla. La vita è molto più della mera sopravvivenza - soprattutto quando si può disporre di una potenza militare capace di garantire, o di sostenere nella realtà, qualche passo più coraggioso e razionale. A volte, quando sento gli israeliani - a volte anche giovanissimi - parlare di se stessi, delle loro ansie, del fatto che non osano neppure aspirare a un futuro migliore, quando mi si rivela, in me stesso o in chi mi è vicino, l´intensità dell´ansia esistenziale, il peso della memoria storica, misuro tutta la profondità di questo danno, della cicatrice che la storia ha inciso su di noi. In un clima di pace durevole e stabile potremo forse guarire da queste tare, da queste ansie. Se Israele sarà in pace coi suoi vicini, potrà avere l´opportunità di esplorare e di esprimere tutti i suoi talenti, la sua unicità, e di sperimentare in condizioni normali quanto è capace di realizzare in quanto popolo, in quanto società. Si vedrà se nello Stato di Israele si saprà creare una realtà a un tempo spirituale e pratica, piena di vita e di ispirazione e di spirito di solidarietà; se noi, cittadini israeliani, sapremo liberarci da quella metafora distruttiva che altre nazioni hanno proiettato su di noi, vedendo in noi gli eterni stranieri, gli scomunicati, in perenne nomadismo tra altri popoli, se sapremo tornare ad essere un popolo di carne e di sangue, e non solo un simbolo, non solo un´idea astratta o una favola o uno stereotipo. Né idealizzati né demoni, ma un popolo sulla sua propria terra, un popolo il cui paese sia circondato da confini internazionalmente e pacificamente convenuti e difendibili. Un popolo che possa godere non solo di un senso di continuità e di sicurezza, ma anche di una rara esperienza di realtà, di concretezza, di essere infine parte della vita e non di una storia più grande della vita, come nel nostro passato. Forse allora gli israeliani saranno capaci di sperimentare e di gustare qualcosa che dopo sei decenni di indipendenza ancora non conoscono realmente: un profondo senso di sicurezza, di sicurezza esistenziale, qualcosa che vorrei chiamare una solidità dell´esistenza, così come la esprimiamo in maniera commovente nella nostra preghiera del sabato sera, la preghiera di Mussaf: «Che tu possa piantarci entro i nostri confini». Voi delegati, che risiedete qui in rappresentanza dei vostri rispettivi paesi, avete un ruolo importantissimo da svolgere per venire incontro a queste speranze e aspirazioni. Per molti versi, Israele non è uno Stato come gli altri coi quali intrattenete le vostre relazioni. Se volete svolgere un ruolo positivo in quest´area, aiutando Israele a risolvere i conflitti con i suoi vicini e i suoi nemici, dovrete essere attenti non solo come diplomatici ma come esseri umani, non solo nel vostro ruolo formale di rappresentanti di uno Stato estero, ma quasi come psicologi, per poter cogliere tutte le sfumature, tutti i moti, anche i più sottili, che attraversano l´anima, la psiche degli israeliani. Essere attenti alle loro ansie, alla loro esperienza di vita, che è veramente unica. E aiutarli a distinguere tra le paure immaginarie, risultanti dai traumi passati, dagli echi della loro storia, e i pericoli reali e concreti che devono affrontare nella loro vita d´ogni giorno. La vostra responsabilità, il vostro impegno per il bene di Israele e la sua stessa esistenza nasce anche al fatto che una parte non piccola delle infermità e delle debolezze di questo paese è il risultato, la conseguenza di quello che è stato l´atteggiamento dell´Europa, l´atteggiamento del mondo intero verso gli ebrei.Certo, Israele non è al disopra di ogni critica. Credo sia vostro dovere criticare Israele quando lo merita, ma al tempo stesso aiutare questo paese a non ricadere sempre di nuovo nelle trappole che gli sono tese dalle sue stesse debolezze. E far sentire agli israeliani ciò che nel loro intimo ancora non riescono a credere: che possono avere un posto sicuro e legittimo nel mondo. Che il mondo può essere la casa, la patria degli ebrei. Dovete ricordare loro che esistono alternative a una vita di violenza, di odio e di paura. E fare di tutto per rendere possibile un clima che dia a Israele la possibilità di comunicare coi suoi vicini, per poter essere in grado di realizzare lo straordinario potenziale umano che abbiamo qui. Potete fare molto più di quanto state facendo oggi. Non lasciate nelle sole mani degli americani tutta la responsabilità di quest´opera di mediazione per arrivare alla pace tra Israele e i suoi vicini. Perché gli americani - sono spiacente di dirlo - in questi ultimi anni non stanno facendo quasi nulla, e a volte fanno anzi di tutto per precludere ogni possibilità di dialogo tra Israele e i suoi vicini. Come stanno facendo proprio in questi giorni, con riguardo ai negoziati, possibili e auspicabili, con la Siria. Non esitate. E tenete presente che in periodi come quello attuale, quando si è in presenza di un vuoto d´azione, un vuoto di visione, di leadership a livello mondiale, è assai più facile agire per il cambiamento. La storia non vi perdonerà se continuerete a rimanere in disparte, permettendo a Israele e ai suoi vicini di lasciar passare invano gli ultimi margini di tempo utili, quando è ancora possibile risolvere questo conflitto.(Traduzione di Elisabetta Horvat)




Da Repubblica:2/3/o7

giovedì 1 marzo 2007

Jason Kunin: Ebrei in disaccordo


L'autore dell'articolo che segue, Jason Kunin di Toronto, è membro di un gruppo chiamato Alliance of the concerned Jews of Canada (Alleanza degli ebrei preoccupati del Canada). (1)Questa lettera è stata firmata da altri membri.Una rivolta dal basso è in corso nelle comunità ebraiche nel mondo;


una rivolta che ha gettato nel panico le organizzazioni oligarchiche che da sempre si atteggiano a portavoce della comunità. L'ultimo segno di panico è la pubblicazione, dal parte dell'American Jewish Congress, di un saggio di Alvin H. Rosenfeld, intitolato «Il pensiero ebraico progressista e il nuovo antisemitismo» che accusa gli ebrei progressisti di suscitare, con le loro critiche ad Israele, una nuova ondata antisemita. E' l'ultimo tentativo di identificare l'antisionismo all'antisemitismo, allo scopo di marginalizzare o far tacere le critiche ad Israele.Questa tattica è largamente usata in Canada.Bernie Farber, all'atto di essere nominato direttore del Canadian Jewish Congress, ha dichiarato che il suo scopo era di «educare i canadesi sul legame tra antisionismo e antisemitismo».E' falso fingere, come fanno questi gruppi, che la comunità è unita a sostegno di Israele.Un numero sempre più grande di ebrei nel mondo si unisce al coro di allarme per le condizioni sempre più degradate dei palestinesi nei Territori Occupati, e per lo stato economico e sociale inferiore della popolazione palestinese di Israele.In un mondo dove il sostegno acritico ad Israele diventa sempre meno tollerabile, dato il disastro dei diritti umani che si accresce a Gaza e in Cisgiordania, i capi delle comuntà giudaiche fuori di Israele fanno quadrato, alzano il tono della loro retorica filo-israeliana, e demonizzano chi critica Israele.Costoro sostengono che la crescente preoccupazione per Israele non nasce dalle azioni di questo Stato, ma da un aumento dell'antisemitismo.Nonostante questo sforzo di assolvere Israele dalle sue responsabilità per il trattamento che infligge ai palestinesi, l'opposizione ebraica cresce e diventa più organizzata.Il 5 febbraio, in Gran Bretagna, un gruppo che si chiama «Voci Ebraiche Indipendenti» (2) ha pubblicato sul Guardian una lettera aperta in cui prende le distanze da «coloro che pretendono di parlare per tutti gli ebrei inglesi e di altri Paesi [e che] mettono continuamente il sostegno verso un Paese occupante al disopra dei diritti umani del popolo occupato».Fra i firmatari di questa lettera ci sono il premio Nobel per la letteratura Harold Pinter, il regista Mike Leigh, lo scrittore John Berger e molti altri.Il premio Nobel per la letteratura nel 2005 Harold PinterGruppi simili sono nati in Svezia (Jews for Israeli-Palestinian Peace), Francia (Union Juive Française pour la Paix, Rencontre progressiste Juive), in Italia (Ebrei contro l'occupazione), in Germania (Judische Stimmer fuer gerechten Frieden in Nahost), il Belgio (Union des Progressistes Juifs de Belgique), negli stati Uniti (Jewish Voice for Peace, Brit Tzedek, Tikkun, The Bronfman-Soros Initiative), in Sud Africa e in molti altri luoghi, fra cui l'organizzazione federale «European Jews for a just peace», ed entro la stessa Israele.Criticare Israele «non» è antisemitismo, né «pesca nell'antisemitismo», espressione usata per dire la stessa cosa. […]Ci sono antisemiti che sostengono Israele perché sono fondamentalisti cristiani, che vedono il ritorno dei giudei a Gerusalemme come la precondizione per il ritorno di Cristo e la conversione degli ebrei al cristianesimo, o perché sono xenofobi che vogliono togliersi dai piedi gli ebrei di mezzo a loro.Ci sono antisemiti che prendono posizione pro e contro Israele.E' sbagliato criticare tutti gli ebrei per le malefatte di Israele, ma la leadership di Israele e i suoi sostenitori nella Diaspora incoraggiano proprio questa veduta, in quanti identificano gli atti di Israele con l'intero popolo ebraico.Ciò addossa il biasimo per i delitti di Israele sulle spalle di tutti gli ebrei.Ma i critici ebrei di Israele dimostrano con le parole e con gli atti che la comunità giudaica non è monoliticamente a fianco di Israele.Questi sostenitori di Israele dicono che Israele è obbligata a fare quello che fa - ossia distruggere le case della gente, tenerla sotto il tallone dell'occupazione, chiuderla in ghetti murati, brutalizzarla ogni giorno con incursioni militari e posti di blocco a sorpresa - per proteggere i suoi cittadini dalla violenza palestinese.Ma la violenza palestinese ha le sue radici nel furto della terra che i palestinesi hanno subìto, nella deviazione della loro acqua, nella violenza dell'occupazione, nella umiliazione di veder considerata la propria esistenza una «minaccia demografica».Per giustificare l'infinita occupazione e furto della terra palestinese, lo Stato ebraico e i suoi difensori tentano di negare le sofferenze palestinesi, ribattendo invece che il risentimento palestinese è basato non già sulla violenza israeliana, ma sull'Islam, sulla «mentalità araba», o su un mistico antisemitismo che sarebbe inerente alla cultura islamica.Di conseguenza, la campagna a favore di Israele dipende da un'attiva disseminazione della islamofobia.Non è sorprendente che la diffusione di odio in tal maniera infiamma i sentimenti anti-ebraici tra gli arabi e i musulmani.Non è questo il metodo per rendere gli ebrei più sicuri.Il popolo ebraico può aiutare a sventare gli effetti del comportamento di Israele, ma solo opponendosi apertamente ad esso.Jason Kunin

http://www.canpalnet-ottawa.org/index.html
http://www.ijv.org.uk/