Palestina:la generazione perduta

GIOVANI senza speranza in PalestinaSono cresciuti conoscendo solo violenza e odio. Hanno visto morire attorno a sé parenti e amici. Gioco e realtà si sono intrecciati nel segno della vendetta. Sono i ragazzi dell’Intifada: l’ultima generazione. Un misto di rabbia e di determinazione nell’abbracciare la causa più estrema, quella che come modello non ha più il fondamentalismo di Hamas ma il Jihad globalizzato di Al Qaeda. Ragazzi che non hanno più sogni, perché nell’inferno di Gaza e nei villaggi della Cisgiordania spezzati in mille frammenti territoriali dalla «barriera di difesa» israeliana, è vietato anche sognare. È il drammatico ritratto dell’ultima generazione palestinese che emerge dal reportage di Steven Erlanger che ieri ha aperto la prima pagina dell’Herald Tribune. Quello dell’inviato del New York Times è un viaggio nella disperazione che accomuna i giovani palestinesi, che unisce le storie di tanti ragazzi di Gaza e della Cisgiordania. La rabbia di questi ragazzi è una pesante ipoteca per il futuro della Palestina. Perché quello palestinese è un popolo di giovano: il 56,4% dei palestinesi ha meno di 19 anni e a Gaza il 75,6% della popolazione è sotto i 30 anni, rileva l’ultimo rapporto dell’Ufficio Centrale Palestinese di statistica.
Una generazione estrema. Nelle scelte politiche e di lotta che abbraccia. «In politica, come nella religione, come nella militanza tutto è vissuto in modo più estremizzato», dice Shadi el-Haj, 20 anni studente all’Università An Najahdi Nablus. «Nella prima Intifada - aggiunge - c’era l’orgoglio di sentirsi palestinesi. Oggi tutti i discorsi iniziano cone “Io sono di Fatah, io sono di Hamas...”».
Generazione estrema. Che guarda con disincanto se non con manifesta ostilità ai discorsi delle «colombe» palestinesi che continuano a parlare della necessità del dialogo con Israele. Per questi giovani senza futuro «dialogo» è una parola priva di senso. Oggi, spiega
Nader Said, docente di scienze politiche all'Università di Birzeit (Ramallah), il 58% dei palestinesi sotto i 30 anni - stando a recenti sondaggi - si aspetta una radicalizzazione dello scontro con Israele nei prossimi 5-10 anni, e soltanto il 22% spera che in questo stesso arco di tempo si possa giungere ad una soluzione negoziale. Molti ragazzi si dicono pronti a trasformarsi in «shahid» (martiri), immolandosi come bombe umane contro il «nemico sionista». Il reportage del New York Times conferma quanto più volte raccontato dall’Unità: segnati dalla rabbia, privi di speranza. Sono i giovani palestinesi. Le loro storie riflettono una realtà segnata dalla miseria e da una quotidianità che non lascia spazio alla speranza.
È la realtà che sin dal primo giorno di vita, ha accompagnato
Mirvat Missoud, 18 anni e sei fratelli, cresciuta nel campo profughi di Jabaliya (Striscia di Gaza), roccaforti dei gruppi oltranzisti dell’Intifada. Mirvat aveva deciso lo scorso novembre di usare il suo corpo come strumento di morte: voleva divenire una «shahid». Mirvat voleva seguire l’esempio di suo cugino, Nabil, militante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa (Al-Fatah) morto nel 2004 in un attentato suicida. Le brigate rifiutarono la richiesta di Mirvat, spiegando che un «martire» in famiglia era già abbastanza. Ma Mirvat non ha abbandonato il suo proposito. Sulle pareti della camera che divideva con tre fratellini, aveva incollato i poster degli «shahid» di Jabaliya. Poi un giorno, Marvat è andata incontro al destino desiderato, facendosi saltare in aria vicino ad un posto di blocco militare israeliano, ferendo lievemente due soldati di Tzahal. Suhaila Badawi, 20 anni, vive a Jenin, nel nord della Cisgiordania, e conosce in ogni dettaglio la storia di Mirvat. Per lei è un modello da seguire, è il simbolo del riscatto delle giovani palestinesi: «Non so se avrò mia il coraggio di Mirvat - dice - ma la capisco completamente e l’ammiro. Sono fiera di essere palestinese come lei». E come lei lo sono Fayyad, Mustafa, Raed, Salma, Ahmed, i ragazzi di Gaza e della West Bank che popolano questo viaggio nella disperazione di una gioventù bruciata.E non per sua colpa.
Dall'Unità di oggi articolo di De Giovannangeli
PS: è importante che analisi di questo genere comincino a circolare negli Usa e che siano quotidiani prestigiosi a delineare la situazione,pur con qualche ambiguità,.qualcosa sta cambiandoarticolo originale
2Gideon Levy qui
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