Amira HASS: Israele : Vista SUL MURO

Dal veicolo usciva musica leggera araba ad alto volume, di quella che fa venir voglia di ballare. L'autista del bulldozer era comodamente seduto al posto di guida e osservava i tre o quattro operai che si davano da fare lì sotto. Ogni tanto scambiavano qualche battuta in arabo, ma quando dal furgone dell'impresa edile è uscito quello che sembrava l'appaltatore sono passati all'ebraico. Poi l'autista ha messo in moto il bulldozer e il boato del motore ha sepolto la musica.

Il lungo braccio della macchina ha sollevato un pannello di calcestruzzo e l'ha spostato facendolo volteggiare in aria. Quindi, con l'aiuto dei tre operai, l'ha sistemato, lentamente e con perizia, accanto agli altri: una lunga fila di pannelli di calcestruzzo, tutti alti otto metri. D'ora in poi sarà questo l'unico panorama che la famiglia Al Khatib del villaggio di Hizma vedrà dalle finestre della casa che guardano a ovest.

Avevo già scritto dei lavori in corso in questa regione nell'aprile del 2006, quando due tipi con i capelli alla Bob Marley erano stati messi a guardia del cantiere. Allora il muro di separazione – composto da pannelli di calcestruzzo e da una barriera elettronica – tagliava l'area abitata, separando alcune case sulla cima della collina dal resto del villaggio.

I loro abitanti, tra cui la famiglia Al Khatib, si erano ritrovati sul "lato israeliano" del muro, ma senza il permesso di entrare nella vicina colonia. A volte, la polizia israeliana vietava loro di attraversare il vicino posto di blocco, costruito sulla terra palestinese. Potevano però continuare a guardare il paesaggio fuori dalla finestra. Almeno fino alla scorsa settimana.

Il vecchio tracciato del muro è stato modificato. I pannelli sono stati gradualmente rimossi e piazzati alcuni metri più in alto, verso occidente, in modo da includere anche le tre case rimaste isolate.

A cinque metri di distanza da quella barriera di cemento, su quello che rimaneva della loro terra, erano seduti tre uomini, intenti a osservare un orizzonte di calcestruzzo. I volti cerei e immobili mi facevano pensare a un funerale.

Uno di loro mi ha guardato in faccia. "Perché è sorpresa?", ha detto con cinismo, "Ci penserà la nostra Autorità a liberarci tutti". Poi, senza alcuna sfrontatezza, mi ha raccontato di aver scambiato qualche parola con gli operai, palestinesi di Hebron. "Che cosa possono fare? Devono pur campare".


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