martedì 31 maggio 2011

Soumaya Ghannoushi Obama, giù le mani dalle nostre rivoluzioni!


     La prima ondata delle rivoluzioni arabe sta entrando nella seconda fase, che riguarda lo smantellamento delle strutture del potere autoritario e l’inizio del difficile cammino verso il vero cambiamento e la democrazia. Gli Stati Uniti, inizialmente spaesati per la perdita dei loro alleati chiave nella regione, sono ora determinati a dettare il corso e il risultato di queste rivoluzioni in atto.
Ciò che ha rappresentato una sfida al potere americano è ora un’ “opportunità storica”, come l’ha definita Barack Obama nel suo discorso sul Medio Oriente la scorsa settimana. Tuttavia egli non intende con ciò un’opportunità per i popoli che si sono sollevati, quanto piuttosto per Washington, nel tentativo di modellare il presente e il futuro della regione, proprio come è avvenuto con il suo passato. Quando Obama parla del proprio desiderio di “rendere il mondo come dovrebbe essere”, non si riferisce alle aspirazioni delle persone, bensì agli interessi americani.
E come dovrebbe essere questo mondo? Il modello è quello dell’Europa dell’Est e delle rivoluzioni colorate. Il soft power e l’abilità diplomatica americani devono essere utilizzati per riconfigurare il panorama socio-politico nella regione. Lo scopo è quello di trasformare le rivoluzioni popolari in rivoluzioni americane creando un nuovo gruppo di elite docili, addomesticate e amiche degli Stati Uniti. Ciò richiede non solo la cooptazione dei vecchi amici del periodo pre-rivoluzionario ma anche il tentativo di contenere le nuove forze prodotte dalla rivoluzione, a lungo marginalizzate dagli Stati UnitiCome ha affermato Obama la scorsa settimana: “Dobbiamo sostenere le persone che rappresentano il futuro, soprattutto le giovani generazioni, fornendo assistenza alla società civile, inclusa quella che potrebbe essere non ufficialmente riconosciuta”. Per fare ciò egli ha raddoppiato il budget per la “protezione dei gruppi della società civile” da 1,5 milioni di dollari a 3,4 milioni.

I destinatari non sono soltanto i soliti elementi neoliberali, ma anche gli attivisti che hanno guidato i movimenti di protesta, oltre agli Islamisti tradizionali. I programmi destinati ai giovani leader includono il progetto ‘Leaders for Democracy’ sponsorizzato dalla ‘Middle East Partnership Initiative’ del dipartimento di Stato americano. Alcuni attivisti arabi, compreso l’attivista egiziano per la democrazia e i diritti umani Esraa Abdel Fattah, sono stati invitati a un evento organizzato dal ‘Project on Middle East Democracy’ che si è tenuto a Washington lo scorso mese (uno dei numerosi seminari e conferenze recenti). Sempre lo scorso mese al Cairo si sono tenuti gli incontri tra alcuni alti funzionari americani, come il leader della maggioranza alla Camera, Steny Hoyer, e i Fratelli Musulmani, mentre il numero due del partito islamista tunisino Ennahda è tornato da poco da una visita a Washington dove si è recato “per discutere della transizione democratica”.
Washington spera di distogliere queste forze emergenti dalla propria opposizione ideologica nei confronti dell’egemonia americana e di trasformarle in attori pragmatici, completamente integrati all’interno dell’ordine internazionale esistente guidato dagli Stati Uniti. Le loro posizioni non rappresentano un problema, fintanto che gli attori accettano di operare all’interno dei parametri che vengono delineati per loro, e di lottare per il potere senza mettere in discussione le regole del gioco. Bisognerà vedere, tuttavia, se in cambio dei favori americani essi non rischieranno di perdere il sostegno della propria base popolare.
Il contenimento e l’integrazione non avvengono soltanto sul piano politico, ma anche su quello economico attraverso il libero mercato e gli accordi commerciali nel nome delle riforme economiche. I piani “per stabilizzare e modernizzare” le economie tunisine ed egiziane, che sono già stati stesi dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Europea per lo Sviluppo su ordine di Washington, verranno presentati al vertice del G8 di questa settimana [26-27 maggio (N.d.T.)]. È stato annunciato un fondo di 2 miliardi di dollari per sostenere gli investimenti privati, una delle tante iniziative “basate sui fondi che hanno sostenuto le transizioni nell’Europa dell’Est”Come sempre gli investimenti e gli aiuti sono condizionati all’adozione del modello americano nel nome delle liberalizzazioni e delle riforme, e all’esigenza di vincolare sempre più le economie della regione ai mercati americani ed europei nel nome dell’“integrazione del mercato”. Ci si chiede che cosa rimarrà delle rivoluzioni arabe in società civili che sono così infiltrate, caratterizzate da partiti politici addomesticati e da economie dipendenti.
Tuttavia, sebbene l’amministrazione Obama potrà avere successo con alcune organizzazioni arabe, il suo tentativo di replicare ciò che è avvenuto nell’Europa dell’Est potrebbe essere destinato al fallimento. Praga e Varsavia guardavano agli Stati Uniti quale fonte d’ispirazione, mentre per la gente del Cairo, di Tunisi e di Sana’a gli Stati Uniti rappresentano l’equivalente dell’Unione Sovietica nell’Europa orientale: essi sono il problema e non la soluzione. Per gli arabi gli Stati Uniti sono una forza di occupazione che agisce sotto le mentite spoglie della democrazia e dei diritti umani.
Nessuno più dello stesso Obama avrebbe potuto offrire una prova eloquente di tutto ciò. Egli ha iniziato il suo discorso sul Medio Oriente con un elogio della libertà e dell’uguaglianza di tutti gli uomini e le donne, e ha concluso parlando dell’“carattere ebraico d’Israele”, che di fatto nega i diritti di cittadinanza al 20% dei propri abitanti arabi, e il diritto al ritorno di 6 milioni di rifugiati palestinesi. Il tentativo degli Stati Uniti di conciliare l’inconciliabile – e cioè di parlare di democrazia e agire da potenza occupante o di venire in aiuto all’occupazione – è vano.
Soumaya Ghannoushi è una giornalista freelance; è ricercatrice alla School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra

Ameer Makhoul: un anno di prigionia

      È passato un anno dal mio arresto. Il mio “contributo” è modesto se paragonato a quello di altri prigionieri che sono entrati nelle carceri israeliani quattro decenni fa. È vero, non si dovrebbero fare distinzioni tra le sentenze – come non si dovrebbero fare differenze tra i combattenti per la libertà – perché la sentenza rilasciata da un giudice dell’oppressione è sempre crudeltà, terrore e abuso.
Le cose in Palestina accadono seguendo la stessa regola: più dura è l’escalation di terrorismo, oppressione, persecuzione politica e deportazioni, più forti sono la nostra resistenza, la sfida di rimanere e preservare la nostra identità, l’impegno per la nostra causa e i diritti negati. Loro vorrebbero dividerci, attraverso la geografia e il diverso colore delle carte d’identità, ma la nostra forza non sarà mai annullata e la nostra lotta per la liberazione è dentro ognuno di noi. Mentre loro continuano a produrre oppressione, noi produciamo libertà e rompiamo il loro circolo vizioso, trasformando le loro azioni nelle nostre reazioni. Il nostro diritto alla Palestina, sia dalla nostra patria sia dall’esilio, è uno: il ritorno, l’autodeterminazione, la fine dell’occupazione, la liberazione dei prigionieri, la riconquista delle terre confiscate, lo smantellamento delle colonie e del Muro dell’apartheid, la protezione di Gerusalemme, del Negev, della Galilea e di tutta la costa dalla “giudaizzazione” e dai piani di espulsione, la rottura dell’assedio israeliano a Gaza. Tutte queste battaglie sono parte della stessa causa. 
Ma la lotta per la nostra causa non è combattuta solo da noi palestinesi, perché è parte delle rivolte nel mondo arabo e del movimento globale per il boicottaggio di Israele, impegnato nell’isolamento di Tel Aviv sia a livello regionale che internazionale. Queste azioni sono l’estensione del movimento palestinese contro la normalizzazione del conflitto dentro Israele e della nostra battaglia per spogliare il regime coloniale e razzista della sua legittimità. 
Parlando a favore del movimento dei prigionieri, vorrei ricordare i pericoli derivanti dalla cosiddetta cooperazione per la sicurezza tra Israele e i partiti palestinesi e arabi. Le vittime di una simile collaborazione sono, prima di tutto, i combattenti e i prigionieri per la liberazione della Palestina e dei popoli arabi. Invitiamo tutti i popoli a fermare la complicità tra alcuni regimi arabi e Israele, attraverso l’avvio di una campagna araba e palestinese.Passare un anno in prigione significa pagare un prezzo alto. In ogni caso, il voglia di libertà ha trasformato questo anno in resistenza, sfida e lotta per la nostra gente. Invio un messaggio di apprezzamento e amore a tutti quelli che hanno chiesto il mio rilascio, così come al comitato popolare impegnato nella mia difesa e al Comitato Popolare per la Difesa delle Libertà Politiche, che ha lanciato una campagna per la mia liberazione dal primo giorno del mio arresto. Dalla mia cella, voglio anche mandare un saluto alla mia amata famiglia, che continua a supportarmi, e a tutti quelli che hanno espresso solidarietà per la mia causa, qui e all’estero, come individui e come organizzazioni. Sono in costante contatto con me e sono i compagni della nostra lotta per la liberazione. Quello che cerchiamo, come prigionieri politici, è la libertà e non l’accumulazione di anni di prigionia. Siamo nati liberi e proteggere la nostra libertà è nostra responsabilità. Il 15 maggio abbiamo commemorato il 63° anniversario della Nakba palestinese. La nostra forza deriva dalla legittimità della nostra causa e dei nostri diritti, che possono essere riconquistati solo attraverso la lotta. Lottare per la liberazione, così come la riconquista di noi stessi come popolo e come istituzioni, è nostro diritto e nostro dovere. Il prezzo che stiamo pagando è doloroso, a livello individuale e collettivo. Indipendentemente da quanto forte sia la sofferenza, non abbandoneremo mai la strada verso la liberazione della nostra terra e del nostro popolo. 
La loro politica, non importa quanto lunga, è a termine, la nostra libertà è il nostro destino. 
(Ameer Makhoul è il direttore generale di Ittijah – Union of Arab Community-Based Organizations in Palestine 48 e presidente del Comitato per la Difesa delle Libertà Politiche. È prigioniero politico da maggio 2010)

Il trucco dell'antisemitismo

Hamas esorta i palestinesi a non mettere a rischio l'apertura egiziana di Rafah

   Hamas urges Palestinians not to jeopardize Egypt's opening of Rafah crossing



Il leader di Hamas Ismail Haniyeh , durante l'inaugurazione al monumento dedicato agli attivisti turchi uccisi ,ha  invitato gli abitanti di Gaza di astenersi dal violare la sicurezza dell'Egitto al fine di mantenere il valico di Rafah aperto: "Rassicuriamo i nostri fratelli egiziani. La  vostra sicurezza è la nostra, la vostra stabilità è la nostra"Gli Usa si  sono dichiarati fiduciosi nella capacità egiziana  di controllare il valico e di impedire il contrabbando  di armi
U.S. 'confident' Egypt can provide good security at Rafah border 

Cameron toglie il patrocinio al Jewish National Found

   Il primo ministro britannico David Cameron ha posto termine, silenziosamente, al suo patronato onorario del controverso Fondo nazionale ebraico (Jewish National Fund - JNF). Il suo ufficio ha confermato la notizia. Per molti anni, i leader di tutti e tre i principali partiti politici britannici diventavano Patroni onorari del JNF per convenzione. Secondo Dick Pitt, un portavoce della campagna 'Stop the JNF', "Cameron era l'unico leader dei tre principali partiti rimasto come Patrono del JNF. Il calo del sostegno politico al JNF ai più alti livelli della struttura politica può essere un segno dell'aumento della consapevolezza nelle sedi del potere che la vigorosa difesa delle attività del JNF potrebbe non essere sostenibile".La notizia della decisione di Cameron ha raggiunto i palestinesi nei campi profughi, persone la cui terra è sotto il controllo del JNF. Salah Ajarma del campo profughi di Aida a Betlemme era "felice di sentire la notizia che il Primo Ministro britannico ha deciso di ritirare il suo sostegno a questa losca organizzazione coinvolta nella pulizia etnica. Il mio villaggio, Ajjur, è stato preso con la forza dalla mia famiglia e dato al JNF che ha poi utilizzato fondi dal JNF Regno Unito per piantare il 'British Park' sulle sue rovine. Per i palestinesi che sono stati sfrattati dai loro villaggi e ai quali è impedito di tornare, le dimissioni di Cameron rappresentano un'altra vittoria sul cammino per realizzare la giustizia e la libertà per i palestinesi". Il presidente del JNF Samuel Hayek difende il lavoro dell'organizzazione dicendo: "per oltre 100 anni abbiamo avuto una sola missione: mettere radici e sviluppare la Terra d'Israele" come pionieri del "storico sogno sionista". Il JNF ha dichiarato che nel loro lavoro, soprattutto nella regione del Negev di Israele, si occupa della "crescente sfida demografica che Israele sta affrontando". Negli ultimi mesi, le attività del JNF nel Negev hanno ricevuto un'ampia copertura mediatica internazionale, collegandole alle demolizioni di villaggi beduini palestinesi e alla confisca dei terreni. Gli attivisti riferiscono che "anche i tribunali israeliani hanno criticato il JNF come un'organizzazione che discrimina contro chi non è ebreo e che sono in aumento le prove del coinvolgimento del JNF nel programma di Israele di cambiare la composizione etnica delle aree all'interno di Israele del 1948 così come a Gerusalemme e nei Territori Occupati. È inaccettabile che una tale organizzazione sia autorizzata a operare nel Regno Unito, ancor meno di godere di stato di organizzazione di beneficienza".Michael Kalmanovitz, il coordinatore del Regno Unito per la 'Rete internazionale di ebrei anti-sionisti', ha dichiarato: "Il patrocinio da parte di Cameron al JNF ha dato credibilità parlamentare ad un'organizzazione criminale sostenuta da un esercito occupante altamente attrezzato e mascherandosi come un'organizzazione 'umanitaria di beneficienza'. Ora i parlamentari che sono 'Amici di Israele' devono riflettere su quanto tempo ancora siano in grado di difendere l'apartheid israeliana e peggio".
La pressione su Cameron e sul JNF è in crescità. Una risoluzione presentata al Parlamento di Westminster ha messo in evidenza il titolo di 'patrono onorario' del primo ministro e ha affermato che "vi sono giuste motivazioni per considerare la revoca dello status di organizzazione benefica nel Regno Unito al JNF". Le iniziative di raccolta fondi del JNF nel Regno Unito e nel mondo devono sempre di più affrontare proteste, perché, sostengono gli attivisti, c'è "un cambiamento di opinione pubblica generale su Israele". Nel 2007, la domanda della sezione statunitense del JNF per lo status consultivo in un comitato chiave delle Nazioni Unite è stata respinta perché i delegati non sono stati in grado di distinguere le attività del JNF degli Stati Uniti da quelle del JNF in Israele. Le attività di quest'ultimo sono state oggetto di sconcerto da parte del Comitato per l'eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite.
La campagna 'Stop the JNF' ha in programma workshop a Londra il 4 giugno 2011 e proteste contro le attività di raccolta fondi del JNF durante tutto l'anno.
http://www.facebook.com/stopthejnf?ref=ts&sk=wall

lunedì 30 maggio 2011

ISRAELE: SALARI DEI RABBINI, AUMENTI DEL 250%


      Gerusalemme, 30 Maggio 2011, Nena News – A diffondere un nuovo report sui salari dei rabbini dei distretti municipali è stato il quotidiano israeliano Ha’aretz. Lo stipendio dei neorabbini aumenterà di fatto del 250%, mentre rimarranno invariati gli stipendi di coloro che già esercitano: a deciderlo è stato il Ministero degli affari religiosi e quello delle finanze. Stanziando circa 2,2 milioni di shekel.Attualmente i rabbini appena nominati guadagnano tra i 6.000 e i 12.000 shekel al mese, una cifra che varia in base all’estensione del municipio al quale sono assegnati: ma i colleghi più anziani arrivano a guadagnare oltre 30.000 shekel al mese, e alcuni di loro hanno stipendi che sono ben superiori a quelli di un sindaco.

Il nuovo accordo porta i salari dei neorabbini tra i 16.000 e i 29.000 shekel, (cioè tra i 3300 e i 5800 euro) una somma considerevole, visto che, come fa notare Ha’aretz equivale all’80% del salario del direttore generale di un qualsiasi comune.La manovra finanziaria comunque ha sollevato non poche rimostranze da parte di alcuni deputati della Knesset, che hanno messo in dubbio la necessità di triplicare i salari dei rabbini. Questo avviene in un paese dove ci si interroga molto, soprattutto negli ultimi tempi, sulla crescita dei costi sociali degli ultra-ortodossi a carico dello Stato.A novembre del 2010 fece scalpore la proposta del rabbino Chaim Amsellen, secondo cui lo Stato di Israele dovrebbe pagare i salari solo a scolari ultra-ortodossi meritevoli ed eccellenti negli studi, destinati a diventare rabbini e non a tutti  (al momento in Israele gli haredim ovvero gli ultra-ortodossi sono 750.000 cioè un decimo della popolazione totale del paese e tra loro il 60% degli uomini non lavora, percependo salari e sussidi statali). Ovviamente la proposta di Amsellen fu rifiutata categoricamente dal partito Shas, e il rabbino ricevette minacce così pesanti che gli fu assegnata una guardia del corpo.Per il deputato di Kadima, Shlomo Molla, il nuovo provvedimento è inconcepibile, dal momento che un aumento degli stipend ai medici ad esempio, è stato rifiutato dallo stesso Ministero. Anche Nitzan Horowitz (Meretz ) ha definite la mossa “una rapina ai Danni delle casse pubbliche, un altro esempio con cui i partiti ultra-ortodossi mettono mano alle nelle questioni finanziarie dello Stato.” NenaISRAELE: SALARI DEI RABBINI, AUMENTI DEL 250%

Valle del Giordano: vivere senz'acqua corrente. Testimonianza

    Vita senz’acqua corrente nella Valle del Giordano dove la carenza di acqua è grave.
Testimonianza di Meyasar Masa’ed Meyasar Hasan Tawfiq Masa’ed, madre di nove figli, è residente a Khirbet Yarza nel distretto di Tubas, West Bank.   Mi sposai nel 1969 e venni a vivere a Khirbet Yarza nella Valle del Giordano. Vi abbiamo vissuto fino da allora. Possediamo una casa anche a Tubas ove risiedono i nostri figli e che utilizziamo per la villeggiatura e per le occasioni speciali. Ma dove non possiamo guadagnarci da vivereMio marito ha qualche appezzamento di terra, ma per lo più il nostro sostentamento deriva dall’allevamento di pecore e capre. L’esercito ha trasformato Yarza in un’area militare e l’utilizza per le sue attività di addestramento, che sono un danno per i residenti. Nel 1993, è stato ucciso mio figlio Ibrahim quando aveva appena nove anni. E’ stato ucciso per disgrazia. Nel 2006, sono stata ferita da un proiettile che mi ha colpito durante le esercitazioni militari. L’esercito ha cercato pure di impedirci di pascolare le nostre pecore e ci ha impedito di costruire qualsiasi cosa. Non ci ha permesso di ripristinare le strade, collegarci alla rete elettrica o installare tubi per l’acqua. Gli abitanti di Khirbet Yarza utilizzano l’acqua invernale che viene raccolta in cisterne. Quando questa si esaurisce, dobbiamo acquistarla e pagarne il costo di trasporto. L’acqua viene portata in contenitori tirati da trattori. Negli ultimi due anni abbiamo trasportato acqua dal pozzo di Tamun. La strada tra Tamun e il nostro villaggio è terribile. E’ in tali cattive condizioni da essere pericoloso percorrerla con un trattore, così fare il percorso comporta molto tempo e il viaggio viene a costare una gran quantità di soldi. Un contenitore di acqua di 3 metri cubi costa dai 90 ai 100 shekel [attorno ai 20 €, o poco meno, n.d.t.]. In questa cifra è compreso il gas per il trattore che lo porta. Le grandi cisterne, che possono trasportare una gran quantità di acqua hanno maggiori difficoltà a raggiungere il villaggio, per cui vi arrivano raramente. Per superare la scarsità d’acqua, la risparmio  in tutti i modi. Ad esempio, lavo gli utensili in un contenitore e conservo l’acqua per lavare il pavimento e la toilette, oppure per annaffiare le piante. Conservo persino l’acqua per le abluzioni rituali prima della preghiera e la uso per abbeverare il gregge. Cerco di non sciupare una goccia d’acqua. Eppure, non ce n’è mai  a sufficienza per la pulizia e le altre necessità. Vivere senza essere connessi ad un sistema idrico e alla corrente elettrica è duro per tutta la famiglia, e per me in particolare in quanto casalinga. Me ne rendo conto perché la casa che ho a Tubas è collegata all’acqua e alla luce. La differenza tra la vita là e qui è enorme.Ad esempio, qui devo lavare la biancheria a mano perché non si può far funzionare una lavatrice senza elettricità e un flusso continuo di acqua. Lavare porta via così una gran quantità di tempo e di energie. Tutte le volte che faccio il bucato, durante la notte sono tutto un dolore. La penuria di acqua è un problema in particolar modo per fare il formaggio in quanto per farlo si devono lavare gli attrezzi ogni giorno. Se potessi esprimere un desiderio sarebbe per l’elettricità e per l’acqua con la quale lavare le cose, perché le pulizie mi richiedono un gran sforzo. Talvolta, l’acqua nel contenitore si esaurisce e quella in arrivo da Tamun è in ritardo. Quando succede, per lavarli, prendo gli utensili e la biancheria e me ne vado ad un piccolo pozzo che ha una piccola quantità di acqua. A volte, porto a casa da pozzo un po’ d’acqua per averla da bere. L’acqua è costantemente nei nostri pensieri e richiede organizzazione e pianificazione. Talvolta, immagino a che cosa potrebbe assomigliare la nostra vita se avessimo avuto una conduttura idrica come quella che posseggono tutti gli altri. Non mi ci soffermo molto, perché non accadrà mai e noi non ne abbiamo alcun controllo. Questo è il nostro modo di vivere. 
(tradotto da mariano mingarelli
Allegati  il problema dell'acqua il Palestina, Gaza, Israele

Hazel Ward :B&B a Hebron: uno spaccato sulla vita quotidiana

  I palestinesi lottano per guadagnarsi da vivere nella enclave H2 di Hebron dove i coloni ebrei integralisti rendono la loro vita insopportabile.    di Hazel Ward 
Pietre, candeggina e perfino gatti morti lanciati nella casa di Mohammed Saadek, non hanno impedito finora agli ospiti di giungere per restare nel suo minuto Bred and Breakfast (B&B) dentro la Città Vecchia di Hebron.Si tratta di una mossa avventurosa in un’area che non è di certo un paradiso turistico, situata nel mezzo di una enclave israeliana strettamente controllata chiamata H2, dove 400 coloni ebrei integralisti vivono nel bel mezzo di una popolazione locale costituita da 6.000 persone. Ciononostante, fin da momento in cui il suo minuscolo B&B ha aperto le porte proprio due mesi fa, le sue due stanze sono state prenotate del tutto, portando alla famiglia Saadeq una gradita fonte di reddito in un’area dove il 76 % della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà. Come per centinaia di palestinesi della H2, i vicini più prossimi di Saadeq sono coloni che vivono nella colonia di Avraham Avinu, che si affaccia direttamente sulla sua casa a un piano e sovrasta gli stretti vicoli dove si trova il souk, o mercato. E per coloro che non sono abituati alla bizzarra realtà di una vita all’ombra di una colonia, una passeggiata attraverso il mercato può risultare illuminante. “Una settimana fa, circa, ci tirarono addosso due gatti morti e dovemmo contattare le autorità perché venissero a portarli via,” racconta il negoziante Jamal Maraga, indicando le case sopra al mercato. “Ho lavorato qui fin dagli anni ’80 e li ho visti lanciare acqua sporca, candeggina e urina, ma per quello è stato la prima volta.” Al di sopra della testa, simile una griglia, una rete metallica è appesa di traverso allo stretto vicolo per trattenere le bottiglie di plastica, i pannolini sporchi e gli altri rifiuti scaricati di sotto dai coloni – descritti ironicamente dai negozianti come “doni dal cielo”. E i rapporti tra i coloni e i loro vicini palestinesi che vivono lungo tutto il vicolo non sono migliori. “Se ci vedono sul tetto, ci spruzzano acqua dalla finestra del bagno o ci lanciano pietre,” racconta la 38enne moglie di Saadeq Fatima Kneibi, avanzando con cautela per evitare i mucchi di merda di cane rinsecchita sparsa sul tetto – lasciata dai cani di proprietà dei coloni, ha soggiunto.Durante la notte, i cani vagano liberamente a giro sui tetti senza pareti divisorie e i loro vicini ebrei gridano ad alta voce delle oscenità in arabo, sostiene Kneibi che è incinta di sei mesi. Mentre lei parla, cade sul pavimento sporco vicino a suo figlio di due anni una ciambellina mezzo masticata che la madre gli strappa di mano prima che possa metterla in bocca. I muri lungo tutto il tetto sono pericolosamente bassi, ma nella H2 i lavori di costruzione o di ristrutturazione sono una questione politica, con Saadeq che dice di non poterli innalzare a causa di un ordine militare israeliano che proibisce un lavoro di questo tipo per “motivi di sicurezza.” Tre anni fa, la presenza militare è stata causa di un esito ben più duro all’interno dell’edificio quando le truppe hanno sigillato quattro stanze, compresa quella che conteneva abiti e mobili, perché da queste si guardava sulla colonia. Per tre mesi, la famiglia non ha avuto la possibilità di accedere a nessuna delle stanze ed è stata costretta a fare affidamento sui mobili e sui vestiti donati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, fino a che Saadeq ha deciso che troppo era troppo. “Alla fine aprii le stanze, ma i coloni se ne lamentarono con l’esercito e questo mi arrestò,” ricorda, aggiungendo di aver trascorso quattro giorni in prigione per l’accusa di aver usato le stanze senza il permesso dell’esercito. Infine, dopo una lunga battaglia legale, alla famiglia è stato concesso il permesso di utilizzare le stanze nelle quali vivono al momento, sebbene le finestre ora siano ingabbiate da una grata di metallo a maglie molto ravvicinate. Dopo aver allargato le stanze perché la famiglia potesse vivere in libertà, dallo spazio rimanente che è stato ristrutturato dall’Hebron Rehabilitation Committee e suddiviso perfettamente in due parti, ne sono derivate le stanze per gli ospiti. “Per noi si tratta di un inizio, ma siamo ottimisti,” afferma Saadeq, distribuendo biglietti da visita per la sua impresa alle prime armi, che al momento non ha ancora un nome. Nonostante le difficoltà, l’intraprendere un’attività con l’aiuto di un programma di produzione di reddito della Croce Rossa, da un punto di vista finanziario ha fatto un’enorme differenza. Finora, Saadeq ha avuto un flusso costante di visitatori, inclusa una coppia svedese, un anziano palestinese espatriato che vive al Cairo e una coppia di israeliani che lavorano con Peace Now. Ogni visitatore paga tra i 50 e i 150 shekel (US$15 e US$42) per notte, per mezza pensione. Saadeq guadagna una gran quantità di denaro extra dalla vendita di CD e di un film sulla vita nella H2, un’area di 4,3 kmq dove ai palestinesi non è concesso andare in auto e in taluni casi non è addirittura permesso camminare lungo le strade in cui vivono. Quest’area, una volta il cuore vitale di Hebron, ora è una città fantasma. Più di 1.800 negozi hanno chiuso i battenti, per lo più per le limitazioni israeliane al movimento, mentre altri sono stati sigillati per ordine militare. 
Per Saadeq, la realtà surreale rappresentata dalla zona H2 di Hebron offre un modo insolito per sbarcare il lunario – ed è una realtà che non sembra destinata a cambiare in tempi brevi. 
(tradotto da mariano mingarelli)

domenica 29 maggio 2011

Amira Hass :Proteste, scontri, canti e balli


     “Allah è contro di noi perché il vento soffia nella nostra direzione”. La frase è stata pronunciata da una donna di mezza età, laica fino al midollo, mentre fuggivamo dalle nubi di gas lacrimogeno. “Allah è contro di noi tatticamente, ma con noi strategicamente”, le ha risposto un uomo, non meno laico e appena più anziano di lei. Il fatto che l’uomo prendesse in giro le mummificate formule della sinistra e che noi, tossendo e con gli occhi rossi, trovassimo il suo humour adeguato, testimonia la spensieratezza che c’era a poche decine di metri dall’inquietante barriera di Qalandiya (muro, torretta di guardia e checkpoint). Le ambulanze andavano e venivano, e alcuni uomini correvano portando sulle barelle i giovani che si erano avvicinati troppo al checkpoint.Alla manifestazione di domenica c’erano poche centinaia di persone: “duri e puri” di sinistra, giovani impegnati e ragazzi arrabbiati del campo profughi di Qalandiya. La protesta ha sfidato la richiesta delle autorità palestinesi di non scontrarsi con l’esercito israeliano. L’Anp ha preferito commemorare la Nakba, l’espulsione del popolo palestinese dalle sue terre nel 1948, con cerimonie, canti e balli nel centro di El Bireh. In alcune città della Cisgiordania la polizia palestinese ha impedito ai manifestanti di venire a contatto con i soldati israeliani. Ma le notizie dalla frontiera libanese e siriana, dove 14 profughi palestinesi sono stati uccisi, hanno fatto passare tutto il resto in secondo piano.Proteste, scontri, canti e balli
Traduzione di Andrea Sparacino.
Internazionale, numero 898, 20 maggio 2011

Amira Hass :Visita a due bantustan


   “Hai sentito il discorso?”, mi ha chiesto il fruttivendolo il 24 maggio verso mezzanotte. Sapevo a cosa si riferiva. E no, non avevo intenzione di ascoltare Netanyahu che parlava al congresso degli Stati Uniti. Non avevo sentito neanche i due discorsi di Obama. Mi bastava averli letti per essere d’accordo con lui: “Non c’è possibilità di miglioramento. Gli israe liani vanno a destra, e noi palestinesi pure”.
Ero stata tutto il giorno in due “bantustan”. Il primo è Abu Dis, un’enclave a est di Gerusalemme, nella zona B (controllo civile palestinese e controllo israe liano per la sicurezza). Gli accordi di Oslo proibiscono all’Autorità Nazionale Palestinese di esercitare compiti di polizia nella zona B, perciò i reati abbondano .Il secondo è un quartiere arabo di Gerusalemme, Al Issawiya. Gli abitanti sono residenti israeliani senza cittadinanza. Gran parte dei terreni vacanti sono stati espropriati dalle autorità, privando gli abitanti dei mezzi di sostentamento.
Lo scopo della mia visita era anche trovare i testimoni del pestaggio di un quindicenne da parte della polizia, lo scorso 15 maggio, il giorno della Nakba. Avevo parlato con il ragazzo nell’ospedale israeliano dov’era ancora ricoverato. I testimoni erano troppo spaventati per parlare ma “fortunatamente” basta il referto medico a provare che è stato commesso il crimine.
Dopo una giornata simile, non potevo assistere all’orgasmica accoglienza della visione belligerante di Netanyahu da parte del congresso.Visita a due bantustan
Traduzione di Andrea Sparacino.
Internazionale, numero 899, 27 maggio 2011

sabato 28 maggio 2011

Strenger Carlo : la vittoria di Netanyahu è una sconfitta per Israele






    Netanyahu si è recato  negli Stati Uniti  al solo fine di fare una buona impressione al Congresso dell' AIPAC. Sa  bene,infatti,   che la   leadership palestinese non  accetterebbe  un accordo senza compromessi su Gerusalemme. Ha confermato, quindi,  quello che sa fare meglio: guadagnare tempo,ma per poco .  A Settembre i palestinesi chiederanno all'ONU il riconoscimento del loro Stato entro i confini del 1967. E' evidente che è impossibile un negoziato con la destra di Netanyahu . L'unica cosa interessante della scorsa settimana è stato come Obama ha giocato le sue carte: vuole essere rieletto nel 2012  e non vuole lo scontro con il forte elettorato cristiano sionista e con l'AIPAC , anche se questa organizzazione non rappresenta più la maggioranza degli elettori ebrei. Ma Obama   vuole essere riconosciuto come  sostenere del cambiamento nel mondo arabo e di uno  stato palestinese. Ergo: ha espresso sostegno per  la Primavera araba  e  per la soluzione dei due stati sulla base dei confini del 1967,ma  ha anche dichiarato che non accetterà mosse unilaterali da parte dei palestinesi . .Ufficialmente egli respinge  una soluzione non negoziata al conflitto in Israele. E' consapevole che  il riconoscimento dello Stato palestinese nell' Assemblea  dell'ONU( gli Usa non hanno potere di veto) è destinato a ricevere  più di due terzi dei voti.
I perdenti , storditi dai   grandiosi fuochi d'artificio verbali  del premier, sono i cittadini di Israele. Presto  saremmo dinanzi   alla cruda verità: l'isolamento  sempre crescente di Israele e l'accrescersi della  pressione internazionale . Una volta che i palestinesi riusciranno nel loro tentativo di fondare uno Stato, il governo Netanyahu dovrà affrontare le  dure critiche internazionali sugli insediamenti.La tragedia è che tutto questo potrebbe essere evitato. Israele dovrebbe sostenere la creazione di due Stati entro i confini del 1967. Il timore del ritorno di milioni di profughi o le minacce di Hamas  possono essere disinnescate  con la garanzia, in sede internazionale, che i Palestinesi   non avanzeranno  ulteriori richieste . Hamas, in tal caso, non avrebbe altra scelta che riconoscere la legittimità di Israele. Noi ,per la prima volta, avremmo confini internazionalmente definiti 
UN recognition of Palestine along the 1967 borders is really in Israel’s interest, because it preempts the creation of a bi-national state; it would finally provide Israel with internationally recognized borders for the first time since its foundation; and it would leave Hamas with no choice but to recognize Israel’s legitimacy. Ma Netanyahu è incapace di guardare lontano. Dalle elezioni del 2009 ha preferito un governo caratterizzato da una visione rigida del mondo, incapace di un approccio creativo  per la risoluzione del conflitto - Noi israeliani ne pagheremo il prezzo  Netanyahu’s win is Israel’s losse  (sintesi personale)


Hussein Sa’eydeh :Testimonianza: agricoltori di al-'Uja non possono coltivare i loro campi

 Hussein Muhammad Hassan Sa’eydeh è un agricoltore disoccupato di 51 anni, sposato con sei figli e residente a al-‘Uja, nel distretto di Jericho – West Bank

Sono un beduino di al-Jiftlik. Faccio parte della tribù dei Sa’eydeh. Nel 1930, la mia famiglia si stabilì ad a-Zur, sulla sponda occidentale del fiume Giordano, dove si dedicarono al pascolo delle loro greggi e si occuparono di agricoltura.
C’era acqua in abbondanza. Agli inizi, lavorarono la terra di altri contadini per una percentuale del raccolto. In seguito acquistarono alcuni terreni e ne presero pure in affitto 500 dunam dal governo giordano e li lavorarono. La vita che abbiamo avuto è stata buona e prodiga. 
Nel 1967, quando Israele occupò la West Bank, avevo sette anni. A causa della guerra, due terzi della mia famiglia si trasferirono sulla sponda orientale. Mio padre rimase. Israele assunse il controllo dei 500 dunam che avevamo preso in affitto dal governo giordano ed avevamo lavorato per sette anni e ci proibirono di recarcisi. Noi li perdemmo insieme alla possibilità di entrarne in possesso. Ora sono diventati i frutteti di palma da datteri della colonia di Yafit.Nel 1968, gli israeliani non ci permisero di ritornare alle terre che erano nostre, ed emisero un ordine militare per il nostro trasferimento dalla zona. L’ordine riguardò circa un migliaio di persone appartenenti a tre tribù. Una tribù fuggì in Giordania, mentre la nostra si spostò ad al-‘Uja insieme alla terza tribù. Ci installammo in abitazioni che la gente aveva abbandonato a causa della guerra e continuammo a dedicarci all’agricoltura. La terra era fertile e c’era una gran quantità di acqua, specialmente nella sorgente di al-‘Uja. All’inizio, il governo militare ci concesse il permesso di raccogliere le messi sulle nostre terre private che avevamo dovuto abbandonare, permesso che annullò quattro mesi dopo. Ora, sui terreni ci sono frutteti di palme da datteri che appartengono ai coloni e noi abbiamo il divieto di entrare nell’area.Dopo di che, abbiamo cominciato a lavorare terreni agricoli di proprietà di contadini di al’Uja in cambio di una parte del prodotto. Abbiamo lavorato la terra a oriente della Route 90, dove abbiamo coltivato vegetali, banane e cocomeri. Abbiamo fatto affidamento per lo più sull’acqua che arrivava dalla sorgente di al-‘Uja. Negli anni 1970 e 1980 si sono aperti i mercati della Giordania, dove abbiamo spedito decine di camion carichi di prodotti. Guadagnavamo da vivere bene e impiegavamo 10-20 lavoratori stagionali. Vivevamo molto bene e mandavamo i nostri figli a scuola e all’università. Abbiamo cominciato a costruire case con malta e mattoni, prive di fondamenta o di rinforzo in cemento poiché l’esercito non ci ha dato i permessi per costruire. 
La nostra situazione finanziaria è rimasta stabile fino agli anni 1990, quando abbiamo cominciato a sentire gli effetti di un apporto di acqua ridotto, dovuto alle trivellazioni israeliane. I sondaggi erano iniziati negli anni 1970 ed erano aumentati negli anni 1990. La fonte era rimasta a secco per lunghi periodi di tempo e il flusso dell’acqua nel canale di al-‘Uja era diminuito ed era limitato al periodo invernale, da gennaio ad aprile. L’acqua era sufficiente per coltivare il mais e questo è il motivo per cui lo avevamo cresciuto fino ad allora. La terra veniva coltivata per il solo mais per cui non veniva lavorata per la maggior parte dell’anno. Tutto ciò ha penalizzato enormemente il nostro reddito – da una media annua di 40.000 dinari a una media di 10.000 dinari. Le spese per la semina, i pesticidi, i fertilizzanti e strumenti hanno superato le nostre entrate, tanto che siamo stati costretti a prendere prestiti per andare avanti. Personalmente sono arrivato a un debito di 30.000 shekel. Tre anni fa, sono stato costretto a ritirare da scuola i miei tre figli maggiori perchè mi aiutassero a sostenere la famiglia. Sono diventati braccianti agricoli nelle colonie della Valle del Giordano. Per due anni non ho lavorato. Ho lasciato il settore dell’agricoltura in quanto non era più redditizio. Ho avuto perdite e debiti in quantità sufficiente. 
I miei figli erano nati in tempi difficili e non avevano conosciuto i bei tempi che la nostra famiglia aveva avuto. Porto mio figlio piccolo nella zona dove usavamo coltivare tutti i tipi di cereali e gli racconto di quant’era ricca di acque la sorgente di al-‘Uja e lui non mi crede. Vede un luogo secco, simile a un deserto. 
Una volta, potevamo competere con gli agricoltori israeliani. Ora, siamo come dei mendicanti, in attesa del camion dell’uomo che trasporta vegetali tutto attorno ad al-‘Uja per poterne comperare un chilo da lui. Una volta, facevamo dei regali ai turisti, ora chiediamo la carità. E’ una cosa che fa spezzare il cuore. 
(tradotto da mariano mingarelli)

Vittorio Arrigoni ULTIMA INTERVISTA

Yoel Marcus e Doron Rosenblum : una vittoria di Bibi come questa e Israele sarà distrutta




sintesi personale  


 1 Il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe potuto leggere la rubrica telefonica sul podio del Congresso e avrebbe  ricevuto la stessa ovazione. Il suo discorso ha utilizzato il consiglio di Moshe Sneh : "alzare la voce se l'argomento è debole" . Egli sostanzialmente non ha modificato la sua opinione espressa nel 2001 nel suo libro: lo stato palestinese sarebbe un disastro strategico, la patria dei palestinesi è la Giordania,ogni ritiro aggraverebbe a situazione. E' evidente  che il discorso da lui tenuto al  Congresso risulta inaccettabile e questo  discorso approfondirà  la frattura tra noi ei palestinesi condizionando le possibilità di  negoziati  positivi. Che cosa si proponeva realmente Bibi?  Alcuni osservatori dicono che voleva fare pressione su Obama in vista della campagna elettorale, ma Gary Rosenblatt, direttore di The Jewish Week, descrive l'incidente della Casa Bianca come una "disastrosa hasbara" . Il rapporto strategico tra Stati Uniti e Israele è più forte che mai, ma l'alleanza politica ha subito un colpo , quando di fronte ai giornalisti è stato distorto  quello che Obama aveva detto in privato.Alla conferenza AIPAC il presidente  ha  promesso di agire in Europa per fermare la dichiarazione di uno stato palestinese alle Nazioni Unite, ha dichiarato un ostacolo alla pace l'eventuale governo palestinese con  hamas , non ha richiesto il congelamento degli insediamenti. . Il suo consigliere Stephen Hadley, ha puntualizzato che  Obama sta facendo pressione sui  palestinesi per il riconoscimento di   Israele come Stato ebraico . Ha garantito di impegnarsi per la sicurezza dello Stato ebraico e per impedire all'iran di ottenere armi nucleari. E' stato moderato ,nonostante gli attacchi della destra, in israele, contro di lui  .Un fallimento del processo di pace non è un'opzione. Lo status quo non può essere mantenuto. I veri amici si raccontano l'un l'altro la verità
.Così  ora abbiamo un problema con Bibi  :una vittoria ottenuta con l'inganno da parte di  chi stenta ad abbandonare il sogno di una Grande Israele ci sta portando alla distruzione
So as the clouds of September approach, we have a problem with Bibi's savoir faire. A victory with the tricks and shticks of someone who finds it hard to drop the dream of a Greater Israel is leading us to destruction 
One more victory like that and Israel is done for
2   Doron Rosenblum :  guardare a Netanyahu per  un futuro di speranza  Someday, when people try to recall the second Netanyahu episode, perhaps they will be thankful to him for the somewhat comic interlude of two or three years that he provided from the bloodbath, the wars and the suicide bombings - an interlude during which everyone was preoccupied with rhetoric, history and the length of the applause, with clever linguistic subtleties such as "settlements" versus "settlement blocs," or "1967 lines" with or without the definite article. Especially since experience teaches that every fun period like this one (or like the one prior to the 1973 Yom Kippur War, when Yisrael Galili and Moshe Dayan amused themselves with the differences between "territories" and "the territories" or "verbal" as opposed to "written" policy ) - like nothingness itself - has a tendency to end suddenly and surprisingly, in a big bang and lamentations.Don't look to Netanyahu for goodwill or hope

3  Claudio Pagliari : Gli applausi al congresso Usa per Netanyahu sanno di vittoria di Pirro

Gerusalemme est: polizia contro attivisti della sinistra. Feriti e arresti

   2  Circa 150 attivisti del gruppo di Sheikh Jarrah hanno  protestato  a Ma'ale HaZeitim, il nuovo quartiere ebraico costruito  a Gerusalemme est . Asaf Sharon ,dell'organizzazione  Sheikh Jarrah Solidarietà ,ha sostenuto che la polizia ha usato metodi  estremamente violenti contro i manifestanti, utilizzando per la prima volta  pistole stordenti , anche se non vi era stata  alcuna provocazione da parte dei partecipanti .   "Abbiamo organizzato una manifestazione di protesta contro l'insediamento due giorni dopo che i coloni  avevano bloccato  le strade di accesso del quartiere ,senza che la polizia intervenisse. I feriti sono 10 e 6 gli arrestati"

Video 


2   VIDEO: DURA CONTESTAZIONE DEL SINDACO GERUSALEMME   Gerusalemme, 28 ottobre 2010 (foto dal sito www.ivarfjeld.files.wordpress.com),  Nena News – Nelle immagini originali girate e diffuse dall’AIC  (Alternative information center), rimontate e sottotitolate in italiano per Nena News da Roberto Ferri, Nir Barkat, primo cittadino israeliano della Città Santa non riconosciuto dai palestinesi (più di 1/3 degli abitanti), viene duramente contestato da un gruppo di attivisti israeliani contro la demolizione delle case arabe e l’espulsione dei palestinesi dalle proprie abitazioni.Due giorni fa Barkat è stato ospite d’onore di una cerimonia pubblica a Gerusalemme. Mentre saluta e sorride ai presenti, gli attivisti gli urlano contro, facendo riferimento alle politiche adottate dalla sua amministrazione nella zona Est di Gerusalemme (occupata nel 1967), in particolare a Silwan e Sheikh Jarrah. In questi due quartieri palestinesi è forte la penetrazione dei coloni israeliani e, in particolare a Sheikh Jarrah, diverse famiglie palestinesi sono già state cacciate viea dalle loro abitazioni.Continua


3   Sheikh Jarrah e Gerusalemme EST : mappa , video, articoli