venerdì 30 aprile 2010

Amira Hass: un paragone sbagliato


M., un’ottantenne piena di vita, era amica dei miei genitori. Sabato mi sono offerta di accompagnarla al pronto soccorso di uno degli ospedali di Gerusalemme Ovest (la parte israeliana) perché era stata colpita da un’infezione.L’addetta all’accettazione era una palestinese di Gerusalemme Est. L’infermiere che le ha misurato la pressione aveva l’accento russo, come il medico che ne ha ordinato il ricovero. Era palestinese anche l’infermiere che le ha somministrato l’antibiotico.Passava da un letto all’altro, da un paziente anziano a uno giovane, da un ebreo ortodosso a una donna con il velo. E tutti ricevevano lo stesso cibo. Altri medici parlavano tra di loro in arabo, passando all’ebraico per farsi capire da un collega dall’accento anglosassone.È una scena tipica degli ospedali israeliani, soprattutto a Gerusalemme. E andrebbe tenuta sempre in mente quando si fanno dei paragoni con l’apartheid sudafricana . Sì, Israele sta sviluppando un sistema giuridico a doppio binario: uno per i cittadini ebrei e un altro, con meno garanzie, per i palestinesi (divisi tra cittadini di Israele, residenti di Gerusalemme, abitanti di Gaza, cisgiordani delle aree A, B e C).Ma il sistema è privo della componente biologico-razzista tipica del Sudafrica. Lì pazienti e medici “misti” erano impensabili, come sarebbe stato impensabile questo avvertimento dell’infermiere palestinese alla paziente ebrea: “Dovrò legarla, se continua a staccarsi la flebo”.1 Un paragone sbagliato

2 Amira Hass: Israele e Apartheid

Commento: nel primo articolo si descrive di quanto avviene in Israele, nel secondo di quanto accade nei TO: due realtà decisamente diverse come confermano gli articoli postati qui : allegato : Israele e l' apartheid


Akiva Elder: l'inganno di Olmert sul negoziato siriano

Il canale diplomatico aperto con la Siria è solo un diversivo per prendere tempo e per mascherare la fase di stallo a cui sono giunti i colloqui di pace fra Israele ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas – sostiene il noto analista israeliano Akiva Eldar Venerdì scorso, poche ore dopo che un terrorista aveva ucciso due guardie di sicurezza israeliane in Cisgiordania, e che alcuni elicotteri avevano cacciato dei lanciatori di razzi Qassam nella Striscia di Gaza, un piccolo gruppo di giovani israeliani e palestinesi si era seduto assieme in un albergo ad Aqaba. Un alto funzionario giordano aveva parlato con orgoglio agli ospiti, attivisti dell’organizzazione “Seeds of Peace”, a proposito di progetti economici comuni che beneficiano tutti e tre i popoli. Durante la pausa, l’oratore mi condusse in un angolo e mi chiese, “Mi può spiegare perché il suo governo sta ignorando la Giordania e l’iniziativa di pace araba?”. Poi, egli mi domandò: “Non capite quale catastrofe si abbatterà su di noi, sia giordani che israeliani, se non raggiungete un accordo con i palestinesi entro quest’anno?”Mercoledì scorso, il primo ministro Ehud Olmert ha avuto la possibilità di ascoltare la stessa cosa a più alti livelli. Re Abdallah ha invitato Olmert ad Amman, per ripetere il messaggio di angoscia che egli aveva trasmesso al presidente George W. Bush nei giorni precedenti. Non c’è bisogno di “essere una mosca sul muro” per sapere che cosa è stato detto nel palazzo reale. Il ministro degli esteri giordano Salah Bashir, che aveva accompagnato il re nel corso della sua visita negli Stati Uniti, aveva ammonito gli attivisti ebraici a New York che sprecare la possibilità di raggiungere un accordo di pace entro quest’anno “avrà gravi conseguenze per noi tutti “. I funzionari giordani di certo non parlavano della pace tra Israele e Siria.Nel suo libro “The Much Too Promised Land”, Aaron David Miller, che è stato vice-coordinatore del team statunitense per i negoziati di pace israelo-palestinesi, scrive che ai tempi del governo di Yitzhak Rabin, l’approccio riassunto nella frase “la Siria prima di tutto” si era risolto in una profonda delusione. Sotto Ehud Barak, sostiene Miller, lo stesso approccio ha portato sia al blocco del canale israelo-siriano che ad una crisi tra Israele e i palestinesi. Il tentativo di Olmert di riaprire il canale siriano a scapito dei colloqui con i palestinesi, non solo non realizzerà nulla su entrambi i fronti; con la “longa mano” dell’Iran e di al-Qaeda (un nuovo periodico che l’organizzazione ha pubblicato a Gaza ha ricevuto la benedizione di Ayman al-Zawahiri) che raggiunge ogni angolo della regione, tale iniziativa potrebbe turbare anche la fragile pace con la Giordania e l’Egitto, e seppellire del tutto l’iniziativa di pace araba.In base ad informazioni in possesso di alcuni stretti collaboratori di Olmert, sembra vi sia una gara
tra gli emissari di Olmert inviati al presidente siriano Bashar al-Assad e i discreti colloqui che il ministro degli esteri Tzipi Livni sta portando avanti con il capo negoziatore palestinese Ahmed Qureia. Le recenti inchieste giornalistiche hanno raffigurato il primo ministro come un vigoroso statista, senza richiedere che egli pagasse un prezzo politico per questo. Dopo che Washington ha pubblicamente esposto i nefasti legami tra la Siria e la Corea del Nord, quali sono le probabilità che il presidente Bush cancelli Damasco dall’ “asse del male”? E’ difficile immaginare che Olmert ritenga che Assad possa rompere i suoi legami con l’Iran e con Hezbollah, fino a quando gli Stati Uniti lasceranno il presidente siriano davanti a una porta ermeticamente chiusaIn realtà, Olmert è parte di una grande farsa organizzata in vista della prossima visita del presidente Bush – il promotore della dichiarazione di Annapolis, che annunciava “uno sforzo per raggiungere un accordo entro la fine del 2008″. Le voci di un presunto progresso nel tentativo di rinnovare i negoziati tra Gerusalemme e Damasco non sono altro che il tentativo di mimetizzare una grave battuta d’arresto nei colloqui di Israele con i palestinesi. Una fonte molto informata sui negoziati ha rivelato, questa settimana, che i motivi di disaccordo tra le due parti superano di gran lunga i punti di accordo.E ‘difficile immaginare che il presidente palestinese Mahmoud Abbas sia tentato di accogliere la proposta israeliana, che chiede ai palestinesi di rinunciare all’8 % della Cisgiordania (con una compensazione pari a non più del 2 %), di accettare la sovranità israeliana sui luoghi santi di Gerusalemme, inclusa la Città Vecchia, e di accontentarsi di ricevere semplici briciole sul problema dei profughi (una riunificazione familiare per appena 10.000 persone). Tutto questo mentre Israele continua ad ampliare gli insediamenti e ad aggiungere posti di blocco sulle strade.Quando i negoziati con i palestinesi giungeranno ad una clamorosa interruzione, e Hamas, avendo ristabilito la calma nella Striscia di Gaza, caccerà i residui del “fronte dei due Stati” fuori dalla Muqata a Ramallah, la favola dell’idillio con la Siria, mediato dai turchi, svanirà come un sogno. I pretesi negoziati attraverso due canali simultanei diventeranno un caso di doppia testardaggine israeliana.Assad sbandiererà il suo infruttuoso corteggiamento di Olmert insieme alla violazione della dichiarazione di Annapolis. Egli invocherà l’attuazione della dichiarazione della Lega Araba pronunciata lo scorso marzo a Damasco, sosterrà che l’iniziativa di pace con Israele deve essere riesaminata, e chiederà che l’Egitto e la Giordania rispettino lo standard che vuole che la normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico sia condizionata al suo ritiro entro i confini del 4 giugno 1967. Questo è il pericolo di cui re Abdallah ha parlato a Bush. È per questo che egli ha invitato Olmert ad Amman.Olmert e la bugia del doppio negoziato siro-palestinese

Mel Frykberg :l'Egitto complice nel blocco di Gaza


Il movimento per la liberazione di Gaza “Freedom Flotilla” vedrà arrivare tre navi da carico e cinque imbarcazioni passeggeri con circa 600 persone a bordo, decise a consegnare centinaia di tonnellate di aiuti umanitari a un milione e mezzo di civili sotto assedio a Gaza.L'iniziativa si propone di anche di attirare l’attenzione internazionale sul blocco invalicabile imposto da Israele su Gaza che penalizza l’intera costaComunque, sebbene le critiche cadranno unicamente su Israele, l’assedio non avrebbe avuto seguito senza il sostegno delle autorità internazionali, regionali e persino un qualche supporto da parte palestineseL’intesa con l’Egitto, paese musulmano e arabo, e la tacita approvazione da parte di altri governi della regione sono un forte stimolo all’esplosione del sentimento di rabbia collettiva fra gli arabi."Senza il sostegno coordinato di attori regionali e internazionali, l’assedio di Gaza sarebbe già fallito", ha detto all’IPS il viceministro degli Esteri di Hamas Ahmed Yousef.ltre un milione di abitanti vive oggi in uno stato di povertà estrema, dsoccupazione, malnutrizione e miseria, in una delle aree più densamente popolate al mondo. La Striscia di Gaza, lunga 45 km ed estesa dai 5 ai 12, è stata descritta come la più grande prigione a cielo aperto del mondo.
Durante I’attacco militare di Israele sul territorio, l“Operazione Piombo Fuso”, avvenuto tra dicembre 2008 e gennaio 2009, i civili non sapevano dove dirigersi nè dove nascondersi, in questa striscia di terra chiusa ermeticamente, quando l’aviazione israeliana eseguiva improvvisi e indiscriminati raid aerei sulle abitazioniPur essendosi ritirato da Gaza nel 2005, Israele continua a controllare i confini dello spazio aereo, le coste, l’anagrafe, le tasse, le grandi zone cuscinetto lungo il confine, e gran parte delle importazioni ed esportazioni di rifornimenti di energia elettrica e acqua.Le autorità egiziane controllano l'ingresso alla città di Rafah, a sud della Striscia e al confine con l’Egitto. Si tratta prevalentemente di un punto di transito di civili, anche se occasionalmente è stato consentito anche il passaggio di merci.Ma tutti gli altri punti di attraversamento della striscia sono controllati dagli israeliani. Questi passaggi sono progettati proprio per permettere il passaggio di merci e di prodotti a Gaza.Nel
2005 è stato firmato un accordo tra Israele, Egitto e l’Autorità Palestinese (AP).L'accordo ha definito il controllo del confine di Rafah da parte di funzionari palestinesi, osservatori dell’Unione europea e agenti di sicurezza - tutti dotati da Israele di apparecchiature di sorveglianza e macchine fotografiche.Nel gennaio 2006, quando Hamas ha vinto le elezioni libere e democratiche, Israele ha iniziato a rafforzare il suo controllo sulla costa di Gaza.seguito del colpo di stato militare avvenuto nel giugno 2007 da Hamas, Israele ha imposto un blocco totale con la collaborazione delle autorità egiziane.Anche se Hamas ora ha il controllo di Gaza, gli abitanti non possono lasciare i territori, a meno che non venga concesso loro dalle autorità egiziane, che a loro volta consultano l’Autorità Palestinese e gli israeliani, su chi può o non può andarsene.
L'Egitto ha acconsentito all'ingresso di quantità limitate di aiuti umanitari ma ha impedito l’accesso a Gaza a convogli di grandi dimensioni, nonché agli attivisti che accompagnano i convogli stessi.
Sempre il governo egiziano sta distruggendo molti dei tunnel segreti che collegano Gaza con il Sinai e attraverso cui passano in contrabbando armi e beni di prima necessità.
Gli egiziani di recente hanno avviato la costruzione di una parete d’acciaio sotterranea a prova di bomba, lunga 14 km e fornita della più avanzata tecnologia di sorveglianza americana per prevenire la costruzione di tunnel destinati allo scambio di merci.Samir Awad, della Birzeit University vicino a Ramallah, afferma che gli egiziani, in quanto destinatari di ingentissimi aiuti statunitensi, ricevono enormi pressioni dagli Stati Uniti per collaborare con il blocco."Se l’Egitto non si adegua alle richieste provenienti da Washington per quanto riguarda la politica estera nella regione, potrebbe anche perdere gli aiuti americani", dice Awad. "Ma le autorità egiziane hanno anche interesse a mantenere la regione politicamente stabile fino a quando il figlio del Presidente egiziano Hosni Mubarak prenderà il suo posto."Credono di fare pressione su Hamas perché sottoscriva un accordo per la riconciliazione con l’Autorità Palestinese, fondamentale per stabilizzare l'area", ha detto Awad all'IPS.Gli egiziani temono che il successo di un regime islamico come quello di Hamas proprio vicino al confine favorisca il sostegno alla fazione egiziana dei Fratelli Musulmani, un gruppo d’opposizione che rappresenta una grave minaccia politica per il regime del presidente Mubarak.a popolarità presso la popolazione non è mai stata un problema per i regimi dittatoriali del Medio Oriente, dove democrazia e diritti umani non sono la priorità. E Mubarak ha perso consensi già molto tempo fa.
Al contrario, l’Egitto ha continuato a contare sugli aiuti economici e militari dell'Occidente, in particolare degli USA, e sul sostegno politico dell’elite locale che trae beneficio dal reciproco clientelismo.
Attraverso il controllo dei media nazionali, le autorità egiziane sono riuscite, in buona misura, a convincere l’opinione pubblica che la colpa dell'assedio di Gaza sia esclusivamente di Hamas e di Israele.
Il Professor Moshe Ma’oz della Hebrew University di Gerusalemme ritiene che lo strapotere americano sia un problema relativo.
"Gli egiziani hanno un loro programma e ciò che stanno facendo è conciliare i loro interessi con quelli degli israeliani:" spiega Ma’Oz all'IPS.
Yousef ritiene che l’AP sia complice della situazione: "La AP potrebbe dichiarare pubblicamente che è contro la sofferenza collettiva dei civili che si trovano sotto assedio a Gaza, ma in realtà vuole trarre vantaggio politico dalla situazione, perché spera che il nostro ruolo risulti compromesso e ciò andrebbe a loro favore", ha detto all'IPS.I critici potrebbero sostenere inoltre che Hamas abbia delle responsabilità dal momento che non è abbastanza flessibile nel raggiungere un accordo con la AP, oltre a non essere disposta a negoziare con Israele.
"In ogni caso, non vi sarà alcun progresso sulla revoca dell'assedio a Gaza fino a quando le due fazioni palestinesi non si accorderanno per agire insieme e superare le differenze. Questo è il primo passo fondamentale" ha dichiarato Ma’oz. © IPS(FINE/2010)
http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1579
Gaza, strage in un tunnel. Hamas accusa Il Cairo
Uri AvneryUNA MARCIA REPRESSA, UN ALTRO ‘MURO DELL'APARTHEID' E...UN CONTESTO PESANTE

AVRAHAM B. YEHOSHUA : Israele ha perso la fiducia


Dopo la Guerra dei sei giorni in Israele prese il via il dibattito sul futuro dei territori conquistati. Per anni si è potuta operare una distinzione fra i sostenitori delle diverse prese di posizione politiche in base alla percentuale di territorio che chiedevano di annettere come condizione di un accordo di pace. Gli estremisti di destra volevano conglobare nello Stato ebraico l'intero territorio della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (pari a circa seimiladuecento chilometri quadrati), mentre i propugnatori di opinioni più moderate, appartenenti al partito laburista, rivendicavano soltanto il venti o il trenta per cento di quel territorio, sia per ragioni di sicurezza sia perché non volevano annettere un’alta percentuale di popolazione palestinese.
I partiti religiosi erano attenti ai luoghi di interesse e di importanza storico-religiosa mentre la sinistra radicale si sarebbe accontentata di piccoli ritocchi ai confini di Gerusalemme Est per assicurare agli ebrei l’accesso alla città vecchia. Così, per parecchi anni, almeno in teoria, chiunque ha potuto esprimere la propria opinione politica, fosse essa di destra o di sinistra, elencando cifre e percentuali che talvolta la chiarivano meglio di quanto potesse farlo una dettagliata spiegazione verbale
Ma i dibattiti fra la destra e la sinistra erano puramente teorici. I palestinesi più moderati non hanno infatti mai smesso di considerare le frontiere del 1967 come la base per la creazione di un loro futuro Stato (e a ragione, a mio parere). Fintanto però che nessun negoziato chiaro e vincolante veniva avviato gli israeliani continuavano a giocare con i numeri.Di quando in quando si dovevano aggiornare le cifre, vuoi per una colonia trasformatasi nel frattempo in una vera e propria città ormai difficile da sgomberare, vuoi per il ritiro dalla Striscia di Gaza che ha di colpo sottratto al calcolo delle possibili concessioni 370 km quadrati di territorio (visto e appurato che le aree consegnate ai palestinesi non rappresentano più un argomento di dibattito in Israele). Negli ultimi anni però queste dispute tradizionali sono cessate, soprattutto fra coloro che possiedono qualche nozione di geografia e una certa esperienza in campo militare e politico. La sempre più salda convinzione della comunità internazionale che i confini del 1967 rappresenteranno quelli del futuro Stato palestinese e la consapevolezza sempre più lucida degli israeliani che sarà impossibile mantenere il carattere democratico ed ebraico dello Stato di Israele dopo l’annessione della Cisgiordania, hanno riportato in auge lo slogan «due Stati per due popoli», e non solo fra i sostenitori della sinistra moderata. Persino il falco Benjamin Netanyahu, attuale primo ministro dello Stato ebraico, ha più volte proclamato l’accettazione di tale principio.
Ciò nondimeno l’ideale di due Stati per due popoli (che dovrebbe rallegrare moltissimo chi ha lottato per lunghi anni per la pace) si rivela oggi null’altro che la dolce glassatura di un boccone estremamente amaro da inghiottire. In altre parole questa presa di coscienza politica moderata e conciliante, considerata ormai da quasi tutti in Israele come l’unica soluzione possibile al conflitto con i palestinesi, nasconde in realtà un profondo senso di pessimismo e di incertezza nei confronti di una eventuale soluzione. Pessimismo e incertezza che non derivano necessariamente da motivi ideologici o di sicurezza e che sono presenti anche in chi in passato credeva nella pace.
Vent’anni fa la sinistra moderata riteneva che fosse sufficiente ritirarsi dai territori occupati per ottenere la pace, mentre la destra oltranzista sosteneva che se avessimo annesso la Cisgiordania e costruito molti insediamenti i palestinesi avrebbero accettato la situazione e si sarebbero rassegnati alla nostra presenza. Questo approccio ottimista, sia della destra che della sinistra, si è molto indebolito negli anni a causa di un senso di sfiducia sempre più forte e di natura apolitica che contrasta con il passato spirito di intraprendenza e di creatività di Israele (che tuttavia ancora sopravvive in campo economico e culturale). Un senso di sfiducia alimentato non da principi ideologici o da timori esistenziali, ma da sentimenti di impotenza interiore, di fatalismo, di scetticismo. Neppure nei momenti più difficili del conflitto arabo-israeliano degli ultimi cento anni gli ebrei avevano perso fede nella pace.
«È vero», si sente spesso dire da molti israeliani, «la soluzione di due Stati per due popoli è l’unica possibile. Ma non riusciremo a sgomberare gli insediamenti senza che scoppi una sanguinosa guerra civile fra gli ebrei. Anche la divisione di Gerusalemme, per quanto indispensabile, è ormai impossibile da realizzare. E che faremo se dopo aver firmato un accordo i palestinesi chiederanno di tornare a Haifa o a Jaffa? O nel caso Hamas assumesse il controllo dello Stato palestinese?». Insomma, tutte queste obiezioni non hanno altro scopo che dimostrare che la pace è oggettivamente impossibile, e non a causa di ideologie contrastanti.
E così, malgrado la maggior parte della popolazione di Israele abbia accettato la formula e i principi di un accordo di pace, nello Stato ebraico regna un senso di paralisi, di alienazione politica, di indifferenza e di fatalismo che potrebbe preparare il terreno, Dio non voglia, a una guerra futura.

Allegato

Obama sta pensando a una conferenza per creare lo Stato palestinese

idea nel caso di un fallimento dei colloqui indiretti tra palestinesi e israeliani. Il presidente americano avrebbe già contattato leader europei. Abbas potrebbe presentare una richiesta di riconoscimento all’Onu. Netanyahu che si prepara a incontrare Mubarak, ha vinto una battaglia interna al Likud contro i fautori delle colonie.

Gerusalemme (AsiaNews) – Il presidente Obama sta pensando a una conferenza internazionale sul Medio Oriente - e a tale scopo avrebbe già contattato alcun leader europei - che avrebbe tra i suoi obiettivi la creazione di uno Stato palestinese. Questo nel caso in cui fallissero i tentativi in corso di riavviare il processo di pace attraverso i colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi. Lo afferma oggi l’israeliano Haaretz, che cita alti funzionari israeliani, che in tal modo confermerebbero una ipotesi avanzata nei giorni scorsi dalla stamppa americana.
Sempre oggi, il Jerusalem Post sostiene che il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, si prepara a chiedere alle Nazioni Unite il riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini precedenti la guerra del 1967. Anzi, secondo “alcuni del governo”, Abbas avrebbe in mente di di saltare la fase dei colloqui, chiedendo direttamente all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese, indipendentemente dalla conclusione di una pace con Israele.Vere o no, i due quotiidiani confermno che la questione mediorientale sta registrando una serie di movimenti: l’inviato americano per la regione, Gordon Mitchell si prepara a un nuovo giro di incontri con Abbas e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, per quei colloqui indiretti ai quali hanno dato sostegno i ministri degli esteri della Lega araba; lunedì Netanyahu parlerà del rilancio del processo di pace con il presidente egiziano Hosni Mubarak, che sicuramente gli chiederà qualche gesto di nuona volontà: venerdì Abbas andrà a Pechino per ottenere una conferma del sostegno cinese alla causa palestinese.In questo quadro, la voce di un progetto Obama appare, quanto meno, una ulteriore pressione su Israele. Secondo tale ipotesi, il presidente americano vorrebbe coinvolgere il Quartetto (Onu, Usa, Unione europea e Russia) nel progetto per la creazione dello Stato palestinese. Il progetto verrebbe presentato entro la fine di quest’anno.Il governo israeliano, da parte sua, sembra intenzionato a compiere qualche passo di un qualche rilievo. In tal senso viene interpretato il grando impegno messo in campo da Netanyahu per ottenere una schiacciante vittoria nel Comitato centrale del suo partito, il Likud. Si tratta di una questione apparentemente tecnica, ma che è servita a “contare” la minoranza estremista del partito, schierata a favore delle colonie in Cisgiordania e Gerusalemme.Sugli insediamenti, tema centrale dei colloqui di pace e quindi nei rapporti con gli Stati Uniti, va registrata anche una significativa presa di posizione del ministro degli interni, Eli Yishai, che ha chiesto al Comitato per le costruzioni a Gerusalemme di essere informato su qualsiasi progetto che l’amministrazione americana possa giudicare diplomaticamente sensibile.Obama sta pensando a una conferenza per creare lo Stato palestinese

CONSIGLIO ECUMENICO CHIESE CONDANNA DECRETI sulla deportazione


“Costernazione” è la parola usata dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec-Wcc) di fronte ai nuovi decreti delle Forze armate israeliane che ridefiniscono la nozione di “infiltrati” ovvero, secondo la definizione di Israele qualsiasi individuo entrato illegalmente nei Territori occupati. “Ci saranno conseguenze per decine di migliaia di palestinesi che rischiano di essere confinati nelle loro città e villaggi, alimentando un clima di paura nei Territori occupati (…) Migliaia di individui verranno ingiustamente considerati come criminali” ha detto Olav Fykse Tveit, segretario generale del Cec, espressione di 349 Chiese e gruppi religiosi mondiali. Secondo un recente emendamento israeliano, verranno considerate irregolare anche le persone presenti nei Territori ma prive di “permessi”. “Per nessuno, nemmeno per i palestinesi, deve venir meno il diritto a circolare e a condurre una vita normale” ha sottolineato il reverendo Tveit, teologo norvegese della Chiesa luterana, chiedendo al governo israeliano di “abrogare immediatamente il decreto perché esso viola la IV Convenzione di Ginevra e il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici”. Da quando l’ordine è entrato in vigore, nelle scorse settimane, sono stati espulsi dalla Cisgiordania e deportati a Gaza quattro i palestinesi . Le autorità della Striscia di Gaza, sotto totale embargo israeliano e egiziano sulla frontiera sud, hanno annunciato la decisione di rifiutare l’ingresso dei deportati, "per indurre Israele a desistere da tale politica illegale".[CC]

da misna
allegato

COME LO SHABAK USA I BAMBINI PALESTINESI


http://www.bilin-ffj.org/index.php?option=com_content&task=view&id=262&Itemid=1

Il mio nome è Yasser Awad Yasin. Ho 27 anni e provengo dal villaggio di Bil’in. Sono sposato ed ho due figli ed una figlia.Prima che l’esercito israeliano invadesse la mia casa, lo Shabak (Servizio di Sicurezza Israeliano) mi aveva chiamato al telefono per dirmi di recarmi al loro ufficio. Io non mi ci sono recato cosicché l’esercito ha raso al suolo la mia casa. Io stavo dormendo con mia moglie ed i bambini quando loro ci svegliarono del tutto. Chiesi loro che cosa stessero facendo perché io non avevo fatto nulla. Mi chiesero la mia carta di identità e mi dissero di recarmi all’ufficio dello Shabak domani. Chiesi loro perché non mi arrestavano ora e allora i soldati mi dettero dei fogli con i quali mi si ordinava di andare per essere sottoposto ad interrogatorio. Quando mi ci recai, dapprima mi perquisirono e mi chiesero se avevo qualche arma con me. Dissi loro che avevo un pacco di cibo e loro me lo presero. Poi mi portarono dal capo dello Shabak che mi raccontò molte cose su di me e sulla mia famiglia per mettermi panico addosso e farmi credere che loro sapevano tutto. Mi raccontarono di sapere che io avevo un figlio che aveva dei problemi renali per cui “noi volevamo che tu venissi qui per aiutarti. Tu puoi mandarlo in un ospedale in Israele e ti assicuriamo che riceverà tutto l’aiuto di cui necessita. Capisco la tua situazione perché anch’io ho dei figli e voglio loro bene.” Quando sentii queste cose gli dissi di avere due figli ammalati, non uno. Allora lui mi domandò quali problemi avesse il secondo figlio e io gli dissi che aveva dei problemi al cuore. Così mi chiese in quale ospedale andava e io gli risposi a Ramallah. “Perché non lo mandi in un ospedale israeliano dove può ricevere un’assistenza migliore? Possiamo aiutarti a combinare la cosa.” Allora capii che lui avrebbe voluto qualcosa in cambio di questa proposta. Egli disse che noi possiamo fare qualcosa per te se tu ci aiuti e lavori con noi allo Shabak e io gli risposi che l’assistenza a Ramallah andava bene e non c’era bisogno che andasse in un ospedale israeliano. Allora replicò, per spaventarmi, che mio figlio potrebbe morire se non avesse ottenuto un trattamento migliore. Ma gli dissi, “Se egli muore sarà a causa delle vostre armi e del vostro gas di ogni venerdì. Io vivo vicino al muro e ogni venerdì dobbiamo lasciare la nostra casa per proteggere i bambini da queste cose, altrimenti potrebbero morire.” A questo punto cominciò in un modo diverso. Mi chiese se possedevo una casa e magari avevo bisogno di denaro. Gli risposi che avevo una casa ed un lavoro e non avevo bisogno di essere aiutato da nessuno.Dopo queste cose, egli ritornò ai problemi di mio figlio che aveva bisogno di assistenza in Israele perché lui sapeva che io là avevo un problema effettivo e questo era il miglior modo di fornire la mia cooperazione ed essere un informatore contro il mio stesso popolo. Mi chiese che cosa avrei fatto se essi si fossero rifiutati di fornirmi il permesso di attraversare il checkpoint per portare mio figlio in ospedale e io gli dissi che sua madre l’avrebbe accompagnato. “E che cosa faresti se noi ci rifiutassimo di darle un permesso?” .Gli replicai che ci sarebbe andata sua nonna. “Che cosa allora se lo rifiutassimo a sua nonna?” Gli dissi che l’avrei portato in Giordania. “E che cosa succederebbe se noi lo bloccassimo al confine?” Risposi allora “Lo porterò a Ramallah – e possa Dio aiutarci.”


mercoledì 28 aprile 2010

Moni Ovadia : l'Itala si è fermata ad Adro


La rappresentazione che giovedì sera è andata in onda su Anno Zero, la trasmissione di Rai2 condotta da Michele Santoro, è lo spaccato di un Paese desolante. La civiltà costituzionale è implosa nel becerume qualunquista grazie all’opera di una destra populista e padronale, mentre gran parte dell’opposizione belava flebilmente o stava alla finestra. La vicenda di Adro, paese del bresciano in cui ha avuto luogo la squallida storia della mensa scolastica negata per ragioni di morosità, è indicatore di un clima rabbioso, ammorbato da xenofobia e razzismo travestiti da buon senso, in cui perfino la solidarietà critica di un imprenditore elettore della destra è indicata come pericolosa sovversione di uno che non sta al suo posto. Tutto accade mentre si consuma la prima ribellione al monolitismo berlusconiano da parte del presidente della Camera Gianfranco Fini. I rappresentanti della destra presenti nello studio di Santoro, la puntigliosa ministra alle Pari opportunità Mara Carfagna e il civile parlamentare Benedetto della Vedova sono commoventi nell’interpretazione della destra “per bene” mentre il governo di cui fanno parte, in solido con la Lega, devasta il tessuto sociale e umano del Bel Paese e fa a pezzi quello straccio di buon nome che l’Italia conservava come eredità, per altro equivoca, di un posto di brava gente. L’humus tossico di intolleranza che proveniva da Adro tracimava nello studio e nelle nostre case disarmate interrotto dalla voce civile di qualche persona degna di quel paese e da voci intelligenti in studio. E anche i trentenni del Pd Serracchiani, Civati e Renzi hanno fatto percepire il respiro di un’altra Italia, l’Italia umana. Forse non tutto è perduto.

The Economist : Hamas tiene duro


Dopo quattro estenuanti anni di assedio, gli abitanti della Striscia di Gaza – e il movimento islamico di Hamas che li governa - stanno ancora lottando per la loro sopravvivenza. Alcuni riescono anche a farcela. I tunnel che serpeggiano sotto il confine tra Gaza e l’Egitto si sono moltiplicati così rapidamente che a volte l’offerta supera la domanda. La concorrenza commerciale è così accanita che quelli che scavano i tunnel si lamentano che il loro lavoro non è più così redditizio. Così come riportato in un rapporto del parlamento britannico, ufficialmente Israele permette a Gaza di importare solamente 73 degli oltre 4mila articoli disponibili nella Striscia. Il resto è fatto in casa o acquistato illegalmente. Per esempio, il prezzo del cemento, che due anni fa era di 300 shekel israeliani (80 dollari Usa) al sacchetto, è diminuito di dieci volte, accelerando - per la prima volta da quando l’attacco israeliano di un anno fa aveva ridotto in macerie 4mila case - la costruzione di una serie di abitazioni. E i testimoni oculari dicono che vistosi veicoli 4x4 riescono a passare attraverso i tunnel costruiti con i container delle navi.L’assedio di Israele causa ancora miseria. Eppure alcuni economisti dicono che la Striscia si sta sviluppando più velocemente della Cisgiordania - amministrata dall’Autorità Palestinese (Anp), rivale di Hamas - sebbene su una base di molto inferiore. Il petrolio, che dall’Egitto arriva a Gaza attraverso oleodotti e tubature sotterranei, costa un terzo rispetto al prezzo di Ramallah, la capitale palestinese della Cisgiordania, dove il fornitore è Israele. L’assistenza sanitaria è, in linea generale, fornita gratuitamente a Gaza. Le importazioni viaggiano più rapidamente nei tunnel che attraverso la lenta e intricata burocrazia israeliana. La rete dei checkpoint israeliani che ancora ostacola gli spostamenti e il commercio palestinesi in Cisgiordania non è presente a Gaza.Oltre ai prezzi più bassi, gli abitanti di Gaza beneficiano delle retribuzioni dell’amministrazione statale. Diversi enti immettono denaro nell’economia della Striscia: il governo locale di Hamas, l’Onu, che dà lavoro a 10mila residenti del posto, e il governo cisgiordano di Salam Fayyad, che rappresenta il più grande datore di lavoro. Anche i pagamenti fatti ad Hamas e agli operatori dei tunnel, ad esso collegati, incoraggiano l’economia. Un commerciante di auto, che porta una berlina Hyundai nuova attraverso i tunnel, ha la possibilità di ricavare un profitto di 13mila dollari Usa.

In superficie le cose sembrano anche migliori. Nei 14 mesi trascorsi dalla fine della guerra, Hamas ha fatto piazza pulita di gran parte delle macerie. L’Islamic University, bombardata da un aereo israeliano, brilla di nuovo e nuovi caffè hanno aperto a Gaza City. Le interruzioni della corrente perseguitano la vita di Gaza, ma Hamas trae profitto dalle imposte sul carburante che alimenta un numero eccessivo e rumoroso di generatori. Recentemente l’America ha imposto delle sanzioni alla principale banca di cui Hamas è proprietaria, ma il sistema bancario dell’avallo, che si estende oltreconfine, mantiene la Striscia solvente. E mentre un tempo Gaza era legata alle economie occidentali, l’assedio l’ha obbligata a cercare altri legami finanziari. Hamas è così sicura di poter sopravvivere senza il sistema bancario dell’Autorità Palestinese che, per la prima volta, ha appena inviato la sua polizia a fare irruzione in una banca che aveva seguito un ordine dell’Autorità Palestinese vietando a un’associazione benefica gestita da Hamas di avere accesso ai suoi depositiCiononostante, l’isolamento politico di Hamas fa male. L’Egitto è frustrato dal diniego di Hamas affinché il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il suo partito, Fatah, riprendano il controllo su Gaza. Il presidente egiziano Hosni Mubarak teme che l’influenza islamica di Hamas possa infiltrarsi oltre il confine, all’interno del suo paese. Quindi ha troncato i rapporti con Hamas, vietato ai suoi alti funzionari di entrare o uscire dal territorio e ostacola gli aiuti stranieri provenienti dall’Iran e dagli altri simpatizzanti. Il governo egiziano ha anche ordinato la costruzione di una barriera sotterranea lungo il confine con Gaza per bloccare i tunnel. Mubarak ignora le proteste di Hamas, che non ha interesse a indebolire la sicurezza nazionale dell’Egitto, ed evita di avere legami con l’opposizione islamica egiziana, in primis i Fratelli Musulmani, di cui Hamas era originariamente una divisione.
Nel frattempo, dall’altro vicino di Gaza, Israele, continuano le incursioni per imporre la creazione di una zona cuscinetto all’interno della stretta Striscia di terra e per tenerla isolata. In uno sforzo fatto per isolare i governanti di Gaza, l’Autorità palestinese di Abbas, con base a Ramallah, dice che prenderà parte a eventi internazionali, tra i quali il recente vertice della Lega Araba in Libia, solo a condizione che Hamas venga esclusarustrati dalla loro impossibilità di sfuggire a questa presa asfissiante, i leader di Gaza sembrano perdere la loro stoica disciplina che, in generale, fin dalla fine della guerra a gennaio dello scorso anno, aveva impedito al popolo di Hamas di lanciare missili artigianali verso Israele. Le motivazioni contro la ripresa dei negoziati tra Israele e Palestina, con la mediazione americana, stanno diventando sempre più pungenti. Il cessate-il-fuoco con Israele potrebbe logorarsi. Recentemente, una serie di missili lanciati su Israele hanno interrotto la calma, nonostante l’uomo forte di Hamas a Gaza, Mahmoud Zahar, abbia condannato l’accaduto.Sembra che a lanciare i missili siano un mix di integralisti all’interno di Hamas e radicali islamici assortiti provenienti da altri gruppi. Entrambi i gruppi pensano che i leader di Hamas, a Gaza, siano stati troppo teneri. Un’apparente campagna degli agenti israeliani per assassinare membri di Hamas all’estero – specialmente Mahmoud al-Mabhouh a Dubai lo scorso gennaio – li ha fatti infuriare. Due settimane fa un razzo lanciato da Gaza ha ucciso un operaio tailandese in Israele, ma non è chiaro chi sia il responsabile. Un attacco contro una pattuglia di confine israeliana, da parte di alcuni aggressori su una motocicletta, sembra portare il marchio dell’addestramento in Afghanistan. L’ala militare di Hamas, le Brigate Qassam, si sono recentemente vantate di aver ucciso due soldati israeliani a Gaza. Dopo mesi di quiete, i leader israeliani minacciano una nuova guerra e di rispondere al fuoco. I rapporti giornalieri della sicurezza dell’Onu nella Striscia, che per mesi non avevano avuto fatti da riportare, ora sono pieni di descrizioni delle incursioni israeliane di carri armati ed escavatori che solcano il territorio nella zona cuscinetto.el frattempo, Hamas ha nuovamente convogliato le sue energie all’interno, avviando una lotta per il territorio per il controllo degli affari nella Striscia. Mentre un tempo erano le Brigate Qassam a dettare legge, il rozzo Ministro dell’Interno di Hamas, Fathi Hamad, ora vuole che siano le sue forze armate a farlo. Questi ha anche emesso i suoi decreti per far rispettare i costumi islamici, vietando, per esempio, di festeggiare San Valentino e parrucchieri nei saloni per donne. I funzionari dell’immigrazione, sorvegliati da Hamas, ispezionano le borse degli stranieri che da Israele entrano a Gaza; se trovano del whisky, un bene prezioso nella Striscia “assetata”, lo versano nella sabbia
L’incombenza di una lotta fratricida

I rivali islamici di Hamas cercano di imporre le loro versioni locali del diritto islamico. Il gruppo Jaljalat, il cui nome significa “ tuono rimbombante”, ha ricevuto attenzioni rivendicando la propria affiliazione ad al-Qaeda. Si è anche riallineato con le Brigate Qassam in una lotta congiunta contro le forze armate del ministro dell’Interno Hamad. Il primo ministro di Gaza, Ismail Haniyeh, uomo di Hamas, sembra sostenere quelli che vogliono limitare il suo ribelle ministro dell’Interno.
La conseguente lotta per il potere si è fatta violenta. Alcune bombe hanno fatto saltare in aria le auto di alti ufficiali della polizia, del sindaco di Rafah, vicino al confine con l’Egitto, e di un leader delle brigate Qassam, senza che a bordo ci fossero i loro proprietari. Una serie di esplosioni hanno turbato
Beach Camp, il distretto in cui risiede lo stesso Haniyeh. Con questi segnali di divisione all’interno di Hamas, i clan di Gaza, che erano rimasti buoni nel corso dell’ultimo anno, hanno ricominciato a vendicarsil successo di Hamas nel portare avanti l’economia e l’amministrazione di Gaza testimonia la sua determinazione. Ma gli esperti del mestiere parlano di un ciclo familiare. Quando Yasser Arafat tornò a Gaza nel 1994 per istituire l’Autorità Palestinese, portò con sé un senso di ordine, sicurezza e speranza. Ma i suoi seguaci incontrollabili iniziarono a litigarsi i benefici che potevano ottenere, infiammando le ostilità tra le forze di sicurezza rivali. Il contrattacco di Israele contro l’Intifada, scoppiata nel 2000, ha polverizzato l’apparato di sicurezza dell’Autorità Palestinese e minato l’autorità centrale. Un anno dopo l’aggressione di Israele su Gaza alcuni, nei territori, temono che un ciclo simile possa ripetersi ben presto
The Economist, 31 marzo 2010

Gaza ; ucciso giovane manifestante di 19 anni


GAZA (Reuters) - Soldati israeliani hanno ucciso oggi un palestinese che si era avvicinato alla frontiera di Gaza per manifestare contro il divieto di ingresso all'area imposto da Israele. Lo riferiscono testimoni e autorità sanitarie.Secondo le fonti un 20enne è stato ucciso mentre manifestava insieme a numerose altre persone, che avevano piantato bandiere palestinesi sul terreno vicino alla recinzione che corre lungo il confine, a est di Gaza City.Alcuni hanno tirato pietre, provocando la reazione di una pattuglia israeliana, che ha aperto il fuoco dall'altra parte del confine.L'esercito per il momento non ha commentato l'episodio. Si tratta della prima vittima nel corso delle manifestazioni settimanali organizzate per attirare l'attenzione sulla politica di Israele di impedire l'accesso dei palestinesi in un'area di 300 metri dal confine. Coloro che lo fanno rischiano di essere bersaglio del fuoco da parte delle truppe israeliane."Queste sono manifestazioni non violente contro l'imposizione della zona cuscinetto da parte di Israele", ha detto un attivista pro-palestinese, Eva, parlando a Reuters Television."Gli israeliani dicono che possono sparare a chiunque si trovi nell'area. Ma annette il terreno agricolo palestinese. Annette terre su cui i palestinesi vivono e lavorano".La manifestazioni alla frontiera di Gaza sono iniziate il mese scorso e hanno preso a modello proteste simili contro l'esproprio dei terreni da parte di Israele per la costruzione della barriera in Cisgiordania.Israele ha ritirato le truppe da Gaza nel 2005, dopo 38 anni di occupazione. Dopo che nel 2007 i fondamentalisti islamici di Hamas hanno preso il controllo di Gaza, sconfiggendo i miliziani di Fatah, il partito laico del presidente palestinese Mahmud Abbas, Israele ha dichiarato l'enclave entità nemica e, con l'aiuto del confinante Egitto, ha messo sotto assedio i confini.A fine 2008 Israele ha invaso Gaza in un'offensiva durata tre settimane per far cessare i lanci di razzi, da parte di Hamas e altri gruppi, contro il suo territorio. Ma la situazione al confine resta tesa e gli incidenti tra truppe Palestinians: IDF troops kill Gazan at border protest militanti sono frequenti.


martedì 27 aprile 2010

ashir Moussa NafieL’approccio iraniano alla formazione del governo iracheno


in un discorso tenuto in occasione della festa dell’esercito, domenica 18 aprile, il presidente iraniano ha invitato i paesi e i popoli della regione a cooperare per risolvere le questioni rimaste in sospeso fra essi. Tuttavia le dichiarazioni rilasciate dal presidente iraniano in precedenza, nel corso di un’intervista alla televisione iraniana martedì 13 aprile, suonavano in maniera differente per quanto riguarda l’approccio di Teheran alle questioni della regione. In quell’occasione, con un discorso totalmente privo della sua abituale retorica, e che aveva destato interesse a livello mondiale, Ahmadinejad aveva detto che un’intesa con l’Iran era l’unica occasione che Obama aveva di garantire la sua presidenza e di “salvare la sua amministrazione in Iraq e in Afghanistan”. Il presidente iraniano si era spinto il più in là possibile per chiarire la sua esplicita iniziativa negoziale, dicendo che Obama aveva di fronte a sé una sola opportunità di riuscire, e di rimanere presidente (qui forse Ahmadinejad si riferiva al secondo mandato di Obama). “Egli non riuscirà a fare alcunché in Palestina, non avendo molte possibilità di successo laggiù. E cosa può fare in Iraq? Nulla. E la situazione in Afghanistan è estremamente complicata”. La via migliore per Obama è “accettare e rispettare l’Iran e iniziare a collaborare con esso, e ciò gli aprirà nuove opportunità”. continua qui

L’approccio iraniano alla formazione del governo iracheno

Il pellegrinaggio dei politici iracheni a Riyadh e Teheran

JCall: Appello alla ragione degli ebrei europei


Ho aderito a questo “Appello alla ragione”, rivolto soprattutto al governo d’Israele, sulla base del quale il 3 maggio a Bruxelles si darà vita a un movimento di pressione europeo. Parteciperanno Bernard Henry Levy, Daniel Cohn Bendit e alcuni ospiti israeliani come Zeev Sternhell e Elie Barnavie, oltre ai rappresentanti dell’associazione statunitense “J Street”. L’appello può essere sottoscritto sul sito www.jcall.euTra le prime adesioni segnalo Alain Finkielkraut, il premio Nobel per la fisica Daniel Cohen.Tannoudji, l’ex presidente svizzera Ruth Dreifuss, il rabbino di Bruxelles David Meyer, lo storico Pierre Nora.
Siamo cittadini ebrei di paesi europei impegnati nella vita politica e sociale dei nostri rispettivi paesi. Qualunque sia il nostro percorso personale, il legame con Israele è parte costitutiva della nostra identità. Il futuro e la sicurezza di questo stato al quale siamo così fortemente legati ci preoccupanoAncora una volta l’esistenza di Israele è in pericolo. Il pericolo non proviene soltanto dalla minaccia di nemici esterni, ma dall’occupazione e dalla continua espansione delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri arabi di Gerusalemme Est, un errore morale e politico che alimenta, inoltre, un processo di crescente, intollerabile delegittimazione di Israele in quanto stato.Per questa ragione abbiamo deciso di mobilitarci intorno ai principi seguenti :
1. Il futuro di Israele esige di giungere a un accordo di pace con il popolo palestinese sulla base del principio di “due popoli, due stati”. Lo sappiamo tutti, l’urgenza incalza. Presto Israele sarà posta di fronte ad un’alternativa disastrosa : o diventare uno stato dove gli ebrei saranno minoritari nel loro proprio paese o mantenere un regime che trasformerebbe Israele in uno stato paria nella comunità internazionale e in un perenne teatro di guerra civile.

2. E’ essenziale che l’Unione europea a fianco degli Stati Uniti eserciti una pressione forte sulle parti in lotta e le aiuti a giungere a una composizione ragionevole e rapida del conflitto. L’Europa in ragione della sua storia ha una grande responsabilità in questa regione del mondo.

3. Se la decisione ultima appartiene al popolo di Israele, la solidarietà degli ebrei della Diaspora impone di adoperarsi perché questa decisione sia quella giusta. Allinearsi in modo acritico alla politica del governo israeliano è pericoloso perchè va contro i veri interessi dello Stato d’Israele.

4. Vogliamo dare vita a un movimento europeo capace di fare intendere a tutti la voce della ragione. Un movimento che si pone al di sopra delle differenze di parte e di ideologia con l’unica ambizione di adoperarsi per la sopravvivenza di Israele come stato ebraico e democratico, che è strettamente legata alla creazione di uno stato palestinese sovrano e autosufficiente.E’ in questo spirito che vi chiediamo di firmare e fare firmare questo appello.


2 3000 ebrei europei contro l'occupazione

domenica 25 aprile 2010

Francesca Borri QUALCUNO CON CUI PARLARE


non so se è comprensibile, pubblicata isolata su un sito web: è l'intervista incrociata a Nurit Peled e Bassam Aramin da cui il libro che sto finendo prende il titolo, "Qualcuno con cui Parlare" - è stata pubblicata in inglese, e ha funzionato: il senso è che il lettore capisca da solo, riga dopo riga, che si tratta di un'israeliana e un palestinese, fino però a non distinguere più la differenza

“Arrivarono qui dalla Russia, sionisti ma soprattutto socialisti, l’obiettivo era uno stato binazionale, e per cui quando nel 1948 gli offrirono una bella casa espropriata a dei palestinesi, mio padre rifiutò - eravamo sionisti, ma di minoranza, clandestini delle narrazioni dominanti, solo ‘gente del Medio Oriente’, senza nessuna distinzione dagli arabi...”Una famiglia normale, sopravvissuti alla nakbah, sono nato in mezzo al deserto, in una grotta come casa, come tanti, in una vita di povertà, senza alcuna prospettiva, onestamente non ricordo se ho mai avuto dei sogni, dei progetti, a un certo punto semplicemente mi sono ritrovato un combattente... Non sapevo niente della guerra, sapevo solo di questi soldati, catapultati addosso dal buio a sparare, lacrimogeni e proiettili e manganelli e odiavano quella bandiera nera, verde rossa e bianca, sapevo solo questo, e ma non avevo armi, solo dei vecchi vestiti da cucire insieme - e allora di notte entrai nel cortile della scuola, e legai la mia bandiera all’albero più alto: e al mattino i soldati la tolsero, e io la legai di nuovo, e di nuovo i soldati la tolsero e di nuovo la legai, fino a quando non spianarono via ogni albero...”

Sapevamo della loro esistenza, certo, ma per quanto fossimo di Gerusalemme, e tutti di sinistra, non avevamo contatti, la prima volta che ho incontrato dei palestinesi studiavo letteratura, e già vivevo a Parigi...”

Poi un giorno trovammo delle armi, avevo sedici anni, abbandonate, granate e una pistola, e pensammo che finalmente Israele sarebbe finito, avevamo delle armi adesso, un proiettile per ogni israeliano e tutto sarebbe finito... Ma le granate non ferirono nessuno, e il proiettile mancò la jeep, e ci risvegliammo tutti in carcere, io per sette anni, anche se non era stato colpito nessuno, e anche se io neppure ho mai sparato, perché zoppico, e quel giorno sarei stato solo di intralcio - e però è così che per la prima volta ho incontrato un israeliano, in carcere”

“Poi fu nominato comandante di Gaza, e fu allora che decise di studiare l’arabo, perché capì di avere potere di vita e di morte su decine di migliaia di persone di cui non sapeva assolutamente nulla, con cui non poteva neppure parlare... In seguito fondò un partito arabo-israeliano, organizzò i primi incontri illegali con Arafat, e quando ero giovane questo è quello che ricordo, vivevamo nella paura, minacciati perché traditori - ma mio padre rimase un sionista fino all’ultimo, voleva solo realizzare i princìpi della Dichiarazione di Indipendenza, l’eguaglianza, la libertà per tutti, il suo arabo non era una scelta eversiva, un impegno politico, voleva solo chiacchierare con i suoi vicini...”

“Fino a quando una sera non proiettarono Schindler’s List, e io non sapevo dell’Olocausto... E vedevo tutti quegli ebrei morire, umiliati, e accatastati e nudi, e per nessuna colpa che fosse loro, solo perché ebrei e vedevo tutte quelle persone morire, e tutti quei palestinesi, umiliati e accatastati e nudi, e per nessuna colpa che fosse loro - ma come poteva, un popolo che aveva conosciuto quella sofferenza, e l’ingiustizia e il razzismo, la deportazione, come poteva adesso quel popolo fare ad altri la stessa cosa?”

“Oslo è stata una grande speranza ma è svanito tutto, ovunque è la stessa area la stessa prigione, spediscono qui migliaia di giovani convinti di essere eroi, non capiscono che sono solo assassini che minano la sicurezza di Israele...”

“Ma chi mai può rovesciare Israele in mare? Una potenza nucleare, uno tra i migliori eserciti al mondo: la verità è che questa guerra si combatte ora dopo ora ai checkpoint, non è una guerra di grandi scontri, ma di ragazzini, soldati il cui compito è solo stare lì, aspettare che la giornata goccioli via... E invece arriva il momento che ti accorgi di cosa è densa quella noia: impregnata di centinaia di migliaia di persone affamate, disperate cancellate - disposte a esplodere contro tutto questo... E non mi si inganni, ancora, che è per la mia sicurezza: perché sappiamo tutti come aggirare il Muro, e perché le barriere esistono da molto prima degli attentati suicidi: l’obiettivo è solo stremare, e costringere a emigrare è solo apartheid, e infatti io questo Muro non lo sento, non mi tocca...” “Ma è una normalità che è solo un’illusione, sono fisicamente liberi, mentalmente occupati, è un paese di sfiducia reciproca, paura sospetto, ogni giorno, vivono blindati e per non dire l’economia, perché ormai è un paese povero, solo un nuovo ghetto di ipocondrie, non fabbricano che armi e per ogni mitragliatrice altre emarginazioni e periferie, e più emigrati che immigrati...” “E noi poi, ma come avremmo reagito se fossimo stati sorteggiati dall’altra parte del Muro? Perché sono certa che avremmo organizzato la resistenza, e avremmo combattuto per la libertà - e ne sono certa perché è anche la storia di Israele, perché è la storia di mio padre”

“E quando mi ha detto che sarebbe rimasta da un’amica a giocare, le ho detto Non se ne parla neppure, perché il giorno dopo aveva un esame - se ancora potessi dirle qualcosa, direi solo Vai... Vai, gioca - vivi... E so quello che sostiene la polizia, ma che importa se i ragazzi tiravano o non tiravano pietre? Se è stata una granata o un proiettile, e se il soldato voleva o non voleva sparare, se è stato omicidio doloso o colposo - l’unica domanda sensata è perché mai deve esserci la polizia in una scuola... Cosa ci fa una frontiera in una scuola? Cosa ci fa un Muro, tra le aule e il cortile...” “Perché il dramma è quando tutto questo non è l’esito tragico di un errore, ma della corretta applicazione delle procedure, della banalità del male, diciottenni a cui si affida una mitragliatrice e si insegna che i nostri bambini sono il loro peggiore nemico, l’incubo demografico di Israele, e loro sanno che qualsiasi cosa accada, non ci sarà nessun processo, e nessun carcere...” “Perché Abir aveva nove anni, e era armata solo di un righello, e hanno detto che avrebbe tirato una granata, Abir, che le sarebbe esplosa tra le mani, ma le sue mani erano intatte, e aveva invece solo questo foro alla nuca, perché è stata colpita alla schiena, che autodifesa è?, un soldato che spara da un blindato alla schiena di una bambina di nove anni? che stato di necessità è, che pericolo è, per la quinta potenza militare al mondo, una bambina con un righello?” “E quando allora quella mattina uscì di casa, io non volevo, perché erano mesi di attentati a Gerusalemme, ma poi lei disse Mamma, lasciami vivere”

“Si dice che l’occupazione ci corrompe, ma l’occupazione prima che corrompere noi devasta gli altri, io non potrò mai essere sullo stesso piano di una madre che oltre ad avere perso una figlia, sa che non avrà mai giustizia, io non ho che ammirazione per queste donne che in condizioni terribili - causate dal mio esercito, finanziato dalle mie tasse - hanno il coraggio di vivere comunque, amare, creare famiglie futuro in case bombardate all’improvviso, mentre accompagnano i bambini a scuola attraverso chilometri di macerie, tra i fucili dei soldati e gli sputi dei coloni... Ma è la sola cosa che qui abbiamo in comune, il dolore, perché se invece l’assassino di Smadar non fosse esploso, sarebbe stato immediatamente ucciso, e la sua casa demolita sul resto della sua famiglia - e quando sono con Salwa, e le dico che siamo vittime della stessa occupazione, so che è solo parte della verità, perché l’assassino di Abir in questo momento probabilmente gioca alla playstation, e il suo inferno è più inferno del mio...” “Dopo l’Undici Settembre tutto è diventato più difficile, perché il nostro nemico non è il terrorismo, ma la parola terrorismo, questa minaccia, questo ricatto indefinito... Ma in quanti paesi è Undici Settembre ogni giorno? Hamas offre prima di tutto moltissimi servizi sociali - e comunque, qualunque sia la mia opinione, non dimentico che tutto questo arriva dall’occupazione... E che quando Hamas ha vinto regolari elezioni, avete tagliato ogni dialogo e sostegno - finanziate la pubblicità della democrazia, ma mai la sua attuazione...” “Hamas non fa che proporre tregue, ma nessuno ascolta, io non amo i movimenti religiosi, ma queste sono scelte dei palestinesi, non ho il diritto di decidere per loro, e poi cosa posso insegnare?, dite che vivo in una democrazia, e poi dite l’Iran ma qui abbiamo la Torah invece che una costituzione - quando Gaza è divelta dalla malnutrizione, non è uno scontro di civiltà, è solo una civiltà che aggredisce l’altra, è genocidio... Io combatto le ingiustizie, la religione è una questione personale - e invece i ministri israeliani sono dei criminali secondo qualsiasi ordinamento giuridico”

“Mio padre fu uno dei generali alla guida del 1967, ma capì presto che quella vittoria sarebbe degenerata in un cancro, e finì per sostenere il ritiro, fino a definire l’invasione del Libano un crimine contro l’umanità - ma nella mia famiglia non siamo mai stati pacifisti, abbiamo sempre pensato che a volte combattere è necessario: però poi bisogna sapersi fermare, ottenere la pace, altrimenti è tutto inutile...” “E allora abbiamo fissato un incontro a Betlemme, quattro palestinesi, sette israeliani: temevamo tutti fosse un’imboscata, ma poi ci siamo guardati... E non è stato facile, davanti ad uno che ogni giorno ti umilia al checkpoint, e ti arresta ti spara contro, fa le incursioni di notte a casa tua - e eppure ti appare così simile, improvviso, così fragile e incerto... Ma non è in discussione la loro fedeltà a Israele, siamo stati tutti combattenti, qui, e molti ancora sono riservisti, solo si rifiutano di servire nei Territori - come non è in discussione la nostra fedeltà alla Palestina, la resistenza armata è un diritto... Ma semplicemente non funziona”

“Ci accusano di antisemitismo, ma non siamo traditori, al contrario, il vero patriottismo oggi è criticare Israele, e chi usa l’Olocausto per giustificare l’oppressione di un altro popolo, profana lui per primo l’ebraismo, il vero antisemitismo è quello di chi si ostina in una guerra che non uccide che noi stessi, non conquista che odio nei nostri confronti - uno stato democratico e uno stato ebraico sono due cose incompatibili...” “Ma non siamo dei codardi, perché quanto sarebbe stato più facile odiare... Recuperare un fucile, e sparare, tre, quattro soldati, a un checkpoint qualunque, vendicarmi... E lo so meglio di altri, perché quando nessun israeliano fu neppure ferito, rimasi molto deluso, volevamo uccidere, era l’unica soluzione, armi e munizioni, e giù gli israeliani, uno a uno... Ma adesso ho parlato con i miei carcerieri, adesso conosco la loro sofferenza... Qui abbiamo tutti sparato, torturato ucciso - ma il solo patriottismo possibile è combattere l’odio tra di noi, il solo modo per fermare quest’onda che ci travolge, il solo coraggio, fermare noi stessi, cercare non la vertigine della vendetta, ma il punto fermo della giustizia, perché è l’odio a costringerci prigionieri più di ogni Muro...” “E invece tra Oslo e la Seconda Intifada, ai progetti di incontro tra palestinesi e israeliani non è stata destinata che la metà del costo di un singolo carroarmato - oggi che la cosa più difficile non è superare le differenze di idee, ma il Muro, perché noi non possiamo entrare in Israele, loro non possono entrare nei Territori...” “La verità è che siamo soli, e invece come in Sudafrica, l’unica strada è una tenaglia internazionale - mentre voi europei vi limitate pigramente a rispolverare ogni tanto l’idea del boicottaggio: ma boicottare chi? Il boicottaggio condanna tutti in modo vago e indistinto - cominciate piuttosto a non commerciare armi, a boicottare i criminali di guerra, arrestateli alle frontiere, usate questa cosa chiamata giurisdizione universale, non colpite a caso, inchiodate le responsabilità al loro nome e cognome”

“Oggi che il ‘terrorismo’ è la violenza dei poveri e deboli, e ‘guerra al terrorismo’ quella dei ricchi e dei forti, noi siamo qui, vittime del terrorismo e della guerra al terrorismo, perché abbiamo titolo per dire che non esiste un modo civile oppure barbaro di uccidere innocenti, solo un modo criminale... Siamo qui perché non è vero che non esiste un partner per la pace, qui per dimostrare che esiste qualcuno con cui parlare - perché l’obiettivo non è perdonare, dimenticare, ma solo cominciare a stare insieme: se continuiamo a rovistare nelle nostre vite, a scavare domande, non impileremo che ragioni per scontrarci ancora, perché tutti abbiamo sangue sulle mani, e dolore alle spalle...” “Nessuno contesta il diritto di entrambi a questa stessa terra, ma dobbiamo cominciare a raccontare la storia di qui, imparare a localizzare - perché ormai questa terra appartiene più agli ebrei e arabi di ogni luogo e tempo che a noi che ci abitiamo, e che come tutti voi abbiamo molteplici identità, e sovrapposte, non siamo interamente rappresentati da un’etichetta etnica, o nazionale o religiosa, un’etichetta sola... Io non ho paura dei rifugiati palestinesi - ma perché mai dovrei preferire un ebreo sperduto, paracadutato qui a blindarsi nella sua piccola Russia di plastica in mezzo al deserto, e che neppure parla la mia lingua?” “La parola popolo ci viene sguainata contro come un destino... I giornalisti mi chiedono sempre come posso accettare condoglianze ‘dall’altra parte’ - ma quando Ehud Olmert, che era sindaco di Gerusalemme, è venuto a trovarci io non gli ho stretto la mano, e sono andata via, perché non accetto condoglianze dall’altra parte, e questa ‘altra parte’ per me sono loro, io distinguo solo, qui, tra criminali e pacifisti... Ma perché mai il mio ‘noi’ dovrebbe riferirsi agli ebrei o agli israeliani? La fraternità non si coltiva su astrazioni come la nazione, la razza, ma vite in comune in un luogo comune”

“Ma i libri di testo definiscono i palestinesi ‘un problema da risolvere’ - sento l’eco di soluzioni terribili che la storia ha già proposto... Sono le scuole ad addestrare i soldati, non le caserme, perché sono le scuole a insegnare a non dubitare mai della ‘verità’, a insegnare una visione del mondo come necessità, come causalità in cui ognuno disciplinato deve adempiere il proprio ruolo... A insegnare che Israele non si trova negli atlanti, ma nella Bibbia: e ogni cosa ha un settore ebraico e un settore non ebraico, qui, un’agricoltura ebraica e un’agricoltura non ebraica, le città ebraiche e quelle non ebraiche - ma chi sono questi ‘non-ebrei’, questi ‘altri’?, non si sa...” “D’altra parte i libri sulla Palestina erano proibiti... Ma nessuno ha bisogno di essere indottrinato a combattere, qui, si nasce combattenti, perché da quando sei piccolo la normalità è essere umiliati e picchiati, e allora la normalità è reagire, resistere, in ogni modo, strana gente che non parla la tua lingua, che non capisci cosa vuole, e arrivano a picchiarti, sai solo questo, e allora è solo istinto di sopravvivenza, combattere...” “Sono riassunti cumulativamente come arabi - non vivono mai in città, giovani che navigano in internet, studiano per un dottorato: sono le mille e una notte, le babbucce ai piedi e un cammello al seguito, il contadino nero di terra dietro l’aratro trascinato dai buoi... E quando sono i cittadini dei Territori, sono il terrorista mascherato... Ed è così, con questo razzismo che non è educazione ma infezione, che uccidere non è più uccidere, ma evolve in altri nomi altre legittimazioni, operazione, missione contromisura...” “E li inganniamo che sono magnifici in uniforme, li chiamiamo martiri, il ritratto con la mitragliatrice, bisogna cominciare a dire che nessuno è bello vestito di brutalità”

“Eppure l’ebraico ha questo uso bellissimo, la stessa parola per reality e invention: significa che la realtà è quello che inventiamo, e che dunque può essere cambiata...” “Mi chiedono sempre come so essere così forte, ma la mia non è che vulnerabilità, ed è la mia unica ricchezza, l’impossibilità di guarire, perché le ferite non sono al fondo che un’apertura, una disponibilità al mondo all’altro, una possibilità che ci viene ancora proposta...” “Diceva, Dio abita dove lo si lascia entrare...” “Perché so solo che dopo quarant’anni, Israele non è sicuro e la Palestina non è libera... Ma c’è un giardino adesso, nel punto in cui Abir è caduta - perché quella non è l’unica relazione possibile tra israeliani e palestinesi, perché qualcosa di diverso può crescere al sole lì dove è stato versato il nostro sangue”

qualcuno con cui parlare

francesca Borri : MI RIFIUTO, DUNQUE SONO