mercoledì 30 settembre 2009

La verità sugli insediamenti in Cisgiordania


La questione degli insediamenti occupa attualmente i primi posti nell’agenda internazionale legata al processo di pace in Medio Oriente. I palestinesi legano la ripresa delle trattative con gli israeliani al blocco totale delle attività di “colonizzazione” in Cisgiordania, mentre Israele replica che questa questione è subordinata ai risultati della fase finale dei negoziati, e che le sue attività in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono limitate all’ampliamento degli insediamenti esistenti nell’ambito della cosiddetta “crescita naturale”.

Il dato di fatto è che ormai quasi mezzo milione di ebrei risiede nelle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Malgrado le aspre critiche internazionali e gli appelli a congelare gli insediamenti, e nonostante i tentativi americani di convincere il primo ministro israeliano Netanyahu a fermare l’ampliamento delle colonie almeno per un anno, il governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di 455 unità abitative in Cisgiordania. Questo ci spinge a dire che il “fronte della pace” israeliano (insieme agli arabi e ad altri) ha perso la guerra contro gli insediamenti. Questi ultimi sono ormai un fatto compiuto che è difficile cambiare. Persino se lo volesse, sarà difficile per qualsiasi governo israeliano nel prossimo futuro evacuare 500.000 coloni ebrei dai territori occupati. Evacuarne solo 8.000 dalla Striscia di Gaza ebbe come conseguenza quella che allora fu chiamata la “rivoluzione dei coloni”. Inoltre gli insediamenti israeliani dal 1967 fino ad oggi sono stati costruiti con l’incoraggiamento – spesso più dichiarato che nascosto – dei vari governi israeliani. Non va poi dimenticato che un numero non trascurabile di ufficiali delle “Forze di Difesa Israeliane” risiede negli insediamenti, e addirittura la stampa israeliana afferma che essi collaborano con i coloni in svariati modi.

Da tutto questo Yossi Amitai (fondatore, nel 1968, del gruppo SIAH (Nuova Sinistra Israeliana) (N.d.T.) ) conclude: “Io sono pronto ad adottare due concetti molto spesso utilizzati dai coloni. Il primo è quello che dice che ‘non è permesso scacciare nessun uomo dalla propria casa’. Ed io spero che essi saranno d’accordo ad estendere questo principio anche alle famiglie palestinesi che ultimamente sono state cacciate dalle loro case nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme, e che mostreranno qualche simpatia anche per i profughi palestinesi del 1948. Il secondo concetto è che ‘nulla impedisce che vi sia una minoranza ebraica che risiede in uno stato palestinese, così come esiste una minoranza araba palestinese che risiede nello stato di Israele’. Supponendo che i negoziati che avranno luogo fra Israele e l’Autorità Palestinese sotto gli auspici dell’amministrazione Obama porteranno ad una soluzione basata sulla formula ‘due stati per due popoli’, sarebbe meritevole da parte di Israele chiedere che i coloni che risiedono fuori dai confini concordati di Israele possano rimanere nelle loro case come cittadini dello stato palestinese, e vedano garantita la propria sicurezza a condizione che essi si impegnino a rispettare le leggi di questo stato”.Il fatto che Israele si ostini a portare avanti in questo modo la colonizzazione indica tuttavia che lo stato ebraico non è pronto per il processo di pace. D’altra parte, esso sostiene di essere uno stato laico, ma contraddice questa affermazione sacralizzando i simboli religiosi e la storia ebraica; sostiene di essere uno stato democratico, ma dà le case migliori agli ebrei e domina con la forza un altro popolo; sostiene di essere lo stato dei propri cittadini, ebrei ed arabi, e tuttavia è allo stesso tempo ‘lo stato degli ebrei del mondo’! Malgrado tutto questo, l’opinione pubblica israeliana non è affatto unanime sulle colonie. Un sondaggio reso noto recentemente dalla radio pubblica israeliana indica che gli israeliani sono divisi per quanto riguarda il congelamento degli insediamenti. Il 44,7% è favorevole, mentre il 38% vi si oppone. Ma, tornando ad Amitai, egli prosegue affermando: “Qualora i coloni dovessero rifiutare di risiedere nello stato palestinese, resterebbe aperta davanti a loro la via del ritorno spontaneo entro i confini dello stato di Israele, con l’ausilio di un sostegno materiale da parte delle autorità israeliane”. Tuttavia, egli aggiunge che “questa ipotesi non è realistica e non è applicabile, perché l’obiettivo della creazione degli insediamenti era, ed è tuttora, esclusivamente politico: quello cioè di impedire la nascita di uno stato palestinese a fianco di Israele”.Dal canto suo, Shalom Yerushalmi (commentatore politico del quotidiano israeliano Maariv (N.d.T.)) afferma in tutta franchezza che gli insediamenti in Cisgiordania “non possono essere congelati”, giustificando ciò sulla base del fatto che “decine di bambini che sono nati a Beitar Illit e altrove hanno bisogno di appartamenti e di stanze… di asili e di scuole”. Poi spiega ulteriormente la sua affermazione: “In Cisgiordania non è possibile fermare le nuove costruzioni. Basta fare un giro nella regione per vedere centinaia di unità abitative che vengono costruite ovunque, con o senza permesso. Netanyahu dà oggi un fondamento a tutto questo, e perfino se egli annunciasse all’assemblea generale delle Nazioni Unite che ridurrà le costruzioni, i coloni troverebbero il modo di aggirare la cosa. Essi sanno anche che tutto il discorso verte attorno alle manovre di Netanyahu di fronte agli americani”.Dal canto suo Yariv Oppenheimer, segretario generale di “Peace Now”, spiega la missione dal punto di vista della leadership dei coloni, affermando che è “chiara e sistematica: far fallire ogni possibilità di giungere ad un accordo che ponga fine al dominio israeliano sui territori palestinesi occupati”. Poi conclude: “E’ ormai tempo che il popolo israeliano alzi la propria voce e dica chiaramente al primo ministro ed al suo governo che lo scontro in cui essi sono impegnati con la comunità internazionale, e il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, non sono il risultato della volontà di migliorare la situazione e la reputazione di Israele, ma – al contrario – di una miope volontà politica di migliorare la situazione dei coloni e di salvaguardare la stabilità del governo”.

Sever Plotzker (un analista economico che scrive abitualmente sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth (N.d.T.) ), in un articolo intitolato “L’evacuazione degli insediamenti è terribilmente indietro”, afferma che se i coloni in Cisgiordania dovessero continuare ad aumentare al ritmo attuale, “ il numero di abitanti ebrei al di là della linea verde, che è ormai cancellata dalla coscienza degli israeliani, sarà nel 2025 pari a circa 750.000 persone”. Ma anche adesso, con il numero di coloni che si aggira intorno alle 500.000 persone, “le colonie ebraiche nei territori decidono in grande misura il destino di Israele”. E’ vero che la costruzione delle colonie ha rafforzato la simpatia nei confronti del popolo palestinese e ha indebolito la “legittimità” di Israele sul piano internazionale, ma è anche vero che nel frattempo osserviamo un aumento dei gruppi estremisti che minacciano la stabilità e non rispettano neanche le leggi israeliane, sfidando l’autorità dello stato. Per non parlare del fatto che la situazione degli insediamenti è di per sé una realtà di occupazione che grava sul petto degli arabi e pesa sul futuro di Israele, quanto meno dal punto di vista dell’identità e della natura dello stato. In conclusione, possiamo dire che la questione degli insediamenti è ormai la base attorno alla quale verranno definite tre questioni della massima importanza: il futuro del processo di pace nel suo complesso, la natura dei rapporti israelo-americani sotto l’amministrazione Obama, e la possibilità o meno che lo stato di Israele sia pronto a definire i propri confini!

Asaad Abdel Rahman è uno scrittore e politico palestinese; è membro del comitato esecutivo dell’OLP; è autore di numerosi libri sulla questione palestinese e sul movimento sionista La verità sugli insediamenti in Cisgiordania

di Uri Avnery Obama e Netanyahu: la tragedia e la farsa


Obama aveva chiesto il congelamento di tutte le attività di colonizzazione, comprese quelle a Gerusalemme Est, come condizione per la convocazione di un vertice tripartito, a seguito del quale sarebbero dovuti iniziare negoziati di pace accelerati, che avrebbero portato a una pace tra due Stati – Israele e Palestina.

Secondo le parole di un antico proverbio, un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo. Netanyahu ha sgambettato Obama al suo primo passo. Il presidente degli Stati Uniti è inciampato.

Il vertice a tre ha avuto effettivamente luogo. Ma invece di un risultato brillante per la nuova amministrazione americana, abbiamo assistito a una dimostrazione di debolezza umiliante. Dopo che Obama era stato costretto a rinunciare alla sua richiesta di un congelamento degli insediamenti, l’incontro non aveva più alcun significato.continua qui


OFFENSIVA SU GAZA: ONU, CULTURA IMPUNITÀ VANIFICA SPERANZE DI PACE

“In Medio Oriente deve finire la cultura dell’impunità. Il non-perseguimento di crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità, unitamente alla mancanza di giustizia per le vittime, sta erodendo le possibilità per un futuro processo di pace, rafforzando un clima che genera violenza”: lo ha detto il giudice sudafricano Richard Goldstone presentando oggi al Consiglio per i diritti umani dell’Onu il rapporto redatto dalla sua squadra di esperti sull’offensiva israeliana ‘Piombo Fuso’ in corso a Gaza tra la fine del Dicembre 2008 e il Gennaio 2009, che ha provocato oltre 1400 morti palestinesi. Sia Israele che Hamas - ha proseguito Goldstone, difendendo il rapporto dalle accuse di parzialità che gli sono state rivolte dai vertici israeliani, che si sono rifiutati di collaborare con la commissione di esperti - non hanno indagato adeguatamente sulle loro azioni né affrontato le violazioni del diritto internazionale commesse durante le tre settimane del conflitto. A fronte del sostegno di Unione Europea, Cina, Russia, Brasile, paesi africani, arabi e musulmani, è apparsa quantomeno isolata la posizione del rappresentante statunitense, Michael Posner, secondo cui il documento sarebbe viziato da “mancanza di equilibrio” a danno di Israele. Il rapporto sarà sottoposto al voto dei 47 stati membri alla fine della settimana; nel caso in cui venisse adottato dovrà essere approvato dal Consiglio di Sicurezza che dovrà decidere se inoltrarlo alla Corte penale internazionale (Cpi) o ad un possibile tribunale speciale simile a quelli istituiti per la ex-Yugoslavia e il Rwanda.
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=25673

Watania Mobile, Israele non concede le frequenze al secondo operatore telefonico palestinese

Da anni i palestinesi sono in attesa dell’ingresso sul mercato di Wataniya Mobile, un secondo operatore di telefonia mobile che dovrebbe affiancarsi a quello esistente Jawal. Israele tuttavia continua a rinviare la concessione delle frequenze necessarie accampando pretesti di ogni sorta.L’ultima condizione posta dallo Stato ebraico è che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ritiri la richiesta avanzata alla Corte internazionale dell’Aia di indagare sui presunti “crimini di guerra” commessi dai militari israeliani nel corso dell’offensiva a Gaza del gennaio scorso.A rivelarlo, nell’edizione dello scorso 27 settembre, è stato il quotidiano di Tel Aviv Ha’aretz, secondo cui a lanciare l’ultimatum al’Anp sarebbe stato il capo di Stato maggiore israeliano, il generale Gabi Ashkenazi.L’esercito e il governo – ha dichiarato una fonte governativa al giornale - "sono furiosi verso Mahmoud Abbas" per la richiesta avanzata all’Aia e accusano l’Anp di "doppiezza”, in quanto avrebbe incitato Israele a colpire Hamas a Gaza, salvo poi lamentarsi per i metodi usati dai suoi militari.La posizione assunta da Israele, tuttavia, è stata criticata da diversi esponenti della comunità internazionale - compreso l’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair – in quanto rischia di mandare a monte un progetto fondamentale per lo sviluppo economico della Cisgiordania.L’impresa della Wataniya Mobile – secondo quanto annunciato dalla stessa compagnia, controllata dalla Kuwait National Mobile - prevede infatti investimenti per 650 milioni di dollari e la creazione 2.500 posti di lavoro.In più, in caso di mancata concessione delle frequenze entro il prossimo 15 ottobre, l'Anp dovrà pagare alla compagnia telefonica una penalità di circa 300 milioni di dollari.Watania Mobile, Israele non concede le frequenze al secondo operatore telefonico palestinese

Rapporto Goldstone su Gaza, l’Anp si schiera con Usa e Israele

Amira Hass Morte nel complesso Samouni” + video


La famiglia Samouni di Gaza è divenuta, per sua grande sfortuna, una delle famiglie più note al mondo, una che viene ad essere identificata più di qualsiasi altra con l’offensiva del gennaio 2009 a Gaza. Ben 29 componenti della famiglia sono stati uccisi il 4 e il 5 gennaio, nei primi due giorni dell’attacco terrestre. Due di loro, a proposito dei quali aveva già scritto due settimane fa la stessa cronista – Atiyeh e suo figlio Ahmed di 4 anni – erano stati uccisi a casa loro; 21 rimasero uccisi in una stessa casa e nello stesso momento, mentre altri 6 furono uccisi singolarmente in circostanze diverse.Dai racconti fatti dai testimoni oculari agli osservatori per i diritti umani ed ai giornalisti, alcuni in tempo reale e altri subito dopo che le forze armate avevano lasciato Gaza, è sorto il sospetto che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano ucciso quella gente, dentro o nei pressi delle loro case, persino dopo che era divenuto del tutto palese che erano dei civili; di aver impedito per diversi giorni il soccorso dei feriti e l’arrivo delle ambulanze; di aver usato i civili come scudi umani in un edificio confiscato per scopi militari; di aver sparato ad una colonna di persone che stavano fuggendo (e proibito l’evacuazione di una persona ferita ed ammanettata, che ha perso sangue fino a morire). Secondo il portavoce dell’ufficio dell’IDF, dei reparti operativi all’interno dell’IDF stanno esaminando da “diversi mesi” le accuse riguardanti l’omicidio dei 29 componenti della famiglia Samouni. “Si sarebbe dovuto metter in rilievo che l’accaduto è suddiviso in una lunga serie di affermazioni specifiche che sono rapportate a tempi e luoghi diversi,” ha dichiarato il portavoce. “Quando l’indagine sarà completata, le conclusioni verranno consegnate al Procuratore Generale Militare che deciderà sulla necessità di adottare misure supplementari. Una fonte anonima dell’esercito ha raccontato a Haaretz che “mentre le relazioni iniziali erano prive di particolari sostanziali, essenziali per un serio chiarimento delle accuse ….le successive istanze che sono pervenute sono state molto più dettagliate.” Il complesso Samouni si estende su un’area a prevalente uso agricolo di 69 dunam (17 acri) nel quartiere di Zeitoun a sud-est di Gaza City. In esso, circa 34 edifici e baracche ( la maggior parte dei quali appartengono alla famiglia Samouni allargata, e alcuni ad altre famiglie) erano sparpagliati tra serre, frutteti, stie per le galline e alcune botteghe. Al momento della loro partenza, le Forze di Difesa Israeliane hanno distrutto nel quartiere 24 edifici, hanno sradicato frutteti, distrutto pollai e serre. L’IDF si era schierato a piedi nel complesso nelle prime ore del mattino di domenica, 4 gennaio, dopo aver sparato agli edifici del quartiere per diverse ore e da tutte le direzioni. Gli abitanti che vivono in Salah a-Din Street hanno attestato di aver notato dei soldati che di notte si erano calati da un elicottero sul tetto di un palazzo del quartiere. I mezzi corazzati non erano penetrati nel complesso Samouni. Ciò che segue fa parte di una ricostruzione dei fatti che Haaretz ha trasmesso all’ufficio del portavoce dell’IDF per avere una sua risposta. Essa si basa sui resoconti di testimoni oculari che Haaretz ha raccolto dai sopravissuti e sulle risultanze del Centro Palestinese per i Diritti Umani e di B’Tselem. 1. Il 4 gennaio 2009, alle 5:30 del mattino, il 33enne Nidal Samouni cerca di portare aiuto e di salvare due persone ferite che si trovavano nel campo vicino a casa sua sul bordo orientale del quartiere. Gli viene sparato e resta ucciso. (In apparenza, i due erano combattenti palestinesi.)

A seguito della sparatoria, scoppia un incendio al piano superiore del palazzo più alto del quartiere – la casa di Talal Samouni, di 51 anni, dei suoi figli e nipoti. L’incendio viene spento. I parenti che vivono negli edifici di amianto nelle vicinanze scappano a casa di Talal.

3. Alle 6 di mattina dei soldati irrompono nella casa del fratello di Talal, Atiyeh, di 46 anni. (Questo stesso corrispondente ha già scritto due settimane fa su come egli sia stato ucciso insieme al suo bambino.)

4. Il 4 gennaio, alle 6:30 del mattino, un reparto dell’IDF prende il controllo della casa della famiglia di Asa’ad Samouni ( a poche centinaia di metri ad est della casa di Atiyeh) e la trasforma in una postazione dell’esercito (una delle sei presenti nel quartiere). Poche dozzine di civili restano nella casa

5. La famiglia dell’ucciso Atiyeh Samouni fugge verso una casa vicina.

6. Il 4 gennaio, alle 8 del mattino, Salah Samouni lascia la casa di suo padre Talal e porta suo figlio lattante a casa di Wael Samouni, che sembra più sicura perché non sta venendo presa di mira dagli spari. Mentre se ne va, intravede tre soldati a circa 40 metro dalla casa di Wael. Essi indossano cappelli dalle ampie tese, con sopra delle reti. Dapprima pensa che siano combattenti palestinesi dato che non s’aspettava di vedere dei soldati israeliani che camminavano nel quartiere. Deduce quindi che sono salvi dato che non ci sono palestinesi armati nelle vicinanze.

7. I soldati lo perquisiscono (gli fanno togliere la camicia e abbassare i pantaloni). Lui si rivolge ad un ufficiale e gli dice che gli spari spaventano il bambino. Quando uno dei soldati comincia a comportarsi sgarbatamente, l’ufficiale lo zittisce. L’ufficiale assicura Salah che non ci saranno più sparatorie. Per un’ora e mezzo non ci sono spari sulla la casa. Tutti sono contenti per la possibilità che hanno di parlare con i soldati e del fatto che questi stiano ad ascoltare i civili.

8. Alle 10 del mattino, circa, i soldati conducono la famiglia del confinante Rashad Samouni alla casa di Talal.

Walid, di 17 anni, figlio di Rashad, scende a pianterreno, dove viene conservato il cibo per gli animali. Non appena vede i soldati, viene preso dal panico e comincia a fuggire. Viene colpito ed ucciso.

10. Alle 11 del mattino fino a mezzogiorno, i soldati impongono l’evacuazione dalla casa di Talal Samouni di tutta la gente che vi era radunata. Il palazzo diviene un avamposto e una postazione di tiro. La famiglia viene trasferita alla casa di Wael Samouni, a poche dozzine di metri ad est – un edificio di cemento ad un piano ancora in costruzione, con una grande stanza. A detta di tutti, c’erano 97 persone.

11. Il 4 gennaio, alle 5:30 del pomeriggio, nella casa di Wael alcune donne vogliono cuocere del pane; c’è farina, ma non abbastanza cibo per tutti e i bambini stanno strillando per la fame. Diversi uomini escono di casa, percorrendo due metri per raccogliere della legna e fare un falò fuori di casa. Dei soldati, dislocati negli alti palazzi circostanti, guardano con sospetto mentre una ragazza di 14 anni, Rizqa Samouni, cuoce la pita.

12. Il 5 gennaio, attorno alle 6 del mattino, i bambini si svegliano e strillano per la fame e per la sete. Tutti i contenitori dell’acqua sono stati perforati dalle pallottole, non è rimasto nulla. Una donna con un bambino si recano ad un pozzo vicino dove riempiono due taniche d’acqua, mentre i soldati stanno a guardare.

13. Il 5 di gennaio, alle 6:30 del mattino, le donne e quattro o cinque degli uomini escono di nuovo dall’edificio per preparare un fuoco e cuocere della pita. Queste persone gridano in direzione della casa di Talal – 100 metri più in là – dove erano alloggiati alcuni membri della famiglia. Salah Samouni voleva che essi si unissero al loro gruppo, in quanto pensa che la casa di Wael sia sicura dato che là c’erano i soldati che li avevano trasferiti.

14. Contemporaneamente, circa quattro o cinque uomini cominciano a raccogliere della legna. Vogliono rompere un tavolo di legno compensato per bruciarlo. Tutto avviene sotto gli occhi dei soldati. Tutto ad un tratto, viene esploso contro di loro qualcosa – Salah Samouni fa l’ipotesi che fosse un colpo di mortaio o un missile lanciato da un elicottero o da un drone – che uccide Mohammad Ibrahim e ferisce Salah (alla testa), come pure Wael e Iyad.

15. Gli uomini feriti rientrano immediatamente nell’edificio; le donne cominciano a fasciare le loro feriti. Poco più tardi un altro colpo di mortaio o un missile piomba nella stanza – con le sue 96 persone presenti – ed esplode. 20 rimangono uccisi all’istante, mentre altri 30 circa sono feriti.

16. In mezzo alla confusione, al fumo e alla polvere, coloro che ne sono in grado abbandonano l’edificio, dopo aver cercato di stabilire chi era ancora vivo.

7. Una processione di diverse dozzine di persone lascia la casa di Wael, dirigendosi ad est verso la Salah a-Din Road. Scorgono un soldato in una postazione dell’IDF localizzata nella casa Sawafri. Salah, ferito, grida che sia mandata un’ambulanza. Lui sostiene che il soldato gli abbia urlato in risposta in arabo letterario: “Torna indietro a morire, arabo.”

18. Ciononostante, loro proseguono verso Salah a-Din Road; un elicottero si libra sopra di loro. I soldati urlano “Tornate indietro, tornate indietro,” e sparano sopra le loro teste, ma non su di loro.

Shifa Ali Samouni, una vedova di 71 anni che usa una carrozzina, aveva vagato dalla casa di uno dei suoi figli a quella di Talal e poi alla casa di Wael. “Nella mattinata (di lunedì),” rievoca, “ero andata in bagno quando, improvvisamente, ho sentito cadere qualcosa, che ha fatto pressione sul mio orecchio e io sto precipitando insieme alla mia casa. Quando sono rinvenuta, mi sono resa conto del sangue che colava dalla mia mano e del sangue che stava scorrendo dalla mia gamba. Non potevo vedere altro, il mio occhio non vede nulla. Dopo aver osservato il mio sangue, notai mio figlio Talal, che Dio abbia misericordia di lui, sulla sedia. L’ho chiamato, ma lui non ha detto nulla. Tre dei miei figli se ne erano andati (Talal, Atiyeh e Rashad) e così pure le mogli dei miei figli e i nostri nipoti. E li abbiamo visti morire tutti, e io non potevo distinguere l’uno dall’altro, quali fossero i miei figli, quali i miei nipoti. La mia testa è malandata, le mie orecchie tappate.”

Quelli che seguono sono i nomi dei componenti della famiglia Samouni che sono stati uccisi in pochi minuti da un bombardamento delle Forze di Difesa Israeliane sulla casa nella quale erano stati ammassati il giorno prima dai soldati: Rizqa Mohammed, di 55 anni; Talal Hilmi, di 51; Ramha Mohammed, di 46; Layla Nabiyeh, di 41; Rashad Hilmi, di 41; Rabab Azzat, di 37; Hannan Khamis, di 35; Mohammad Ibrahim, di 25; Hamdi Maher, di 23; Safaa Subhi, di 22; Tawfiq Rashad, di 21; Maha Mohammed, di 20; Huda Nael, di 16; Isma’il Ibrahim, di 15; Rizqa Wael, di 14; Is’haq Ibrahim, di 13; Fares Wael, di 12; Nasser Ibrahim, di 5; A’zza Salah, di 2; Mu’atassem Mohammed, di 1 anno; Mohammed Hilmi, di 6 mesi.

ra i morti: una madre con i suoi quattro figli (sono sopravissuti suo marito e la figlia); due genitori e i loro due figli (la loro figlia è viva) e un’altra coppia con le loro due figlie.

I soldati hanno lasciato dietro di sé dei graffiti nella casa di Rashad Samouni, che Haaretz ha visto e fotografato: “Fatto [fuori] 1, ce ne sono da fare [fuori] altri 999.999,” “ Il popolo di Israele vive,” Dio è il Signore, non c’è nulla accanto a lui,” “Dio onnipotente, noi ti amiamo,” “Non abbiamo nessuno su cui contare, se non sul Padre nostro che è nei cieli,” “ Gli arabi devono morire,” “Meno di 300 giorni prima del congedo,” “Non abbiamo avuto la nostra parte di sangue.”

(tradotto da mariano mingare

Morte nel complesso Samouni

La famiglia al-Samouni | riflessioni

daGaza.org: video

Amira Hass: ritorno a Gaza

Gaza family drops suit against Israel

What happened to us?

Israeli gunboat targets Gaza civilians

Palestinesi a 'Le Monde': Soldati ridevano, per loro uccidere era un gioco

Goldstone: Israel intentionally targeted Gaza civilian sites


domenica 27 settembre 2009

Gideon Levy / Obama, non sarà possibile fare la pace senza parlare con Hamas


Sintesi personale

Quando fu eletto, il presidente Obama dichiarò che il conflitto in Medio Oriente poneva in pericolo la pace nel mondo. Niente è più vero. Ma che cosa il presidente sta facendo per eliminare il combustibile che alimenta il terrorismo internazionale? O almeno per dimostrare che sta facendo qualcosa? Anche l'obiettivo patetico del congelamento degli insediamenti non è stato raggiunto Sono necessari due passi decisivi per cambiare completamente le cose : inserire Hamas nelle trattative e costringere Israele a porre fine all'occupazione, soluzioni graduali, finora, non hanno dato alcun risultato. Piaccia o non piaccia senza Hamas non è possibile la pace, investire la fiducia solo in Abu Mazen vuol dire ipotizzare il fallimento. La storia ci ha insegnato che la pace si fa con i peggiori nemici, non con coloro che sono considerati collaboratori,nè si può raggiungere alcun accordo con metà della popolazione e metà del territorio. Obama sta ripercorrendo le stesse tappe di Bush, il presidente che si è dichiarato disposto a impegnarsi con la Corea del Nord, l'Iran e il Venezuela non osa avviare trattative con hamas. Il secondo passo è fare pressione su Israele. Aumenta l'isolamento di Israele nel mondo, così come si accresce la minaccia iraniana,il migliore amico di Israele deve salvarla da se stessa. invece, ora, abbiamo la condanna della relazione della Commissione Goldstone da parte del nuovo ambasciatore americano che aveva garantito grandi cambiamenti

It's not too late. True, the initial momentum has been lost, but now, following this week's "summit of rebukes," America must hurry up and rebuke itself and mainly ponder how to get out of the booby trap to which it has succumbed. Now, too, only America can (and must) do it.

Levy / No peace without Hamas

Carlo StrengerPerché Israele deve diventare uno stato laico: un pensiero per Yom Kippur 5770



sintesi personale
Uno dei processi che Israele non ha portato a termine è la secolarizzazione. Io sostengo che la secolarizzazione completa dello Stato sia nell'interesse non solo degli ebrei non credenti,ma anche degli ebrei religiosi e non ha nulla di anti-religioso ,per questo i leader religiosi dovrebbero essere in prima linea in questa battaglia . Il compromesso storico di ben Gurion con gli ortodossi si è rivelata una catastrofe. Israele ancora oggi , non ha una costituzione; il rabbinato è coinvolto nella vita di innumerevoli persone che non vogliono aver nulla a che fare con esso e la corrente ortodossa nel giudaismo allontana milioni di ebrei in Israele e nella diaspora.In nessun altro luogo gli ebrei stanno cercando di imporre le loro credenze religiose , in nessun altro luogo il conflitto tra religione e libertà di pensiero è presente come da noi Il coinvolgimento della religione nella politica israeliana ha portato ad una polarizzazione che non si trova altrove creando una guerra culturale completamente inutile
Articolo completo
allegato

WSJ:”Ecco come Israele prepara l’attacco all’Iran”

NEW YORK – Il piano è pronto. L’arma segreta si chiama Gbu-28, ed è arrivata, manco a dirlo, dagli Stati Uniti: è una bomba guidata con un laser, pesa qualcosa più di due chili ed è stata sviluppata dagli americani prima della guerra in Iraq per colpire in profondità i bunker di Saddam. Sono tre anni che Israele se la culla: serviva per le fortificazioni di Hamas, che c’è di meglio per sventrare i siti sotterranei dell’Iran?Il dubbio attanaglia gli esperti militari di mezzo mondo ma un po’ meno gli ufficiali di Benjamin Netanyahu. Anche la squadra è pronta: il ministro della Difesa Ehud Barak ha già detto che Israele è in grado di distruggere l’Iran e al vertice del Mossad per un altro ci sarà il falco Meir Dagan. La data del 2010 è quella limite: allora Mamhud Ahmadinejad avrà a disposizione nella centrale di Natanz l’uranio arricchito necessario.La superbomba sarebbe pronta in 4 anni. Lo scenario tracciato da Anthony Cordesman sul Wall Street Journal è devastante. L’analisi è intitolata “The Iran Attack Plan” ma il titolo non inganni: il piano c’è, dice l’ex consulente del dipartimento di Stato, oggi al Centro Studi Strategici e Internazionali, ma non è detto che sia la soluzione. Cordesman è un big. È lui il consigliere di Stanley McChrystal, il comandante Usa in Afghanistan.E c’è anche lui dietro alla richiesta dell’invio di nuove truppe che ieri il generale ha formalizzato proprio all’indomani della promessa di Barack Obama: “soluzioni perfette” non ce ne sono ma “no a nuove truppe” fino a quando gli Usa non avranno rivisto la loro “intera strategia nell’area”. Un’area estesa. Non è l’Afghanistan un vicino di quell’Iran così minaccioso?Un conto sono naturalmente le preoccupazioni degli Stati Uniti. Un conto quelle israeliane.Già sei anni fa gli israeliani hanno fatto volare i loro F-15 fino alla Polonia: un tragitto ben più lungo dei 2mila chilometri che li separano dall’Iran. Anche gli obiettivi sono chiari. Tre i siti da colpire, al netto dell’ultimo, Qom: Arak, Bushehr e Natanz. Arak non avrebbe un reattore pronto prima del 2011. Ma se si fa un blitz si colpisce subito dove si può. Stesso ragionamento per Bushehr, Golfo Persico, dove la produzione di plutonio sarà possibile dal prossimo anno. L’obiettivo vero è Natanz: qui – nascoste sotto terra e difese dai missili russi TOR-M – la produzione di uranio arricchito avanza a ritmi a rischio.Tutti gli obiettivi sono facilmente raggiungibili. E anche la strada è segnata. Attaccare dal Sud sarebbe politicamente non consigliabile: gli Stati Uniti non permetterebbero il sorvolo dei cieli sauditi. Tagliando diritto vorrebbe dire sorvolare la Giordania: gli altri arabi insorgerebbero. Meglio dunque il giro largo da nord seguendo i confini siriani per entrare dalla Turchia.Ma non è tutto così semplice. Quante altre Qom, quanti altri segreti nasconde l’Iran? La risposta è un aggettivo troppo vasto per un obiettivo militare: tanti. Può Israele sostenere una guerra vera? No, la soluzione è quella dello “strike”, l’attacco mordi e fuggi, come quello che nel 1981 distrusse il reattore iracheno di Osirak. Ma con quali conseguenze?Cordesman aveva già riassunto il dilemma in un altro, dettagliatissimo dossier realizzato con il collega Abdullah Toukan per il Centro di studi strategici: l’attacco di Israele potrebbe essere difficoltoso, destabilizzante, ma potrebbe accadere davvero.Era il marzo di quest’anno: la centrale di Qom ancora segreta. Sei mesi dopo, quella previsione sembra terribilmente più vicina.http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/esteri/iraq-130/iran-pianoisraele/iran-pianoisraele.html


Allegati

2 videoPandora : Il rischio guerra è concreto. Franco Fracassi ha intervistato per Pandora il generale Fabio Mini, esperto di strategie militari e armamenti nucleari.
commento: non è sufficiente la sconfitta irachena e afghanistana? folli

Gaza: migliaia a funerali miliziani, 17 feriti da israeliani


GERUSALEMME - Diversi palestinesi, diciassette secondo alcune fonti, sono stati feriti oggi a Gaza dal fuoco dei soldati israeliani nel corso di una manifestazione alla quale hanno partecipato migliaia di persone che protestavano per l'uccisione di tre miliziani della Jihad Islamica, avvenuta ieri in un raid aereo israeliano. Ne ha dato notizia l'agenzia palestinese MaanLe migliaia di palestinesi che hanno preso parte ai funerali dei miliziani - sepolti nel 'cimitero dei martiri' vicino al confine con Israele, a est di Gaza City - hanno gridato slogan promettendo vendettaDalla folla, secondo l'agenzia, sono stati sparato colpi d'arma da fuoco in aria e molti sono stati gli slogan scanditi contro Israele, minacciando anche di "colpire Tel Aviv"Secondo Muawiya Hassanein, il direttore dei servizi di pronto soccorso palestinesi citato dall'agenzia, soldati che si trovavano su torrette di guardia lungo il confine hanno reagito sparando sulla folla, ferendo appunto 17 persone, nessuna delle quali è in gravi condizioniUn portavoce militare israeliano ha successivamente riferito all'Ansa che soldati di guardia lungo il confine, a est di Gaza City, nel primo pomeriggio di oggi hanno visto avvicinarsi al reticolato di frontiera un gruppo di palestinesi. I soldati, secondo il portavoce, hanno allora sparato colpi di avvertimento in aria costringendo i palestinesi a tornare indietroIl portavoce ha detto che l'esercito non è a conoscenza di altri incidenti del genere.Gaza: migliaia a funerali miliziani, 17 feriti da israeliani

Avi MograbiSE ISRAELE COLTIVA IL MITO DI SANSONE


Il documentarista, lo scomodo - per qualcuno - documentarista israeliano Avi Mograbi è stato ospite al Milano Film Festival (chiusosi il 20 settembre scorso). Per la prima volta, l'Italia gli ha dedicato una retrospettiva dove al cineasta è stato anche consentito di avere uno spazio in cui esporre i suoi film e documentari nel formato originario, quindi allestiti come video installazioni. La «monografica» ha avuto l'intento di illustrare la sua continua ricerca di ingiustizie perpetrate dallo stato di Israele nei confronti del popolo palestinese.Lo abbiamo incontrato in occasione di uno dei suoi tanti workshop aperti al pubblico in cui il regista ha illustrato la tecnica e le motivazioni del suo essere documentarista e, insieme, si è soffermato a spiegare il suo personale sguardo sulla situazione mediorientale che, ancora oggi, non sembra avere raggiunto nessuna fase di miglioramento, nonostante gli «sbandierati» impegni da parte dei paesi direttamente coinvolti e di quelli occidentaliDando un rapido sguardo agli ultimi film israeliani che hanno fatto parlare molto di sé, Mograbi ci ha aiutato a definire meglio il suo lavoro personale e ha evidenziato alcune sostanziali differenze tra i suoi lavori e quello di altri filmaker. Esiste sempre, in queste pellicole, una ricerca di risposte ma, ha sostenuto con serenità, «se per esempio Valzer con Bashir è un racconto che indaga i traumi personali e quello che la memoria del coinvolgimento in certi crimini causa alla singola persona (quindi uno sguardo che indaga psicologicamente all'interno di se stessi), il mio Z32 è diverso

sabato 26 settembre 2009

Iran, Israele, Usa: tra piani di attacco, diplomazia , intrecci economici e politici

Nucleare iraniano

IRAN : relazioni economiche e politiche regionali e no

Afghanistan: Iran e Pakistan
Israele- Iran
2001 incontro usa a Roma per golpe
Iran e paesi arabi