lunedì 29 gennaio 2007

Vittorio FOA: Israele può sopravvivere solo se.........

«Israele può sopravvivere solo se diventa ponte di pace È una straordinaria riflessione che attraversa il tempo e che congiunge passato, presente e futuro, quella che Vittorio FOA.Il tema è Israele. La Diaspora. E la sinistra.

Nella Giornata della Memoria uno dei padri della sinistra italiana si sofferma, con la consueta lucidità, sui temi di più scottante attualità.Partirei da una domanda che ripercorre un po' le aspre polemiche di questi giorni. Per Vittorio Foa cosa significa oggi essere «amico d'Israele»?«Vuol dire in primo luogo essere amico della sua sopravvivenza e del suo progredire. La linea della pura forza è la sua morte, non è la vita di Israele. Quando D'Alema, con il quale ho avuto molti dissensi sul piano politico ma che ammiro sul piano della politica estera, si è mosso sulla questione del Libano io ho ravvisato una cosa molto importante: Israele si considerava militarmente infallibile. La guerra della scorsa estate dimostrò che non era vero. L'iniziativa italiana offriva la dimostrazione che per vivere bisogna stare d'accordo con gli altri e che non si può vivere semplicemente affermando le proprie ragioni. E questo mi è parso un elemento forte di solidarietà. Essere ebreo voleva dire volere lo Stato d'Israele come civiltà e non come sopraffazione».In occasione della Giornata della Memoria, che si celebra oggi (ieri, ndr) il capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha affermato che il nuovo antisemitismo si maschera dietro l'antisionismo che nega la sicurezza di Israele.«Questo è stato vero e può esserlo ancora, è anche vero però l'opposto: e cioè che l'esaltazione ebraica è mascherata attraverso le polemiche. Il primato è la verità. Nella politica lo Stato ebraico è uno Stato e deve essere giudicato come Stato, per le cose che fa. Poi vi sono tutti gli aspetti culturali, sentimentali, morali che hanno la loro dignità; però come Stato deve essere giudicato liberamente. E sullo Stato ebraico voglio dire che proprio perché lo difendo, penso che la sua difesa non sta nella pretesa di invincibilità. Non è vero. Nessun Paese è invincibile, neanche l'America. Certo, ci sono dei cretini che straparlano in un certo modo contro lo Stato d'Israele. Io rispondo che lo Stato d'Israele si vive proprio perché è la sua cultura, e la sua civiltà che lo fanno vivere. E la sua cultura, la sua civiltà sono con gli altri e non da solo».Nella conversazione che ha preparato questo incontro, lei ha detto che l'unicità dello Stato ebraico che ha caratterizzato la sua nascita è quella di pensarsi non contro altri ma a sostegno di altri. Oggi questo cosa può voler dire?«Vuol dire che di fronte ai contrasti internazionali quello che conta non è chi ha ragione e chi ha torto ma qual è la possibilità di fare la pace. Quando la pace è possibile bisogna battersi per la pace e quando si ottiene di battersi per la pace si aprono le vie per la collaborazione. Lo Stato d'Israele può sopravvivere solo se nel Medio Oriente esso diventa non già la forza di un Occidente schierato militarmente contro un Oriente che adesso sta fra l'altro prendendo piede in modo drammatico, ma può sopravvivere se diviene una linea di raccordo e di collaborazione di tutta l'area mediorientale. Io sempre pensato che Israele avrebbe potuto fin dal principio essere questo. Quando c'è stata la Guerra dei Sei Giorni (luglio 1967, ndr), ricordo che ricevetti allora una delegazione che veniva da Israele, e dissi loro che io pensavo che loro avevano una enorme possibilità di diventare una forza di pace e di costruzione comune in Medio Oriente. Ma loro non lo capirono. Recentemente ho visto su Haaretz (il quotidiano progressista di Tel Aviv, ndr) una cosa terribile di un reduce della guerra del '67 che ricorda "cosa credevamo noi allora di aver risolto dei problemi, non avevamo risolto niente…". La guerra non aveva risolto nulla. Sarebbe stato possibile fin d'allora tentare comprensione e collaborazione reciproche. Quello che tentò poi il presidente egiziano Sadat. Anouar Sadat fu un grande uomo di Stato che capì cosa voleva dire la collaborazione e riuscì - non credo che il giudizio sia eccessivo - a cambiare il corso della storia».

Un grande scrittore israeliano, Amos Oz, ha detto che certe volte per guardare con speranza al futuro, bisogna liberarsi dalla gabbia della Memoria. Questo cosa può voler dire per Israele ma anche per la Diaspora ebraica?«Quando parliamo di memoria per Israele il primo pensiero va alla Shoah. Ma al di là della Shoah, io penso ai milioni di ebrei che dalla Russia sono andati in America. Hanno fatto l'America. Hanno sofferto delle cose indicibili. Penso alle lavoratrici tessili ebraiche. Sì, hanno creato l'America, hanno creato delle cose solide e forti. Gli ebrei sono stato questo, sono stati questi nel mondo, e devono continuare ad esserlo. Devono continuare ad essere una forza positiva per tutti. Io ci credo davvero, e l'ho creduto fin da quando ero bambino e questa convinzione mi accompagna anche oggi».Cosa è, se c'è oggi, per Vittorio Foa sinistra in Israele?«Io penso a David Grossman. Penso che le idee che propone possano avere un futuro. È vero che per il momento sono prevalentemente letterati, però io credo che deve essere quello il futuro della sinistra. Ho ammirato la dichiarazione di Grossman il 20 novembre a Roma, come il discorso che tenne durante la commemorazione di Rabin a Tel Aviv il 4 novembre; una cosa straordinaria quest'uomo e le cose che ha detto. Quello è il futuro di Israele; al di fuori di questo può essere soltanto una guerra continua, esasperata, che non finisce mai».C'è un altro tema scottante: quello dei rapporti tra la sinistra italiana e Israele. C'è chi parla di un "grande tradimento", di un "amore" che dopo il 1967 si è quasi consumato.«No, questo non è giusto. Io credo che la sinistra, essa stessa sta trasformandosi profondamente. Sono convinto che proprio la parte radicale della sinistra è soggetta a profondi mutamenti. Il primo elemento (e ragione) di questo mutamento è la multilateralità della politica america, la quale scopre la multilateralità con il fallimento di George W. Bush. E scopre l'importanza che nella politica ha l'ambiente. L'importanza che nella politica ha la donna. Queste cose qui sono cose che rivelano una novità nella sinistra. Io credo profondamente alla novità della sinistra radicale. Credo che la sinistra radicale deve cambiare e che noi dobbiamo aiutarla a cambiare. La sinistra radicale in Italia, in fondo, ha capito delle cose che la sinistra ufficiale non ha capito della condizione vitale. La sinistra partitica ha una concezione molto burocratica della vita; la sinistra radicale vede alcune cose che la sinistra ufficiale non vede, ma bisogna aiutarla a vedere le cose nuove. Io non sono della sinistra radicale ma se potessi ancora far politica, lavorerei per aiutare la sinistra radicale a rivedere se stessa e a creare delle forme nuove di collaborazione»

domenica 28 gennaio 2007

URY AVNERI: il giro della libertà:freedom ride


Il Mahatma Ganghi lo avrebbe adorato. Nelson Mandela lo avrebbe salutato conentusiasmo. Martin Luther King sarebbe stato il più emozionato – gli avrebbericordato dei vecchi tempi.Ieri stava per entrare in vigore in Israele un decreto dell’Ufficio del Comandante delSettore Centrale, Generale Yair Naveh. Il decreto proibisce ai conducentiisraeliani di avere in macchina passeggeri palestinesi nei territori occupati

.Il generale - indossatore di Kippah fatte a mano e amico dei coloni - hagiustificato l’ordine come una necessità vitale per la sicurezza. In passato,gli abitanti della Cisgiordania riuscivano qualche volta a raggiungere iterritori israeliani su vetture israeliane. Gli attivisti per la paceisraeliani hanno deciso che bisogna protestare contro questo nauseante ordine.Diverse organizzazioni hanno pianificato azioni di protesta per il giorno incui il decreto sarebbe entrato in vigore. Hanno organizzato un“Freedom ride”ovvero “Un giro della libertà”, per cui i proprietari israeliani di macchineche stavano entrando in Cisgiordania (una offesa criminale di per sé)avrebbero dato un passaggio ai palestinesi locali, che si sono prestati comevolontari per l’azione
Gush Shalom, Ta'ayush, Sons of Abraham, Olive Tree Movement, Balad, Anarchists Against the Wall, Yesh Din, Yesh Gvul, Coalition of Women for Peace, Hadash, Maki, Banki
Una iniziativa impressionante solo da organizzare.Conducenti israeliani e passeggeri palestinesi che infrangono apertamente lalegge, affrontando possibili arresti e processi nelle corti militari. Maall’ultimo momento, il generale “ha congelato”l’ordine. La manifestazione èstata annullata.

L’ORDINE che è stato sospeso (ma non ufficialmente revocato)emetteva un forte odore di apartheid. Si unisce a una lunga serie di azionidelle autorità di occupazione che sono reminiscenze del regime razzista delSudafrica, così come la sistematica costruzione di strade in Cisgiordania soloper gli israeliani e sulle quali ai palestinesi è vietato l’accesso. O la legge“temporanea” che vieta ai palestinesi nei territori occupati, che hanno sposatoun cittadino o una cittadina israeliano/a, di vivere con il proprio coniuge inIsraele. E, cosa più importante, il Muro, ufficialmente denominato “l’ostacolodella separazione”. In Afrikaans, “apartheid” vuol dire separazione. La“visione” di Ariel Sharon e di Ehud Olmert mira allo stabilimento di uno “StatoPalestinese” così definito: una stringa di isole palestinesi in un mareisraeliano. E’ facile individuare una similarità tra gli enclavi pianificati edi “Bantustans” che erano stati creati dal Regime bianco in Sudafrica – la cosìchiamata “homeland” dove i neri dovevano teoricamente godere di un“auto-regolamento” ma che in realtà altro non erano che campi di concentramentorazzisti. In virtù di questo, noi siamo nel giusto quando utilizziamo iltermine “apartheid” nella nostra lotta quotidiana contro l’occupazione.Parliamo di “Muro dell’Apartheid” e di “metodi di Apartheid”. L’ordine delGenerale Naveh ha praticamente fornito una sanzione ufficiale all’utilizzo diquesto termine. Anche istituzioni, da sempre lontane dal pacifismo radicale lohanno messo in relazione con il sistema di apartheid. Per questo, il titolo delnuovo libro dell’ex presidente Jimmy Carter è pienamente giustificato“Palestina – Pace non Apartheid”. Il titolo ha sollevato l’ira degli “amici diIsraele” molto più di quanto non abbiano fatto i suoi contenuti. Come ha osato?Paragonare Israele ad un oberrante regime razzista? Alludere che il governo diIsraele sia motivato dal razzismo, quando tutte le sue azioni sono mirateesclusivamente dalla necessità di difendere i propri cittadini contro iterroristi arabi? (Tra le altre cose, nella copertina del libro vi è una fotodi una manifestazione contro il muro organizzata da Gush Shalom e da Ta’ayush.Il naso di Carter punta verso un nostro poster che cita: “Il Muro – Prigioneper i palestinesi, Ghetto per gli Israeliani”). Sembra che lo stesso Carter nonfosse pienamente soddisfatto con l’utilizzo di questa terminologia. Lui hadichiarato, anche se non esplicitamente, che era stato aggiunto sotto richiestadegli editori, che hanno pensato che un titolo provocante avrebbe stimolato lapubblicità. Se cosi è stato, la strategia è stata un successo. La famosa lobbyebraica è stata pienamente mobilitata. Carter è stato tacciato di essereanti-semita e bugiardo. La tempesta scatenatasi attorno al titolo ha spostatoqualsiasi dibattito inerente ai fatti citati nel libro, che non sono statimessi seriamente in discussione. Il libro non è ancora apparso nella versioneebraica. MA QUANDO usiamo il termine “Apartheid” per descrivere la situazione,dobbiamo essere consapevoli del fatto che la somiglianza tra l’occupazioneisraeliana ed il regime bianco in Sudafrica riguarda i metodi, e non lasostanza. Su questo si deve fare chiarezza, in modo tale da prevenire gravierrori di analisi della situazione e delle conclusioni che da essa si possonotrarre. E’ sempre pericoloso disegnare analogie con altri paesi ed altri tempi.Mai due paesi e due contesti sono identici. Ogni conflitto ha le sue specificheradici storiche. Anche quando i sintomi sono gli stessi, la malattia potrebberisultare parecchio diversa. Queste riserve si applicano tutte ai paragoni trail conflitto israelo-palestinese ed il conflitto storico tra bianchi e neri inSudafrica. E’ sufficiente evidenziare alcune differenze: (a) In Sudafrica viera un conflitto tra neri e bianchi, ma entrambi erano d’accordo che lo statodel Sudafrica doveva rimanere intatto – la questione risiedeva esclusivamentesul fatto di chi lo avrebbe governato. Praticamente nessuno propose di dividereil paese tra neri e bianchi. Il nostro conflitto è tra due diverse nazioni condiverse identità nazionali, ognuna delle quali colloca il proprio stato nazionecome valore supremo. (b) In Sudafrica, l’idea di “separazione” è stata unostrumento della minoranza bianca per l’oppressione della maggioranza nera, e lapopolazione nera lo ha rigettato all’unanimità. Qui, la stragrande maggioranzadi palestinesi vuole essere separato da Israele per poter stabilire uno statoper proprio conto. La stragrande maggioranza degl’israeliani, anche, vuoleessere separata dai palestinesi. La separazione è l’aspirazione dellemaggioranze di entrambi i lati, e la vera questione risiede nel confine che cidovrebbe essere. Dal lato israeliano, soltanto i coloni ed i loro alleatirivendicano la volontà di mantenere l’intera area storica del paese unita eobiettano la separazione, per poter rubare ai palestinesi la loro terra e poterespandere gli insediamenti. Dal lato palestinese, i fondamentalisti islamicianche credono che tutto il paese è un “waqf” (credo religioso) ed appartiene adAllah, e per questo non può essere diviso. © In Sudafrica, una minoranzabianca (all’incirca il 10 %) ha governato su una immensa maggioranza nera(78%), persone di razza mista (7%) ed asiatici (3%). Qui, tra il Mediterraneoed il fiume Giordano, ci sono attualmente 5.5 milioni di ebrei-israeliani ed unnumero eguale di arabi palestinesi (inclusi il 1.4 milioni di palestinesi chesono cittadini di Israele). (d) L’economia sudafricana era basata sul lavorosvolto dalla popolazione nera e non sarebbe mai potuta esistere senza di esso.Qui, il governo israeliano è riuscito ad escludere i palestinesi non israelianiquasi completamente dal mercato del lavoro israeliano rimpiazzandoli conlavoratori stranieri. E’ importante evidenziare queste differenze fondamentaliper poter prevenire gravi errori nella strategia della lotta volta a porre fineall’occupazione. In Israele ed all’estero ci sono persone che citano questaanalogia senza prestare attenzione alle differenze essenziali tra i dueconflitti. La loro conclusione: i metodi che si sono rivelati vittoriosi controil regime sudafricano possono essere applicati nuovamente nella lotta control’occupazione – principalmente, mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale,boicottaggio internazionale ed isolamento. Ciò rappresenta la reminescenza diun falso mito, che un tempo si insegnava nelle lezioni di logica: un Eschimeseconosce il ghiaccio. Il ghiaccio è trasparente. Il ghiaccio può esseremasticato. Quando si da un bicchiere di acqua anche questo è trasparente, equindi si pensa che sia masticabile.Non vi è dubbio che sia essenziale sollevare l’opinione pubblica internazionalecontro il trattamento criminale della popolazione palestinese ad opera delleautorità di occupazione. Lo facciamo tutti i giorni, come Jimmy Carter stafacendo. Comunque, deve essere chiaro che questo è senz’altro molto piùcomplesso della campagna che ha portato al rovesciamento del regimesudafricano. Una delle ragioni: durante la Seconda Guerra mondiale, le personeche più tardi sarebbero diventati i governanti del Sudafrica cercarono disabotare gli sforzi anti-nazisti e furono imprigionati, e per questo si sollevòovunque nel mondo il ripudio. Israele è accettata dal mondo come lo “stato deisopravissuti all’Olocausto”, e per questo solleva ovunque simpatia. E’ unerrore serio pensare che l’opinione pubblica internazionale metterà fineall’occupazione. Ciò avverrà soltanto quando l’opinione pubblica israelianasarà convinta lei stessa del bisogno di farlo. Vi è inoltre un’altra importantedifferenza tra i due conflitti, e questa potrebbe risultare ancora piùpericolosa di qualunque altra: in Sudafrica, nessun bianco avrebbe mai sognatola pulizia etnica. Anche i razzisti avevano capito che il paese non avrebbepotuto sopravvivere senza la popolazione nera. Ma in Israele, questo obiettivosi sta prendendo seriamente in considerazione, sia apertamente che in segreto.Uno dei suoi più grandi fautori, Avigdor Lieberman, è un membro del governo ela settimana scorsa Condoleeza Rice lo ha incontrato ufficialmente. L’Apartheidnon è il peggior pericolo che pende sulle teste dei palestinesi. Sonominacciati da qualcosa infinitamente più grave: “ il trasferimento”, chesignifica totale espulsione. ALCUNE PERSONE in Israele e intorno al mondoseguono l’analogia dell’Apartheid sino alle sue conclusioni: la soluzione quisarà la stessa del Sudafrica. Lì i bianchi si sono arresi alla maggioranza nerache ha assunto il potere. Il paese è rimasto unito. Grazie a leader saggi,guidati da Nelson Mandela e Frederick Zillem de Klerk, questo è potuto accaderesenza spargimenti di sangue. In Israele, ciò costituisce un bellissimo sognosino alla fine dei giorni. Per via delle persone coinvolte e per le propriepaure si trasformerebbe in un incubo. In questo paese ci sono due popoli conuna forte coscienza nazionale. Dopo 125 anni di conflitto, non vi è la minimapossibilità che possano abitare in uno stesso stato, condividere lo stessogoverno, servire lo stesso esercito e pagare le stesse tasse. Economicamente,tecnologicamente ed a livello didattico, il vuoto tra le due popolazioni èimmenso. In una tale situazione, le relazioni di potere simili a quelledell’apartheid in Sudafrica si solleverebbero senz’altro. In Israele, il demonedemografico persiste. Sussiste una paura di natura esistenziale tra gli ebreiche da vita alla convinzione che il bilancio demografico cambierà anche dentrola Linea Verde. Ogni mattina i bambini si contano – quanti bambini ebrei sononati la scorsa notte, e quanti arabi. In uno stato condiviso, ladiscriminazione crescerebbe a dismisura. La corsa per deprivare ed espellerenon conoscerebbe limiti, le attività rampanti degli insediamenti ebraicifiorirebbe, insieme con gli sforzi di svantaggiare gli arabi su tutti i campi.In breve: l’Inferno. SI PUO’ sperare che questa situazione cambi fracinquant’anni. Io non ho dubbi che alla fine, una federazione tra i due stati,forse includendo anche la Giordania, potrebbe nascere. Yasser Arafat ne avevaparlato con me diverse volte. Ma né i palestinesi né gli israeliano possonopermettersi altri 50 anni di spargimenti di sangue, di occupazione e di lentapulizia etnica. La fine dell’occupazione arriverà nell’ambito di un contesto dipace tra i due popoli che abiteranno in due stati liberi e vicini – Israele ePalestina – con un confine tra loro tracciato dalla Linea Verde. Io spero chequesto possa essere un confine aperto.
Forse allora – inshallah – i palestinesipotranno girare liberamente sulle macchine israeliane, e gli israelianigireranno liberamente sulle macchine palestinesi.Quando quel tempo arriverà, nessuno si ricorderà del Generale Yair Naveh, operfino del suo capo, Generale Dan Halutz. Amen.

giovedì 25 gennaio 2007

A:Hass:i checkpoint:simbolo della società israeliana

Chiunque voglia conoscere la realtà della società israeliana dovrebbe andare a vedere i checkpoint. Non per un quarto d'ora, sotto la guida del comandante che ne tesserà le lodi nel capannone che hanno costruito per la gente che aspetta in coda, e che spiegherà che lo sviluppo e l'estendersi dei checkpoint sono per il bene della popolazione locale.
Coloro che realmente vogliono conoscere i checkpoint devono rimanerci per ore, e per molti giorni. Quando osservi i soldati, scoprirai in loro molti dei valori presenti nella società israeliana, e che quasi sempre ci riempiono d'orgoglio.Per esempio, il cameratismo. E' talmente forte e radicato che vi sono delle persone che pensano di poter eludere le regole che sono state decise per il checkpoint e che sono di per sé perverse. Un esempio: al checkpoint di Taysir un soldato ha orinato in pubblico davanti alle donne, il che è stato documentato due volte nelle ultime due settimane. Forse si è trattato dello stesso soldato in entrambi i casi, oppure sono stati due soldati diversi. Questo episodio non è stato altro che la manifestazione estrema del disprezzo che i soldati nutrono verso la gente che è alla loro mercè e che è obbligata a passare per il checkpoint: insegnanti, contadini, commercianti, giovanissimi studenti, persone che lavorano negli insediamenti. I soldati sono consapevoli che comportamenti di questo genere non potrebbero tenerli a Binyamina o a Bnei Brak ma sono altrettanto sicuri che nessuno dei loro commilitoni vi si opporrà. Anche aiutare il prossimo fa parte dei valori israeliani. Il medesimo soldato ha aiutato un poliziotto nascosto dentro la sua jeep in un checkpoint remoto, situato alla fine della Valle del Giordano. Martedì della scorsa settimana il soldato ha raccolto i documenti d'identità di un certo numero di autisti, li ha dati al poliziotto che stava nella jeep ed è tornato con i documenti insieme ad un certo numero di multe da pagare alla tesoreria dello Stato per un ammontare di 100 shekel per ognuno, con la motivazione di non aver indossato le cinture di sicurezza. A proposito, gli autisti avevano le cinture inserite , nonostante stessero apettando da una mezzora se non di più..
La creatività è un altro valore del carattere israeliano molto apprezzato. C'è un'ordinanza militare che proibisce a tutti i palestinesi di entrare e soggiornare nella Valle del Giordano, eccezion fatta per i residenti e per coloro che lavorano a tempo pieno negli insediamenti ebraici. Nelle ultime settimane, i soldati del checkpoint di Taysir hanno informato quegli abitanti della Valle che avevano “osato” passare la notte fuori dalla Valle e ritornare al mattino presto, che “ciò era vietato”. Un anno e mezzo fa hanno deciso che era “proibito” agli agricoltori portare con sé i loro prodotti attraverso il checkpoint; risultato, i contadini hanno dovuto allungare il loro percorso di una trentina di chilometri e passare per un altro checkpoint. Quando è emerso che non vi era alcun ordine del genere, i soldati hanno escogitato un altro sistema per tenere lontano gli agricoltori che trasportavano in Cisgiordania i loro prodotti: obbligarli a scaricare e svuotare le cassette di verdura con la scusa di un controllo e poi fargliele ricaricare.
Anche la tenacia, poi, è un valore positivo, specialmente nell'esercito. Si avvicendano i comandanti, come anche i soldati, ma negli ultimi due anni le notizie che provengono dal lontano checkpoint di Taysir sono sempre le stesse: persone costrette a passare per un altro checkpoint a causa di abusi perpetrati dai soldati, dei tempi di attesa molto al di là del necessario sulla base di false motivazioni ( una volta si adducono i lavori al checkpoint, un'altra volta l'ipotesi che i documenti siano contraffatti, e ancora, un'ennesima volta, che sussistono misure di sicurezza).
E' facile affermare che il caso di Taysir costituisca un' eccezione. E' un fatto che il comportamento di cui si è riferito, da parte di quel singolo soldato, è stato considerato dal suo comandante molto grave, ed egli è stato allontanato dal suo posto. La brigata ha inoltre contraddetto la veridicità delle denunce dei residenti, ha anche aggiunto che il soldato in questione è stato presente e “ha prestato servizio” al checkpoint anche dopo l'allontanamento per circa due ore in un giorno e per altre tre ore in un altro. Ufficiali della brigata hanno sottolineato che il soldato è ancora in forza, continuando a manifestare la stessa arroganza denunciata dalle persone che lo hanno rivisto al checkpoint.
In ogni caso, nel passato, dopo che questo tipo di denunce erano state sottoposte all'attenzione dei comandanti, la situazione ai checkpoint era migliorata per alcuni giorni ed i tempi di attesa si erano accorciati, ma in seguito si è ritornati alla situazione precedente. Ognuno delle molte dozzine di checkpoint ha sviluppato nel corso degli anni i propri metodi per perpetrare abusi. Questi ultimi hanno origine da un ordine implicito che sta dietro l'esistenza di ogni checkpoint: impedire la libera circolazione dei palestinesi, con lo scopo di garantire la prosperità degli insediamenti ebraici, cioè di Israele. Viene la nausea a leggere dei checkpoint. Se ne devi scrivere, allora ti viene il vomito.
Ma la cosa più disgustosa è doverci passare. Però, siccome i palestinesi non hanno alcuna alternativa se non quella di passarci attraverso, questi checkpoint continueranno ad essere un simbolo della società israeliana.
http://www.haaretz.com/hasen/spages/817008.html
ASSOCIAZIONE DONNE ISRAELIANE CONTRO OCCUPAZIONE

mercoledì 24 gennaio 2007

Moni Ovadia:vivificare il senso ultimo della Shoà


Vivificare il senso ultimo della Shoà nella battaglia contro ogni forma di razzismo, di sopraffazione, di offesa alla dignità e al diritto degli uomini
Il sessantaduesimo anniversario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz il 27 gennaio del 1945, si sta avvicinando. Anche il nostro paese, da qualche anno, ha istituito in concomitanza con quella ricorrenza, “Il Giorno della memoria”. Le fonti di informazione cominciano a moltiplicare i loro interventi sull’argomento. La televisione si prepara a ricordare l’evento già da diversi giorni. Rai 1, martedì scorso, ha trasmesso “La Caduta” film sugli ultimi giorni di Adolf Hitler nel bunker di Berlino e l’immarcescibile Bruno Vespa, specializzato in trasmissioni affettuose sul Duce, ha dedicato al commento del film, una trasmissione di “Porta a Porta” presenti alcuni sopravvissuti ai lager e alle stragi naziste, con psicologi e storici.

Solo il legame con le grandi battaglie per l’uguaglianza, per la pace, per la giustizia sociale, per la sacralità universale di ogni esistenza umana tiene viva quella memoria e la rilancia eticamente contro l’inaridimento celebrativo e l’isterilirsi nelle forme museali che ne fanno una comoda copertura delle false coscienze.
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martedì 23 gennaio 2007

Warschawski :aspettando la prossima guerra

Il 6 Novembre 2006 il giornale quotidiano israeliano Harretz titolava: “Working asumption of the IDF: A war in Summer” (Presupposti del lavoro delle Forze di Difesa Israeliane: Una guerra in estate). Gli altri due più importanti quotidiani israeliani Yediot Aharonot e Maariv presentavano aperture simili in prima pagina. Questi titoli rafforzano la tesi secondo cui la guerra in Libano non è ancora finita, e lasciano in sospeso la domanda: quando ci sarà il secondo round?Il 6 Novembre 2006 il giornale quotidiano israeliano Harretz titolava: “Working asumption of the IDF: A war in Summer” (Presupposti del lavoro delle Forze di Difesa Israeliane: Una guerra in estate). Gli altri due più importanti quotidiani israeliani Yediot Aharonot e Maariv presentavano aperture simili in prima pagina. Questi titoli rafforzano la tesi secondo cui la guerra in Libano non è ancora finita, e lasciano in sospeso la domanda: quando ci sarà il secondo round? In modo completamente opposto alcuni politici israeliani e americani suggeriscono di prendere seriamente l’apertura siriana ad una negoziazione di pace con Israele. Essi non sono pacifisti, ma identificano l’Iran come una minaccia non solo per Israele, ma anche per l’intera “civiltà occidentale”, più che la Siria. Uno dei sostenitori principali di questa visione è l’attuale Ministro della Sicurezza Interna e precedente capo dei Servizi Generali di Sicurezza (GSS), Avi Dichter. Per Dichter una guerra contro l’Iran è inevitabile, e per renderla più facile, Israele deve cercare di rompere le alleanze che il paese ha nella regione, ed in particolare, neutralizzare la Siria. Al contrario di altri ministri israeliani, Dichter, essendo un professionista dei Servizi di Sicurezza, guarda alla leadership siriana come ad un soggetto provvisto di razionalità, che agisce per perseguire obiettivi politici nazionali. Inoltre, secondo Dichter il desiderio di Bashar el Assad di evitare uno scontro militare con Israele è sincero. Israele dovrebbe rispondere positivamente, anche mostrandosi pronta a ritirarsi dalle alture del Golan. La razionalità che si oppone al fanatismo neo-cons di una guerra contro la Siria considera quindi il paese come un interesse strategico per Israele, nella misura in cui la vera minaccia strategica è l’Iran.

Ci sono forti dubbi, comunque, che questa razionalità possa convincere il gabinetto israeliano e il suo primo ministro, Ehud Olmert, a causa, innanzi tutto, delle forti pressioni di Washington e delle forze militari israeliane, e secondariamente della totale mancanza di coraggio e capacità di leadership di Olmert. Se è intenzionato a rispondere all’appello di Assad, Olmert deve convincere l’opinione pubblica israeliana e l’elite dirigente che il ritiro dalle alture del Golan è necessario.
La dimensione grottesca della relazioni Israelo-siriane è che Olmert e molti altri politici israeliani sanno che per gli interessi strategici israeliani la pace con la Siria è molto più importante che l’annessione delle alture del Golan. Durante il Summit di Ginevra tra Hafez el Assad(2) e Ehud Barak, ospitato da Bill Clinton nel 1999, sono stati siglati accordi di sicurezza e un importante accordo sulle risorse idriche, chiaramente a beneficio di Israele. L’unico prezzo che lo Stato di Israele doveva pagare per questi benefici era il totale ritorno ai confini stabiliti internazionalmente.
Per il governo siriano non è cambiato niente da allora e un accordo di pace può essere ancora raggiunto in poche settimane sulla base del lavoro fatto durante il Summit di Ginevra. Olmert lo sa, ma al contrario della sua controparte siriana, non è un leader pronto ad una decisione storica, ma un politicante che segue la soluzione economicamente più conveniente, riempiendosi la bocca di vuote formule che possano attirare più consenso possibile tra l’elettorato israeliano.
Questa mancanza di coraggio politico può portare Israele, molto prima di quanto non si aspetti, ad una sanguinosa e costosa guerra, una guerra che può diventare il corrispettivo israelo-siriano del sanguinoso punto morto a cui sono arrivati gli Stati Uniti in Iraq.E’ patetico sentire i guerrafondai israeliani incitati dai loro complici americani premere per una azione militare contro la Siria, anche perché questo accade a causa del fatto che Washington sta cercando una via di fuga dal pantano della guerra in Iraq. Ancora una volta Israele deve pagare il prezzo del suo totale allineamento con la politica di guerra globale degli USA e della sua disponibilità ad essere in primo piano nella crociata neo-cons contro il mondo mussulmano. Aspettando la prossima guerra

Al contrario però degli USA e della Gran Bretagna, Israele vive nel cuore del mondo mussulmano, e non c’è quindi da stupirsi che sempre più israeliani parlino dell’eventuale uso di armamenti nucleari: Masnada(3) , ancora una volta, diventa il simbolo della esistenza israeliana.

domenica 21 gennaio 2007

Israele-Palestina :Combattenti per la pace:foto,video






Israeliani e palestinesi uniti per costruire un futuro non di guerra : ponti, non muri. Si chiamano: Combattenti per la pace e qui ho riportato: link, foto, video.

Credo che sia importante conoscere questa organizzazione, cuore pulsante di un futuro ancora lontano. I falchi di entrambe le fazioni non li amano e li snobbano; certo non è politicamente corretto ,secondo il loro macabro punto di vista, incrinare la demonizzazione dell'altro, così poco funzionale ai sogni di guerra e alla creazione di Stati etnicamente "purificati", certo è meglio corteggiare un passato che ormai lentamente,ma inesorabilmente tramonta , meglio continuare a creare muri , a occupare territori palestinesi, a morire auspicando il martirio. Lacrime, bombe, sangue, dolore, odio senza fine nel miraggio di un' innocenza ormai perduta

http://www.combatantsforpeace.org/

FOTO

http://www.combatantsforpeace.org/photo.asp?type=gathering&lng=eng


VIDEO


http://www.combatantsforpeace.org/video.asp?lng=eng

POST ALLEGATI

Nablus:israeliani insieme ai bambini palestinesi




I bambini della scuola di Nablus si sono vestiti a festa come dei nativi americani e si sono radunati per una pacifica manifestazione al checkpoint di Huwarra. Dall'altra parte del checkpoint, i pacifisti israeliani si sono radunati per supportare la loro manifestazione
• Questo progetto esprime la volonta' di molti palestinesi e rappresenta la loro reazione all'occupazione senza sacrificare i loro bambini o se stessi.• Abbiamo programmato queste attivita' per esprimere la nostra resistenza all'occupazione in generale e, in particolare, alla chiusura di Nablus.• Speriamo che i cittadini di altri paesi e le organizzazioni supporteranno i bambini di Nablus in questa pacifica manifestazione al Checkpoint Huwarra.


sabato 20 gennaio 2007

Shulamit Aloni :è vero in Israele c'è l'Apartheid


Noi diamo a tal punto per scontato che gli ebrei siano nel giusto, da ignorare quello che accade proprio davanti ai nostri occhi. E ci risulta del tutto inconcepibile che le vittime ultime, gli ebrei, possano compiere dei misfatti.
Ma nonostante questo, lo stato d'Israele pratica una propria silenziosa, ma violenta, forma di Apartheid contro la nativa popolazione Palestinese.Il recente linciaggio condotto dall'Estabilishment ebreo-americana contro l'ex presidente Carter è stato dovuto al suo aver osato pronunciare la verità che tutti conoscono: la verita' sono le armi, il governo israeliano pratica una forma brutale di Apartheid nei Territori Occupati palestinesi. Queste armi hanno girato in ogni villaggio e citta' mettendo recinzioni, posti di blocco e prigioni. Tutto e' pronto per tenere sotto controllo i movimenti della popolazione Palestinese e creare grandi difficolta' nella loro vita. Inoltre, Israele impone il coprifuocho totale ogni volta che i coloni, che hanno usurpato illegalmente la terra palestinese, celebrano le loro feste o hanno delle parate.Se questonon e' abbastanza, il commando generale della regione impone frequentemente nuovi ordini, regolamentazioni, istruzioni e nuovi ruoli ( cio' che non ci fanno dimenticare: loro sono i lords della terra). Ora hanno requisito nuove terre con lo scopo di costruire nuove strade „solo per gli ebrei“. Splendide strade, strade enormi, ben asfaltate, brillantemente illuminate di notte- tutto questo in una terra rubata. Se un palestinese guida su una di queste strade, il suo veicolo viene confiscato e viene rispedito sulla sua strada. In un'occasione sono stata testimone dell'incontro fra un autista e un soldato che stava raccogliendo i dati per la confisca del veicolo per poi rispedirlo su altre strade. „Perchè?“, ho chiesto a un soldato, „Questo è un ordine, questa strada e' solo per gli ebrei“, replicò lui. Ho chiesto dov'era il segnale che indicava agli autisti di non utlizzare quella strada. La sua risposta mi stupì. "E' sua responsabilita' saperlo e, ad ogni modo, cosa vuoi che facciamo, mettere un segnale sulla strada cosi' che qualche reporter o giornalista antisemita fa una foto e mostra al mondo intero che qui esiste l'Apartheid?"E' vero che qui esiste l'Apartheid. E il nostro esercito non è certo “il più morale del mondo”, come invece ci vien raccontato dai nostri comandandi. E' sufficiente menzionare come ogni paese e villaggio siano stati trasformati in centri di detenzione, e come ogni entrata ed uscita da questi sia stata chiusa, tagliandoli fuori da tutto il traffico arteriale. Come se non fosse abbastanza l'impedire ai palestinesi di viaggiare sulle strade etichettate “solo per ebrei”, sulla loro stessa terra, il GOC ha ritenuto necessario colpire ancora i nativi nella loro terra con una “proposta igegnosa“.Neanche gli attivisti umanitari possono trasportare i palestinesi Il Maggior Generale Naveh, rinomato per il suo supremo patriottismo, ha stabilito un nuovo ordine. Entrera' in vigore il 19 gennaio, e proibisce di trasportare palestinesi senza un regolare permesso. L'ordine nega agli israeliani il diritto di trasportare palestinesi su un veicolo israeliano (uno registrato in israele, indipendentemente da che genere di targa abbia) senza che abbiano ricevuto un esplicito permesso. Il permesso riguarda sia gli autisti, sia i passeggeri palestinesi. Ovviamente nessuno di questi si applica a coloro che devono lavorare per i coloni. Loro e i loro impiegati continueranno a ricevere i permessi di modo da poter servire i signori della terra, i coloni.Ha forse sbagliato il presidente Carter concludendo che in Israele si applica l'Apartheid? Ha esagerato? I leader della comunita' ebraica negli Stati Uniti non riconoscono la Convenzione Internazionale sull'Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione Raziale del 7 marzo 1966, di cui Israele era uno degli stati firmatari? Sono gli ebrei degli Stati Uniti che hanno lanciato una forte campagna contro Carter per il presunto malignare contro il carattere umano e democratico di Israele senza avere famigliarita' con la Convenzione Internazionale sulla Soppressione e la Punizione dei crimini dell' Apartheid del 30 novembre 1973? L' Apartheid e' stata definita come un crimine internazionale che, fra le altre cose, include l'uso di diversi strumenti giuridici per regolare i differenti gruppi raziali cosi' da deprivare le popolazioni dei loro diritti umani. Non c'e' la liberta' di movimento e di viaggiare fra questi diritti?
n passato, i leader della comunita' ebraica degli Stati Uniti avevano piu' famigliarita' con queste convenzioni. Comunque, per qualche ragione, sono convinti che Israele ha il permesso di contravvenire alle Convenzioni suddette. E' ok uccidere i civili, donne e bambini, anziani e genitori con i propri figli, deliberatamente o no, senza accettare nessuna responsabilita'. E' permesso derubare un popolo della propria terra, distruggere i loro raccolti, e tenerli come animali in uno zoo. Da ora, gli israelliani e le organizzazioni umanitarie volontarie internazionali hanno la proibizione di assistere una donna al lavoro per portarla in ospedale. I volontari di Yesh Din (organizzazione umanitaria israeliana peri diritti) non possono prendere un palestinese derubato e picchiato e portarlo alla stazione di polizia per far causa. (la Stazione di Polizia e' collocata nel cuore delle colonie). C'e' qualcuno che crede che questa non sia Apartheid?Jimmy Carter non ha bisogno di me per difendere la sua reputazione che e' stata macchiata dalle officiali cominita' israelofile. Il problema è che il loro amore per Israele distorce il loro giudizio e li acceca dalla visione di quello che è davanti a loro stessi. Israele è una potenza occupante che per 40 anni ha oppresso le popolazioni indigene, che hanno il diritto di vivere in pace e a un'esistenza sovrana e indipendente.Dovremmo ricordare che abbiamo utilizzato un violento terrore contro il ruolo internazionale perche' volevamo il nostro stato. E l'elenco delle vittime del terrore è abbastanza lungo ed esteso.Noi ci diamo dei limiti nel negare i diritti umani del popolo palestinese. Non solo noi li derubiamo della loro liberta', della loro terra e dell' acqua. Ma applichiamo anche punizioni collettive a milioni di persone e, indotti dalla frenesia della vendetta, distruggiamo le risorse energetiche per 1 milione e mezzo di civili. Lasciamoli „sedere al buio“ e „morire di fame“.
Ai dipendenti non possono essere pagati i loro salari perché Israele trattiene 500 milioni di shekels che appartengono ai palestinesi. E, dopo tutto questo, rimaniamo "puri come la neve“. Non ci sono imperfezioni morali nelle nostre azioni. Non c'e' una segregazione raziale. Non c'e' l' Apartheid. E' un invenzione dei nemici di Israele. Viva i nostri fratelli e sorelle negli Stati Uniti! La vostra devozione e' molto apprezzata. Avete veramente rimosso una macchia sporca da noi. Ora ci puo' essere un'altra primavera nel nostro percorso nell'abusare la popolazione palestinese usando „le armi piu' morali del mondo“.

Shulamit Aloni is the former Education Minister of Israel. She has been awarded both the Israel Prize and the Emil Grunzweig Human Rights Award by the Association for Civil Rights in Israel.

domenica 14 gennaio 2007

"Ospedali di Gaza, dramma di un'infanzia ingabbiata"



Ma i tassisti devono disperatamente trovare il carburante. In mattinata si apre uno spiraglio: dopo la quinta notte di bombardamenti contro obiettivi di Hamas, Israele ha riaperto alle merci il valico di Karni per permettere la ripresa di rifornimenti carburante, di derrate alimentari e medicinali. Ma la gente di Gaza non si fa illusioni: attende il peggio e si prepara a resistere. Panetterie e supermarket sono presi d'assalto da centinaia di donne che cercano di accaparrarsi generi di prima necessità in grado di soddisfare il bisogno delle loro famiglie, almeno per alcuni giorni. «Ho comprato 6 chili di farina per fare il pane in casa, latte in polvere per i miei bambini e un po' di scatolette. Certo, è poca cosa, ma sappiamo resistere e quello che ad altri basterebbe solo per qualche giorno, a noi palestinesi invece basta per settimane», dice Zahira, 41 anni e 5 figli, uscendo dall'«Al-Ein Supermarket» a Rimal, sul lungomare di Gaza City. «La strategia di rendere difficile la vita per la popolazione civile è stata portata ai limiti, ormai molte famiglie vivono di un solo pasto al giorno», denuncia un recente rapporto del Programma mondiale alimentare (Pam). E per molti oggi a Gaza anche quel pasto giornaliero sta divenendo una chimera. Le parole di Zahira racchiudono lo stato d'animo degli «ingabbiati di Gaza»: disperazione e orgoglio. Paura e determinazione a resistere. «Non ci arrenderemo mai», proclama Mahmud, 16 anni, miliziano dei Comitati di resistenza popolare. Ma è difficile resistere, sopravvivere quando hai 6 anni, come Nabil o 4, come Hanan. Bambini che incontriamo al Nasser Hospital, l'ospedale dei bambini a Gaza City. Nabil, Hanan, Khalil (3 anni), Intizar (7), Yasser (3): grandi occhi in piccoli visi scavati dalla malattia e dall'indigenza. Volti, nomi, storie che danno corpo al grido d'allarme lanciato dall'Unicef. «Le violenze senza precedenti delle ultime settimane, per gli scontri tra fazioni palestinesi e l'intensificarsi delle operazioni militari israeliane - afferma in un comunicato - pongono a serio rischio l'incolumità di donne e bambini palestinesi, la cui salute e nutrizione sono già minacciate dal collasso del sistema sanitario e dei servizi pubblici di base, a causa del blocco finanziario». La denuncia dell'Unicef ci accompagna nell'ora trascorsa tra i piccoli ammalati del Nasser Hospital. Una esperienza che lascia il segno. «Negli ospedali di Gaza -sottolinea il rapporto dell'Agenzia dell'Onu per l'infanzia- le scorte di medicinali di base sono esaurite già da fine maggio, scarseggiano perfino aspirine ed antibiotici e mancano forniture e attrezzature mediche, soprattutto per i reparti di maternità». «È una situazione disperata...», afferma la dottoressa Layla Shihadeh, la pediatra che ci accompagna nella visita. Un «viaggio» nel dolore, tra una umanità sofferente ma dignitosa. La situazione è disperata, dice la dottoressa Shihadeh. «Le difficoltà nel mantenimento di forniture idriche e del funzionamento degli impianti igienico-sanitari hanno contribuito a un aumento delle malattie contagiose all'interno degli stessi ospedali e, nei villaggi rurali, delle malattie diarroiche», sottolinea l'Unicef. «I team sanitari mobili - conclude il rapporto - sono impossibilitati a spostarsi per mancanza di carburante e veicoli funzionanti; nelle scuole carta e sapone sono esauriti e bambini e insegnanti hanno difficoltà a recarvisi, per il moltiplicarsi di check point, posti di blocco e restrizioni di movimento». Ci avviciniamo ad un lettino. Da sotto le lenzuola, esce un flebile lamento. Appartiene a Hania, 7 anni. Hania soffre di una grave insufficienza renale. Il suo volto è contratto dal dolore. La dottoressa Shihadeh le stringe la manina e le deterge la fronte dal sudore. Le sorride, ha parole di conforto per Mohammad e Rita, i genitori di Hania che la vegliano giorno e notte. Ma una volta lasciato il padiglione, non riesce a trattenere le lacrime: «In una situazione normale -dice- Hania potrebbe essere curata e guarire. Ma qui, qui la sua sorte è segnata...». Come è segnato, nella psiche prima ancora che nel fisico, il futuro dei bambini della Striscia. «Qui non c'è bambino -racconta il dottor Mayssoun Hanzeh, psichiatra infantile che opera a Khan Yunes, nel Nord della Striscia, teatro di continui scontri armati tra le truppe israeliane e i miliziani dell'intifada- che non abbia un padre o un fratello esiliato, incarcerato o ucciso. Quando arrivano i soldati e riempiono di botte un padre di famiglia, i bambini lo vedono. In casa c'è una stanza sola. Vedono i soldati picchiare i loro padri. Secondo te che effetto può fargli? Ci domandano se anche nel resto del mondo la gente vive così». No, il resto del «nostro mondo», non sa neanche cosa significhi vivere nella «gabbia di Gaza». «Noi cosa possiamo rispondere? - incalza il dottor Hanzeh -. Quando viene da me un bambino di tre anni e mi dice: "Sono arrivati gli ebrei e hanno picchiato mio papà, gli è caduta per terra la roba che ha in pancia ma lo abbiamo portato in ospedale e hanno detto che lo riparano..."».Storie di sofferenza, storie di bambini costretti a diventare adulti troppo in fretta e a imparare a convivere con una normalità scandita dalle armi e dalla violenza. È la storia di Rula, 13 anni ferita a una gamba da uno sparo, gettata in un'auto militare e colpita più volte sulla gamba ferita. Mi raccontano che ha detto: «Non ho mai urlato, ma non per coraggio, solo perché avevo paura che mi ammazzassero». È la storia di Jihad Badr, 15 anni, che badava alle sorelle e a fratelli piccoli dopo che la madre è morta di cancro, sopravvissuto a un tumore al cervello e ucciso da un proiettile vagante in uno scontro a fuoco tra soldati israeliani e attivisti della Jihad islamica. È la storia di Jibril, 7 anni, soffriva di insufficienza cardiaca, è morto dentro un'ambulanza bloccata per ore, per «ragioni di sicurezza», ad un posto di blocco israeliano. Storie di bambini che rischiano la vita, e spesso la perdono, per cinque shekel (meno di un euro): tanto valgono 50 chili di metallo, frammenti di ferro, ciò che resta degli obici sparati dall'artiglieria israeliana, per poi cederli ai miliziani che non si fanno scrupolo di sfruttare i bambini per questa sporca guerra. Intizar è stata più fortunata dei suoi due fratellini: loro avevano raccolto pezzi inesplosi da 155mm e volevano recuperare la carica. L'esplosione li ha dilaniati. Intizar si è salvata per miracolo: si era attardata a giocare con un'amichetta, a qualche centinaio di metri di distanza, ma una scheggia l'ha raggiunta al volto e ora rischia la cecità. Tra i bambini, sottolinea il dottor Hanzeh, sono molti i casi di gravi depressioni con manie suicide, ansie, nevrosi, psicosi, fobie e paure. Un problema piuttosto diffuso tra i più piccini - spiega lo psichiatra infantile - è la perdita della capacità di trattenere le urine, che è scatenata da situazioni di forte shock, quali, ad esempio, l'irruzione in piena notte e nelle loro case, di soldati israeliani che li travolgono (spesso i bimbi dormono su materassi distesi sul pavimento), li colpiscono con i fucili o i calci, e si portano via i fratelli più grandi e il padre. Issa è un bambino del campo profughi di Bureij. Leila, sua madre, dice che è completamente cambiato negli ultimi nove mesi. Lamenta mal di testa, fa la pipì a letto ogni notte, è aggressivo con le sorelle. Dice che Issa ha difficoltà a dormire e che frequentemente si sveglia durante il sonno, tremando di paura. Issa era normale, fino a quando, una notte, i soldati sono penetrati in casa sua, hanno picchiato il padre e il fratello maggiore. Issa dice: «Ho sempre paura dei soldati. Hanno picchiato più volte i miei amici a scuola e gli insegnanti. Scappo quando li vedo. Li vorrei picchiare, ma sono molto forti e armati. Uccidono». Il dottor Khalid Dahlan è un giovane psichiatra che ha realizzato un centro di assistenza psicologica per bambini a Gaza. I dati che riporta sono angoscianti: «Il 99,2% dei bambini a cui prestiamo soccorso ha avuto la casa distrutta con bulldozer o bombardata; il 95,6% ha assistito a una sparatoria; il 97,5% ha respirato gas lacrimogeni. Un terzo di loro ha visto un familiare o un vicino ferito o ucciso. E tutti sono fortemente traumatizzati». L'aria a Gaza è irrespirabile. Polvere, calura, montagne di spazzatura che restano lì, agli angoli delle strade, perché non c'è benzina per i camion della nettezza urbana. Sopra di noi volteggia un elicottero Apache. Feisal, il nostro accompagnatore, è nervoso: «Dobbiamo andarcene - ripete - prima che faccia notte». Perché la notte a Gaza è popolata dai «mostri» che dal cielo eruttano razzi. A Gaza si è smesso di sperare. L'ultimo sogno è quello della fuga. Una fuga disperata. Come quella tentata, e fallita, nei giorni scorsi a Rafah, quando miliziani palestinesi hanno aperto un varco nel muro di confine tra la Striscia e l'Egitto. La possibilità di una migrazione oltre frontiera di migliaia e migliaia di persone disperate per la mancanza di elettricità e acqua si fa sempre più concreta. Per questo l'Egitto ha rinforzato le truppe di stanza al confine. Una famiglia palestinese, padre, madre e sette figli, è stata ricacciata indietro dai soldati egiziani. Vengono da Beit Lahya, nel Nord della Striscia. Racconta Khaled, 43 anni, il capo famiglia: «La nostra casa - dice - è stata distrutta in una incursione israeliana. Vivevamo in un accampamento, ammassati in una tenda, in mezzo alla sporcizia, ma gli israeliani hanno ordinato di lasciare anche quel posto in vista dell'offensiva». Khaled ha cercato di raggiungere un suo cugino in Egitto. È stato respinto con la forza dai gendarmi egiziani. Neanche i «fratelli arabi» hanno pietà per gli «ingabbiati di Gaza».


Unità 3-1-2007

sabato 13 gennaio 2007

Uri Avnery:Olmert e Abu Mazen: il bacio della morte

L'incontro con Abbas senza la liberazione dei prigionieri o la ripresa delle trattative non fa altro che rafforzare Hamas. Le «occasioni perdute» da Israele. Ora anche di fronte alle aperture della Siria
Era dai tempi dell'abbraccio a Gesù di Giuda Iscariota che non si vedeva nulla del genere a Gerusalemme. Dopo essere stato boicottato per anni da Ariel Sharon e da Ehud Olmert, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) due settimane fa è stato invitato alla residenza ufficiale del primo ministro israeliano. Qui, davanti alle telecamere, Olmert l'ha abbracciato e baciato con calore su entrambe le guance. Lo sguardo di Abbas era immobile e vitreo. In qualche modo questa scena ci ha fatto venire alla mente un altro incidente relativo ad un contatto fisico politicamente ispirato che avvenne all'incontro di Camp David quando il primo ministro Ehud Barak spinse Yasser Arafat, con forza, nella stanza dove Bill Clinton stava aspettandoli. In entrambi i casi si è trattato di un gesto che intendeva mostrare rispetto nei confronti di un leader palestinese ma in effetti si è trattato di atti di forza che testimoniano una profonda ignoranza delle tradizioni e della delicata situazione dell'altro popolo.Secondo il Nuovo Testamento, Giuda Iscariota baciò Gesù per indicarlo a coloro che erano venuti ad arrestarlo.
Un atto in apparenza di amore era in effetti una sentenza di morte.
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http://italy.peacelink.org/palestina/articles/art_19921.html

Moni Ovadia: fermare le armi e il baratro

Moni Ovadia
Se l’escaletion dovesse proseguire, il baratro del conflitto totale si aprirebbe sotto i nostri piedi
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