Amira Hass ; articoli mese di giugno 2014

 

1 Una musica spirituale

Mentre infilavo un pacchetto di fazzoletti nella borsa mi sono ricordata che qualche giorno prima ce ne avevo già messo un altro. 
Il primo l’avevo comprato da un ragazzino, troppo serio per la sua età, a un semaforo di Ramallah. La nostra conversazione si era interrotta appena era scattato il verde. Il secondo pacchetto l’ho comprato a Essaouira, un’affascinante città marocchina che la settimana scorsa ha ospitato il diciassettesimo festival di gnaoua, la musica spirituale musulmana dei discendenti degli schiavi in Africa occidentale. 
Decine di migliaia di persone si sono radunate nella grande piazza Moulay Hassan per ascoltare un musicisti non gnaoua, il compositore e polistrumentista jazz Marcus Miller. In precedenza aveva suonato il trombettista francolibanese Ibrahim Maaluf. È in quel momento che un bambino di circa sei anni (poi ho saputo che si chiamava Hamzeh) si è avvicinato a me per vendermi il pacchetto. Non ho potuto cominciare una conversazione con lui perché la musica era molto alta e non ero sicura di riuscire a farmi capire con il mio arabo standard. Così non ho potuto condividere il ricordo degli altri Hamzeh che ho conosciuto: un miliziano di Hamas che mi ha protetta durante una visita a Gaza nel 2008 e poi è stato ucciso dai soldati israeliani; un fotografo di Gaza che ha documentato la morte del piccolo Mohammed al Durra nel settembre del 2000; un ricercatore della valle del Giordano che mi ha fatto scoprire lo stile di vita e il rapporto con la terra dei rifugiati beduini. 
Al festival hanno partecipato una decina di gruppi gnaoua e i loro “maestri” (maalem). Le nacchere d’acciaio, i liuti e le voci profonde che ho ascoltato per la prima volta mi hanno accompagnato per tre giorni e pulsano ancora nelle mie vene. Sto ancora elaborando quello che ho visto e sentito, e non sono ancora pronta a tradurlo in parole. Per questo preferisco occuparmi di cose più familiari, come Hamzeh e il suo pacchetto di fazzoletti. 

Traduzione di Andrea Sparacino

Internazionale, numero 1056, 20 giugno 2014

  quattro ragazzi di 16 o 17 anni presenti all’incontro vogliono diventare medici. Il preside li ha scelti per parlare con un team dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) di come migliorare le condizioni di vita dei giovani nel campo di Al Arrub, in Cisgiordania.
Dato che il campo è piccolo e ospita ben undicimila persone, molte famiglie hanno acquistato terreni dei villaggi vicini. In questo modo hanno parzialmente risolto il problema del sovraffollamento, ma ne hanno incontrato un altro: gli israeliani non vogliono concedere il permesso di costruire su quei terreni. Così la maggior parte dei profughi continua a vivere in condizioni terribili.
Negli ultimi anni si sono anche moltiplicati gli scontri tra gli abitanti e l’esercito israe­liano. I giovani lanciano pietre e i soldati rispondono con lacrimogeni, raid notturni e a volte con le pallottole. I quattro aspiranti medici non partecipano agli scontri. “Rispettiamo chi lo fa”, dicono, ma aggiungono alcune frasi significative: “Alcuni vogliono essere arrestati per incassare i soldi che l’Autorità palestinese versa ai prigionieri”. “Le pietre non servono a niente. Anche studiare è una forma di lotta”.
Il termine “lotta” riferito alla loro scuola è sicuramente appropriato. Metà dell’edificio è stata costruita senza permesso e potrebbe essere demolita dalle autorità israeliane. Non ci sono laboratori, non c’è una biblioteca e non si pratica sport. “Eppure abbiamo i voti più alti della regione”, dice con orgoglio uno dei ragazzi.
Traduzione di Andrea Sparacino

Internazionale, numero 1055, 13 giugno 2014

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9 giugno 2014

Un potere enorme  Il capo del partito Al Fatah ha espulso cinque politici di lungo corso accusati di aver ignorato la linea ufficiale. Il capo dello stato palestinese ha deciso chi saranno i nuovi ministri, effettuando alcuni cambiamenti fino all’ultimo momento. Ha rimosso dall’incarico il suo più fedele collaboratore, il ministro degli affari religiosi, arrendendosi alle pressioni dell’opinione pubblica. Il giorno dopo ha nominato la stessa persona presidente del tribunale religioso. Ha invece mantenuto al suo posto il ministro degli esteri, poco apprezzato dai palestinesi e dai diplomatici stranieri. Infine ha sostituito il presidente del tribunale civile.

Il capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha promesso di proseguire il negoziato con Israele e ha dichiarato che il coordinamento della sicurezza con Israele è sacro. L’opinione pubblica detesta sia il negoziato sia il coordinamento della sicurezza.
Il capo del partito, quello dell’Olp e quello di uno stato non-esistente chiamato Palestina sono la stessa persona. Abu Mazen ha un potere enorme, più di quanto ne abbia mai avuto Yasser Arafat. Ma sembra preoccuparsi più dell’opinione degli statunitensi e degli israeliani che di quella del suo stesso popolo. Il nuovo governo di unità nazionale si limiterà a eseguire le direttive di Abu Mazen. Questa specie di dittatura permetterà ad Al Fatah di vincere a mani basse le prossime elezioni? Molti commentatori, me compresa, ne dubitano.
Traduzione di Andrea Sparacino

Internazionale, numero 1054, 6 giugno 2014

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2 giugno 2014

La gabbia


Ormai da due anni ad Ha’aretz abbiamo introdotto la chat settimanale con i giornalisti. Mercoledì è toccato a me. Alcune domande mi sono arrivate la sera prima, e così sono rimasta sveglia fino all’alba per rispondere. Ecco alcuni esempi: come puoi definire un crimine la distruzione degli alberi palestinesi e difendere chi lancia le pietre? Come puoi sostenere il sanguinario popolo palestinese?
A mezzogiorno ero in macchina diretta a Tel Aviv per partecipare alla chat. A ovest di Ramallah sono stata costretta ad attraversare un checkpoint del ministero della difesa gestito da un’azienda di sicurezza privata. Il personale tratta gli arabi come fossero tutti terroristi. Ogni volta che attraverso il checkpoint vorrei rispondere “da Ramallah” all’agente che mi chiede da dove vengo, per essere trattata come i palestinesi. Ma il più delle volte vado di fretta e preferisco mentire. Questa volta ho consegnato soltanto il mio documento, senza l’indirizzo (che fa capire se si abita in un quartiere ebraico di Gerusalemme). Naturalmente il mio nome non è sembrato del tutto ebreo alla giovane militare che, prima di lasciarmi passare, mi ha sottoposta a una lunga serie di controlli.
Le due ore che ho passato al computer per rispondere alle domande dei lettori sono trascorse rapidamente. Alcuni mi hanno scritto messaggi di sostegno, altri mi hanno rivolto dure critiche. Nessuno mi ha chiesto come ci si sente a viaggiare dalla gabbia di Ramallah a Tel Aviv.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale, numero 1053, 30 maggio 2014


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