Amos Schocken :La necessaria eliminazione della democrazia israeliana

  1 L'editore di Haaretz Amos Schocken sostiene che ci sono differenze tra l'apartheid in Sudafrica e ciò che sta accadendo in Israele e nei Territori occupati ma che ci sono anche delle analogie.
di Amos Schocken

Il primo ministro Yitzhak Rabin disse, rivolgendosi alla Knesset, nel gennaio 1993: "L'Iran si trova nelle fasi iniziali di uno sforzo volto ad acquisire potenziale militare non convenzionale in generale e potenzialità nucleare in particolare. La nostra valutazione è che oggi l'Iran possiede la manodopera e le risorse necessarie ad acquisire, da qui a 10 anni, armamenti nucleari. Insieme ad altri Paesi della comunità internazionale, stiamo monitorando l'attività nucleare iraniana. Nessuno nasconde la propria preoccupazione per il fatto che l'Iran sviluppi la capacità di possedere armi nucleari e questa è esattamente una delle ragioni per cui noi dobbiamo sfruttare lo spiraglio di possibilità concessoci e fare passi avanti verso la pace."
Allora Israele aveva una strategia e aveva cominciato ad attuarla con gli accordi di Oslo, aveva smesso di dare priorità ai piani di costruzione di insediamenti e mirava a migliorare il trattamento riservato ai cittadini arabi israeliani.
Se le cose fossero andate diversamente, la questione Iran oggi sarebbe potuta apparire sotto una luce differente. A ogni modo, come poi si è visto, la strategia di Oslo confliggeva con un’altra ideologia più forte: quella di Gush Emunim ("Blocco dei Fedeli") che, a partire dagli anni Settanta, a parte il periodo degli accordi di Oslo e quello del ritiro da Gaza, costituiva già la base concreta per le azioni dei Governi israeliani. Anche i Governi che apparentemente non avevano nulla a che vedere con la strategia di Gush Emunim, nei fatti la attuavano. Ehud Barak si è vantato di non aver restituito, al contrario di altri primi ministri, alcun territorio ai Palestinesi – e non c’è certo bisogno di rimarcare ancora una volta l’incremento del numero dei coloni nel corso del suo mandato. Il Governo di Ehud Olmert, che aveva dichiarato di voler intraprendere una politica di hitkansut (o “convergenza”, un altro modo di definire quello che Ariel Sharon aveva chiamato “disimpegno”) in Giudea e Samaria, ha avuto colloqui con eminenti rappresentanti palestinesi per un possibile accordo ma non ha mai fermato la costruzione di insediamenti, il che confligge con la possibilità di qualunque accordo.
La strategia conseguente all’ideologia di Gush Emunim è chiara e semplice: essa considera la Guerra dei sei giorni come la continuazione della Guerra di indipendenza, sia in termini di conquista di territori sia in termini di impatto sulla popolazione palestinese. Secondo questa strategia, i confini conquistati nella Guerra dei sei giorni sono gli stessi che Israele dovrebbe indicare come definitivi per il suo Stato. Quanto ai Palestinesi che vivono su quei territori – quelli che non sono fuggiti e che non sono stati espulsi – dovrebbero essere sottoposti a un duro regime che li spinga ad andarsene ed eventualmente alla vera e propria espulsione che li privi dei propri diritti e che porti a una situazione nella quale chi rimane è considerato molto meno che un cittadino di serie B, della cui sorte non importa a nessuno. Finiranno per essere come i profughi palestinesi della Guerra di indipendenza; questo è lo status desiderato per loro. Quanto a coloro che non sono profughi, si dovrebbe provare a trasformarli in “assenti”. A differenza dei Palestinesi che rimasero in Israele dopo la Guerra di indipendenza, i Palestinesi dei territori occupati non dovrebbero acquisire la cittadinanza israeliana, a causa del loro grande numero, ma poi in fondo anche questo non dovrebbe interessare a nessuno.
L’ideologia di Gush Emunim nasce da motivazioni religiose, non politiche. Essa sostiene che Israele sia lo Stato per gli Ebrei, e dunque non sono solo i Palestinesi dei Territori occupati ad essere irrilevanti: anche i cittadini palestinesi di Israele infatti subiscono discriminazioni riguardo ai diritti civili e vanno incontro alla revoca della cittadinanza.
Si tratta di una strategia di conquiste territoriali e di apartheid. Ignora gli aspetti giuridici della proprietà territoriale e rigetta i diritti umani nonché le garanzie di eguaglianza sancite nella dichiarazione d’indipendenza israeliana. È una strategia che richiede infinita pazienza, nella quale ciò che importa è l’avanzamento inesorabile  verso la meta. È allo stesso tempo una strategia che non si lascia sfuggire nessuna opportunità incontrata sul suo cammino, come ad esempio la composizione attuale della Knesset e le posizioni poco chiare del Primo Ministro.
Il termine “apartheid” fa riferimento al sistema antidemocratico di discriminazione tra diritti dei bianchi e diritti dei neri che esisteva in Sudafrica, una volta. Anche se ci sono differenze tra l’apartheid praticato lì e ciò che sta avvenendo nei Territori occupati, ci sono anche alcuni aspetti analoghi. Ci sono due gruppi di popolazioni in una sola regione; di questi uno detiene tutti i diritti e tutte le tutele, mentre l’altro è privato di ogni diritto e è governato dal primo gruppo. È una situazione palesemente antidemocratica.
Dalla Guerra dei sei giorni a oggi, non c’è stato nessun altro gruppo in Israele dotato della stessa determinazione ideologica di Gush Emunim e non sorprende il fatto che molti politici abbiano visto in questa ideologia un mezzo per realizzare le proprie ambizioni politiche. Zevulun Hammer, che ha individuato in questa ideologia la strada migliore per conquistare la leadership del Partito Nazionale Religioso (Mafdal n.d.t.), e Ariel Sharon, che ha individuato in questa ideologia la strada migliore per conquistare la leadership del Likud, sono stati solo due tra i tanti. Ora, anche Avigdor Lieberman sta seguendo la stessa strada, ma ce ne sono stati e ce ne sono altri, come lo scomparso Hanan Porat, per i quali la realizzazione di questa ideologia era e rimane lo scopo principale della propria attività politica.
Tale ideologia vede la creazione di un regime israeliano di apartheid come strumento necessario per la propria autorealizzazione. Non si pone alcun problema a commettere azioni illegali e veri e propri crimini, perché poggia su leggi abnormi che questa ideologia l’ha fatte proprie e che non hanno alcuna relazione con le leggi dello Stato e anche perché poggia su una interpretazione distorta del giudaismo. Ha ottenuto successi fondamentali; anche quando le azioni ispirate all’ideologia di Gush Emunim sono in contrasto con la volontà del Governo, riescono immediatamente ad ottenerne l’appoggio. Il fatto che in realtà il Governo sia uno strumento di Gush Emunim e dei suoi successori è lampante per chiunque abbia a che fare con i coloni, che creano un effetto di moltiplicazione di forza.
Questa ideologia ha riscosso un successo enorme ovunque negli Stati Uniti. Il presidente George H.W. Bush è stato capace di bloccare garanzie finanziarie a Israele a causa degli insediamenti decisi dal Governo di Yitzhak Shamir (che disse che mentire è lecito se il fine è quello di realizzare l’ideologia di Gush Emunim. Forse il discorso di Benjamin Netanyahu all’Università di Bar-Ilan è una menzogna di questo tipo?). Tuttavia, oggi, i candidati del Partito repubblicano alle elezioni presidenziali fanno a gara a chi tra loro sostiene con più forza Israele e l’occupazione. Chiunque di essi adotti l’approccio adottato dal primo presidente Bush può verosimilmente dire addio alla propria candidatura.
Qualunque sia la ragione di questo stato delle cose (il gran numero di protestanti affiliati al Partito repubblicano, la natura problematica delle relazioni dell’occidente con l’Islam oppure il potere della lobby ebraica, che è completamente inebriata dell’ideologia di Gush Emunim), il risultato è chiaro: non è facile, e forse è impossibile, per un Presidente americano adottare una politica attiva contro l’apartheid israeliano.

Legalizzare l’illegale
A causa della propria natura illegale, quanto meno in termini di democrazia, un regime di apartheid non può tollerare opposizioni o critiche. L’ideologia di Gush Emunim è costretta a eliminarle entrambe e a impedire qualunque tentativo volto ad arrestare la propria attività, anche se tale attività sia illegale o addirittura criminale e intesa a mantenere l’apartheid. L’attività illegale ha bisogno di diventare legale, sia modificando le leggi sia cambiandone l’interpretazione giuridica. Cose di questo tipo sono già avvenute, in altri luoghi e in altri tempi.
In un scenario come questo, assistiamo oggi a una campagna legislativa - e di smodata denigrazione - contro la Corte Suprema, contro le organizzazioni per i diritti umani e contro la stampa, così come la cosiddetta Boycott Law, finalizzata a impedire la possibilità che l'apartheid israeliano venga affrontato nello stesso modo in cui è stato affrontato quello sudafricano. E è contro uno scenario come questo che abbiamo visto l'intensificarsi dell'attività legislativa diretta contro i cittadini arabi di Israele, come la Loyalty Law o anche la proposta di una "Legge fondamentale di Israele come Stato nazionale per il popolo ebraico".  E è sempre contro uno scenario come questo che viene lanciata una campagna di provocazione e intimidazione contro le necessarie e giustificate critiche che vengono espresse da membri del mondo accademico.
La Corte suprema, che ha permesso i piani di insediamento e che ha effettivamente collaborato con l'ideologia di Gush Emunim, ora è diventata un ostacolo da rimuovere - agli occhi di coloro i quali sono ancora fedeli a questa ideologia - innanzitutto perché la Corte si rifiuta di riconoscere la possibilità di insediarsi su terre palestinesi di proprietà privata e non ha annullato la decisione del Governo di smantellare gli insediamenti nella Striscia di Gaza. Siccome la terra appartiene agli Ebrei per decreto divino e per motivi storici (e da questo punto di vista ci sono analogie tra Gush Emunim e Hamas), non c’è altra scelta se non eleggere alla Corte Suprema dei Giudici che vivono in territorio palestinese, preferibilmente su terreni di proprietà privata, e quelli che comprendono che non esiste una cosa come "terra di proprietà privata palestinese".
Allo stesso modo, e procedendo sulla stessa linea di pensiero, l'interpretazione che la Corte Suprema dà delle leggi sui diritti umani rende necessaria una sua eliminazione, quanto meno nella sua forma attuale. Sentenze come quelle relative alla famiglia Kaadan (che ha permesso a una famiglia araba di costruire una casa all'interno di una comunità ebraica); la vendita di terreni del Fondo Nazionale Ebraico a cittadini arabi israeliani; l'emendamento alla Legge di cittadinanza (sul quale non è stata ancora deliberata alcuna decisione ma sembra esserci la possibilità che la maggioranza dei giudici ne stabiliscano l'illegittimità); l'apertura di una superstrada per il traffico palestinese. Tutte queste disposizioni sono in contrasto con gli elementi principali dell'ideologia di Gush Emunim: la discriminazione tra Ebrei e Palestinesi (in Israele come nei Territori occupati) e la privazione dei diritti dei Palestinesi, in modo da renderli cittadini di serie B, assenti o, meglio ancora, profughi.
Un Israele di questo tipo può avere un futuro? Al di là se la morale e la millenaria esperienza ebraiche consentano la sussistenza di tali situazioni o meno, è chiaro che si tratta di una situazione evidentemente instabile e finanche pericolosa. Si tratta di una situazione che impedisce a Israele di realizzare pienamente il suo vasto potenziale, una condizione di vita costantemente con le armi in pugno - armi che potrebbero risolversi in una terza intifada, nel collasso della pace con l'Egitto e in un confronto con un Iran diventata potenza nucleare. Yitzhak Rabin questo l'aveva capito.

Link all'articolo originale: http://www.haaretz.com/weekend/week-s-end/the-necessary-elimination-of-israeli-democracy-1.397625 
Traduzione di Renato Tretola
2  Apartheid. Quando si sdogana una parola di Paola Caridi(inviseblearabs)  C’è una parola che s’aggira a Gerusalemme, tra i confini invisibili di una città in cui le separazioni sono evidenti a ogni pie’ sospinto. Come uno schiaffo. E quella parola è apartheid. In pochi la pronunciano, in un numero maggiore la pensano, ma è e rimane una parola tabù.Una parola complicata, perché i paragoni storici non tornano mai, sono fuorvianti, non vanno al cuore del problema singolo.

A sdoganarla, però, è arrivato un uomo sulla sessantina, uno degli intellettuali più noti di Israele che qualche giorno fa ha preso carta penna e computer e ha scritto – tra le pieghe dei grandi eventi della regione, da Tahrir alle elezioni egiziane e marocchine – uno degli articoli più dirompenti di questi anni più recenti. In pochi se ne sono accorti, certo. Ma l’articolo del principale editore di Haaretz, Amos Schocken, è di quelli che si ricorderanno. Non solo un ballon d’essai, ma l’inizio di una riflessione che vada oltre i piccoli circoli della sinistra estrema israeliana, e interessi sia gli intellettuali mainstream, sia gli (unici) scrittori notissimi in Italia, sia la maggioranza silenziosa.
Il lungo articolo di Amos Schocken è stato, per alcuni versi, un fulmine a ciel sereno. Inatteso, soprattutto per la storia e il rilievo dell’autore (per un ritratto che comprende non solo Schocken, ma lo stato dell’arte del più vecchio quotidiano israeliano e i suoi giornalisti di punta, c’è un bellissimo reportage pubblicato sul New Yorker dello scorso febbraio). Amos Schocken è l’ultimo erede della famiglia che ha avuto, sino al 2006, il cento per cento della proprietà di Haaretz. Accusato di essere – tanto per riportarlo a una descrizione italiana – un radical chic, Schocken è sempre stato convinto che Israele deve finire questa parentesi dell’occupazione del territorio palestinese che dura dal 1967.
Il suo articolo, pubblicato qualche giorno fa, va però oltre. E incide sullo stesso vocabolario della sinistra, della sinistra post-sionista. Non di quella anti-sionista. Sino a oggi, infatti, usare il termineapartheid per descrivere le pratiche securitarie e politiche delle autorità israeliane era appannaggio dei palestinesi e della sinistra israeliana più minoritaria, quella anti-sionista. Generalizzo, ovviamente. Perché il termine apartheid l’ho sentito usare anche da altre persone che non appartengono a queste due categorie… Amos Schocken fa, oggi, un’operazione culturale delle cui conseguenze ci accorgeremo tra un po’ di tempo. Sdogana una parola che, usata da altri che non siano israeliani, per esempio in Europa, ha causato attacchi furiosi da parte delle comunità ebraiche non solo nel Vecchio Continente (Italia compresa, ovviamente), ma anche negli Stati Uniti. Nessuo può dimenticare, per esempio, gli attacchi che subì Jimmy Carter quando pubblicò un libro intitolato Peace not Apartheid.
Schocken sdogana un termine – apartheid – che pone domande irrinunciabili alla società israeliana. E avvicina sempre di più uno spettro che i governi israeliani, soprattutto negli anni più recenti, hanno cercato di allontanare ed esorcizzare in varie maniere. Lo spettro di un paragone con il Sudafrica di prima, che non data certo da ora, ma che mi ricordo bene nelle campagne di boicottaggio degli anni Settanta (i pompelmi di Jaffa…). Adesso, però, la situazione è molto diversa da quella degli anni Settanta. Anzitutto, perché l’occupazione israeliana ha ora poco meno di 45 anni. E poi perché, nel frattempo, la cosiddetta impresa delle colonie ha raggiunto dimensioni enormi, e ormai ingestibili in un possibile compromesso tra israeliani e palestinesi.
Tanto ne è convinto Schocken, che la parola sdoganata – apartheid – viene indissolubilmente legata nella sua analisi alla parola colonie. L’origine di tutti i mali, dice Schocken, è l’ideologia di Gush Emunim, il primo nucleo dei coloni di ispirazione religiosa degli anni Settanta, coloro che hanno spinto (con successo) tutti i governi, di destra e di sinistra, laburisti e likudisti, guidati da Premi Nobel per la Pace o da uomini dichiaramente contro Oslo, a sostenere l’impresa degli insediamenti. A non fermarla mai, si chiamassero – i primi ministri che si sono succeduti in questi decenni – Shamir, Begin, Rabin, Peres, Barak, Netanyahu, Olmert, Sharon. Tutti si sono piegati all’ideologia di Gush Emunim, all’inizio, e hanno continuato l’opera anche quando i coloni si sono differenziati al proprio interno, soprattutto con l’arrivo dell’imponente immigrazione russa dall’ex Unione Sovietica.
The ideology of Gush Emunim springs from religious, not political motivations. It holds that Israel is for the Jews, and it is not only the Palestinians in the territories who are irrelevant: Israel’s Palestinian citizens are also exposed to discrimination with regard to their civil rights and the revocation of their citizenship.
This is a strategy of territorial seizure and apartheid. It ignores judicial aspects of territorial ownership and shuns human rights and the guarantees of equality enshrined in Israel’s Declaration of Independence. …
The term “apartheid” refers to the undemocratic system of discriminating between the rights of the whites and the blacks, which once existed in South Africa. Even though there is a difference between the apartheid that was practiced there and what is happening in the territories, there are also some points of resemblance. There are two population groups in one region, one of which possesses all the rights and protections, while the other is deprived of rights and is ruled by the first group. This is a flagrantly undemocratic situation.
In un articolo che consiglio di leggere dall’inizio alla fine (forse lo si trova già tradotto in rete in italiano), Schocken imputa all’ideologia di Gush Emunim la deriva antidemocratica nella Knesset, con l’approvazione o la discussione in corso di leggi che limitano il lavoro di ong e di associazioni contrarie alla linea del governo, che colpiscono la stessa Corte Suprema e il lavoro giornalistico. L’unico appunto che faccio all’analisi di Schocken è che non vada oltre, e non si ponga la domanda fondamentale: se, cioè, ormai questa deriva non sia più appannaggio dei coloni, ma rischi di aver ‘contaminato’ la tenuta democratica di una buona parte della società israeliana. Una domanda che non ci si può non fare, perché della tempesta perfetta di questi mesi, nella regione, Israele fa parte integrante. Non è un caso, insomma, se il fulmime a ciel sereno lanciato da Schocken arrivi ora, a quasi un anno da Sidi Bouzid e dall’inizio delle rivoluzioni arabe. Israele non si interroga solo su quel che succede al Cairo, a Tunisi, e a Rabat. Ma anche su quello che succede nelle menti e nel cuore dei suoi cittadini. Se da altre parti si fanno prove tecniche di democrazia, è la stessa democrazia di Israele a doversi guardare nel profondo. Più di prima.

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