lunedì 31 gennaio 2011

Gad Lerner : la rivoluzione mediterranea e i nostri faraoni

      Ormai è chiaro, stiamo vivendo un rivolgimento storico. L’effetto domino inaugurato dalla sollevazione in Tunisia manifesta il suo effetto più clamoroso in Egitto, paese-chiave degli equilibri internazionali e epicentro dell’islam sunnita. Mi dicono che Soleiman, il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente, sarebbe uomo di grande intelligenza. Ma non basterà a frenare una vera e propria rivoluzione, nella quale decisivo e inedito si rivelano il ruolo di internet e dell’informazione autogestita.
Anche i Fratelli Musulmani sono spiazzati e travolti da un movimento che per ora mantiene caratteristiche di laicità. Dipenderà anche dalle potenze occidentali, finora ottusamente abbarbicate ai vecchi presidenti-dittatori, se la nuova questione mediterranea non ci si rivolterà contro. Di certo il governo italiano ora dovrà smettere di vantarsi del suo accordo con Gheddafi, fonte di discredito e prossimo a trasformarsi in carta straccia. L’idea malsana dei nostri faraoni, secondo cui la democrazia andrebbe bene al massimo a casa nostra, mentre sarebbe inadatta per i nostri vicini più poveri, rischiamo di pagarla cara.
http://www.gadlerner.it/2011/01/29/la-rivoluzione-mediterranea-e-i-nostri-faraoni.html?cp=8#comment-546728

Akiva Eldar: Cisgiordania in fiamme? responsabilità americana e israeliana

Sintesi personale
i disordini iniziano  a Silwan,  si diffondono a Sheikh Jarrah, a Shuhada Street, a Hebron e a Ramallah. Studenti universitari , disoccupati,  ex prigionieri di Hamas e attivisti delusi di Fatah assalgono il Palazzo Presidenziale. Masse di persone  marciano verso l'insediamento di Psagot chiedendo la fine dell'  l'occupazione.  Un piccolo gruppo di soldati , spaventato, spara  contro i  manifestanti. La notizia  della morte di 10 giovani infiamma   le città arabe. Le Forze di Difesa israeliane  riprendono il controllo del territorio e restaurono il  regime militare . Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas annuncia  le sue dimissioni e smantella il PA. Un' allucinazione? Il prodotto di una fervida immaginazione?   I residenti  di Silwan, Sheikh Jarrah e Shuhada Street, che vivono sotto occupazione straniera, sono  in una situazione migliore di quella degli egiziani che soffrono sotto un regime crudele? in Cisgiordania il tasso di disoccupazione  è del  16,5 per cento, rispetto al 9,7 per cento dell' Egitto e i palestinesi fanno la fila, fin dall'alba, per lavorare nei cantieri ebraici.  E' difficile comprendere  che anche gli arabi possono ribellarsi per  la violazione dei loro fondamentali diritti?Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato ieri che sta  facendo uno sforzo per mantenere la stabilità e la sicurezza nella regione. Come lo farà ? Per esempio s ha intenzione di contribuire a rafforzare la coalizione moderata laica nella regione, annunciando che egli accetta l' iniziativa di pace araba ,la stessa iniziativa che il presidente egiziano Hosni Mubarak   ha chiesto per otto anni come base per negoziati? Oppure  cercherà di   convincere  i membri del Congresso ad aumentare gli aiuti finanziari all'Egitto, affermando che non è giusto che Israele riceva 3 miliardi dollari l'anno dagli Stati Uniti mentre l'Egitto, la cui popolazione è 11 volte più grande e il cui PIL pro capite nazionale è di circa un quinto quello di Israele (6.200 $ rispetto a $ 30.000), ottiene meno di $ 2 miliardi.? Non è davvero ragionevole  attendersi che Netanyahu faccia   davvero  uno sforzo per mantenere la stabilità regionale :  il rispetto dei diritti umani per i palestinesi a lui interessa tanto quanto l' ondata di caldo dello scorso anno. Il lasciare  la  maggior parte dei territori , definendo   misure di sicurezza e  progetti finanziari, non si sposa certo con la sua agenda politica. I disordini in Tunisia ed Egitto gli servono solo per  dimostrare la necessità  di rafforzare  i muscoli  di Israele.La responsabilità  dell'anarchia e del caos è anche di  Barack Obama. Nel giugno 2009, promise  che "l'America non avrebbe voltato  le spalle alla legittima aspirazione palestinese di uno Stato proprio". Allo stesso tempo, aveva chiesto di fermare la costruzione degli  insediamenti, che minano gli sforzi di pace. Venti mesi dopo, nel suo ultimo discorso  alla nazione, Obama non  non ha mai citato i palestinesi e  i suoi rappresentanti ,in seno alle Nazioni Unite ,stanno lavorando per  bloccare la  condanna ad  Israele per la costruzione sfrenata degli  insediamenti. Non ci resta che sperare che Obama abbia imparato qualcosa da ciò che sta succedendo in Egitto e non attenda  che l'incendio divampi nei Teritori

Haaretz: l'Occidente dovrebbe incoraggiare quanto sta avvenendo in Medio Oriente

The West should encourage the new order of Mideast
Sintesi personale


     Il Medio Oriente sta vivendo  una rivoluzione  ,è  una rivoluzione civile dato che  il popolo, non l'esercito, decreta la fine di   un regime basato sulla corruzione , sulla violazione, sulla povertà  . Le persone stanno manifestando  per raggiungere il benessere che meritano.Non è la prima volta che il MO si ribella : l'Iran  avviò la sua rivoluzione nel 1979, la pressione del popolo libanese  costrinse  l'esercito siriano nel 2005 a  ritirarsi , grandi manifestazioni in molti Paesi arabi hanno cambiato la  politica economica.
Eppure, ogni volta, ciò determina sorpresa  in Occidente e  in Israele. Questo perché percepiamo il popolo arabo privo  di potere e  di influenza,  manipolato dai loro governi, ma  le regole del gioco stanno cambiando radicalmente. In questi paesi  l'indebolimento della censura governativa, l'utilizzo efficace di Internet, gli organi dello Stato che  godono sempre meno   autorità e ,soprattutto, l'enormità della sofferenza trasformano  l'azione diretta della  gente  in un atto di grande rilevanza.  Il popolo  giordano, libanese e palestinese si considera pari al popolo occidentale, anche se meno  potente.  Speriamo che  l'Occidente, incoraggi  i  regimi arabi  a modificare rapidamente il loro rapporto con i cittadini . Si tratta di un nuovo ordine  quello che si sta creando che  merita di essere incoraggiato .


graffiti di Ayman Jamal Mghames (PR) and Khaled Harara (Black Unit) from PU



VIDEO: I G.R.A.F.F.I.T.I DI AYMAN PR

domenica 30 gennaio 2011

Carlo Strenger :Al Jazeera e le carte palestinesi: chi sono i vincitori e ii perdenti?

Aggiungi didascalia
  Sintesi personale I commentatori di tutto il mondo hanno sottolineato : ci sono stati colloqui seri e costruttivi tra il governo di Ehud Olmert e l'Autorità palestinese e le differenze tra Israele e palestinesi, pur non trascurabili , non erano  così profonde come i politici e la stampa volevano far credere.L'opinione pubblica pensa che   Al Jazeera  sia vicina ad  Hamas e per questo abbia voluto danneggiare  Mahmoud Abbas e il suo team.  Doveva essere uno shock  mostrare che i palestinesi stavano facendo concessioni sul diritto al ritorno all'interno dei confini del 1967 e su Gerusalemme , compresa la Città Vecchia.In  realtà  i  parametri fondamentali di qualsiasi futuro accordo di pace erano già stati  formulati da Bill Clinton nel 2000, ed erano stati  ribaditi  negli accordi di Ginevra. Nessuno dei contenuti riferiti  da Al Jazeera  si differenzia notevolmente da quanto definito in quella sede . Chiunque sia  rimasto  sconvolto doveva  essere profondamente disinformato sul processo di pace degli ultimi dodici anni.A livello internazionale, la credibilità della leadership palestinese è addirittura aumentata, mentre risultano menzognera   le affermazioni  di  Netanyahu-Lieberman  :non esiste un partner per i negoziati seri  Ci si augura  che i palestinesi si rendano  conto che Abu Mazen e il suo team sono ben lungi dall'essersi  venduti  a Israele: essi stanno cercando di garantire che il popolo palestinese possa vivere in libertà e dignità. Il governo di Netanyahu è il perdente.  
Se  qualcuno aveva qualche dubbio ,la recente documentazione  ha reso chiaro che  le dichiarazioni  del governo israeliano(sono stati i palestinesi a rifiutare le offerte di pace)  sono frutto solo  di propaganda a buon mercato e la frase di Barak , coniata nel 2000: "non esiste un partner per la pace" è una bugia.
Abbas e il suo team venire  hanno  dimostrato una buona comprensione delle esigenze di Israele, in particolare quando si tratta di sicurezza. Soprattutto, essi hanno evidenziato flessibilità  sulla spinosa questione del   diritto al ritorno dei palestinesi.Il risultato è che il governo di Bibi è ora ufficialmente timbrato come ostacolo alla pace e il  suo tentativo di offrire ai palestinesi uno stato con confini temporanei si rivela  per quello che è :  un totale non-sforzo..In  una prospettiva storica il vero sconfitto è Ehud Barak: uno dei leader più distruttivo che Israele abbia mai avuto. Ha inventato lo slogan "non c'è partner" che ha plasmato la coscienza collettiva di Israele nell' ultimo decennio. Le sue credenziali di centro-sinistra, che ora ha ufficialmente repudiato , ha dato  validità a questo slogan. Per spiegare il suo fallimento storico nel  raggiungere un accordo con i palestinesi, ha rispolverato lo stesso mantra : foglia di fico  per il governo più estremista che Israele abbia avuto.
La linea di fondo delle fughe di notizie di Al Jazeera è molto semplice: la leadership dell'OLP accetta l'esistenza dello Stato di Israele  e ha posto in discussione   il diritto al ritorno . E' disposta  ad accettare che la Palestina sia  smilitarizzata e che   forze della NATO  garantiscano la sicurezza  dei confini. Si consiglia vivamente ad Israele di negoziare  con l'attuale leadership palestinese e di ascoltare  Shlomo Avineri  :  solamente la soluzione dei due stati può realizzare  il sogno sionista di essere un popolo libero nella propria terra.
Al Jazeera leaks: Who are the winners and losers? 


2    Caro signor Netanyahu,
Nel suo discorso di commemorazione per l’assassinio di Yitzhak Rabin, lei ha detto di essere  partner di Rabin nella sua visione di pace. Con tutto il rispetto che le devo, signor Primo Ministro, questa è una falsità.Rabin ha corso dei rischi per la pace. Sapeva che si sarebbe fatto molti nemici firmando un accordo con i palestinesi e rinunciando alla Grande Israele. Lui non giocava, disse quello che voleva fare e lo fece. In realtà prese così tanti rischi che pagò con la vita.Lei, signor Netanyahu, dice una cosa e ne fa un’altra. Nessuno sa veramente quello che lei vuole, e ci sono molti commentatori che pensano che anche lei non lo sappia. Naturalmente conosciamo tutti le tue scuse: non potevamo pensare di avere un’opportunità migliore per arrivare ad un accordo sullo status definitivo con i palestinesi, e lei dice che non si può andare avanti, perché la vostra coalizione cadrà a pezzi. In tal modo, considerando implicito che questa coalizione è una condizione naturale, lei convenientemente si dimentica che questa coalizione è frutto di una sceltaRabin ha corso dei rischi. Lei non ha nemmeno corso il rischio di una coalizione con Tzipi Livni e Kadima, perché hai paura che lei non la sosterrà se non vi impegnerà seriamente nel processo di pace. Questo non è un partner di Rabin nella visione di pace.Il suo discorso è stato condito da più falsità.Lei afferma che Israele non è mai stata meglio: “Adesso siamo meno divisi al nostro interno.” “Ora sento meno grida, ci ascoltiamo di più gli uni con gli altri, e le diseguaglianze sociali stanno diminuendo”.Non so se prendere sul serio quello che lei hai detto. Israele non è mai stato così diviso come ora dall’odio tra religione e laicità, tra destra e sinistra, ebrei e arabi. Naturalmente ci sono meno grida. Le forze di pace, tendono a non gridare, questo non genera violenza. Ma non confonda la mancanza di violenza, – diversamente dalle manifestazioni pieno di odio a cui lei ha partecipato contro Rabin – per armonia politica ed unità.Rabin ha fatto anche molto per ridurre le diseguaglianze sociali. Ma cosa intende quando afferma che “lil divario tra le diseguaglianze sociali sta diminuendo”? Vuole affermare che in Israele si è raggiunto un grado di concentrazione del potere economico senza pari nel Mondo Libero? O vuol affermare che il divario di reddito tra ricchi e poveri, ha raggiunto livelli senza precedenti?Ha anche affermato che, “Negli ultimi 15 anni, il fondamentalismo islamico si è rafforzato. Ha vinto le elezioni a Gaza, ha preso il sud del Libano, e ha minacciato gli Stati Uniti”. Non vi è dubbio che l’Islam radicale è un problema grave, non solo in Medio Oriente, ma nella politica globale. Ma, per favore, potete spiegarci come questo sia collegato alla vostra insistenza sulla ripresa della costruzione di insediamenti? In che modo gli insediamenti ci proteggono dai razzi di Hezbollah?Nel suo richiamo alla paura, è conveniente ignorare tutti i fatti che potrebbero darci motivi di ottimismo. È per questo che non siete riusciti a dirci che il Salaam Fayyad ha creato una forza di sicurezza in Cisgiordania che ha la fiducia sia dell’IDF che della popolazione palestinese?Ovviamente, esiste una spiegazione: signor Netanyahu, lei si è costruito una carriera sulla capitalizzazione della paura e dell’odio. Nella sua prima competizione per la carica di Primo ministro, ha sprizzato odio per coloro che lei ha definito “l’élite” – che comprendeva tutti quelli che non erano d’accordo con lei. Nel suo attuale governo, non ha più generato odio verso l’élite: è stato sufficiente permettere ai suoi partner di coalizione di squalificare chiunque non si riconosce nelle politiche della destra come sleale verso lo Stato di Israele.E ora, più di ogni altra cosa, si sta costruendo una carriera sull’odio cieco verso i cittadini arabi di Israele. Naturalmente,  le leggi anti-arabe non sono mai una sua iniziativa: basta portare avanti tutto ciò che viene proposto da Avigdor Lieberman e Eli Yishai, tra cui l’idea fenomenale dannosa del giuramento di fedeltà. Dal momento in cui lei è salito al potere,  una legge anti-liberale è stato proposta quasi settimanalmente, e non riesco a ricordare una volta in cui lei si sia opposto. Lei porta la responsabilità per il danno che ha fatto alla democrazia di Israele.Signor Netanyahu, penso che lei creda realmente nella democrazia liberale. Ma dato che è incapace di assumersi dei rischi e si mantiene fedele al suo “partner naturale”, guida una coalizione sta spingendo Israele verso una etnocrazia anti-liberale.Quindi, per favore, non si definisca un partner di Rabin finché non sarà disposto a correre qualche rischio politico per la pace e la vera democrazia.
lei non è il partner di Rabin per la pace(  dal blog : guerre contro)




Gideon Levy: le masse egiziane non saranno mai alleate di israele se l'occupazione continuerà

Tre o quattro giorni fa, l’Egitto era ancora nelle nostre mani. Il nostro esercito di esperti – compreso il nostro massimo esperto di Egitto, Benjamin Ben-Eliezer – aveva detto che “tutto è sotto controllo”, che il Cairo non è Tunisi e che Mubarak è forte. Ben-Eliezer aveva detto di aver parlato al telefono con un alto funzionario egiziano, il quale gli aveva assicurato che non c’è niente di cui preoccuparsi. Potete contare su Hosni, in procinto di diventare l’ex presidente dell’Egitto.
Venerdì notte tutto è cambiato. Si è scoperto che le valutazioni dei servizi segreti israeliani, che erano state recitate fino alla nausea dagli analisti di corte, erano ancora una volta, potremmo dire, non proprio il massimo dell’accuratezza. Il popolo dell’Egitto ha voluto dire la sua, ed ha avuto il coraggio di non mostrarsi in linea con i desideri di Israele. Un attimo prima che il destino di Mubarak sia sancito una volta per tutte, è giunto il momento di trarre le conclusioni israeliane.
Non la piaga delle tenebre in Egitto, ma la luce del Nilo: la fine di un regime sostenuto dalle baionette è una fine annunciata. Esso può andare avanti per anni, e la rovina a volte arriva quando meno la si aspetta, ma alla fine arriva. Non solo Damasco e Amman, Rabat e Tripoli, Teheran e Pyongyang: anche Ramallah e Gaza sono destinate a crollare.La divisione ipocrita e bigotta, compiuta dagli Stati Uniti e dall’Occidente, tra paesi appartenenti all’ “asse del male” da un lato, e paesi “moderati” dall’altro, è crollata. Se c’è un asse del male, allora comprende tutti i regimi non democratici, compresi i paesi “moderati”, “stabili” e “filo-occidentali”. Oggi l’Egitto, domani la Palestina. Ieri Tunisi, domani Gaza.
Non solo il regime di Fatah a Ramallah e il regime di Hamas a Gaza sono destinati a cadere, ma un giorno forse anche l’occupazione israeliana, che risponde certamente a tutti i criteri della tirannia e di un regime criminale. Essa si basa fin troppo soltanto sulle armi. Anch’essa è odiata da tutte le componenti del popolo dominato, anche se quest’ultimo si trova impotente, non organizzato e non attrezzato, di fronte a un grande esercito. La prima conclusione: meglio porvi fine con buoni modi, con accordi basati sulla giustizia e non sulla potenza, un attimo prima che le masse dicano la loro e riescano a scacciare le tenebre.
Una seconda, non meno importante, conclusione: le alleanze con regimi impopolari possono essere distrutte nel giro di una notte. Finché le masse in Egitto e in tutto il mondo arabo continueranno a vedere le immagini della tirannia e della violenza provenire dai territori occupati, Israele non riuscirà a farsi accettare, anche se viene accettata da un paio di regimi.
Il regime egiziano era divenuto un alleato dell’occupazione israeliana. L’assedio congiunto di Gaza è la prova inconfutabile di ciò. Al popolo egiziano questo non piaceva. Esso non ha mai gradito l’accordo di pace con Israele, nel quale Israele si è impegnata a “rispettare i diritti legittimi del popolo palestinese” senza mai mantenere la parola. Invece, il popolo egiziano ha ricevuto in cambio le immagini dell’operazione Piombo Fuso.
Non è sufficiente avere una manciata di ambasciate al fine di essere accettati nella regione. Devono esserci anche ambasciate di buona volontà, una giusta immagine e uno Stato che non sia uno Stato occupante. Israele deve farsi strada nel cuore dei popoli arabi, i quali non potranno mai accettare la continua repressione dei loro fratelli, anche se i loro capi dell’intelligence continueranno a collaborare con Israele.
Se c’è una cosa condivisa da tutte le fazioni dell’opposizione egiziana, è il loro odio ribollente nei confronti di Israele. Ora i loro rappresentanti saliranno al potere, e Israele si troverà in una situazione difficile. Né rimarrà alcunché del successo virtuale che Netanyahu ha spesso ostentato – l’alleanza con i regimi arabi “moderati” contro l’Iran. Una vera alleanza con l’Egitto e con i paesi suoi fratelli può essere basata solo sulla fine dell’occupazione, così come desidera il popolo egiziano, e non su un nemico comune, come è nell’interesse del suo regime.
Le masse del popolo egiziano – si prega di notare: a tutti i livelli – hanno preso il loro destino nelle loro mani. C’è qualcosa di impressionante e di rasserenante in questo. Nessun potere, nemmeno quello di Mubarak, che a Ben-Eliezer piace tanto, può impedirlo. A Washington la gravità del momento è già stata compresa, e l’amministrazione americana si è affrettata a dissociarsi da Mubarak, cercando di accattivarsi il favore del popolo egiziano. Lo stesso dovrebbe accadere, ad un certo punto, a Gerusalemme

The reason why the Egyptians hate Israel
Le masse egiziane non saranno alleate di Israele - Medarabnews

Anna Momigliano Etgar Keret e Annette Wieviorka: i ribelli della Memoria

     27 gennaio, giornata della Memoria. Una Memoria con la M maiuscola, condivisa e spesso istituzionalizzata, una Memoria che finisce puntualmente sui corsivi dei giornali tanto quanto nelle trasmissioni televisive del mattino. “Ricordare per non dimenticare”, questo lo slogan più diffuso in questa data. Eppure c’è chi non si accontenta, c’è persino chi protesta contro una Memoria data per scontata, che rischia di offuscare il diritto individuale alla singole memorie. Una Memoria sbandierata per ripulire le coscienze collettive e che, in alcuni casi, ha persino prodotto una classe (per favore, non parliamo di castismo) di “professionisti della Memoria.”Tra i ribelli della Memoria, spiccano i nomi di due personaggi diversissimi tra loro, ma uniti dal rifiuto della museificazione della Shoah, e della dolorosa esperienza ebraica più in generale: sono la storica francese Annette Wieviorka (nella foto), classe 1948, docente del Centre National de la Recherche Scientifique,la più autorevole istituzione accademica d’Oltralpe, e lo scrittore di Tel Aviv Etgar Keret, classe 1967, che negli anni Novanta ha dato il via a una new wave della letteratura israeliana.Annette Wieviorka ha ripetuta mente denunciato la “riduzione della Memoria a una ideologia”, se non addirittura a un’industria, come in questa intervista a Pagine Ebraiche, il mensile dell’Unione della comunità ebraiche italianeSono appena rientrata da una riunione della giuria del concorso annuale per la tutela dei valori espressi dalla Resistenza e contro la deportazione in Francia. Si tratta di una grande iniziativa che coinvolge molte scuole francesi e tutte le organizzazioni di ex deportati. La giuria è composta da 40 persone e fra di loro ho contato tre anziani, che rappresentavano il mondo di chi era in grado di portare una testimonianza e una conoscenza diretta sul tema. Tutti gli altri componenti erano rappresentanti di enti pubblici e di fondazioni private, direttori di musei, docenti di vario genere. Tutte persone degnissime, ma che traggono la loro esclusiva legittimazione dal fatto di aver ottenuto un impiego in questo settore. Sono funzionari della Memoria, appositamente retribuiti. E la Memoria rischia di ridursi a un’ideologia, se non addirittura a un’industria.Inoltre non nasconde che, talvolta, una Memoria troppo esibita può nascondere un il tentativo di esorcizzare confronto con la coscienza storica o politica:Possiamo osservare che sulla Memoria si dimostrano non a caso particolarmente sensibili governi e istituzioni ansiose di far dimenticare qualche imbarazzo del passato (per esempio una politica di estrema tolleranza nei confronti di Arafat e del terrorismo palestinese, o radici che affondano nel terreno avvelenato dell’estrema destra antisemita). E possiamo osservare che in occasioni di importanti contatti istituzionali le istanze che provengono dal mondo ebraico e le disponibilità che provengono dal mondo politico tendono a incrociarsi sul terreno della Memoria.Con tutto un altro tono, e altre motivazioni, lo scrittore israeliano Etgar Keret estende l’attacco a una memoria troppo istituzionalizzata (e spersonalizzata) non solo alla Shoah, ma anche alla storia recente e alle guerre dello Stato di Israele. Keret, che in questo è stato il precursore di una serie di (ormai non più tanto) giovani scrittori iper-individualisti e intimisti, rivendica prima di tutto il diritto a una memoria personale, legata al vissuto reale più che alla lettura che le istituzioni offrono di questo vissuto.Nel 1997 Etgar Keret pubblica il racconto Rabin è morto, cheprovoca un’ondata di critiche nel paese. Non racconta la storia del primo ministro assassinato, bensì di un gatto randagio trovato da due ragazzini annoiati, finito travolto da un sidecar: “Volevamo chiamarlo Shalom, ma Shalom è un nome da yemeniti, e quindi l’abbiamo chiamato Rabin”. La storia in realtà è molto tenera e commuovente, anche se raccontata con un linguaggio distaccato. Eppure è subito scandalo: come si permette il giovane Keret di chiamare un gatto Rabin, mentre scrittori molto più rinomati di lui, come Amos Oz e David Grossman, si prodigano in elegie molto più ortodosse? Sembra un insulto alla Memoria, uno dei valori più intoccabili di Israele.“La gente si è arrabbiata molto”, racconta lo scrittore in un’intervista al mensile The Believer. “Se uno chiama Rabin un ospedale geriatrico dove la gente se la fa addosso tutto il tempo va bene, ma chiamare Rabin un gatto è problematico. In Israele la gente è molto, molto sensibile ai tabù”. E ancora: “Parlare della Memoria, di Rabin, dell’Olocausto o delle vittime di guerra, è una sorta di monopolio nazionale. Eppure i miei genitori sono sopravvissuti dell’Olocausto, ho votato per Rabin, ho creduto in lui, e il mio migliore amico è morto durante il servizio militare”.
Conclusione? “La memoria è anche mia, ma se tento di appropriarmene a modo mio la gente si arrabbia”.

Egitto :MANIFESTANTI SFIDANO COPRIFUOCO, “RIVENDICANO DIGNITÀ CALPESTATA”

   “La città è divisa in due e per passare da una zona all’altra bisogna fare giri infiniti e cercare di evitare posti di blocco e strade chiuse. Le proteste stanno unendo i diversi ceti della popolazione egiziana: tra i manifestanti ci sono persone che provengono dal popolo e dalle classi agiate, vecchi, donne e anche bambini. Tutti chiedono la caduta del regime”. Così, missionari contattati dalla MISNA al Cairo, che chiedono di rimanere anonimi per motivi di sicurezza, descrivono l’atmosfera nella città, teatro di imponenti proteste contro il regime di Hosni Mubarak. Con il passare delle ore la situazione si sta aggravando “e in molti sono bloccati in zone della città, senza riuscire a tornare a casa” sottolineano le fonti, mentre nella capitale e nelle città di Suez e Alessandria il governo ha decretato il coprifuoco fino alle 7 di domani mattina. “I giovani e tutti quelli presenti nelle piazze, oggi, chiedevano la fine della dinastia Mubarak. Non è da sottovalutare infatti che chi partecipa a queste manifestazioni non lo fa solo per far cadere il regime, ma anche per dire ‘no’ alla successione del potere per via ereditaria” osservano le fonti. Intanto, le emittenti televisive satellitari trasmettono le immagini della sede centrale del Partito nazionale democratico (Ndp) di maggioranza dato alle fiamme. “Hanno colpito un simbolo del potere, per far capire con esattezza cosa stanno combattendo – aggiungono i missionari – quelle in corso in Egitto, e prima in altri paesi della regione non devono passare solo come ‘rivolte del pane’, dietro ci sono aspirazioni ad una dignità a lungo calpestata”. 

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=288073

ABRAHAM B. YEHOSHUA Gli arabi ad Auschwitz per scoprire la Shoah

         Martedì prossimo, primo febbraio, una delegazione di un centinaio di personalità politiche e intellettuali provenienti da tutto il mondo arabo e musulmano, guidata dal presidente del Senegal e patrocinata dall’Unesco e dalla municipalità di Parigi, si recherà ad Auschwitz, in Polonia. Saranno accompagnati da un altro centinaio di personalità politiche, religiose e intellettuali cristiane, musulmane ed ebraiche di tutta Europa. Non è la prima volta che arabi musulmani visitano un campo di sterminio.Ritengo però che una delegazione di tale livello e portata non si sia ancora vista, e questo non solo è un risultato molto positivo per l’Unesco e per la città di Parigi, che cercano di contrastare le ventate di antisemitismo e di anti-islamismo che soffiano sull’Europa, ma è anche un segnale della volontà di governi e di organizzazioni arabe e musulmane, nonché di intellettuali e di esponenti religiosi, di combattere il fenomeno della negazione della Shoah. Il sionismo nasce come movimento nazionale politico alla fine del XIX secolo, 50 anni prima dell’Olocausto. E benché io non creda che i suoi ideologi fossero in grado di predire il terribile sterminio del popolo ebraico avvenuto a metà del ventesimo secolo, i più acuti tra loro (in gran parte scrittori e intellettuali) avvertirono che l’ostilità di stampo nazionalista che si andava diffondendo in Europa nei confronti degli ebrei avrebbe potuto rivelarsi ancora più grave e pericolosa di quella tradizionale di matrice religiosa. Così, anziché rimuginare su cosa fare perché il mondo si mostrasse più tollerante alla presenza ebraica, scelsero di operare un cambiamento di identità negli ebrei e, in primis, di instillare nelle loro coscienze la necessità di possedere un territorio definito. Non più una patria virtuale radicata nell’immaginario che gli ebrei serbavano in cuore spostandosi da una nazione all’altra come chi cambia albergo, ma una patria reale, dove potessero esercitare una loro sovranità e fossero responsabili del proprio destino. Ma l’idea di raggrupparsi in un territorio definito era concepibile per gli ebrei unicamente in un luogo, nella loro patria storica e mai dimenticata menzionata anche nelle preghiere: la Terra d’Israele, chiamata però Palestina dal resto del mondo e dai suoi abitanti dell’epoca La stragrande maggioranza del mondo arabo, e in primo luogo i palestinesi, respinse categoricamente questa ipotesi ed è chiaro che chiunque altro al posto loro avrebbe fatto lo stesso. «Adesso vi siete ricordati di avere bisogno di uno Stato?», obiettarono, «avete cominciato ad abbandonare la Terra d’Israele 2500 anni fa. Già in epoca romana metà del popolo ebraico era disperso in tutto l’Impero. Dopo la distruzione del tempio, nel primo secolo d.C., ve ne siete andati definitivamente e benché nei duemila anni trascorsi abbiate avuto molte opportunità di farvi ritorno, non le avete sfruttate. Vi siete stabiliti ovunque nel mondo, persino nei Paesi intorno alla Palestina, solo qui non siete venuti. E adesso volete prendervela?». In un primo momento i palestinesi pensarono che si trattasse di un nuovo tentativo di conquista coloniale da parte di europei. Tanto più che, come molti altri, ritenevano gli ebrei una collettività religiosa, e non nazionale. Ben presto, però, si resero conto che quella trasmigrazione, avvenuta in un primo tempo col patrocinio dell’impero ottomano e poi con quello britannico, aveva lo scopo di creare uno Stato sovrano che col tempo li avrebbe trasformati, nel migliore dei casi, in una minoranza o, nel peggiore, in una comunità priva di diritti che avrebbe potuto essere espulsa dal Paese.Nel 1917, all’epoca della Dichiarazione Balfour con la quale la Gran Bretagna prometteva agli ebrei un focolare nazionale in Israele, il numero dei sionisti in Palestina non superava le 50 mila, rispetto a 550 mila palestinesi (cifre dell’Enciclopedia ebraica). In altre parole, questi ultimi erano 11 volte numericamente superiori. Ma i palestinesi sapevano che dietro a quei 50 mila c’era un intero popolo di 15 milioni di individui e, anche se solo una parte di essi si fosse trasferita in un futuro Stato ebraico, sarebbero diventati un’insignificante minoranza. Così, fin dall’inizio, sostenuti dal mondo arabo, si imbarcarono in una lotta senza quartiere contro il sionismo. I palestinesi possedevano a quel tempo una distinta e autonoma coscienza nazionale? A mio modesto parere, è irrilevante nel contesto della controversia morale che li vede opposti agli ebrei. Anche se la Palestina era soltanto una regione della Siria, o del grande mondo arabo, nessuno aveva il diritto di trasformare i suoi cittadini in una minoranza. La terra appartiene a chi vi risiede, è un principio universale inequivocabile e legittimo. Anche se all’inizio del ventesimo secolo la maggior parte del mondo non era ancora organizzata in Stati nazionali la terra appartiene a chi vi abita in quanto parte dell’identità umana, individuale e collettiva. È vero che gli ebrei che cominciavano a trasferirsi a poco a poco in Israele non avevano intenzione di espellere i palestinesi. Volevano unicamente fondare uno Stato che garantisse loro una struttura indipendente entro la quale decidere del proprio destino e soprattutto gestire la propria difesa.Credevano inoltre che un Paese abitato da milioni di ebrei potesse garantire piena parità di diritti alle minoranze. E infatti, negli Anni 30, con l’intensificarsi delle persecuzioni antisemite in Germania e in altri Paesi europei, 350 mila ebrei riuscirono a trasferirsi in Israele, scampando allo sterminio. Ma anche se gli arabi palestinesi furono costretti ad ammettere in seguito che il sionismo contro cui avevano combattuto ancor prima della seconda guerra mondiale aveva salvato dalla morte centinaia di migliaia di ebrei, impossibilitati a trovare rifugio negli Usa che avevano chiuso le porte dopo la crisi del 1929, non si rassegnarono al fatto che tale salvataggio fosse avvenuto a loro spese, con una lenta ma costante erosione dei loro territori da parte di stranieri. Non so se durante la seconda guerra mondiale, e anche dopo, gli arabi abbiano compreso appieno la portata e le dimensioni dell’eccidio del popolo ebraico. A volte ho l’impressione che gli ebrei stessi, ancora oggi, non siano del tutto consapevoli della gravità della tragedia abbattutasi su di loro, come non lo erano delle avvisaglie che la annunciavano e che avrebbero dovuto riconoscere. Lo sterminio degli ebrei non avvenne per un desiderio di occupazione territoriale e nemmeno per osteggiare una diversa religione. E sicuramente non per motivi economici o ideologici. I nazisti sterminarono gli ebrei semplicemente perché volevano sterminarli. E questo è ciò che rende una simile barbarie unica nella storia. Lo sterminio degli ebrei in un primo tempo avvenne persino contro gli interessi dei loro stessi aggressori e trovò sostegno psicologico e talvolta concreto in molte nazioni occupate dalla Germania nazista. Io non so cosa gli arabi abbiano provato nell’apprendere della Shoah in Europa. Di certo i loro sentimenti furono contrastanti e complessi. Da un lato sbigottimento per l’odio profondo mostrato contro gli ebrei in Europa giacché, anche se nel mondo arabo sussistevano qua e là ostilità e diffidenze nei confronti degli ebrei dovute a motivi religiosi, mai tali sentimenti si erano avvicinati ai livelli di antisemitismo cristiano e laico dell’Europa. Probabilmente, però, è naturale supporre che gli arabi, e in particolare i palestinesi, avessero anche provato soddisfazione nel constatare che la fonte della forza ebraica che li minacciava, soprattutto su un piano demografico, fosse stata colpita e si fosse ridotta di molto. Se non che gli europei, indipendentemente dalla loro appartenenza al blocco comunista o a quello occidentale, sconvolti dalle atrocità naziste, si resero conto che non solo per gli ebrei, ma anche per loro stessi e per il futuro dell’umanità, dovevano fare qualcosa di drastico per combattere l’antisemitismo che cominciava a compromettere l’integrità del loro stesso essere. Perciò, con un’iniziativa rara ed eccezionale, nel 1947, due anni dopo la fine del conflitto e già al culmine della Guerra Fredda, il blocco comunista e quello occidentale si unirono per aiutare gli ebrei a normalizzare la propria esistenza in uno Stato che occupasse una parte (e sottolineo: una parte) delle terre palestinesi. Il grido di protesta, di rabbia e di offesa del mondo arabo è comprensibile dal loro punto di vista: «Voi europei, che non solo ci avete oppresso nei nostri Paesi e continuate a farlo nei vostri ma avete anche commesso crimini orribili e gravi contro gli ebrei, vi aspettate che noi arabi, estranei ai vostri crimini, paghiamo per le vostre colpe con la nostra terra?». Secondo la loro logica, dunque, la decisione di cercare di distruggere lo Stato ebraico ancor prima che nascesse, era naturale e giustificata.


dalla Stampa di oggi
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Il mondo arabo e la Shoah

Amira Hass :I Palestine papers non sono una novità


      Per i lettori e i telespettatori stranieri, abituati dai mezzi d’informazione a pensare ai negoziati come a un “processo di pace” andato a monte chissà perché, le rivelazioni dei Palestine papers sono forse state clamorose. Viste da qui, cioè dalla Cisgiordania occupata, non fanno lo stesso effetto.A metà del lontano 1997 rimasi bloccata al check point di Erez, l’ingresso nord nella Striscia di Gaza, chiuso per ore ai visitatori. Non lontano, sul versante palestinese, la segretaria di stato americana Madeleine Albright partecipava a un incontro con alti dirigenti palestinesi e israeliani. In quel momento un centinaio di genitori e figli di detenuti palestinesi tornavano da Israele, dove erano andati a trovare i parenti in prigione.Si erano svegliati alle 3 del mattino e avevano affrontato un viaggio di ore per poter passare con i loro familiari una mezz’oretta. Tornati esausti, erano stati costretti a restare chiusi a bordo degli autobus fuori dal check point, sbarrato perché gli alti papaveri erano in riunione. Le ore passavano e la rabbia si accumulava. A un certo punto avvistammo un’auto di lusso che usciva da Gaza. A bordo c’era Abu Ala, uno dei leader di Al Fatah. I parenti dei carcerati circondarono l’auto implorandolo di “fare qualcosa”. Lui non li guardò né disse una parola.In questi ultimi 17 anni di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi, ci sono stati migliaia di episodi del genere. Da cui si potrebbero trarre varie conclusioni sull’arrendevolezza dei funzionari palestinesi verso i loro interlocutori “superiori” (israeliani e statunitensi) o sulla stridente contraddizione tra le loro solenni dichiarazioni (per esempio sull’affetto verso i palestinesi incarcerati) e il loro atteggiamento (e la loro indifferenza) reale.Quella palestinese è una società piccola, dove tutti si conoscono, e nessun segreto rimane tale a lungo. Più ci si avvicina alla cerchia di Al Fatah, più è facile captare impressioni, riflessioni e informazioni che vengono dal suo interno. “Per arrestare quelli di Hamas noi collaboriamo con gli agenti della Cia”, mi ha detto di recente un funzionario dell’intelligence palestinese.
Da un esponente di Al Fatah ho saputo che Abu Mazen, presidente dell’Olp e dell’Autorità nazionale palestinese, ha chiesto agli alti dirigenti di Al Fatah di non partecipare ai cortei contro il Muro, per evitare che gli israeliani si vendicassero revocandogli i permessi di viaggio di cui beneficiano in quanto vip. E quando non lo fanno i palestinesi, sono fonti israeliane a far trapelare alla stampa la stretta collaborazione che c’è tra le forze di sicurezza israeliane e palestinesi.
La complicità dell’occidente

Perciò i Palestine papers non rivelano molto ai comuni palestinesi. E non dicono tutto quel che c’è da sapere. Per quanto siano sconvolgenti, le rivelazioni sul fatto che è stata l’Autorità palestinese a chiedere agli israeliani di rafforzare l’assedio su Gaza confermano quello che i comuni mortali di Ramallah sapevano già nell’estate del 2007: erano soprattutto i ministri dell’Anp di Gaza (in esilio a Ramallah) a sperare che Israele tagliasse del tutto l’erogazione di corrente elettrica alla Striscia. L’indifferenza verso Gaza è un tratto distintivo – e non da oggi – dei leader politici della Cisgiordania.
Quel che invece i documenti mettono in luce è la complicità degli occidentali (cioè di americani e britannici) con la politica e gli atteggiamenti arroganti di Israele. Basta pensare all’insistenza dei funzionari statunitensi sul fatto che i leader palestinesi devono essere Abbas e Salam Fayad e nessun altro. E questo mi ricorda anche un altro episodio.

Nel 1998, in un raro gesto di sfida, Yassir Abd Rabbo, capo della delegazione palestinese per i negoziati, chiese una sospensione delle trattative dicendo: non possiamo andare avanti finché gli israeliani continuano a costruire gli insediamenti. Una o due settimane più tardi le trattative ripresero. A quanto mi risulta, Albright prese il telefono e ordinò ad Arafat di risedersi al tavolo.
Segreti di Pulcinella

Un’altra cosa che questi Palestine papers ci dicono è che i negoziatori palestinesi sono elastici e tenaci: e su questo la contraddizione tra dichiarazioni pubbliche e cose dette a porte chiuse è minima. I dirigenti palestinesi non si sono piegati alla pretesa israeliana di inglobare alcuni insediamenti colossali. Certo, erano disposti a scambiare le colonie nei dintorni di Gerusalemme con terre disabitate: concessione amara ma in linea con il piano di Clinton del 2000.

E anche la loro rinuncia più grande, quella alla piena applicazione del diritto al ritorno dei profughi, è un segreto di Pulcinella da anni. “Quando pretendiamo una soluzione a due stati”, mi ha detto anni fa un alto dirigente di Al Fatah, “non intendiamo mica due stati palestinesi”.


Insomma, queste notizie sui negoziati confermano solo quel che già sappiamo da vent’anni, e cioè che Israele non vuole la pace, ma imporre una resa ai palestinesi. E l’Autorità Nazionale Palestinese, malgrado tutti i suoi difetti, non può cedere. Si adatta a uno status quo umiliante (e conveniente per le élite) sperando che la comunità internazionale intervenga per amore della stabilità mondiale. Ma non firma certo una resa.
Traduzione di Marina Astrologo.