martedì 29 aprile 2008
Qassam su Sderot dopo uccisione bambini palestinesi
Nel 1932 la stampa ebraica in Palestina sottovalutò Hitler

Haaretz(in inglese)
Padre Manuel Musallam, unico sacerdote cattolico di Gaza City,«Siamo alla vigilia dell'assedio cruciale, dell'assedio più crudele,

«Siamo alla vigilia dell'assedio cruciale, dell'assedio più crudele, quello che seguirà all'esplosione della popolazione di Gaza e del massacro più brutale dell'esercito israeliano». Padre Manuel Musallam, unico sacerdote cattolico di Gaza City, dalla quale non esce dal marzo 2000, non trova più le parole per vedere la luce in fondo al tunnel: «Siamo obbligati a predicare la speranza in una situazione di disperazione: non c'è più benzina, non abbiamo viveri, la corrente è a giorni alterni, più di un milione di persone sono senza lavoro. Quei pochi che hanno un lavoro statale, insegnanti e poliziotti, non riescono a raggiungere i posti di lavoro; gli ospedali sono al collasso e le ambulanze non escono più: ci sono feriti che muoiono dissanguati perché nessuno è in grado di portarli in ospedale, ogni settimana troviamo cadaveri per strada. Questi sono crimini di guerra: è un regime disumano che non può continuare, la gente esploderà», è il grido del sacerdote. Raggiunto per telefono, l'unico collegamento con l'esterno rimasto, ma anch'esso intermittente, rimarca che «non si può vivere e non si può neanche pensare a Gaza: neanche gli animali vengono trattati come noi».Abuna Manuel, come lo chiamano i suoi alunni che lo adorano come un patriarca, 69 anni, originario di Ber Zeit, è fondatore e direttore di una delle migliori scuole semi-private di Gaza: 1.200 studenti dai 5 ai 18 anni, 9 su 10 musulmani, dalla metà degli anni Novanta avevano trovato nella Latin Madrasat School una delle scuole meglio attrezzate di Gaza e un rifugio al deterioramento materiale e morale delle condizioni di vita nella Striscia.Il black-out energetico imposto da Israele contro i quotidiani lanci di Qassam orditi da Hamas ha messo in ginocchio anche quelle poche strutture che restavano in piedi: «Sono stato l'unico ad aver mantenuto aperta la scuola quando anche le università hanno chiuso, ma da mesi non abbiamo più trasporti, non ci sono più autobus né pubblici né privati: i bambini camminano per ore prima di arrivare a scuola, e quando arrivano sono sfiniti, non riescono a concentrarsi, non possono neanche comprare una merendina... D'accordo con il ministero dell'Istruzione, che ci aveva detto di chiudere, abbiamo ridotto il numero di ore di insegnamento, 5 ore di lezione al giorno anziché 7, ma alcuni hanno già smesso di venire. Mi hanno detto: "Abuna, non ce la faccio più a camminare...". Se anche raggiungono la scuola, a volte le classi restano senza insegnante per lo stesso problema. Dai più piccoli agli adulti, è inimmaginabile il carico di problemi che ciascuno porta sulle spalle. In alcune scuole sono stati spediti a insegnare gli studenti universitari. Per tutte queste difficoltà, sempre con il ministero abbiamo pensato di chiudere prima l'anno scolastico: ai primi di maggio anziché alla fine di maggio, per far finire gli esami entro il 15 maggio, la data dellaNakba», la Catastrofe, come viene ricordata dai palestinesi la proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948.«Ci danno l'elettricità per alcune ore al giorno - prosegue padre Manuel -, ma non abbastanza per far funzionare i generatori ed è troppo costoso tenerli accesi durante il giorno. Ormai possiamo solo riunirci in chiesa e pregare. Gli israeliani non smettono di uccidere, ogni giorno qualcuno viene ucciso: il posto di ritrovo degli abitanti di Gaza è il cimitero, stanno svuotando la Striscia. Non ci sono più neanche le bare, a volte i corpi vengono coperti con la sabbia».La paura di morire domina su tutto, aggiunge, mentre la miseria dilaga. «Si incontrano sempre più spesso intere famiglie, famiglie numerose, ridotte all'indigenza, che mancano di tutto... Così chi può uscire per andare a trovare una parte della famiglia in Cisgiordania non esita: a Ramallah, a Beit Sahour, a Betlemme, a Beit Jalla, a Nablus, dovunque possono almeno sopravvivere, sbarcare il lunario in qualche modo, ma qui nella Striscia come possiamo sopravvivere? Non c'è nulla e non c'è possibilità neanche di lavori saltuari: da quando il personale delle agenzie umanitarie ha lasciato la Striscia, non c'è il cibo assicurato neanche per 10 giorni al mese».Alcune famiglie cercano di far uscire almeno i bambini, ma spesso non c'è possibilità di riaverli indietro: i più piccoli lasciano la Striscia e si rifugiano in Cisgiordania dai parenti, ma rischiano di essere separati dai genitori per un periodo imprecisato di tempo. «La dispersione delle famiglie, cristiane e musulmane, è quello che mi preoccupa di più - riflette il sacerdote -. La moglie di uno dei nostri vicini è andata dai parenti a Ramallah con i bambini, ora non può più rientrare: security reasons. Questo significa che ora il marito deve provvedere a lei fuori di Gaza, i bambini sono confusi, non riescono a capire cosa stia succedendo, devono iscriversi a un'altra scuola, ricomprare i vestiti e non hanno un soldo, stare lontano dal padre e dai compagni di classe, nessuno sa se potranno tornare».Malgrado l'imminente catastrofe umanitaria e mentre l'esercito israeliano continua a ventilare l'ipotesi di un'invasione di terra all'inizio dell'estate, della quale nessuno conosce gli esiti, l'Egitto mantiene chiuso il confine con la Striscia: «Le frontiere non sono chiuse: sono sigillate» scandisce padre Manuel. «Nessuno può entrare nella Striscia, neanche religiosi che volessero venire ad aiutare, neppure il patriarca... Ciascuno ha già venduto tutto quel che poteva: oro, mobili, tutto pur di sopravvivere. I negozi sono vuoti: avremmo bisogno di 700 camion di merci al giorno per un milione e 200 mila persone. Invece gli israeliani ne fanno entrare sette al giorno. Accadono fatti inconcepibili: una coppia di giovani ha deciso di sposarsi un mese fa e non poteva comprare un letto: lo hanno noleggiato dai vicini per la notte di nozze e l'hanno restituito al mattino dopo... a questo siamo arrivati».
È in questa situazione ai limiti della sopravvivenza che padre Musallam sta preparando il festival di fine anno scolastico: «Ho scritto un'opera teatrale, tratta da una storia vera, di due fratelli palestinesi costretti dalla vita a separarsi. Gli studenti la metteranno in scena: ci sarà folklore, canti, danze... I bambini avranno una festa anche quest'anno. A dispetto delle violazioni quotidiane dei diritti umani che viviamo, a dispetto della punizione inflitta ad un'intera nazione, i miei bambini canteranno e balleranno».Drammatica testimonianza dalla Striscia di Gaza
Le Monde, 25 aprile 2008
domenica 27 aprile 2008
Assad: Israele ha bombardato una struttura militare in costruzione
Articolo
Ebrei libanesi

articolo
Renovation work underway at Beirut's main synagogue - Haaretz ...
Gideon Levy: Pace con la siria o immobilismo: basta ricatti della destra
Nessun . referendum è necessario sul Golan esattamente come non vi è stato alcun referendum sul futuro del Sinai e di Gaza . Coloro che vogliono questo puntano solo a guadagnare tempo, a rinviare il più possibile i negoziati. Il governo gode di una solida maggioranza e,pertanto, deve fare il suo dovere e impegnarsi per colloqui di paceCiò è particolarmente vero per quanto riguarda il primo ministro,responsabile di una guerra inutile,di sterili negoziati con la metà del popolo palestinese Ehud Olmert, è obbligata a chiedere se stesso quale eredità vuole lasciare alla fine del suo mandato: Solo guerre ? Un "accordo virtuale che non vale nulla con i Palestinesi?E ise Assad ci stia ingannando sfidiamolo noi ,invece di essere sfidati da lui Non abbiamo nulla da perdere. La pace con la Siria vuol dire cenare a Damasco, raggiungere l'Europa attraverso la Siria e la Turchia. Non più intimidazioni da parte della destraHaaretz
2
editoriale haaretz: non abbiate paura della Siria
| Il problema è che anche all'interno di Kadima, il partito di Olmert, è difficile individuare un sostegno sufficiente per trattative concrete Haaretz 2 |
sabato 26 aprile 2008
Cronistoria sul misterioso attacco israeliano alla Siria
| Bush: Disclosure of IAF strike on Syria message to Iran |
Ragazzina palestinese uccisa in scontri a Gaza - fonti mediche

GAZA (Reuters) - Una ragazzina palestinese di 14 anni è rimasta uccisa oggi durante alcuni scontri tra truppe israeliane e militanti nella città di Beit Lahiya, nella parte settentrionale della Striscia di Gaza.Continua qui
Tag: il marchio di Caino: bambini nella polvere
venerdì 25 aprile 2008
Zvi Bar'el : il coraggio del sindaco di Hebron chiuso dai coloni in una gabbia
mercoledì 23 aprile 2008
Reporter britannico ucciso, Tel Aviv risarcisce con 2 milioni di euro
domenica 20 aprile 2008
Ebrei siriani festeggiano la Pasqua a Damasco

2 Il ritorno degli ebrei di Damasco - Repubblica.it » Ricerca DAMASCO All' ombra di un pergolato nella città vecchia di Damasco, sul lato di una corte araba rinfrescata da una fontana d' acqua zampillante, si apre la sinagoga di Shaara al Amin, la Via del Giusto. È sabato mattina e c' è un gran daffare. La preghiera dello Sabbath si è appena conclusa e lo shamash, il custode Yosef, è tutto infervorato in cima a una scala nel riporre gli addobbi rimasti dallo Shavuot, la Pentecoste, la festa della mietitura. Quest' anno non si è badato a spese: alto e smilzo come un ago, Yosef s' aggroviglia fra metri di festoni argentati, spighe di grano, drappi in velluto ricamati col Magen David, la stella di David. Dal basso il khakham Albert Qaméo, il rabbino capo della comunità ebraica siriana, gli imprime un senso d' urgenza. Infatti quest' anno, il 5769 del calendario ebraico, reca una lieta novella: il ritorno a Damasco di un buon numero di famiglie espatriate. L' antico quartiere dei musawi, i seguaci di Mosè, l' appellativo in arabo degli ebrei siriani, più o meno disertato da decenni, rinasce. Si restaurano palazzi in rovina, s' inaugurano gallerie d' arte e alberghi di charme ricavati da vecchie case. Già si sono viste, calcola il khakham Albert, tre delegazioni di rabbini - da Brooklyn, da Parigi, dall' Italia - «in visita alle scuole talmudiche della capitale e di Aleppo». Sono rientrate casate importanti per festeggiare il Rosh HaShanàh, l' anno nuovo. E stavolta, lui si rallegra, s' è davvero cantato e ballato per la Simkhat Torah. Nella sinagoga s' è riascoltato il suono dei pizmonim, gli inni ispirati alle melodie dei maqamat, ottave composte in base alla scala araba, microtonale. Ma adesso, dice concitato il rabbino, dietro l' angolo incalzano altre feste. Già si preparano allegre tavolate di frittelle, di pasticcini ma' amul ripieni di pistacchi e datteri, di knaffeh bagnati con l' acqua di rose: «Il profumo delle radici ebraiche mediorientali», fa ispirato il khakham. Quante cose sono successe in Shaara al Amin, da due anni a questa parte. Una vera rivoluzione per monsieur Albert (il suo nome proprio è Albir, ma le sorelle Rahil e Bella, sempre al suo fianco, lo chiamano Albert, alla francese). Dirimpetto alla sinagoga ha aperto i battenti il "Talisman", un albergo-boutique. Nella casa d' angolo sulla destra s' è insediato lo scultore Ali Mustafa, avendo conquistato discreta fama a Parigi e New York. E il sabato, nel tempio, s' affacciano genti forestiere: ebrei occidentali impiegati nei settori in espansione dell' economia,o figli di illustri famiglie che «da un po' », dice il rabbino, «vengonoa studiare l' arabo, la lingua dei mizrahi, gli israeliti orientali. Altri l' ebraico, oggi insegnato all' università». I capelli argentati, l' espressione mite e sempre assorta, il khakham Albert sospinge l' uscio risplendente in rame della sinagoga: «Osservi bene, questa è l' arte degli ebrei damasceni». Sui due battenti il cesellatore ha captato nei suoi disegni spighe di grano, tralci di vite, alberi, candele che pare fiammeggino sotto i simboli delle feste religiose: la luna di Rosh HaShanàh, la bilancia di Yom Kippur, le tavole della legge di Shavuot. All' interno, nella navata in penombra, il colpo d' occhio è quello delle antiche comunità orientali, osservanti dell' ortodossia, anche per la contiguità storica e religiosa con Gerusalemme. I marmi in stile omayyade rosa e avorio; il minbar, la piattaforma del lettore, posta al centro della sinagoga; i sefarim torah, i rotoli manoscritti del Pentateuco, in contenitori di rame incrostati d' argento; l' uso di recitare ogni giorno la birkat kohanim, la benedizione sacerdotale dei primordi biblici: tutto, qui, racconta l' alba dell' ebraismo. «Una comunità vecchia quanto Damasco», sostiene il rabbino, il che vuol dire millenni di storia. «Dai tempi di Mosè», interviene la sorella Rahil, occhi celesti dentro una faccia luminosa alla Leah Rabin. Certoè che la sinagoga del profeta Elia, fuori città, risale al Settimo secolo avanti Cristo. E san Paolo era in viaggio verso queste sinagoghe già duemila anni fa. Seguendo il respiro della storia, il microcosmo dei musawi s' è di volta in volta dilatato e contratto. Fu centro di grande sapere, fra il Cinque e il Seicento, col rabbino mistico Hayim Vital. Custodiva il Codice di Aleppo, il più antico manoscritto della Bibbia completo di punteggiatura e vocali. S' ingrossò con l' arrivo dei sefarditi dall' Andalusia. E sotto i califfi e gli Ottomani tutto sommato, dice Albert, «la comunità prosperava». Per avere un saggio di tanta ricchezza basta affacciarsi alla soglia di Beit Farhi: seimila metri quadrati di meraviglie rinascono sotto il tocco esperto dei restauratori. Era il palazzo di Haim Farhi, ministro delle finanze ottomano. «Una famiglia ricchissima, più dello Stato», s' impettisce Rahil. Emigratia Londra, hanno venduto la casa a un mercante musulmano. Entro un anno, dicono gli attuali proprietari, l' architetto Roukbi e l' arredatrice olandese Dyksmo, «questo sarà un grand hotel, il "Pasha Palace"». Fra impalcature e detriti riprendono colore i paesaggi in miniatura dise gnati sulle imposte, i giardini di arabeschi su pareti e soffitti, i pannelli con scritte benedicenti in ebraico. A mezz' ora di cammino, l' anziano Abu Mahmud custodisce il cimitero ebraico. Giungono echi di leggende sopravvissute all' ombra di fichi e di mimose. File di tombe linde e ordinate conservano incisi i nomi in ebraico e in arabo del sarto Azra Gada; del professore Yatche, che introdusse il sistema metrico; del cesellatore Nasswa, col simbolo dello scalpello. Una colonna liberty sembra applaudire "Madame", la diva-ballerina Maryam Maknou. Sopra tutti, troneggia il sepolcro del «mago rabbino» Vital: «Chieda una grazia», ripete Rahil mentre posa sassolini sul tumulo del santo. Quanti fossero i musawi in passato, è difficile stabilirlo: c' è chi parla di centomila, chi di sessantamila. «Non sono molti, ma hanno grande influenza e enormi ricchezze», scriveva nel 1855 il pastore presbiteriano Josias Porter. Le ondate migratorie, a volte fughe, Albert le fa iniziare da lontano: dalla rivoluzione industriale venuta a spodestare i signori della seta; dalla leva militare introdotta dai Giovani Turchi; dalle tasse del mandato francese. I più ricchi scelsero le Americhe. Poi le scosse del 1947, la partizione della Palestina, il rogo della sinagoga di Aleppo nei tumulti anti-sionisti. Altri salparono. Con Nasser e l' infausta unione fra Siria e Egitto comparvero le brutte stigmate del musawi sui documenti, il divieto di commerciare, il coprifuoco. Finalmente, le prime aperture di Hafez al-Assad nel 1974, e nel 1992 il via libera per intercessione americana. «Si sparsero fra Brooklyn, America Latina, Londra, Israele». Oggi si calcolano appena 150-200 anime rimaste a presidiare i beni della comunità. «L' ultimo bar mitzvah è stato nel 2000». Se si domanda ai Qaméo perché siano rimasti, Rahil non si fa pregare. L' idea che la contentezza, il quieto vivere e la nazione coincidano è una convinzione, dice, rafforzatasi alla vista degli espatriati. Non rimpiangono forse, racconta, la dolce vita di Damasco? Gli orari comodi,i giochi la sera con gli amici? La maggioranza «va e viene: chi per vendere, chi per restaurare e affittare, altri per rimanere. Con la notevole eccezione di chi è in Israele: le loro proprietà sono conservate dallo Stato». I più aspettano la pace: «Da cinquant' anni», conclude Albert. Nel congedarsi il rabbino confida una speranza: che gli ebrei siriani possano far da ponte con Israele nei colloqui di pace, «quando avverrà il tanto atteso primo incontro. Ma quando avverrà?», sospira. «Chissà...». - ALIX VAN BUREN
Sui sudari di plastica i nomi dei bambini di Qana

Fisk
L'Unità, 1 agosto 2006
Il massacro di Qana è stato
un'oscenità, un'atrocità, e anche un crimine di guerra
il corpicino del bambino. "Hussein al-Mohamed, 12 anni – Qana", "Abbas
al-Shalhoub, 1 anno – Qana". E quando il soldato libanese ha sollevato
Abbas, il corpicino senza vita gli è rimbalzato sulla spalla come il
bambino avrebbe potuto fare sulla spalla del padre sabato scorso. In
tutto le vittime sono state 60 e sono state portate nell’ospedale
pubblico di Tiro e in altri ospedali, e delle vittime 37 erano bambini.
Quando li hanno tirati fuori dai sacchi di plastica hanno avvolto i
corpi nelle stuoie. I capelli erano sporchi di polvere e alla maggior
parte usciva il sangue dal naso.
Dovete
avere il cuore di pietra per non provare la rabbia che abbiamo provato
noi che abbiamo assistito a questo spettacolo. Questo massacro è stata
un’oscenità, un’atrocità, sì, se è vero che l’aviazione israeliana
bombarda, come sostiene, con "chirurgica precisione", allora questo è
stato anche un crimine di guerra. Gli israeliani sostenevano che gli
uomini di Hezbollah avessero sparato i missili dalla cittadina di Qana
nel Libano meridionale, come se questo potesse giustificare il
massacro. Il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha parlato di
"terrore musulmano" che minaccerebbe la "civiltà occidentale", come se
ad uccidere questi poveretti fosse stata Hezbollah.
E
guarda caso proprio a Qana. Infatti appena 10 anni fa questa cittadina
è stata teatro del massacro di 106 rifugiati libanesi ad opera di una
batteria di artiglieria israeliana mentre i rifugiati cercavano riparo
in una base dell’Onu in città. La metà di quei 106 libanesi erano
bambini. In seguito Israele dichiarò che non disponeva di foto scattate
sul luogo del massacro da aerei da ricognizione senza pilota, una
dichiarazione rivelatasi falsa quando The Independent scoprì un
video che mostrava un aereo da ricognizione in volo sopra un campo in
fiamme. E' come se Qana – i cui abitanti sostengono che è questo il
villaggio in cui Gesù trasformò l’acqua in vino – fosse condannata dal
mondo, fosse destinata a subire per sempre il peso della tragedia.
E
non ci sono dubbi sul missile che ha ucciso tutti quei bambini. E' di
fabbricazione americana e su un frammento c’era scritto "da impiegarsi
sulla bomba teleguidata MK-84 BSU-37-B". Senza dubbio i fabbricanti lo
definiscono "testato in battaglia" visto che ha distrutto l’intero
edificio a tre piani nel quale vivevano le famiglie Shalhoub e Hashim.
Si erano rifugiati in cantina per sottrarsi a un pesante bombardamento
israeliano e lì la maggior parte di loro ha trovato la morte. Ho
trovato Nejwah Shalhoub nell’ospedale di Tiro con la mandibola e il
viso coperti di bende come Robespierre prima dell’esecuzione. La donna
non piangeva, non urlava anche se il dolore lo portava scritto in
faccia. Suo fratello Taisir, 46 anni, era morto. E così sua sorella
Najla. E la stessa sorte era toccata alla nipotina Zeinab che aveva
appena sei anni. "Eravamo nascosti in cantina quando la bomba è esplosa
all’una del mattino", mi dice. "In nome di Dio cosa abbiamo mai fatto
per meritare tutto questo? Moltissimi morti sono bambini, vecchi,
donne. Alcuni bambini erano ancora svegli e stavano giocando. Perché il
mondo ci fa questo?".
i morti di Qana il bilancio è arrivato ad oltre seicento civili morti
in Libano da quando il bombardamento aereo, navale e terrestre di
Israele ha avuto inizio il 12 luglio dopo che alcuni membri di
Hezbollah avevano varcato il confine israeliano, avevano ucciso tre
soldati e ne avevano catturati altri due. Ma il massacro di Qana ha
posto fine a oltre un anno di antagonismo all’interno del governo
libanese in quanto sia i politici filo-americani che quelli
filo-siriani hanno denunciato con forza "l’odioso crimine".
tutta la giornata gli abitanti di Qana e gli operatori della protezione
civile hanno scavato tra le macerie dell’edificio con le vanghe e
scansato con le mani la fanghiglia per riportare alla luce i cadaveri
ancora vestiti con abiti dai vivaci colori. Tra le macerie hanno
trovato ciò che restava di una sola stanza con 18 cadaveri all’interno.
Dodici dei morti erano donne.
tutto il Libano meridionale si vedono scene come questa, forse non di
queste proporzioni, ma altrettanto terribili perché gli abitanti di
questi villaggi hanno paura di restare e hanno paura di andarsene. Gli
israeliani avevano lanciato volantini su Qana ordinando agli abitanti
di abbandonare le loro abitazioni. Ma già due volte dall’inizio del
massacro gli israeliani hanno ordinato agli abitanti dei villaggi di
abbandonare le loro case e poi li hanno attaccati con gli aerei mentre
ubbidivano agli ordini e se ne andavano. Ci sono almeno 3.000 musulmani
sciiti intrappolati nei villaggi tra Qlaya e Aiteroun – vicino al
teatro dell’ultima incursione militare israeliana a Bint Jbeil – ma non
hanno il coraggio di andarsene per paura di morire lungo la strada.
E
la reazione di Olmert? Dopo aver espresso il suo "profondo
rincrescimento" ha annunciato: "Continueremo le operazioni e, se
necessario, le intensificheremo senza esitazione". Ma fino a che punto
potranno essere intensificate? Le infrastrutture del Libano sono state
completamente distrutte, i villaggi rasi al suolo, la gente è sempre
più terrorizzata dai cacciabombardieri israeliani di fabbricazione
americana. I missili di Hezbollah sono di fabbricazione iraniana ed è
stato Hezbollah a dare inizio a questa guerra con la sua incursione
illegale e provocatoria oltre frontiera. Ma la brutalità di Israele
contro la popolazione civile ha profondamente colpito non solo i
diplomatici occidentali rimasti a Beirut, ma centinaia di operatori
della Croce Rossa e delle principali agenzie umanitarie.
Oltre
750.000 libanesi sono fuggiti dalle loro case, ma non ci sono dati
certi sul numero di civili ancora intrappolati a sud. Khalil Shalhoub,
sopravvissuto al massacro di Qana, ha detto che la sua famiglia e anche
gli Hashim erano troppo "terrorizzati" per abbandonare il villaggio e
mettersi in cammino sulla strada che è sotto il fuoco israeliano da
oltre due settimane. Le sette miglia di autostrada che uniscono Qana a
Tiro sono piene di abitazioni civili distrutte e di autovetture private
bruciate. Giovedì la radio dell’esercito israeliano, al-Mashriq,
che trasmette in Libano meridionale, ha detto ai residenti che i loro
villaggi sarebbero stati "completamente distrutti" nel caso in cui dai
villaggi stessi fossero partiti missili diretti in territorio
israeliano. Ma chiunque abbia assistito ai bombardamenti di Israele in
queste ultime due settimane, sa benissimo che, in molti casi, gli
israeliani ignorano da dove gli Hezbollah sparano i missili e – quando
lo sanno – spesso mancano il bersaglio.
Come
può l’abitante di un villaggio impedire agli Hezbollah di sparare razzi
dalla sua strada? Gli Hezbollah si nascondono dietro le abitazioni
civili – esattamente come hanno fatto la settimana scorsa le truppe
israeliane che entravano a Bint Jbeil. Ma questo può essere un pretesto
per un massacro di queste proporzioni?
sabato 19 aprile 2008
iran: il boicottaggio europeo ha favorito gli scambi con l'Asia

venerdì 18 aprile 2008
[Akiva Orr, ex soldato israeliano] : Profughi
"L'uomo che ricordo era questo palestinese alto, magrissimo, forse neppure cinquantenne. Sfilava di fronte a me nella colonna di profughi che abbandonavano le proprie dimore carichi delle solite cose da profughi, puoi immaginare; ma lui reggeva sulla spalla destra un pesante secchio colmo di qualcosa, e per questo fu fermato da alcuni soldati israeliani e perquisito. Volevano vedere cosa c'era lì dentro, armi forse? No, c'era della terra, della terra e basta, solo terra.
Gliela riversarono ai piedi, la sparsero, la guardarono a lungo, poi gli fecero cenno di andarsene. Lui si chinò e freneticamente tentò di rimettere quella terra nel secchio, ma lo spintonarono via. Fu allora che gridò. Urlò che quella era la sua terra, la terra su cui era nato, era la terra dell'orto che lo aveva nutrito e che prima di lui aveva nutrito tutta la sua famiglia. La voleva portare via con sé.
Capisci ora la tragedia di questo popolo? I contadini palestinesi vivevano in una simbiosi uterina con la loro terra, essa era la madre, la culla, la vita e il luogo del riposo mortale. Era tutte le cose. Gliel'abbiamo strappata zolla per zolla, senza pietà.
Ricordo ancora che quel pover uomo fu visto più di una volta tornare a notte fonda al suo ex villaggio e furtivamente avvicinarsi alla rete di recinzione che l'esercito aveva innalzato; vi si accovacciava contro e lì stava per qualche minuto, poi spariva. Lo sai che cosa veniva a fare? Infilava il braccio destro nella rete e tentava ancora di curare quelle poche piante di ortaggi che riusciva a raggiungere dall'altra parte."
[Akiva Orr, ex soldato israelian
giovedì 17 aprile 2008
Uccisione di Fadel Shana e uso freccette

Ari Shavit: il nostro prossimo è un Killer, ma ha buoni motivi per odiarci
| Hamas probabilmente dirà di no, , ma non vi è altra possibilità se non dare un' opportunità a coloro che vivono dall'altra parte del muro : lasciare la spada, prendere il Corano e diventare i nostri vicini reali Haaretz Tag: 1948 brutti ricordi |
mercoledì 16 aprile 2008
Nasce una nuova lobbY ebraica alternativa all'Aipac
Gaza: uccisi 20 palestinesi (bambini, civili ) e tre militari israeliani e poi?

1 Fonte Israeliana
