venerdì 29 febbraio 2008

Moni Ovadia: l'ebreo ingombrante


Nel nuovo numero che arriva in questi giorni in libreria, la rivista Strumenti Critici, edita dal Mulino, ospita la lectio magistralis pronunciata da Moni Ovadia a Pavia per il conferimento dellalaurea honoris causa. Ne pubblichiamo una larga parte.Continua qui
Tag:Moni Ovadia

giovedì 28 febbraio 2008

Amira Hass: per i palestinesi un movimento non violento sarebbe un suicidio

Sintesi (elementi essenziali per me
Per un giorno intero , l'IDF ha aumentato il livello di isteria israeliano , annunciando che si stava preparando per evitare che migliaia di abitanti di Gaza rompessero le barriere difensive. . E 'facile ora per l'esercito asserire che ciò non si è verificato in quanto Hamas era stato avvertito che sarebbe stato considerato responsabile del sangue versato. Chi è abituato a considerare i palestinesi un popolo , era consapevole che non esisteva alcun piano per forzare i valichi di Eretz e di . kami Nei discorsi dell'esercito vi era una implicita visione razzista del movimento palestinese: "ecco hamas è pronto a usare come scudi umani e donne e i bambini"in altre parole hamas è pronto ad utilizzare come pedine gli abitanti dimostrando di non dare alcuna importanza alla loro vita I giovani che hanno lanciato pietre al checkpoint di Erez, rischiando di essere uccisi, non erano stati costretti da alcuno .,loro come altri erano pronti a morire per porre fine all'occupazione Un giovane uomo di Beit Hanoun mi ha detto : "Sappiamo che l'esercito spara per uccidere, e questo è il motivo per cui nessuno si assume tale rischio ". Solo sabato, un suo parente, Za'anin Mohammed, 22 anni, e due sui amici erano stati uccisi da un missile dell' IDF. L'IDF, naturalmente, ha affermato che erano armati . Un esame indipendente ha rivelato che i tre amici - erano usciti per fumare una narghile e per preparare il pranzo in una capanna,distante 1,2 km dal confine. . Ma cresce giorno dopo giorno la rabbia nella Cisgiordania occupata,dove l'IDF non ha ancora rimosso le centinaia di blocchi stradali che ostacolano il movimento dei residenti . I palestinesi non sono suicidi, conoscono la risposta dei soldati israeliani La domanda corretta non è se i palestinesi sono disposti ad essere uccisi, la questione è un'altra. quando i palestinesi decideranno di rivendicare il loro diritto alla libertà di movimento e si muoveranno in massa contro le barriere difensive
, l'ordine sarà di sparare prima alle gambe, e poi alla teste? di colpire donne , anziani e bambini? di usare i cannoni? E quanti soldati si rifiuteranno di ubbidire ? Quante persone dovranno essere uccise per scuotere la società israeliana dalla sua indifferenza e negazione della realtà. Cinque o sei? Centinaia ?
Haaretz:

martedì 26 febbraio 2008

Peacereporter sula Manifestazione di Hamas


Peacereporter

Il cielo grigio e una fredda piogga pomeridiana hanno accompagnato alle loro case i circa cinquemila cittadini di Gaza che si erano radunati nella centralissima Saleheddin Road e in altri comuni della Striscia per manifestare, una volta di piú, contro l’embargo che ormai perdura da nove mesi e non accenna ad allentarsi.Era la ventisettesima manifestazione di febbraio. Tutte le altre non hanno fatto nemmeno notizia e sono state soltanto riportate nei bollettini giornalieri dell’ufficio di sicurezza delle Nazioni Unite qui a Gaza. Questa voleva essere una manifestazione imponente come lo voleva essere quella organizzata dai pacifisti israeliani esattamente un mese fa che aveva visto centinaia di partecipanti radunarsi dall’altra parte del muro, a ridosso del confine nord della Striscia, per chiedere anch’essi la fine dell’assedio. Oggi non c’erano i cinquantamila che si aspettavano sia gli organizzatori che lo stesso esercito israeliano il quale aveva rinforzato i controlli al valico di Erez, meta della manifestazione. Erano comunque diverse migliaia che a gran voce, brandendo cartelli e striscioni in inglese e arabo, reclamavano la fine di una detenzione durata troppo a lungo. Ed è così che sempre più Gazawi definiscono la loro quotidianità: una detenzione in quella che è la prigione a cielo aperto più grande (e più affollata) del mondo. Una quotidianitá fatta di negozi spogli, banzinai chiusi, ristoranti vuoti e serate illuminate solo dalle candele. Giorni, settimane e mesi segnati da continui lanci di quassam – una media di sedici al giorno nel solo mese di febbraio – e da incursioni e bombardamenti israeliani che hanno causato negli ultimi 25 giorni ben 45 mortii(fonte UNDSS).Anche gli aiuti umanitari languono. Le organizzazioni non governative operanti a Gaza continuano a fare pressione sulle istituzioni israeliane ed internazionali al fine di permettere almeno l’ingresso di quei materiali che sono necessari a portare avanti i loro progetti. Ma le porte del muro non si aprono neppure per loro e molte ONG locali e straniere sono state costrette a sospendere le loro attivitá. Ma la parte triste della storia, piú di quanto non lo sia giá il suo contenuto, é che la gente comune, intendo quella al di fuori delle strategie politico-militari, la maggioranza quindi, non vede, ne si immagina piú una conclusione a tutto questo. Nessuno riesce ad ipotizzare un “dopo”. Parlando della situazione attuale con la gente di Gaza non si puó non notare un senso di rassegnazione cronica. Una percezione di esistenza che si trova per forza a convivere con i vetri che tremano per l’esplosione di un missile israeliano, con l’eco dei kalashnikov nella notte, con le sirene delle ambulanze che trasportano i feriti. La chiusura ermetica di Gaza e il suo isolamento coatto, dopo la breve illusione della breccia di Rafah, non stanno soltando esaurendo le scorte di merce nei magazzini o del carburante nei depositi. Si ha la netta impressione che, giorno dopo giorno si stia esaurendo la risorsa piú indispensabile per gli abitanti di questa Striscia di mondo, la speranza che le cose possano davvero migliorare.

lunedì 25 febbraio 2008

Akiva Eldar Che cosa è buono per gli ebrei? e per quali ebrei ? la variabile del sionismo


sintesi personale

"Cos'è positivo per gli ebrei?" E la secondadomanda : "Per quali ebrei?" Olmert afferma che il problema più importante e urgente per gli ebrei è la creazione di uno Stato palestinese sulla maggior parte dei territori.Egli sostiene che se non troviamo un modo per dividere il territorio in due Stati, il più presto possibile, sarà inevitabile uno stato binazionale. In altre parole un presidente americano, che si oppone ad un accordo con i palestinesi è una minaccia per il sionismo. D'altro canto, leader Benjamin Netanyahu, sostiene che un presidente che spinge per uno Stato palestinese punta a sostenere "entità terroristica", che minaccia l'esistenza dello Stato ebraico. Netanyahu la pensa come i sionisti evangelici di Pat Robertson, che ha dichiarato , in un programma televisivo ,che Ariel Sharon, è stato punito per voler dividere la Terra santa
Bauer invitato a parlare durante una delle conferenze annuali dell'Aipac ha dichiarato , "Dio ha concesso la Terra d'Israele al popolo ebraico e vi è un divieto assoluto di consegnarlo ad un altro popolo".

IAllora, cosa è buono per un Ebreo? La persona che sostiene il candidato che chiede uno Stato palestinese, o quello che si oppone a questo?Articolo

La nostra personale Abu Ghraib : qualcosa di malvagio sta accadendo a noi


Tre anni fa, la CBS trasmise le immagini di soldati americani che torturavano i prigionieri della prigione di Abu Ghraib, in Iraq. Le immagini, orripilanti, provocarono il processo di otto soldati, la conseguente espulsione dall’esercito, e una tempesta d’indignazione in America. Durante il processo ad una delle guardie carcerarie, che venne condannata a otto anni di prigione, uno psicologo fornì la sua valutazione: secondo lui l’uomo condannato era una persona assolutamente ordinaria, senza alcuna tendenza particolare alla violenza, che aveva fatto la guardia per molti anni quando era civile, senza mai essersi comportato in modo sadico verso i prigionieri americani. La situazione di occupante e occupato, in quanto opposta a quella di cittadino contro cittadino, fa diventare violente le persone normali e fa perdere i freni inibitori. Ad Abu Ghraib - è venuto fuori nel corso del processo - il disprezzo era istituzionalizzato a ogni livello. Le guardie carcerarie capirono che “questo è il modo di comportarsi qui”.
La notte scorsa, il programma televisivo d’inchiesta “Fact” ha trasmesso immagini del nostro Abu Ghraib nazionale. Non sappiamo se un paese che è cresciuto con 40 anni di occupazione, e con le vicende che la accompagnano, rimarrà scioccato. Ci siamo abituati a trattare i palestinesi come esseri inferiori. Le generazioni vanno e vengono, e nuovi soldati torturano i residenti della città occupata di Hebron pressoché allo stesso modo. Vicende analoghe a quelle trasmesse la notte scorsa vennero mostrate dal gruppo Breaking the Silence[Rompere il silenzio] tre anni fa. Il detto “l’occupazione corrompe” è diventato una slogan della sinistra invece di essere un monito per tutti.Questa volta, si tratta dei soldati [dell'esercito regolare] della Brigata Kfir. Essi hanno mostrato il loro deretano e gli organi sessuali ai palestinesi, hanno premuto una stufa elettrica sul viso di un ragazzo, hanno picchiato altri ragazzi fino a farli svenire, hanno registrato tutto sui loro cellulari e l’hanno inviato ai loro amici. Una delle loro “prodezze” consisteva nel verificare quanto a lungo un palestinese soffocato poteva resistere senza respirare. Quando sveniva l’esperimento cessava. I soldati hanno descritto attività per “rompere la routine” che erano torture a tutti gli effetti. Era sufficiente che un ragazzo “ci guardasse nel modo sbagliato” per essere picchiato.In precedenza, al processo del tenente Yaakov Gigi, gli ufficiali parlarono di esaurimento per troppo lavoro, di “qualcosa di brutto accaduto alla brigata”, di un Far West, di una crisi morale. Il comandante della brigata, il colonnello Itai Virov, disse che “abbiamo fallito su diversi parametri”. Le sue parole esprimono la negazione della profondità di un tale fallimento. E' necessario che questi comportamenti continuativi, lontano dagli occhi dei comandanti, portino a una serie di indagini, e forse anche a delle espulsioni. E’ inconcepibile che il capo della brigata Hebron, il comandante della divisione, il Comando Centrale GOC, e persino il capo di stato maggiore, ignorino il comportamento effettivo dei soldati della brigata responsabile della sicurezza nella Cisgiordania. Il colonnello Virov ha ammesso che c’è stata una cospirazione del silenzio dentro la brigata – in altre parole una norma fatta di torture, e del loro occultamento. Per cambiare le regole, è necessario scioccare ed essere scioccati, non accontentarsi di poche condanne e di parole vuote sulla “perdita dei valori”.Persone perfettamente ordinarie, come ha detto lo psicologo americano dei torturatori di Abu Ghraib, possono comportarsi come mostri quando ricevono un messaggio dall’alto per cui è permesso torturare, picchiare, soffocare, bruciare, umiliare la gente e fare tutto quello che il genio malvagio dell’uomo è capace di inventare per quelli che ricadono sotto il suo potere. Ci sta accadendo qualcosa di brutto, dicono nella Brigata Kfir. Questo “qualcosa” è l’occupazione.

2 IN TV LE TORTURE SUI PALESTINESI Repubblica — 16 giugno 1994 TEL AVIV - Israele sotto shock per un documentario sulle torture praticate dallo Shin Bet sui prigionieri palestinesi, trasmesso martedì dalla tv di Stato. Ieri i telefoni militari non hanno cessato un istante di suonare: centinaia di persone hanno voluto di dire la loro sul ' Film che non c' è stato' , un montaggio di immagini e testimonianze crude sui modi di interrogatorio dei ' Servizi di sicurezza interni' nei Territori. "La televisione avrebbe dovuto censurare quel film, perchè si fa presto a divenire un' arma nella mani dei nostri nemici", si sono preoccupati alcuni. "Un documento agghiacciante. Non posso credere che i nostri ragazzi siano stati capaci di tanto", hanno commentato sconcertati altri. Mentre la televisione mandava in onda il racconto di alcuni palestinesi che ricostruivano le pressioni fisiche patite ("Per ottanta giorni mi hanno costretto a restare seduto su una sedia, con le mani legate dietro la schiena", diceva uno di questi), gli attivisti di un gruppo che lotta per la difesa dei diritti umani, lo ' Human Rights Watch' , ha reso pubblico un rapporto secondo cui le torture durante gli interrogatori sono proseguite anche dopo il mutuo riconoscimento fra Israele e Olp, il 13 settembre 1993. Per il momento queste informazioni sono state commentate da un unico esponente del governo, Yossi Beilin, viceministro degli Esteri (noto peraltro per le sue posizioni indipendenti) che non ha negato la verosimiglianza delle accuse. "Non credo che in nessuna parte del mondo ci sia un' occupazione ' benevola' - ha detto ieri - né che Israele sia stato un occupante benevolo (in Cisgioradnia e Gaza ndr). Sono sicuro che sono state compiute azioni deplorevoli e che l' unico modo per porvi fine sia l' eventuale ritiro israeliano, nel contesto di una soluzione di pace permanente, dalla maggior parte dei Territori".




B.Burston:ciò che Israele ha sempre paventato: un movimento non violento palestinese


Sintesi personale

Cio di cui Israele ha timore è la nascita di un movimento palestinese non violento,per decenni, Israele ha fatto del suo meglio per evitare che ciò potesse accadere .Statisti , diplomatici, funzionari di polizia, militari hanno sempre avuto la consapevolezza che la vera potenza dei palestinesi non aveva nulla a che fare con il lancio di pietre, molotov, attacchi granata,, Qassam o con l'incitamento, all'antisemitismo nelle scuole ,o con dichiarazioni rivoluzionari finalizzate a sostituire lo Stato ebraico con uno palestinese La teoria - esposta da moderati palestinesi per anni , sostenuto dalla sinistra israeliana - era questa:una manifestazione pacifica di migliaia e migliaia e migliaia di palestinesi verso i confini, sarebbe stata più utile alla causa palestinese della lotta armataLa manifestazione di Hamas è fallita non tanto per lo scarso numero di partecipante, quanto per i razzi lanciati su Sderot che hanno ferito gravemente un bambino. Ora nè Hamas nè Israele sanno come sboccare la situazione di Gaza. Dopo tutti questi anni, Israele non ha imparato nulla ? Durante la prima intifada, Israele aveva quasi sette anni per sviluppare metodi di controllo anti-sommossa nei territori. Invece, di i aprire il fuoco sui lanciatori di pietra, innalzando l' escalation della violenza.Durante la seconda intifada, i comandanti militari israeliani sembravano quasi sollevati di poter rispondere con le armi al fuoco dei palestinesi, I generali avevano promesso. "se sparano contro di noi ,sappiamo cosa fare" Migliaia di palestinesi sono stati uccisi Che cosa farebbe Israele se i palestinesi non sparassero più o non lanciassero sassi?"La prossima volta che vi è una crisi nella Striscia di Gaza, Israele dovrà affrontare mezzo milione di palestinesi, che marciano verso Erez," ha detto Ahmed Youssef "Questo non è uno scenario immaginario, e molti palestinesi sarebbero disposti a sacrificare le loro vite". L'IDF è dotata di armi che violerebbero i diritti umani:1 Scream emette suoni che provocano nausee,vertigini ecc.2 SDA provoca bruciori fortissimi sulla pelle attraverso radiazioni . cmq l'IDf è convinta che la forza delle armi è l'unico deterrente per bloccare Hamas, questo è il mantra di Mofez" se hamas consente ai palestinesi di oltrepassare il confine, mi auguro che l'esercito sappia come rispondere"

2 Schiacciare la protesta pacifica dei palestinesi

4 palestinesi uccisi, ferito gravemente a Sderot ragazzino



1
Un razzo Qassam lanciato dalla Striscia di Gaza ha centrato un rifugio sotterraneo a Sderot ferendo gravemente un ragazzino di 10 anni che ha perso parte del braccio. Un altro razzo ha ferito lievemente una madre col figlio. In tutto oggi sono già cinque i razzi che hanno colpito Israele.
2
Sono tre i miliziani di Hamas uccisi dall'aviazione israeliana
3
Ucciso un militante di Hamas a Gaza
4
articolo razzi sul negev





domenica 24 febbraio 2008

G. Levy: Gerusalemme e i quartieri ebraici: ostacolo per la pace


SINTESI
 Dopo 40 anni di occupazione e di spargimento di sangue, tutto ciò che è all'ordine del giorno nei negoziati tra israeliani e palestinesi - vergognosamente - è un "accordo  simbolico ", che non si può attuare in questo momento..L'accordo avrà importanza se definerà  i futuri confini dello Stato Palestinese ,risolvendo la questione degli insediamenti e dei profughi,in caso contrario, l'esperienza insegna, si assisterà ad un escalation della violenza Pertanto se i negoziatori  vogliono ottenere un risultato tangibile ,il primo argomento  da affrontare è il nodo di Gerusalemme,relativamente facile da risolvere : metà ai palestinesi , metà agli ebrei. Il problema è dato dai quartieri ebraici edificati  su terreni occupati,,il loro futuro non deve essere differente  da quello degli  altri insediamenti ,a meno che i palestinesi non accettino un 'adeguata   ricompensa per la loro rinuncia   La ferita scaturisce dal fatto che gli insediamenti devono essere toccati: Se Olmert e Livni desiderano  un accordo non possono più rinviare questo problema .Perchè aspettare? Olmert deve fare  passi  audaci. Le  condizioni per eventuali colloqui sono: : Gerusalemme ,liberazione dei prigionieri, togliere l'assedio di Gaza e restituire piena libertà di movimento in Cigiordania
Purtroppo, Olmert non è la persona adeguata,gli mancano coraggio e capacità.  Può  solo raggiungere un accordo di principio  con i rappresentanti palestinesi sui confini ,probabilmente, a tutto vantaggio di Israele
Haaretz
Se ne fossero di più di nazisti come lui,come sprezzatamente  viene definito da  certi israeliani

sabato 23 febbraio 2008

Yehoshua, i colori della pace

Ho tradotto quasi integralmente dal quotidiano Haaretz l'intervista ad Avraham B.Yehoshua di cui recentemente sono stati riportati dei brani sul Corriere della Sera. Credo che solo leggendone la versione originale e completa si possa comprendere più precisamente il suo pensiero. Continua

2La storia, ambientata in Spagna, ha per protagonista un anziano regista del cinema israeliano, che ripercorre a ritroso la propria biografia e le opere che ha creato, e mentre lo fa è afflitto da sensi di colpa per un torto che ha fatto a un suo allievo e sceneggiatore. In quel romanzo che ha la scrittura, la struttura, l'attenzione ai dettagli e il ritmo degni della sua migliore produzione, sono condensati tutti i temi cari a Yehoshua: la memoria che affiora come in un processo psicanalitico; il rapporto maestro-allievo e tra la vecchiaia e la gioventù; l'amore; la bellezza; l'arte che trasforma la materia volgare in trascendenza. Alla geografia dell'opera dello scrittore, oltre all'India, all'Africa, all'Europa nell'anno Mille (e a Israele)
si aggiunge così la catolicissima Spagna: l'immaginario religioso è importantissimo nel romanzo.Yehoshua ha lasciato per sempre la sua Gerusalemme, con i suoi fanatici in guerra perenne tra una comunità e l'altra, e abita con la moglie psicanalista, a Haifa. In questa città un terzo della popolazione è composto da palestinesi cittadini israeliani, integrati nella vita collettiva, con gli ebrei. E basta fare una passeggiata a Wadi Nissnass, il quartiere accanto al porto, dove bellissime ragazze palestinesi, sicure di sé e libere, sono sedute ai tavoli dei caffé a fianco della Grande Moschea, dominio assoluto invece dei maschi, per capire quanto in questa città ci si sente liberi di inventare le storie, perché qui tutto è possibile.



Yehoshua, perché si raccontano le storie?

"Ho cominciato a scrivere perché volevo raccontare biografie che non fossero la mia. La scrittura è uno strumento per inventare esperienze e vite che io non ho mai vissuto. Nel mei libri ci sono solo pochissime tracce della mia autobiografia. E poi scrivo perché voglio l'identificazione del lettore con i personaggi, voglio conquistare l'empatia di chi legge".


sraele vanta in questo periodo molti scrittori importanti. È un caso?
"Non solo scrittori. Abbiamo una straordinaria fioritura di arti di ogni genere: musica, danza, teatro, cinema. È un fenomeno magmatico. È come se sotto il terreno ci fosse la lava in ebollizione. Pensi ai film sulla guerra in Libano".

'Valzer con Bashir' e 'Lebanon'. Lei li ha criticati.

"Soprattutto 'Valzer con Bashir'. Manca di contesto storico. Si parla di una guerra, quella del 1982: che è stata una follia, una catastrofe. Sono stato richiamato il primo giorno di quella guerra: il mio compito era spiegare le ragioni della nostra invasione. Un ufficiale mi indottrinava. Più parlava e più io mi stavo rendendo conto della follia: conquistare Beirut, per installarvi un regime amico... Già allora si capiva tutto. A maggior ragione, 27 anni dopo, girare un film giocato tutto su emozioni intime dei protagonisti, privo invece di un giudizio etico, e dove i soldati non si chiedono del perché sono lì, mi disturba, così come mi disturba che non si dica come Ariel Sharon fosse il responsabile morale del massacro di Sabra e Shatila. Parlo del contesto, non del valore formale dei due film".
Lei critica i film perché troppo intimisti. Però è stato lei il primo in Israele a scrivere romanzi che si occupano di questioni intime, e non più del contesto di un Paese appena nato.
"Sì, ma nella situazione di normalità della prima metà degli anni Sessanta. Qui si parla invece di persone in guerra. La cosa strana è che si tratti di cineasti di sinistra. Ma forse è lo spirito del tempo. Da otto, nove anni a questa parte nessuno parla più di politica. E quando non c'è politica rimane solo narrazione esistenziale: al posto dell'etica c'è l'arte di non soccombere".


Sderot: domande inquietanti sul sistema difensivo






1 Sintesi solo elementi essenziali
IL sistema difensivo ,approvato lo scorso anno, non è in grado di intercettare i Qassam lanciati da Gaza Così Olmert che si era sempre rifiutato di fortificare le case di Sderot ,ora deve accettare di rinforzare 8000 case spendendo 300 milioni di euro. Una spesa troppo onerosa per cui ,nei prossimi due anni, solo 3600 case saranno protette adeguatamente. Ultimo capitolo di una storia di inganni da parte dei politici che ,inspiegabilmente, hanno sempre rifiutato di esaminare altri sistemi di difesa Ciò pone alcune domande. Da tempo si sapeva che il sistema difensivo non era efficace contro i missili a corto raggio e allora perchè il pubblico non è stato informato e gli abitanti di Sderot sono stati illusi?nessuno chiede nulla ad Olmert eppure sono stati spesi centinaia di milioni di dollari. Il 13 gennaio è stata inviata una lettera a Barak dal capo della Sha'ar Hanegev Alon Schuster. Egli ha sottolineato che il tempo di reazione del sistema difensivo era troppo lungo per far fronte ai razzi .Lascia perplessi anche il gravoso costo di questo sistema: $ 100000. per ogni intercettatore.
Così, se i palestinesi producono migliaia di Qassams, la difesa israeliano dovrà fabbricare migliaia di missili al costo proibitivo di centinaia di milioni di shekel. Presupponendo che questa informazione siano note a tutti,è lecito chiedere come mai siano stati respinte altre opzioni come il progetto americano Nautilus(sarebbe possibile installarlo entro 6 mesi e sarebbe decisamente meno costoso)Forse la risposta a queste domande troveranno una risposta in tribunale: 50 cittadini di Sderot hanno fatto causa al ministero della Difesa presso il Tribunale distrettuale di Gerusalemme chiedendo l'installazione del sistema Nautilus entro due anni ARTICOLO

Commento: si sa in Israele non esiste la corruzione, la mafia, non eistono servizi segreti deviati e lobby politiche e militari...eppure qualche domanda bisognerebbe cominciare a porsela
Sderot e Gaza : aggiornamento (prima parte)

2 Comincia a emergere la verità sulla mancata difesa di Sderot?If bombastic names could stop rockets, the Israeli home front would no longer be exposed to the danger of Qassams, Katyushas and Grads of various sorts from Hamas and Hezbollah. Iron Dome and Magic Wand - who would dare fire rockets at the communities of the Galilee and Negev when Israel has systems blessed with such impressive names? However, the reality is grayer than the minds of those who invent the slogans, and the iron and magic are still far from protecting even one Israeli.




The state comptroller's report was published only this week because of the elections and the wait to swear in the new Knesset members, even though it had been completed more than two months ago. Its fact-filled pages paint a very grim picture. The comptroller, of course, is not to blame. On the contrary, retired judge Micha Lindenstrauss, the head of his office's security department, Maj. Gen. (res.) Ya'akov Or, and their colleagues have done an outstanding job. It seems they did not give in to the temptation to believe the plethora of arguments, excuses and pretexts of those being criticized.This grave report, particularly the chapter about defense against steep trajectory weapons, once again proves just how wrong it is to permit the defense establishment to regain the monopoly it enjoyed until about two decades ago over providing information to the public. In recent years, however, there was some backsliding in this respect with the encouragement of Prime Minister Ehud Olmert and Defense Minister Ehud Barak. The comptroller's report helps us understand why both of them, and their partners in responsibility for the failures, had something to hide.It must be said, they have many such partners - at least everyone who served in the past decade as prime minister, defense minister or finance minister, or were chief of staff or director general of the defense ministry, or were responsible for defense research and development. They did not sufficiently anticipate the extent of the damage caused by the rockets, they did not find suitable answers quickly enough, and they did not properly supervise the mechanisms they were in charge of.The report does not claim there was corruption, and for the most part it does not support pressure groups that are demanding another solution (the Nautilus laser system). But it raises the suspicion that ministers, officers and officials take greater pains to defend their status, power and organizations than the people exposed to the rockets.The government about to be formed must read the state comptroller's report thoroughly and consider it a guide to immediate action to correct the defects in defending Israel's citizens. Editorial / A deceptive magic wand
3 Esperto balistico: Israele ignora l' opzione anti-razzo degli STATI UNITI SintesiIl Dott. Nathan Farber è un esperto balistico che più volte ,ma inutilmente ha proposto al Ministro della Difesa una soluzione per i Qassam di Gaza: il sistema Usa Phalanx -utilizzato con successo in Iraq. Per qualche motivo Israele non ha mai considerato questa opzione ,basterebbero cinque batterie per coprire adeguatamente il Negev occidentale senza causare danni all'ambiente .  Perchè rifiutare una soluzione di questo tipo che garentirebbe una protezione adeguata.Se va bene per gli Usa, perchè non dovrebbe andare bene a noi?Articolo


Allegato 


 le scuole di Sderot non sono state ancora fortificate (data dal 4 SETTEMBRE 2009 in poi)

http://www.jewishpolicycenter.org/1426/ … ocket-zone

BROKEN PROMISES LEAVE KIDS IN ROCKET ZONE UNPROTECTED

2 Ten months after govt. decision, Sderot schools remain unprotected  Articolo

3 Non ancora rafforzate le scuole di Sderot L'anno scolastico sta terminando e il governo non ha ancora fortificato le scuole di Sderot, nonostante l'impegno assunto. Il Ministero degli Interni ,  Aryeh Bar,ha dichiarato che il ritardo è dovuto a un problema con la gara d'appalto.. Si sospettano irregolarità

Haaretz

4  Alta Corte di israele: no fondi di Stato per fortificare Sderot

5  abitanti di Sderot fanno causa al Governo   Una trentina di abitanti di Sderot ha presentato ricorso davanti alla Corte Suprema Israeliana contro il governo, colpevole non solo di non aver compiuto i lavori difortificazione alle loro case come promesso ,ma di aver obbligato  alcuni residenti a pagare di tasca i lavori di rinforzo nel Negev occidentale




G. Levy: l'IDF confisca ingenti somme di denaro in una notte

SINTESI personale
Fadel Abdeen, ad Hebron, ha la più grande agenzia di cambiavalute. l'IDF lo ha chiuso per sei mesi con l'accusa di finanziamento ad organizzazioni terroristiche, Abden afferma che l'autorità palestinese controlla che nulla venga utilizzato per finanziare hamas. Cmq sia il denaro non c'è più, è stato confiscato ,così come nelle principali città della Cisgiordania. Ci riceve il Presidente della Camera del Commercio di Hebron :Ismail Haniyeh,intorno a lui siedono ricchi uomini d'affari ..Israele, in una notte, ha tolto loro somme ingenti di denaro. Parlano con noi: Abdeen , 53 anni, ha negozi a Hebron, Ramallah e Betlemme; Mohi al-din Natsheh, 46 anni , con due negozi, e Sharif Wuswus, 46, con uno solo La gente preferisce i servizi bancari delle agenzie, tutto è registrato , tutto è scritto (un giro di affari giornaliero di 100.000 dollari)
Il lunedì notte, Abdeen è andato a letto, come al solito,. Si è svegliato improvvisamente, sentendo suonare il campanello .e ha visto circa 25 veicoli militari dinanzi alla sua porta .I militari gli hanno chiesto di andare con loro e di portare le chiavi della cassetta di sicurezza , Prima hanno confiscato i soldi che la moglie teneva nel portamonete, tutti i computer di casa, compresi quelli dei bambini, tutti i documenti, compresi i certificati di proprietà della terra e ,perfino, un trofeo sportivo. Il mandato di perquisizione era semplicemente un pezzo di carta fotocopiata con scritto. " finanziare attività terroristiche comporta una condanna di 10 anni di galera" Abdeen è stato bendato, ammanettato e fatto salire su un veicolo militare .
Quando sono arrivati al negozio i soldati, rimossa la benda e le manette , hanno confiscato tutto e chiuso per sei mesi l'agenzia
Quella stessa notte, l'esercito irrompe nelle case di Wuswus e Natsheh. A Wuswus hanno sequestrato i100000 dollari in contanti, a Natsheh $ 90000, Natsheh, aveva aperto il suo nuovo negozio solo tre giorni prima,ha ricevuto un ordine di chiusura di un anno,Wuswus,dopo avergli "preso" il cellulare è stato lasciato ,in strada, sotto la pioggia e al freddo Ai tre uomini non interessa la politica e nessuno metterebbe in pericolo una così fiorente attività per una manciata di dollari Essi sostengono che l'autorità palestinese controlla la circolazione di moneta e vigila attentamente sulle transizioni, , arrestando chi è in contatto con Hamas,Essi si sono rivolti al Dr Mati Atzmon a Gerusalemme spiegando le loro ragioni e chiedendo la restituzione del denaro Finora, ci risulta, non hanno ricevuto alcuna risposta



Bradley Burston: a Novembre voterò Cristiano

Sintesi
In questa campagna elettorale americana tutti vogliono dimostrare di essere più cristiani degli altri.Io non chiedo questo .Io voglio che il mio candidato sia un vero cristiano:capace di emulare Gesù ,guarire un paese che è ferito e spaccato nel suo interno(Matteo 5:44)
Il messaggio di amare i propri nemici non è debolezza, ma saggezza. Consiglia di fare tutto il possibile prima di aprire il fuoco. Se si costretti a farlo , esorta ad essere giudiziosi nella sua applicazione , di esplorare tutte le possibilità , di riaprire i negoziati, mentre si combatte
(Matteo 5:39) .Offrire l'altra guancia vuol dire dimostrare fermezza di fronte alla provocazione,conoscere la differenza tra auto-difesa e vendetta, considerare attentamente e responsabilmente le conseguenze di una reazione , senza farsi trascinare dal pregiudizioRomani 12:19-21)(Matteo 6:19)
Emulare Gesù. Guarire. Ciò vuol dire riconsiderare la sacralità della ricchezza materiale,riconsiderare la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, rivedere la questione del petrolio visto che finora si è rafforzato il terrorismo arricchendo i tiranni , adottare una politica fiscale che non avvantaggi chi è già ricco,Il mio candidato non respinge i poveri l'immigrato, ii bambini, i malati e gli infermi ,ma garantisce loro assistenza sanitaria. (Matteo 25:35-6)
Emulare Gesù vuol dire porre il bene il bene dell'umanità e del mondo al di sopra di tutto , Afferma il Pastore Mel Williams di Durham, North Carolina. "Gesù,Matteo 25, ci ricorda che saremo giudicati non per la nostra pietà, ma per il modo in cui trattiamo i poveri".
Un cristiano non dovrebbe essere insensibile , rigido,, vorace. Non dovrebbe ricorrere alla violenza, al culto dei consumi e delle armi .Un cristiano dovrebbe lottare contro la pena di morte e contro il diritto di tenere le pistole alla portata dei bambini, con lo stesso fervore con il quale combatte l'aborto.
L' America potrebbe veramente definire se stessa un paese cristiano.,se ponesse più l'attenzione alle parole e alle opere di Gesù, e meno a quelli che,in Suo nome, parlano con rabbia, con rancore, con vendetta Haaretz

venerdì 22 febbraio 2008

Ecco cosa vogliono gli Usa da Gaza



Sintesi

Mentre infuriava la Seconda guerra libanese ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger incontrò il generale Dan Harel, per esprimere sia l'insoddisfazione Usa per la conduzione della guerra sia per esprimere il timore che Israele stesse minando gli interessi americani Particolarmente deluso si dimostrò Dick Cheney . Il misterioso attacco israeliano in Siria lo scorso settembre e l'assassinio di Imad MUGHNIYAH a Damasco possono migliorare l'immagine di Israele, ma non ripristinare la fiducia americana nella sua capacità di occupare la Striscia di Gaza,sconfiggere hamas e consegnare ad Abu Mazen Gaza . Questo è ciò che vorrebbe l'America. Ma è difficile dimenticare sia la scarsa operatività militare dimostrata da Israele nella guerra libanese,sia che lo status quo a Gaza possa continuare a lungoUna vasta operazione israeliana, con l'incoraggiamento americano, potrà iniziare solo dopo che le forze di Abbas saranno addestrate . Ma,forse, allora, gli americani avranno un nuovo Presidente


PS: immagine tratta dal questo blog letterario

martedì 19 febbraio 2008

DI URI AVNERY:un finale inevitabile

o un interesse speciale in questo argomento. Quando entrai nell'Irgun all'età di 15 anni, mi venne detto di leggere dei libri sulle precedenti guerre di liberazione, particolarmente su quella polacca e quella irlandese. Lessi diligentemente ogni libro su cui potei mettere le mani ed ho da allora seguito le insurrezioni e le guerriglie nel mondo intero, come quelle in Malaya, nel Kenia, nello Yemen del sud, in Sudafrica, nell'Afghanistan, nel Kurdistan, nel Vietnam ed altre. In una di esse, la guerra algerina di liberazione, ho avuto una certa partecipazione personale.

Quando appartenevo all'Irgun, lavorai nell'ufficio di un avvocato istruito ad Oxford. Uno dei nostri clienti era un alto funzionario britannico del governo del Mandato. Era una persona intelligente, piacevole e divertente. Mi ricordo che una volta, quando se ne andò, un pensiero mi attraversò la mente: come possono delle persone tanto intelligenti condurre una politica così insensata?

Da allora, più sono stato assorbito da altre insurrezioni, più forte è diventata questa meraviglia. È possibile che la situazione stessa dell'occupazione e della resistenza condanni gli occupanti ad un comportamento stupido, trasformando persino i più intelligenti in idioti?


Determinati anni fa la BBC trasmise una lunga serie sul processo di liberazione nelle ex colonie britanniche, dall'India alle isole caraibiche. Dedicò un episodio ad ogni colonia. Gli ex amministratori coloniali, gli ufficiali degli eserciti di occupazione, i combattenti per la liberazione ed altri testimoni oculari erano intervistati a lungo. Molto interessante e molto deprimente.

Deprimente, perché gli episodi si ripetevano quasi esattamente. I governanti di ogni colonia ripetevano gli errori fatti dai loro predecessori nell'episodio precedente. Nutrivano le stesse illusioni e soffrirono le stesse sconfitte. Nessuno imparò alcuna lezione dal suo predecessore, anche quando il predecessore era stato egli stesso – come nel caso degli ufficiali di polizia britannici che furono trasferiti dalla Palestina nel KeniaNel suo denso libro, Polk descrive le principali insurrezioni degli ultimi 200 anni, le paragona a vicenda e ne trae le ovvie conclusioni.

Ogni insurrezione è, naturalmente, unica e differente da tutte le altre, perché i contesti sono differenti, come lo sono le culture dei popoli occupati e degli occupanti. I britannici differiscono dagli olandesi ed entrambi dai francesi. George Washington era diverso da Tito ed Ho Chi Minh da Yasser Arafat. Tuttavia malgrado ciò, c'è una stupefacente somiglianza fra tutte le lotte di liberazione.

Per me, la lezione principale è questa: nel momento in cui il grande pubblico abbraccia i ribelli, la vittoria della ribellione è assicurata.

Questa è una regola ferrea: un'insurrezione sostenuta dal pubblico è destinata alla vittoria, indipendentemente dalle tattiche adottate dal regime di occupazione. L'occupante può uccidere indiscriminatamente o adottare metodi più umanitari, torturare a morte i combattenti per la libertà catturati o curarli come prigionieri di guerra: niente fa differenza a lungo termine. L'ultimo degli occupanti può imbarcarsi su una nave con una cerimonia solenne, come l'alto commissario britannico a Haifa, o combattere per un posto nell'ultimo elicottero, come gli ultimi soldati americani sul tetto dell'ambasciata americana a Saigon: la sconfitta era certa dal momento in cui l'insurrezione aveva raggiunto un certo punto.

La vera guerra contro l'occupazione avviene nelle menti della popolazione occupata. Di conseguenza, il compito principale del combattente per la libertà non è di combattere contro l'occupazione, come può sembrare, ma di vincere i cuori della sua gente. E dall'altro lato, il compito principale dell'occupante non è di uccidere i combattenti per la libertà, ma di impedire alla popolazione di abbracciarli. La battaglia è per i cuori e per le menti della gente, i loro pensieri ed emozioni.

Questa è una delle ragioni per le quali i generali quasi sempre falliscono nella loro lotta contro i combattenti per la liberazione. Un ufficiale militare è la persona meno adatta per questo compito. Tutta la sua educazione, il suo intero sistema di pensiero, tutto ciò che ha imparato è opposto a questo compito centrale. Napoleone, il genio militare, fallì nel suo tentativo di sgominare i combattenti della libertà in Spagna (dove la parola guerrilla, piccola guerra, è stata coniata originariamente), non meno del più stupido generale americano nel Vietnam.

L'iconico Che Guevara ben definì le fasi che attraversa una classica guerra di liberazione: “inizialmente, c'è una banda parzialmente armata che prende rifugio in un certo luogo remoto [o in una popolazione urbana, aggiungerei] e difficile da raggiungere. Realizza un colpo fortunato contro le autorità ed alcuni dei coltivatori più scontenti si uniscono ad essa, giovani idealisti, ecc. ... si mette in contatto con i residenti ed esegue leggeri attacchi “colpisci-e-fuggi”. Quando nuove reclute ingrossano le fila attacca una colonna nemica ed elimina i suoi elementi guida... Dopodiché la banda installa accampamenti semi-permanenti... ed adotta le caratteristiche di un governo in miniatura... ” e così via.
Per avere successo fino in fondo, gli insorti hanno bisogno di un'idea che infiammi l'entusiasmo della popolazione. Il pubblico si unifica intorno a loro e fornisce aiuto, riparo e informazioni. Da questa fase in poi, tutto ciò che le autorità di occupazione faranno sarà di aiuto agli insorti. Quando i combattenti per la libertà vengono uccisi, molti altri li sostituiscono ed ingrossano i loro ranghi (come io stesso ho fatto nella mia gioventù). Quando gli occupanti impongono una punizione collettiva alla popolazione, rinforzano semplicemente il loro odio e la loro mutua assistenza. Quando riescono a catturare o uccidono i capi della lotta di liberazione, altri capi prendono il loro posto – come la Hydra della leggenda greca cui crescevano nuove teste per ognuna che Ercole tagliava via.

Frequentemente le autorità di occupazione riescono a causare una spaccatura fra i combattenti della libertà e la considerano un'importante vittoria. Ma tutte le fazioni combattono separatamente l'occupante, competendo a vicenda, come Fatah e Hamas stanno facendo adesso.

È un peccato che Polk non abbia dedicato un capitolo speciale al conflitto israelo-palestinese, ma non è in realtà necessario. Possiamo scriverlo noi stessi secondo la nostra comprensione.

Per tutti i 40 anni dell'occupazione, i nostri capi politici e militari hanno fallito nella lotta contro la guerriglia palestinese. Non sono né più stupidi né più crudeli dei loro predecessori – gli olandesi in Indonesia, i britannici in Palestina, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam, i sovietici in Afghanistan. I nostri generali possono superarli tutti soltanto in arroganza – la loro convinzione di essere i più astuti e che la “testa ebrea” inventerà dei nuovi brevetti che tutti quei Goyim non avrebbero mai potuto immaginare.

Dal momento in cui Yasser Arafat riuscì a vincere i cuori della popolazione palestinese e ad unirli intorno al bruciante desiderio di sbarazzarsi dell'occupazione, la lotta era già stata decisa. Se fossimo stati saggi, avremmo cercato allora un accordo politico con lui. Ma i nostri politici e generali non sono più saggi di tutti gli altri. E così continueremo ad uccidere, bombardare, distruggere ed esiliare, nell'insensata convinzione che se soltanto colpiamo ancora una volta, la vittoria a lungo attesa apparirà alla fine del tunnel – soltanto per accorgerci che l'oscuro tunnel conduce ad un tunnel ancora più oscuro.

Come accade sempre, quando un'organizzazione di liberazione non raggiunge i suoi obiettivi, un'altra più estrema si genera al suo fianco o al suo posto e vince i cuori della gente. Le organizzazioni di tipo Hamas sostituiscono quelle di tipo Fatah. Il regime coloniale, che non ha raggiunto in tempo un accordo con l'organizzazione più moderata, è alla fine costretto ad accordarsi con quella più estremista.

Il gen. Charles de Gaulle riuscì a fare la pace con i ribelli algerini prima di raggiungere quella fase. Un milione e un quarto di coloni sentì una mattina che l'esercito francese stava preparandosi ad andare a casa in una certa data. I coloni, molti di loro di quarta generazione, corsero per le loro vite senza ottenere alcuna compensazione (diversamente dai coloni israeliani che lasciarono la striscia di Gaza nel 2005). Ma noi non abbiamo un de Gaulle. Noi siamo condannati a continuare ad infinitum.

Se non per le terribili tragedie a cui assistiamo ogni giorno, potremmo sorridere alla patetica inettitudine dei nostri politici e generali, che corrono in circolo senza sapere da dove dovrebbe arrivare la loro salvezza. Che fare? Farli morire tutti di fame? Quello ha condotto al crollo della parete sul confine Gaza-Egitto. Uccidere i loro capi? Abbiamo già ucciso lo sceicco Ahmed Yassin ed innumerevoli altri. Eseguire la “Grande Operazione” e rioccupare l'intera striscia di Gaza? Abbiamo già conquistato due volte la striscia. Questa volta incontreremo guerriglieri molto più capaci, ancor più radicati nella popolazione. Ogni carro armato, ogni soldato si transformerà in in un obiettivo. Il cacciatore può diventare la preda. uindi cosa possiamo fare che non abbiamo già fatto?

In primo luogo, convincere ogni soldato e politico a leggere il libro di William Polk, insieme ad uno dei buoni libri sulla lotta algerina.

In secondo luogo, fare quello che tutti i regimi di occupazione hanno fatto alla fine in tutti i paesi in cui la popolazione è insorta: raggiungere un accordo politico che entrambi i lati possano accettare e trarne profitto. E venirne fuori.

Dopo tutto, la fine non è in dubbio. L'unica domanda è quante ancora uccisioni, quanta distruzione, quanta sofferenza dev'essere ancora causata prima che gli occupanti giungano all'inevitabile conclusione.

Ogni goccia di sangue versata è una goccia di sangue sprecata.

Versione originale:

Uri Avnery
Fonte: www.antiwar.com
Link: http://www.antiwar.com/avnery/?articleid=12347
12.02.08

Versione italiana:

Fonte: http://gongoro.blogspot.com/
Link: http://gongoro.blogspot.com/2008/02/un-finale-inevitabile.html
18.02.08

Betlemme : il Muro e la colonizzazione. Testimonianze




Muri di campagna. Bilal Jado è un ragazzo palestinese di 21 anni, alto e forte. Vive in una fattoria alle porte di Betlemme, in mezzo alla campagna e agli animali, dove la sua famiglia risiede da generazioni.

Il viso di Bilal s’illumina quando mostra orgoglioso le terre coperte di ulivi dove è nato, ma s’incupisce quando indica il muro. Alto, freddo, grigio. Il muro di separazione che il governo israeliano ha cominciato a costruire nell’estate del 2002 è apparso all’improvviso nella vita di Bilal e della sua famiglia. “Ovviamente, sapevamo quello che stava succedendo, ma non pensavamo che sarebbe arrivato così presto”, racconta Bilal. “Una mattina sono venuti qui alcuni uomini in abiti civili. Hanno annunciato alla mia famiglia che i lavori per la costruzione della barriera stavano per cominciare nella campagna attorno a casa nostra. Hanno offerto un indennizzo per abbandonare la terra dove tutti i miei familiari ed io stesso siamo nati. La sera mio padre ci ha riuniti tutti in cucina. Ci ha chiesto cosa ne pensassimo, ma in realtà tutti conoscevamo già la risposta”.
“Per quanto la nostra vita potesse diventare dura – dice Bilal -  nessuno di noi voleva lasciare la nostra casa. Qualche giorno dopo la visita di quelle persone, sono arrivati i bulldozer e i camion. Adesso c’è quello che potete vedere guardando fuori”.
Dalla veranda della casa di Bilal, all’ombra di rampicanti che sembrano eterni, il muro si vede in tutta la sua lunghezza. Chilometri di cemento, torrette di guardia e sistemi di sicurezza sofisticati. “Noi cerchiamo di continuare a vivere normalmente”, spiega il ragazzo, “ma niente è più come prima”.

Le barriere tra gli uomini. Il muro in questa zona rientra nel tratto della barriera chiamato Jerusalem envelope, pensato per annettere a Gerusalemme gli insediamenti israeliani sorti attorno a Betlemme.
La fattoria degli Jado resta all’interno della barriera e viene separata da Betlemme. E la famiglia di Bilal, nove persone in tutto, resta sospesa in una sorta di limbo amministrativo. “La nostra posizione è particolare”, spiega Azem, lo zio di Bilal, mentre guarda malinconico le terre che appartenevano alla sua famiglia e che adesso sono state requisite, “viviamo in territorio israeliano, ma non abbiamo i documenti. I funzionari israeliani ce lo hanno spiegato: loro annettono le terre, non le persone che ci vivono. Quindi non siamo in possesso dell’ID Card (documento di riconoscimento che la municipalità di Gerusalemme rilascia ai residenti che possono grazie a quella entrare in città ndr) e perciò non possiamo andare a Gerusalemme. Ma, allo stesso tempo, il muro ci separa da Betlemme e, quando i lavori saranno terminati, non potremo più andare a far la spesa in città: saremo da questa parte del muro. Non più cittadini di Betlemme, non ancora cittadini di Gerusalemme. Contiamo sulla solidarietà di amici che hanno i documenti per fare compere e soprattutto per vendere i prodotti della fattoria…per vivere insomma”.
“Per il governo israeliano – continua zio Azem -  è come se non esistessimo, anche se comunque dobbiamo pagare le tasse. A volte, ci viene in mente che forse il muro lo costruiscono con i nostri stessi soldi. Ma dalla nostra casa non ci muoviamo”.
Quanto sia cambiata la vita della famiglia Jado lo si capisce dal piccolo Zyad, il fratellino di 8 anni di Bilal. Due anni fa, per andare a scuola, il bimbo impiegava venti minuti. Giusto il tempo di trotterellare, con uno zainetto troppo grande per lui, dietro al fratello che portava le pecore al pascolo e di raggiungere poi Betlemme. Adesso Zyad è costretto a compiere un giro tutto attorno al muro per raggiungere la scuola più vicina dove gli è consentito andare. C’impiega due ore. “Lo devo accompagnare”, racconta Bilal con un atteggiamento paterno che stride con i suoi 21 anni, “troppa strada da fare da solo. Perdo tanto tempo, ma per il suo bene lo faccio. Io ho smesso presto di studiare, ma Zyad deve continuare. Ho cominciato subito a occuparmi delle pecore e mi è sempre piaciuto girare per queste terre, mi sentivo libero. Potevo rilassarmi e godermi l’aria fresca, ma adesso devo stare attento perché i lavori continuano ogni giorno e la mattina troviamo un tratto nuovo di muro. Tempo fa mi potevo anche distrarre, perché tanto le pecore conoscevano perfettamente l’area attorno alla fattoria. Adesso anche loro sono smarrite, Sharon -  aggiunge Bilal scoppiando a ridere - dovrebbe scusarsi anche con loro”. Sembra che in futuro, una volta finiti i lavori di costruzione, verranno predisposti dei cancelli per l’attraversamento del muro. I pass saranno rilasciati a chi dimostrerà di avere una necessità assoluta di doversi recare a Betlemme. Vivendo del lavoro della loro fattoria, la famiglia Jado difficilmente godrà di questo permesso. “Non credo che al governo israeliano interessi il fatto che ho tutti i miei amici dall’altra parte”, racconta Bilal. “Per ora, facendo dei chilometri e aggirando il muro nella zona dove non è stato terminato, riesco a raggiungere Betlemme, ma alla fine resterò lontano da tutte le persone che conosco da sempre, dai ragazzi con i quali sono cresciuto e che per me sono come fratelli”.

L'orizzonte negato. Bilal si fa strada attraverso gli ulivi per mostrare la strada che percorre la sera dopo il lavoro per incontrare i suoi amici. Dopo una mezz'ora buona di cammino tra sassi e alberi rimasti, visto che i lavori per la costruzione del muro hanno comportato l’abbattimento di centinaia di piante, incontra un gruppo di coetanei che passano il tempo a chiacchierare vicino al muro. “Non c’è lavoro”, spiega Bilal quasi a cercare di giustificare i suoi amici, “non hanno nulla da fare e allora vengono qui, per stare assieme”. Sono in tanti e si assomigliano. Tutti ripetono le stesse accuse: “gli israeliani ci rubano la terra e abbattono i nostri alberi che rappresentano la nostra identità, ci chiudono in un ghetto”. Si sfogano tirando sassi contro la barriera, guardati a vista da uomini armati che presidiano lo svolgimento dei lavori. Si sfogano scrivendo sul muro minacce e slogan e, uno di loro dotato di particolare fantasia, ha disegnato le orme di un paio di piedoni enormi che scavalcano il muro.
“Puoi chiudere qualcuno oltre un muro”, spiega Bilal con un sorriso amaro, “ma non puoi impedirgli di fantasticare. Io penso che, a fatica, potrei accettare di vivere in questo modo. Potrei accettare di fare i salti mortali per fare la spesa. Potrei accettare di fare dei chilometri per raggiungere un luogo che in linea d’aria dista pochi metri. Potrei accettare d’incontrare i miei amici da qualche altra parte, ma quello che proprio non riesco ad accettare è il fatto che qualcuno ha cambiato il mio orizzonte. Da quando sono nato l’unico viaggio che potevo permettermi era quello immaginario che compivo guardando libero l’orizzonte. Oggi questo muro me lo impedisce. No…questo non lo accetterò mai”.  
PeaceReporter - La famiglia di Betlemme
Christian Elia
2  Betlemme: Ponti non muro - Missionari della Consolata - Sito Ufficiale
3  Betlemme, la Madonna del Muro, una foto, un po' di silenzio


4   Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: A Betlemme un Natale ...

5  vedere il documento della Conferenza episcopalehttp://www2.db.chiesacattolica.it/cci_new/pagine/243/Il-grido-di-Betlemme.gif

6  Map of the Separation Barrier in the West Bank On February 20 2005, the Israeli government approved an updated route for the Separation Barrier. According to the map published by the Ministry of Defense, sections of the revised route will run close to or along the Green Line, thus reducing the harm caused to the daily life of Palestinians living in proximity to the route.CONTINUA

http://www.btselem.org/English/Maps/Index.asp

7   Betlemme. Una città soffocata
8  Anche un'impresa vitivinicola salesiana vittima del Muro   Da oltre un secolo le cantine di Casa Cremisan, nei pressi di Betlemme, sono famose per la loro produzione vinicola, i cui proventi hanno concorso a migliorare lo standard di vita di migliaia di palestinesi del posto. Oggi, però, la costruzione della «barriera di sicurezza» voluta da Israele mette a repentaglio tutto il buon lavoro compiuto fin qui.Quel muro di nove metri sta per sbarrare ogni accesso ai vigneti e al monastero gestito dai salesiani e minaccia di impedire ai dipendenti, in gran parte palestinesi di religione cristiana, di raggiungere il loro posto di lavoro. Secondo Amer Kardosh, responsabile delle esportazioni di Cremisan, Israele sta trasformando l'azienda vitivinicola in una «prigione» con tutta una serie di posti di blocco dove il transito dei lavoratori dell'azienda viene consentito solo due volte al giorno: una per raggiungere il posto di lavoro, l'altra per tornare a casa.A chi fosse sprovvisto di un permesso speciale non è più possibile visitare l'area di Betlemme, che si trova a soli dieci minuti d'auto da qui. Visitatori e turisti possono venire solo da Israele, via Gerusalemme. «Saremo tagliati fuori dalla Palestina e questa è la cosa più tragica» dice Kardosh a Terrasanta.net. «Il problema non è solo nostro. Il muro rappresenta un problema per tutti, ma la zona di Cremisan, nota per il suo monastero e la produzione vinicola, assume una valenza simbolica».Il muro rende difficile ai salesiani anche ricevere i raccolti delle vendemmie. Cremisan ha sempre acquistato i grappoli dai coltivatori che si trovano ora sul versante palestinese del muro per cui anche questa operazione di approvvigionamento va incontro a grossi ostacoli.Della Shenton, importatrice di vini Cremisan nel Regno Unito, spiega che i salesiani «hanno fatto moltissimo» per i palestinesi di Betlemme. «Con il loro approccio caritatevole danno da vivere alla gente del posto»I religiosi italiani fondarono l'azienda vinicola nel 1885 su una proprietà ricevuta in eredità, con l'obiettivo di dare lavoro alla popolazione locale. Gradualmente è stata messa a punto l'attività commerciale, fino a raggiungere l'autosufficienza economica per poi destinare i proventi al finanziamento delle proprie scuole e alla gestione di un panificio a Gerusalemme. «I salesiani hanno sempre sfamato le famiglie più povere», spiega la Shenton, che in Inghilterra ha fondato e dirige la società senza fini di lucro 5th Gospel Retreat,impegnata a organizzare pellegrinaggi in Terra Santa e a commercializzare prodotti palestinesi.Lo scorso anno i salesiani resero pubblica una dichiarazione di protesta in cui spiegano che la comunità di Cremisan è vittima «di una decisione unilaterale delle autorità israeliane», decisione che infrange il diritto internazionale. Precisavano anche che la costruzione del muro sulla loro proprietà ha contribuito a ridurre un danno ancora maggiore al vicino villaggio di Al-Walajeh.Cremisan è un'area sottoposta a occupazione e quindi non è previsto alcun diritto di appellarsi ad altre autorità israeliane. «A decidere è solo l'amministrazione militare. Perciò non hai qualcun altro da cui andare per chiedere gentilmente di cambiare le cose» osserva Kardosh, palestinese e cristiano.L'arbitrarietà dei soldati è un esempio lampante e una notevole fonte di frustrazione. «Se decidono che oggi non puoi attraversare ilcheck-point, devi tornare indietro anche se hai con te i moduli richiesti, le fatture, i documenti legali e fiscali e tutto il resto in ordine», dice Kardosh. «Non c'è nulla che tu possa fare». Soltanto il Natale scorso, l'intransigenza dell'esercito ha costretto l'azienda vinicola ad annullare una grossa spedizione in Giappone. Il governo di Israele sostiene che il muro è necessario per ridurre gli atti di terrorismo e afferma che in effetti sta funzionando. La Shenton è d'accordo fino a un certo punto. «C'è del vero, gli attentati suicidi si sono enormemente ridotti» ammette, ma aggiunge anche che gli israeliani stanno usando «un approccio molto aggressivo. I palestinesi vengono continuamente vessati quando chiedono di varcare i posti di controllo. Subiscono umiliazioni continue e ampiamente documentate. Non si può far a meno di domandarsi cosa c'entri tutto ciò con la sicurezza».Nonostante tutto le difficoltà esterne i salesiani continuano a piantare vigne e tirano avanti meglio che possono.«Tutto ciò è molto triste ma i salesiani continueranno ad essere un segno di speranza e non vogliono farsi piegare troppo da quanto accade», dice la Shenton. La quale è convinta che il muro cadrà se ci sarà un'«ondata di protesta sufficientemente forte». Ma ciò accadrà solo quando la gente sarà meglio informata e vedrà coi proprio occhi le ingiustizie che gli israeliani stanno infliggendo alla gente di qui.Terrasanta.net

9  Palestina :La casa sul confine tra odio e riconciliazione   ] La casa sul confine tra odio e riconciliazione Mahnal tiene in braccio la piccola Giovanna di pochi mesi mentre i due gemellini si tengono alla gonna: vivono in una grande casa sulla linea del Muro di sicurezza che separa Betlemme da Beit Jala, ma in realtà è una sorta di prigione. Questa posizione ha causato e causa gravi problemi a tutta la famiglia. «A parte la difficoltà a raggiungere Betlemme dove lavoriamo e dove si trova la nostra parrocchia, non abbiamo potuto costruire il tetto della casa perché avrebbe superato l'altezza del Muro e questo non è consentito, ma soprattutto abbiamo perso la terra e gli ulivi che si trovano al di là... così vediamo gli israeliani che raccolgono le nostre olive mentre noi siamo costretti a comprare l'olio!»Ma quello che angoscia Mahnal è ben altro, è l'odio che si respira intorno e dentro la sua casa e che minaccia la crescita serena dei suoi bambini: «Durante l'intifada era assordante il suono degli elicotteri e dei bombardamenti vicini, da noi entravano ed entrano ancora oggi i soldati di giorno e di notte per fare controlli, spesso rovinando il cancello e la porta... Se poi sorprendono qualcuno che ha cercato di oltrepassare il Muro, lo torturano e lo lasciano lì sanguinante perché sia di monito ad altri... I nostri bambini vedono tutto questo e dobbiamo farli seguire dagli psicologi affinché ritrovino un equilibrio. Ma come possiamo educarli al dialogo? Temo fortemente per il loro futuro». Nonostante tutto, Manhal non pensa di emigrare, ha molta fiducia nell'aiuto della comunità cristiana a cui si aggrappa: «Siamo pochi cristiani e sappiamo di essere una presenza scomoda tra due popoli che si fanno la guerra, ma ci sentiamo uniti; per noi la terra è sacra, come l'ospite e l'onore. Dio ci ha chiesto di essere suoi discepoli qui, dove tremenda è la divisione, ma sono certa che non resterà sordo al nostro grido».


10   Nahalin, villaggio palestinese tra i confini di Israele e il Muro di Separazione: cittadini palestinesi prigionieri nella loro terra.




11  Betlemme : i semi di limone di Nasser  :  Carissimi di Bocchescucite, sono una suora delle Figlie di N.S.della   Misericordia. Ho letto e visto la tristissima storia di Nasser che vede in
queste settimane i bulldozer israeliani invadere il suo giardino e
distruggere le sue piante. Tanti hanno inviato a Bocchescucite le loro foto che ora sono appese agli alberi di Nasser a Beit Jala, ma io purtroppo, per ubbedienza, non posso inviare la mia foto. **Ma mi è venuta un'idea: ho seminato dei semi di limoni ed ora è spuntata una bella piantina. Se potessi inviare le mie piantine di limoni a Betlemme... Vorrei riempire di piante ogni angolo del giardino e fermare il Muro con radici nuove e germogli che forse commuovono e convincono anche la grettezza del violento e la violenza del prepotente...Io sono siciliana e forse potrei impegnarmi a chiedere delle piantine di tutti gli agrumi... Che ne dite? 
Newsletter Bocche



12   Il villaggio di Jeb al Theeb : “Sono forte, resisto


13     Nuova attività di insediamento nell’area a sud di Betlemme  Il terreno è situato nei pressi della strada principale che collega il villaggio con Alma’sara e con Om Salamouna, due villaggi vicini verso nord.Secondo Taqatqa, in precedenza questo terreno era bersaglio dei coloni, ma lui aveva potuto sottoporre il caso alla Corte Suprema di Israele, la quale aveva stabilito che lui era il padrone del terreno e che poteva quindi lavorarlo e mettervi delle piante.  In questi ultimi giorni, Taqatqa ha notato che dei coloni venivano di continuo a vedere il luogo, poi, lunedì, l’esercito ha spianato il terreno e trasportato il caravan. Ha tentato di entrare nella sua proprietà come di diritto, ma i soldati di guardia al caravan lo avevano bloccato. Secondo fonti locali del villaggio, sembra che i coloni vogliano costruirvi un nuovo avamposto.
Questo si è verificato solo il giorno dopo, la mattina di domenica 10 ottobre, quando 200 coloni israeliani armati hanno cominciato a costruire un avamposto sui terreni agricoli del villaggio di Al-Khader. I coloni hanno costretto la famiglia Ghnaim ad andarsene dalla loro terra e hanno usato i bulldozer per cominciare a scavare.
Il villaggio è situato 5 chilometri a ovest di Bethlehem nella West Bank, e il luogo del nuovo avamposto è molto vicino alla colonia di Navi Daniel, che è a sud del villaggio. Non è chiaro se i coloni hanno intenzione di mettersi a costruire un nuovo avamposto o di espandere la colonia preesistente. Al-Khader, come molte altre località della zona, ha già perso diverse migliaia di dunam di terreno agricolo in occasione della costruzione del Muro di Separazione israeliano, per il quale vennero utilizzati i terreni dello storico villaggio, separando gli agricoltori dalle loro terre. I residenti ora possono accedere alle proprie terre espropriate solo con un permesso rilasciato dall’autorità militare israeliana. La costruzione della colonia ha avuto inizio immediatamente dopo lo scadere del congelamento delle colonie, avvenuto due settimane fa. Dato che i coloni hanno ripreso le loro attività di edificazione in modo aggressivo, probabilmente si verificheranno ulteriori furti di terre e atti di violenza contro le comunità palestinesi locali. 
(tradotto da mariano mingarelli)
http://www.amiciziaitalo-palestinese...tina&Itemid=75


14   Radio Vaticana :Marcia dei bambini a Betlemme per chiedere la pace senza muri  A Betlemme, la gioia per il Natale è scandita da celebrazioni, canti, preghiere e iniziative accomunate dalla speranza di un’autentica riconciliazione. Oggi, in particolare, si è tenuta la III edizione della Marcia dei “bambini senza frontiere per l'unità e la pace”, promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II. Sulla marcia si sofferma, al microfono di Amedeo Lomonaco,Charlie Abou Saada, direttore di Juthouruna Youth Forum, organizzazione con sede a Betlemme rivolta ai giovani cristiani e musulmani della Palestina:
 –
Stamattina, nella città di Betlemme, che ha visto la nascita di Gesù Bambino, centinaia di bambini palestinesi, musulmani, cristiani sono venuti da tutte le parti della Palestina e hanno gridato a piena voce esprimendo prima di tutto a Dio, e poi alle autorità politiche, il desiderio di avere la pace e la giustizia in Terra Santa. E’ stato bello anche per noi di Betlemme vedere tutti questi bambini. Purtroppo, per la maggior parte di loro è stata la prima volta l'essersi recati a Betlemme. Qualcuno è venuto da Jenin, da Nablus, da Gerico, attraversando i posti di blocco, i check-point per venire a festeggiare questo Santo Natale a Betlemme.D. – Da segnalare, poi, che per questo periodo di Natale sono aperti per i cristiani tutti i check-point di Betlemme e Gerusalemme...R. – Sì, c’è una novità, un progresso, ma la difficoltà è ancora tanta. Vado a Gerusalemme, al Santo Sepolcro e nella città vecchia di Gerusalemme... ma poi quando torno a casa, torno in questa prigione, in questo muro che si chiama Betlemme.
D. – Quale è la situazione della comunità cristiana di Betlemme?R. –
 Ci sono pellegrini e turisti. Noi ci sentiamo vivi e cerchiamo di lavorare. Quest’anno, abbiamo avuto veramente tanti pellegrini: abbiamo respirato e visto in questi giorni le nostre famiglie cristiane qui a Betlemme, al campo dei pastori, andare a spasso con i bimbi, per far vedere loro gli alberi di Natale. Quindi, da questo punto di vista, c’è più tranquillità, perché si lavora di più, ma dall’altra parte rimane l’occupazione israeliana: c’è sempre il muro che ci racchiude e le difficoltà sono tantissime. Chiediamo veramente l’intervento di Dio, prima di tutto.
D. – Tra gli appuntamenti più attesi a Natale, sicuramente c’è la Messa di mezzanotte, che sarà presieduta a Betlemme dal patriarca latino, mons. Fouad Twal...
R. – Sì, a mezzanotte. Sono ormai due settimane che si stanno preparando per questo grande evento. Sarà presente anche il nostro presidente palestinese, Mahmoud Abbas, Abu Mazen. Nel suo messaggio, sicuramente il patriarca Fouad Twal farà cenno alla pace, alla giustizia. Da sempre – questa è la nostra preghiera – chiediamo a Dio di darci il dono della pace, della giustizia. Ma i nostri giovani, i bambini si stanno rassegnando ed è questo il grosso problema. Dobbiamo aiutare questi giovani e questi bambini a non rassegnarsi.Marcia dei bambini a Betlemme per chiedere la pace senza muri

15   Un nuovo racconto di Natale: Betlemme occupata

16   Betlemme, un tranquillo Natale all'ombra del Muro israeliano   Betlemme ha trascorso serenamente le sue festività natalizie. Nonostante qualcuno avesse provato ad agitare l'ormai consunto spauracchio del fondamentalismo islamico, pellegrini e semplici turisti hanno affollato indisturbati le strade di quella che è considerata la culla della religione cristiana. Una mite giornata di sole quella del 25 dicembre, che permetteva ai fedeli di radunarsi in piazza per ascoltare le parole del patriarca Fouad Twal. Circa 90mila pellegrini giunti in città per celebrare il Natale e tutto esaurito registrato dalle 24 strutture alberghiere presenti in città.Nessuna traccia, come era del resto prevedibile, del temuto fondamentalismo islamico o di quelle - per riprendere le definizioni di alcuni giornalisti della carta stampata - gang di ragazzetti islamici che riempirebbero la piccola comunità cristiana di angherie. Nessuno scontro e nessuna violenza, a differenza di altre realtà della regione (vedi Iraq ed Egitto ad esempio) dove le piccole comunità cristiane sono realmente poste sotto assedio. In Terra Santa, del resto, lo scontro non è mai stato di natura religiosa. Ed allora molti hanno attribuito al consiglio municipale di Betlemme, appartenente dopo le regolari elezioni municipali del 2005 ad Hamas, la responsabilità di aver favorito un crescente fondamentalismo islamico ed aver costretto all'emigrazione di massa dei cristiani. I fatti smentiscono questa tesi. Un crescente ed imperante fondamentalismo islamico non avrebbe certamente permesso di addobbare le strade con luci e festoni, non avrebbe garantito l'incolumità dei numerosi gruppi di boy scout che proprio durante le festività hanno marciato per le strade di Betlemme.C’è da chiedersi perché mai il reazionario consiglio municipale di Hamas, peraltro regolarmente eletto, avrebbe dovuto permettere l'apertura (solo nel 2010)  di 12 nuovi negozi di souvenir cristiani di fronte alla Chiesa della Natività?In un clima di tensione, secondo alcuni addirittura di repressione, come avrebbe fatto il turismo di natura religiosa a crescere solo nel 2010 di circa il 60 per cento arrivando a rappresentare il 15 per cento del Pil palestinese? Come avrebbero fatto 1 milione e mezzo di pellegrini cristiani provenienti da tutto il mondo, sempre nel solo 2010, a visitare senza problema alcuno i luoghi della religione cristiana senza essere oggetto di minacce e soprusi da parte della collerica maggioranza musulmana?Certo i cristiani in Terra Santa sono pochi. Anzi, pochissimi. In netta diminuzione dal 1948 ed in particolare a seguito dell'Intifada del 1987 ed alla seconda rivolta popolare palestinese del 2001. Una situazione difficilissima: sempre più stretti fra ebrei e musulmani l'unica soluzione possibile sembra essere quella dell'emigrazione all'estero. Una situazione difficilissima in particolare quella di Betlemme: stretta com'è fra il Muro ed i progetti di espansione degli insediamenti che la circondano. È il cemento del Muro che ha fatto ombra sulla città. Sono gli otto metri di altezza del Muro che circondano la città su tre lati rendendo oggettivamente più difficile, sebbene non impossibile, il passaggio di turisti e visitatori, le cui presenze potrebbero essere molto più alte di quanto non lo siano già adesso. Molto più di qualsiasi dato, cifra o considerazione di natura politica è un graffito di colore rosso disegnato sul Muro che rende l'idea di cosa sia oggi Betlemme: “Merry Christmas from Betlehem Ghetto”.
Betlemme, un tranquillo Natale all'ombra del Muro israeliano
 Buon Natale, naviganti.


 17   Betlemme : vi ricordate di Omar… dal blog di Abuna Mario


18    IERI ANAS HA FATTO TARDI : lettera da Betlemme Anas non è mai arrivato tardi a lezione. Non è mai mancato, nemmeno una sola volta. Non è mai accaduto che non avesse fatto i compiti, non è mai accaduto che li avese fatti male. È uno studente brillante, disciplinato, intelligente, come lo sono in pochi. Uno stu[Image]dente a cui qualunque insegnante immancabilmente si affezionerebbe. Anas per venire a una lezione di italiano deve percorrere diversi kilometri, almeno 40 minuti di strada. Anas è palestinese, e per questo la sua strada si allunga, indelebilmente, per attorcigliarsi nel percorso illogico segnato da un muro ancora più assurdo. Anas è chiuso all'interno di quello spazio che il regime di occupazione israeliano ha segnato per i non ebrei, che rimangono dall'altra parte del muro, in silenzio si spera, mentre i coloni scorazzano fuori e dentro la West Bank, indisturbati. E se non fosse il muro, e se non fossero la lunghezza della strada, le intemperie, i check point a impedire lo studio di un ragazzo, allora interverrà la violenza: quella più veloce, vera, più diretta.Anas oggi era in ritardo, ero stupita. È infine arrivato in classe, almeno 15 minuti dopo l'inizio della lezione. L'ho visto accasciarsi sulla sedia e tremare. Tremare tremendamente e scuotersi, dalla tasca destra cercare con la mano, un fazzoletto, singhiozzare. Sono accorsa: «Mi hanno picchiato, mi picchiavano in quattro». «Perché? Perché?» Nella mia ingenuità mi illudevo potesse esserci un motivo. Così, con la mano tenendosi lo stomaco, respirando a fatica, il volto sconvolto, arrossato per le percosse, ha raccontato.Come ogni giorno aveva preso il taxi collettivo che lo conduce da Abu Dis fino a Betlemme. Come ogni giorno aveva dovuto attraversare il check point israeliano che, come molti altri, si trova all'interno di quelli che in tanti, ancora oggi, usano chiamare Territori Autonomi Palestinesi. Tuttavia oggi c'erano state rivolte in tutta la West Bank. Tuttavia oggi si cercavano, come e più di altre volte, capri espiatori. Ed è così che quattro soldati israeliani hanno fatto scendere dalla macchina Anas, che viaggiava insieme ad altre persone. Lo hanno indicato, gli hanno ritirato il documento di identità e gli hanno urlato: «Tu! Da quella parte!». Lo hanno portato in una piccola stanza, di cui ogni check point è fornito, e in quattro hanno iniziato a picchiarlo selvaggiamente. Lo hanno schiaffeggiato, gli hanno sbattuto i fucili addosso, infine lo hanno lasciato partire.Anas accasciato su quella sedia. Le sue lacrime, il suo onore, il suo valore, la sua intelligenza feriti. Che vergogna, che rabbia infinita che sento, una rabbia che non vuole sentire ragioni e che forse non avrei sentito se ne avessi semplicemente letto su un giornale. L'ingiustizia infatti ha occhi, mente e lacrime vere. Volevo portarlo all'ospedale, Anas non ha voluto: «Anche questa lezione devo lasciarmi rubare?». Durante la lezione, tutto quello che ho saputo dire è stato: «Mio caro, l'anno prossimo sarai in Italia, e là studierai all'Università». Poi quelle parole mi sono bruciate nel ventre... quale consolazione rappresenta la fuga?Vorrei che gli studenti si immedesimassero in Anas. Vorrei che gli insegnanti, i professori italiani, immaginassero di ricevere il migliore dei propri studenti, una mattina, in classe, percosso e ferito nell'anima. Questa la Palestina di oggi, un regime di apartheid contro cui noi occidentali siamo chiamati a reagire.*professoressa di Italiano a Betlemme