AMIRA HASS - IL FUTURO DEI NOSTRI NIPOTI, SECONDO SAEB EREKAT(1955-2020)."Dimmi, Amira", disse Erekat. "Gli israeliani non pensano ai loro nipoti"
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Era l'inizio dell'autunno del 1997 o 1998. Un rapido controllo in un archivio potrebbe dire di sicuro quando è stato, ma ora non ha molta importanza. Stavo tornando da Gaza a Ramallah. Era sera, ma non tardissimo perché il giornale doveva ancora andare in stampa. Il redattore notturno mi ha chiamato e mi ha chiesto di cercare qualche informazione sull'incontro che aveva avuto luogo quel giorno tra i rappresentanti dell'OLP e i funzionari del governo Netanyahu. Ricordo che il rappresentante israeliano era Danny Naveh. All'epoca era il segretario di gabinetto nominato "capo del comitato direttivo israeliano per i rapporti con i palestinesi"
Mi sono fermata a una stazione di servizio vicino ad Ashkelon (strano, il tipo di dettagli che si ricordano!). Ho telefonato al dottor Saeb Erekat, o perché la radio aveva annunciato la sua partecipazione all'incontro o perché sapevo che di solito rispondeva alle telefonate.
Non c'è niente da dire : non è successo nulla, ha risposto quando gli ho posto la mia domanda. Non ricordo le sue esatte parole, ma ha detto qualcosa sulle questioni minori che erano state discusse durante la riunione. Poi improvvisamente ha sospirato e ha detto : "Dimmi, Amira ..." Sono rimasta sorpresa dal fatto che si sia rivolto a me in modo così diretto, così cordiale.
Non sono mai stata, e non lo sono, una giornalista che ha rapporti personali e amichevoli con funzionari di alto rango. Anche se sono tra i rappresentanti del popolo che occupiamo e opprimiamo con tale competenza ed efficienza. E questo indipendentemente dal fatto che, sfortunatamente, questa particolare Amministrazione ha fatto del suo meglio per perdere la fiducia della propria gente. E un'altra cosa, per essere chiari: ho sempre pensato che l'uso azzardato da parte della stessa dirigenza di termini autoreferenziali come "governo" e "ministri" quando le sue attuali autorità non potevano competere con quelle di qualche consiglio locale, era abbastanza ridicolo. E altrettanto ridicolo era il consenso dei suoi membri all'uso di titoli antiquati come "sua altezza" o "venerabile ministro", ambasciatore o ufficiale superiore.
"Dimmi, Amira", disse Erekat. "Gli israeliani non pensano ai loro nipoti?" Non doveva spiegarmi cosa intendesse dire, ma nel caso qualcuno non lo capisse: Erekat stava chiedendo come gli israeliani potessero essere così sicuri di poter continuare a occupare, opprimere e comportarsi con tanta arroganza e condiscendenza, senza che ci siano implicazioni per le generazioni future, senza che accadano cose terribili e la normalità che tanto bramano svanisca anche per loro in mezzo a tanto dolore.
La sua domanda era piena di empatia e apprensione autentiche. Ha rivelato le sue posizioni più di qualsiasi raffinato discorso o articolata dichiarazione in un'intervista televisiva. Mi ha mostrato quanto Erekat vedesse e riconoscesse questo pezzo di terra, la sua patria, anche come casa degli ebrei israeliani. E così, come altri, si è impegnato nel percorso degli accordi di Oslo e dei negoziati che pensava, o era tentato di pensare, come molti nell'OLP, fossero negoziati per la pace con Israele che sarebbero culminati in un civile e rispettoso accordo.
Erekat, il principale negoziatore con Israele scomparso la scorsa settimana a 65 anni, rappresenta un'intera generazione di palestinesi nati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che erano bambini nel 1967 quando dopo la guerra di quell'anno scoprirono, contrariamente a quanto avevano sentito prima, che c'era un'intera fiorente società ebraico-israeliana che vedeva la sua presenza qui come del tutto normale. Hanno scoperto che questa società non era "artificiale", che non era solo "una base militare" e che non sarebbe svanita di sua iniziativa "come un frutto maturo che cade dall'albero", come gli slogan narcotizzanti a cui molti palestinesi si sono aggrappati durante i duri anni che seguirono la catastrofe palestinese, la Nakba.
Per la generazione della prima intifada, questa nuova realtà, per quanto dolorosa, amara e controversa, e la crescente familiarità con gli israeliani di ogni tipo e prospettiva, si sono evoluti nella speranza che fosse possibile intraprendere una strada diversa, un percorso per la coesistenza, con Israele e gli ebrei in Israele.
La condizione immediata e necessaria per questo era che Israele si liberasse dal suo desiderio di occupare sempre più terre palestinesi. Ma questo non è avvenuto. Al contrario: Israele, sotto entrambi i governi, Laburista e Likud, ha sfruttato gli anni di negoziati per continuare il suo saccheggio. Ogni palestinese si sveglia ancora ogni mattina con la consapevolezza che non solo Israele ha inflitto moltissima sofferenza a loro, alle loro famiglie e alla nazione, ma intende continuare a farlo, e finora nessuna Amministrazione Palestinese è stata in grado di fermarlo.
C'è stato un momento in cui l’Amministrazione Palestinese guidata da Fatah avrebbe potuto prendere una posizione diversa, agendo con più determinazione e saggezza al tavolo dei negoziati in modo che Israele cambiasse? Se così fosse stato , ciò sarebbe potuto accadere solo se gli Stati Uniti e i paesi europei avessero smesso di trattare Israele come un paese che è al di sopra del Diritto Internazionale, come una bambola di porcellana che deve essere avvolta nel perdono e nella concessione infinita.
C'era una possibilità che ciò accadesse? Apparentemente no, e presumibilmente l’Amministrazione Palestinese lo ha capito. Avrebbe potuto cedere volontariamente il suo controllo limitato sulle enclavi che Israele gli aveva lasciato nel territorio occupato del 1967 e scegliere un percorso di lotta completamente diverso che comportava anche la rinuncia ai benefici materiali e alla posizione internazionale che questo controllo conferiva ad essa, alle classi dirigenti e alle sue famiglie? Apparentemente solo una nuova dirigenza palestinese sarà in grado di cercare nuovi e diversi modi per combattere per la liberazione. Ma non accadrà presto, e non è l'argomento di questo articolo.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
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