Per un giorno gli abitanti del villaggio di Ein Samia hanno sconfitto i coloni israeliani più radicali

Accompagnati da attivisti israeliani e internazionali, gli abitanti della comunità rurale palestinese Ein Samia hanno marciato verso i loro pascoli, situati tra gli avamposti  più violenti della Cisgiordania.

Di Oren Ziv
Gli abitanti del villaggio di Ein Samia sventolano bandiere palestinesi su una struttura abbandonata costruita dai coloni, come parte degli avamposti notoriamente radicali di Baladim, il 15 agosto 2018. (Oren Ziv / Activestills.org)
Gli abitanti del villaggio di Ein Samia sventolano bandiere palestinesi su una struttura abbandonata costruita dai coloni, come parte degli avamposti notoriamente radicali di Baladim, il 15 agosto 2018. (Oren Ziv / Activestills.org)
La comunità di Ein Samia è composta da 40 famiglie che vivono adiacenti all'insediamento di Kochav Hashahar, appena a nord di Gerusalemme Est, nella West Bank. I residenti palestinesi furono espulsi dalla zona negli anni '70, quando l'IDF stabilì una base lì come parte dell'insediamento. Da allora gli abitanti del villaggio hanno vissuto su una collina vicina.

Sei anni fa, gli avamposti di Kochav Hashahar, spesso definiti come avamposti di Baladim, iniziarono a diffondersi, costruiti dai giovani ebrei della  collina , che sono noti per essere tra i coloni più violenti ed estremisti della West Bank. Ultimamente, gli attacchi contro i residenti palestinesi sono in aumento. La scorsa settimana, dicono gli abitanti del villaggio, un colono, accompagnato da soldati , si è avvicinato a una delle case del villaggio. Ha cercato di attaccare un palestinese; i soldati hanno fatto il minimo indispensabile  consigliando  alla vittima di parlare con la polizia.
Quando lui è arrivato alla stazione di polizia, è stato arrestato e detenuto per circa 72 ore. Attivisti israeliani di sinistra dell'organizzazione Ta'ayush sono stati coinvolti.
Due settimane fa, le forze dell'IDF hanno demolito "Maoz Esther", uno degli avamposti di Baladim, situato a un chilometro dalla recinzione che circonda Kochav Hashahar. Proprio quel giorno i giovani della collina  hanno iniziato a lavorare alla  costruzione di un nuovo avamposto e, all'inizio della scorsa settimana, una nuova struttura era già in costruzione .
Lo scorso mercoledì dozzine di attivisti israeliani, palestinesi e internazionali si sono uniti agli attivisti locali per una visita di solidarietà al pascolo che appartiene ai palestinesi, ma si trova tra i due avamposti. I proprietari palestinesi hanno paura di avvicinarsi senza accompagnamento. "Se andiamo da soli, i coloni si dirigono immediatamente verso di noi e lanciano pietre contro di noi", dice H., un residente di Ein Samia di 50 anni.
Attivisti palestinesi, israeliani e internazionali marciano dalla comunità della West Bank di Ein Samia al pascolo del villaggio, ora situato tra due avamposti dei coloni, il 15 agosto 2018. (Oren Ziv)
Attivisti palestinesi, israeliani e internazionali marciano dalla comunità della West Bank di Ein Samia al pascolo del villaggio, ora situato tra due avamposti , il 15 agosto 2018. (Oren Ziv)
La passeggiata da Ein Samia al pascolo è lunga. L'area è ricca di flora, in passato i pastori della Valle del Giordano si dirigevano verso l'area per pascolare. Oggi, Kochav Hashahar rende impossibil ciò . Per raggiungere il pascolo  bisogna fare una deviazione di diversi chilometri, scendere a valle e risalire per altre centinaia di metri, il tutto per non passare per l'avamposto. "L'area di pascolo non è off limits per noi a causa della polizia o dell'esercito, ma a causa dei coloni", dice H.
È certo che il nuovo avamposto, costruito la scorsa settimana, ha lo scopo di creare contiguità territoriale con Maoz Esther, negando così  l'accesso al pascolo. "Questo creerà una linea che ci bloccherà completamente", continua. "Quando andiamo lì con le nostre pecore, l'esercito e la polizia controllano   solo che non stiamo facendo nulla di illegale. E' probabile che qualcuno dello stato o dei servizi di sicurezza (la sicurezza di Kochav Hashahar, OZ) abbia calcolato che se costruiranno una nuova casa, non passeremo tra i due avamposti. Per 'esercito, l'avamposto è illegale, ma le forze di sicurezza (di Kochav Hashahar, OZ)   se  ci vedono avvicinarci  chiamano immediatamente i soldati ", aggiunge. Ai suoi occhi, la distinzione tra Kochav Hashahar, che è considerata legale secondo la legge israeliana e i suoi avamposti circostanti, non ha senso.
Kochav Hashahar è stato fondato a metà degli anni '70. All'inizio, l'esercito ha segnato l'area  per i costruire una base militare e ha chiesto ai residenti palestinesi di trasferirsi. " Anno dopo anno più persone hanno iniziato ad arrivare -  dice H. . " Se ci  spostiamo di un altro chilometro, loro andranno dove stiamo vivendo adesso e prenderanno la terra. Non ci vogliono qui. "
Mentre marciamo verso l'area di pascolo, Guy Hircefeld, un attivista di Ta'ayush che da anni accompagna le comunità palestinesi nella Valle del Giordano, mi dice: "Mercoledì sera abbiamo ricevuto una chiamata perché c'erano dei coloni all'interno del villaggio con esercito e polizia.  Una delle loro strutture è stata demolita il giorno dopo l'attacco al villaggio,.Aggiorniamo l'esercito quando usciamo perché può essere pericoloso e qualche giorno fa hanno iniziato a costruire un nuovo avamposto. "
Alcuni degli attivisti,venuti a Ein Samia la scorsa settimana,hanno accompagnato i pastori ad Al-Auja all'inizio del 2017, dove sono stati violentemente attaccati dai coloni di Baladim . Non un singolo colono è stato arrestato o persino interrogato. l'ESERCITO viene avvisato dell'arrivo dei pastori:  "O i soldati verranno nella zona per dichiararla una zona militare chiusa o ci proteggeranno. Se ci impediscono di entrare, dovremo andare in tribunale ".
Coloni mascherati attaccano attivisti Ta'ayush vicino ad al-Auja, in Cisgiordania, il 21 aprile 2017. (Screenshot)
Coloni mascherati attaccano attivisti Ta'ayush vicino ad al-Auja, in Cisgiordania, il 21 aprile 2017. (Screenshot)
Dopo aver camminato per un'ora  arriviamo finalmente alla zona di pascolo tra gli avamposti. Di fronte a noi c'è una collina, i coloni lavorano per costruire il loro nuovo avamposto. Gli attivisti e i residenti decidono di tornare al villaggio marciando vicino all'avamposto "originale", che è stato demolito la scorsa settimana e ricostruito lo stesso giorno.
Mentre il nostro gruppo si avvicina all'avamposto, che comprende una struttura fatiscente di legno con attrezzature e immondizia disseminata dappertutto, arrivano le jeep della polizia e dell'IDF  che cercano di impedirci di avvicinarci alla struttura. "Non puoi avvicinarti", grida uno dei soldati, che non ci mostra un ordine di zona militare chiuso. Si scopre rapidamente che l'avamposto è stato abbandonato, almeno temporaneamente. L scena diventa ancora più assurda: i soldati armati stanno diligentemente proteggendo un avamposto illegale costruito sulla terra palestinese, che è stato demolito e ricostruito  senza alcun colono da proteggere. "Cosa stai sorvegliando?" Uno degli attivisti chiede ai soldati. "Sto eseguendo gli ordini che mi sono stati dati", risponde uno di loro.
Alla fine siamo autorizzati ad avvicinarci all'avamposto abbandonato. Gli attivisti palestinesi scattano foto con bandiere palestinesi, arrivando persino a collocarne uno in cima alla struttura.
I soldati israeliani cercano di impedire a palestinesi, israeliani e internazionali di avvicinarsi ad un avamposto abbandonato, il 15 agosto 2018. (Oren Ziv)
I soldati israeliani cercano di impedire a palestinesi, israeliani e internazionali di avvicinarsi ad un avamposto abbandonato, il 15 agosto 2018. (Oren Ziv)
Dopo pochi minuti gli attivisti e i residenti decidono di marciare verso il villaggio. I  soldati  iniziano a rincorrere il gruppo mentre scendiamo dalla collina. Quando un'auto viene a prendere gli  attivisti, i soldati saltano su di essa, confiscano la chiave . Si arrendono dopo pochi minuti.


Chiedo a H. se sono preoccupati perché  i legami con gli attivisti israeliani e internazionali potrebbero avere conseguenze negative . "Davvero non lo so", risponde candidamente. "Dopo che te ne sei andato, non so chi verrà di notte. Non dormiamo di notte . Con  mezzo litro di benzina non c'è nessun problema a bruciare l'intera casa " "riferendosi alla famiglia Dawabshe   bruciata viva dai coloni nel mezzo del notte, .
Oren Ziv è un blogger per Local Call, dove questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico. Leggi qui .


For one day, the villagers of Ein Samia beat Israel's most radical settlers

Accompanied by Israeli and international activists, the residents of the rural Palestinian community Ein Samia marched to their grazing land, located between the West Bank’s most notoriously violent settlement outposts.
The community of Ein Samia is comprised of 40 families living adjacent to the settlement of Kochav Hashahar, just north of East Jerusalem in the West Bank. The Palestinian residents were expelled from the area in the 70s, when the IDF established a base there as part of the settlement. Since then, the villagers have been living on a nearby hill.
Six years ago, Kochav Hashahar’s outposts, often referred to as the Baladim outposts, began to spread, built by Jewish hilltop youth, whom are known to be among the most violent and extremist settlers in the West Bank. Lately, the attacks on Palestinian residents have been on the rise. Last week, say the villagers, a settler, accompanied by soldiers and a flock of sheep, approached one of the village homes. He tried to attack a Palestinian; the soldiers did the bare minimum, telling the victim of to speak to the police instead.
When he arrived at the police station, he was reportedly arrested and detained for nearly 72 hours. Following the incident, left-wing Israeli activists from the organization Ta’ayush got involved.
Two weeks ago, IDF forces demolished “Maoz Esther,” one of the Baladim outposts, located a kilometer from the fence that surrounds Kochav Hashahar. That very day, the hilltop youth began working on building a new outpost, and by the beginning of last week, a new structure was already in the works.
Last Wednesday, dozens of Israeli, Palestinian, and international activists joined the local activists for a solidarity visit to the grazing land, which belongs to Palestinians, but is located between the two outposts. The Palestinian owners are afraid of approaching without accompaniment. “If we go alone, the settlers immediately head down toward us and throw stones at us,” says H., a 50-year-old resident of Ein Samia.

The walk from Ein Samia to the grazing land is a long one. The area is rich in flora, in the past shepherds from the Jordan Valley would make their way to the area to graze. Today, Kochav Hashahar makes thart impossible. “We have 800 sheep,” tells me another resident as we walk in a long line across a precipice hundreds of meters long. In order to reach the grazing area, one must make a detour of several kilometers, climb down to the valley, and then climb back up for another several hundred meters — all so as not to pass by the outpost. “The grazing area isn’t off limits to us because of the police or the army, but because of the settlers,” says H.
He is certain that the new outpost built last week was meant to create territorial contiguity with Maoz Esther, thus denying them access to the grazing land. “This will create a line that will block us entirely,” he continues. “When we go there with our sheep, the army and the police only look at us because we are doing nothing illegal. But it is likely that someone from the state or the security services (Kochav Hashahar’s security, O.Z.) calculated that if they build a new home, we won’t be to pass between the two outposts.”
“From the army’s perspective, the outpost is illegal, but the security forces (of Kochav Hashahar, O.Z) help them, they protect them. If they see us approaching they immediately call the soldiers,” he adds. In his eyes, the distinction between Kochav Hashahar, which is considered legal according to Israeli law, and its surrounding outposts, is meaningless.

Kochav Hashahar was established in the mid-70s. At first, the army marked the area for the purpose of building a military base, and asked the Palestinian residents to move. “The soldiers told us to ‘move a little.’ Year by year, more people began arriving and it became more difficult,” says H. “If we move another kilometer, they will to where we are living now and take the land. They don’t want us here.”
As we march toward the grazing area, Guy Hircefeld, a Ta’ayush activist who has been accompanying Palestinian communities in the Jordan Valley for years, tells me: “On Wednesday night, we got a call because there were settlers inside the village with the army and the police. The outpost goes up and comes down for years. One of their structures was demolished a day after the attack on the village, and on Friday we came to accompany them. The first time there was quiet, we update the army when we head out because it can be dangerous, and a few days ago they began building a new outpost.”
Some of the activists who came to Ein Samia last week also accompanied shepherds in Al-Auja in the beginning of 2017, where they were violently attacked by the Baladim settlers. Not a single settler was detained or even questioned. “This is the hardcore of the hilltop youth,” says Hircefeld. “It was exceptional that the police warned us, since they are very violent.” He calls the army to update them that we have headed out to the grazing area. “Either the soldiers will come to the area to declare it a closed military zone, or they will protect us. If they forbid us from entering, we’ll have to go to the courts.”
Masked settlers attack Ta’ayush activists near al-Auja, West Bank, April 21, 2017. (Screenshot)
After walking for an hour, we finally arrive at the grazing area between the outposts. In front of us is a hill, where settlers can be said working on building their new outpost. The activists and residents decide to return to the village, marching near the “original” outpost, which was demolished last week and rebuilt the very same day.
As our group approaches the outpost, which includes a dilapidated structure made of wood, with equipment and trash strewn all over, IDF and police jeeps arrive and try to prevent us from approaching the structure. “You cannot get close,” shouts one of the soldiers, who does not show us a closed military zone order. It quickly turns out that the outpost has been abandoned, at least temporarily. From there, the scene only turns more absurd: armed soldiers are diligently protecting an illegal outpost built on Palestinian land, which was demolished and rebuilt — without any settlers to protect. “What are you guarding?” one of the activists asked the soldiers. “I am protecting the orders I was given,” one of them responds.
We were eventually allowed to approach the abandoned outpost. The Palestinian activists take photos with Palestinian flags, even going so far as to place one atop the structure.

After a few minutes, the activists and residents decide to march back toward the village. But the soldiers, who were unhappy with the entire scene, begin chasing after the group as we head down the hill. When a car comes to pick up the tired activists, the soldiers pounce on it, confiscate the key, and search the vehicle. They give up after a few minutes.
Hircefeld promises that there is “more to come,” and that if the shepherds want, the activists will come to support them.
I ask H. if they are worried that the ties with Israeli and international activists will lead to punishment. “I really don’t know,” he answers candidly. “After you go, I don’t know who will come in the nighttime. We don’t sleep at night — with half a liter of gasoline there is no problem burning the entire house,” he says, pointing at his family’s tent, referring to the Dawabshe family, who was burned alive by settlers in the middle of the night, their home only a few kilometers away.
Oren Ziv is a blogger for Local Call, where this article was first published in Hebrew. Read it here.
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