Donatella Di Cesare : Ma i cittadini, né Salvini, sono i proprietari della nazione...
DONATELLA DI CESARE :"Netanyahu non ha capito il significato di Auschwitz"
1 L’INTERVISTA. La filosofa Di Cesare: Ma i cittadini, né Salvini, sono i proprietari della nazione...
Le parole non sono indifferenti. Decidono la politica. Soprattutto quando si tratta della cosiddetta «crisi migratoria». Il tema, si sa, accende gli animi. Anche per ciò abbondano i luoghi comuni, mentre la complessità resta sullo sfondo. In nome dell’esigenza di «ridurre gli sbarchi», si è affermata così la distinzione tra rifugiati e migranti che in breve è diventata criterio selettivo: i primi possono entrare, gli ultimi vanno respinti. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, da una parte i veri, dall’altra i falsi. Il migrante che tenta di passare per rifugiato è il «clandestino».«Sa qual è il problema di fondo, il grande equivoco? Che diamo per scontata, per data una volta per sempre la visione ottocentesca di un mondo diviso in Stati-nazione. Da qui discende la convinzione dei cittadini di essere i legittimi proprietari di questi Stati. Ed è qui che risiede il punto di frizione tra Stato e migranti. E questa appropriazione divide gli Stati in cittadini e intrusi. E gli intrusi, naturalmente, sono i migranti».
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Donatella Di Cesare, filosofa e ultima allieva di Hans-Georg Gadamer, studia da anni la nascita dei totalitarismi europei. Lo fa senza sconti nei confronti dei maestri della filosofia contemporanea suo il bellissimo e durissimo libro sui quaderni neri e l’antisemitismo di Martin Heidegger - e senza sconti per partiti e partitini dell’estrema destra italiana ed europea. Per questo la professoressa Di Cesare ha ricevuto pesanti minacce e ha vissuto per tre anni con una scorta, fino a che il “governo Salvini” dall’oggi al domani e senza alcuna spiegazione, ha pensato che fosse una buona idea togliergliela improvvisamente.
Professoressa, lei ha studiato per anni la nascita del nazismo e del fascismo. Vede qualche analogia con l’avvento dei populismo?
Vedo analogie e differenze. Certo, rispetto agli anni ‘ 30 il mondo è molto cambiato eppure è da lì, da quel periodo, che riecheggiano i messaggi più sinistri che oggi vediamo riproporre. Il tema dell’autodeterminazione, la questione dell’identità nazionale che viene confusa con l’integrità il che presuppone il rischio che questa integrità venga corrotta, contaminata dall’altro; e infine la questione del territorio nazionale che deve essere difeso dall’intruso, dal migrante, naturalmente, che ha la colpa di essersi mosso. Ecco, questi tre “principi” rappresentano un campanello d’allarme.
Lei parla spesso di complicità dei cittadini…
Certo, noi - intesi come cittadini ammessi allo Stato-nazione - senza volerlo e in modo del tutto inconsapevole, siamo complici della formazione dello Stato-nazione. E il vero scontro è tra chi difende i diritti dei cittadini e chi difende i diritti umani.
Dunque i cittadini difendo lo Stato-nazione, la sua integrità dall’invasione quasi fosse una legittima difesa?
Proprio così. E alla base di tutto c’è un grande errore di fondo, ovvero la convinzione che la cittadinanza significhi proprietà del suolo in cui si è nati. Ma questa è un’illusione, un errore.
Sembra che voglia condurci verso un nuovo internazionalismo...
Beh, in un certo senso la battaglia è proprio sovranismo contro internazionalismo. Ed è qui, in questo campo, che la sinistra deve tornare a muoversi, altrimenti sarà sempre subalterna.
In effetti la “narrazione” sui migranti di Minniti è una versione appena più umanizzata di quella di Salvini. Forse è quel racconto che va rovesciato?
La sinistra è in grande impasse, fatica a trovare una via d’uscita. Continua a muoversi dentro l’equazione: migranti uguale sicurezza. Se io continuo a dire che il mio successo è quello di aver dimezzato gli sbarchi, sto dicendo ai cittadini che i migranti sono una minaccia. Ma questo è un discorso di destra e non di sinistra. Ovviamente la sicurezza è una cosa serissima e ha una sua dignità, ma è sbagliato inserire lì dentro la questione della migrazione. Dunque la sinistra deve trovare un suo discorso che escluda la gestione poliziesca dei migranti.
Non crede che sui Rom ci sia un “di più” di intolleranza?
In questo momento sono molti i capri espiatori. Di certo il popolo Rom ha subito discriminazioni da tutti, anche dalla sinistra: ricordo bene la tolleranza zero di Veltroni. Posso dire inoltre che in Germania, dove ho vissuto per anni, non c’è nulla di simile ai campi rom che sono una vergogna tutta italiana. In Germania non esistono campi e c’è una forte integrazione.
Il fatto è che ogni volta che Salvini alza l’asticella dell’intolleranza verso rom e migranti, il suo consenso elettorale cresce. Quasi che, paradossalmente, ci fosse una “connessione sentimentale” tra lui e gli italiani…
Le parole di Salvini sono immediate e hanno un grande effetto sull’opinione pubblica. Per questo io credo che sia sbagliato sottovalutare, minimizzare quello che dice, derubricandolo al mondo delle provocazioni.
Al di là di tutto, il racconto della destra è molto più attrattivo e suggestivo di quello della sinistra…
È vero. In questi anni la sinistra ha ridotto la politica a pura amministrazione, pura governance. Per questo ha assoluto bisogno di confrontarsi con gli intellettuali. Sento ancora riferimenti culturali fermi agli anni ‘ 80 e ‘ 90: la sinistra è indietrissimo.
Torniamo al ruolo di Salvini: pensa che possa essere arginato dai 5Stelle?
Dissento completamente da coloro che dicono che nel Movimento 5 Stelle ci sia un anima di sinistra. Io non vedo nulla di sinistra ma solo idee populiste che aprono le porte alla destra radicale.
Dunque non ha mai creduto all’alleanza Pd- 5Stelle?
No, mai. E mi meraviglia che ci sia ancora qualcuno che rimpianga questa ipotesi.
La (discutibile) distinzione tra rifugiati e migranti
Ma ha davvero senso questa distinzione?
Il «rifugiato» può vantare un passato glorioso. Viene dalla schiera
degli esiliati, apolidi, proscritti che non sono mai mancati nella
storia. Pur tra ambiguità, il rifugiato assume un significato più
preciso tra le due guerre mondiali. Indica lo straniero che, lasciato il
proprio Paese, chiede protezione allo Stato in cui giunge. Il prototipo
del rifugiato è l’esule russo, vittima della rivoluzione, che trova
spazio in tante pagine della letteratura. Questa figura è destinata a
lasciare un’impronta nell’immaginario collettivo. Ben diversamente vanno
le cose per gli italiani che fuggono dal regime di Mussolini. Accanto
all’«esule russo» non nasce la categoria del «rifugiato italiano». Per
non parlare degli ebrei tedeschi che devono aspettare fino al 1938 per
essere riconosciuti come profughi dai Paesi occidentali.
La svolta è segnata dalla Convenzione di Ginevra che il 28 luglio 1951 definisce
il rifugiato mettendo l’accento sulla «persecuzione». Sembra così
rompere con il passato, perché non parla più di un gruppo, bensì del
singolo che chiede protezione. Eppure ha la meglio la continuità: il
rifugiato non è che il calco del dissidente sovietico. Con la vittoria
del blocco occidentale prevale la difesa dei diritti civili sulla tutela
contro le violenze economiche. Fame e povertà restano cause perdenti.
Ma perché mai i motivi economici dovrebbero essere meno gravi di quelli
politici?
I rifugiati sono i dissidenti che suscitano simpatia, accendono la solidarietà: cecoslovacchi,
greci, cileni, argentini. Tutto cambia quando compare un nuovo
rifugiato: meno bianco, meno istruito, meno ricco. È il «migrante»,
termine che, al contrario di «rifugiato», non corrisponde a una
categoria giuridica. In poco tempo assume contorni negativi e
inquietanti. La governance burocratica lo ferma, gli chiede una «prova» della sua persecuzione, ne fa tutt’al più un «richiedente asilo».
Le frontiere si chiudono per quegli stranieri che sono più stranieri di altri: i poveri. Colpevoli
già solo per essersi mossi, non suscitano alcuna compassione. Anzi! I
persecutori potrebbero essere loro, questi «nemici subdoli». Eppure i
migranti, questi nuovi poveri cui è stata tolta persino la dignità del
povero, hanno mille motivi da far valere per quella loro scelta
sofferta. L’Unhcr parla già da anni di «flussi misti» per indicare i
migranti che fuggono da guerra, violenza, fame, siccità. Con questa
formula già si ammette l’impossibilità di applicare schemi antiquati.
Nel mondo globalizzato la persecuzione ha molti volti. Come distinguere
in un groviglio di motivi che s’intrecciano?
La distinzione tra rifugiati politici e migranti economici non regge.
Sarebbe come sostenere che l’impoverimento di interi continenti non
abbia cause politiche. Sfruttamento, crisi finanziarie, catastrofi
ecologiche non sono meno rilevanti della minaccia personale. Questo
criterio antistorico non può essere criterio per una politica della
migrazione. Anche da qui si deve ricominciare.
19 giugno 2018 (modifica il 19 giugno 2018 | 20:53)
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