martedì 30 maggio 2017

Fulvio Scaglione :Perché è la “guerra al terrorismo” che provoca attentati





L’attentatore di Manchester, Salman Abedi, era ben noto, ma nessuno ha avuto modo di fermarlo. Il ministro dell’Interno inglese rischia le dimissioni, ma il problema è più serio. Non si può fare lotta al terrore tenendo un atteggiamento…
tinyurl.com/y99jxb2d|Di Fulvio Scaglione


Confusione, dilettantismo, indecisione politica. Indagini a carico dei servizi segreti, più segreti che capaci. E una generale sensazione di imbarazzo che fa a pugni con l'orgoglio mostrato solo qualche giorno fa, quando Londra scagliava aspre critiche sulla Casa Bianca, colpevole di non aver conservato con cura certe informazioni sull'attentato di Manchester. Theresa May e il suo Governo cercano in queste ore di far credere di avere tutto sotto controllo ma il loro sforzo è ormai quasi patetico. Salman Abedi, il ragazzo di 22 anni che ha fatto strage nella Manchester Arena, era ben noto per i suoi legami con gli ambienti dell'islam radicale. Di più: era il rampollo di una famiglia il cui patriarca, Ramadan Abedi, era un mlitante del Gruppo combattente islamico di Libia, una formazione anti-Gheddafi legata ad Al Qaeda. Ramadan era tornato in Libia nel 2011 per combattere contro il Rais e si era portato dietro il figlio, che anche in seguito era andato avanti e indietro dalla Libia.

Tutto in segreto? Non troppo, visto che le autorità sapevano dei suoi viaggi, sapevano della sua radicalizzazione e peraltro ben conoscevano gli umori della comunità libica di Fallowfield, a Sud di Manchester, dove tra gli altri aveva trovato rifugio anche Abd al-Baset Azzouz, esperto di ordigni esplosivi e capo di un gruppo di almeno 300 miliziani affiliato ad Al Qaeda e attivo in Libia.
La vicinanza con Azzouz potrebbe spiegare, tra l'altro, come mai un terrorista pivello come Salman andasse in giro con un ordigno con un duplice meccanismo d'innesco, studiato per rendere certa la deflagrazione dell'esplosivo. Peccato che nessuno abbia pensato di applicare agli Abedi il TEO (Temporary Exclusion Order), ovvero la legge che dal 2015 consente di impedire il rientro nel Regno Unito a coloro che sono sospettati di essere foreign fighter. Legge che in questi due anni è stata applicata una sola volta, come è stata costretta ad ammettere Amber Rudd, ministro degli Interni, subito travolta dalle polemiche e ormai a rischio di dimissioni forzate.

Salman Abedi, il ragazzo di 22 anni che ha fatto strage nella Manchester Arena, era ben noto per i suoi legami con gli ambienti dell'islam radicale
Tutto questo, però, rappresenta alla perfezione ciò che noi occidentali da quasi 17 anni (cioè da quando George Bush junior la proclamò, il 20 settembre 2001) chiamiamo “guerra al terrorismo”: un informe e ipocrita pasticcio che ci ha portati ad avere sempre più attentati (tra 2014 e 2015 un più 18% negli attacchi suicidi), sempre più morti (cresciuti di nove volte tra 2000 e 2016) e sempre meno sicurezza.
Dopo tutto questo tempo, seguitiamo a chiamare “terrorista” chiunque uccida civili. Sembra una cosa sensata ma non lo è: c'è un'enorme differenza, infatti, tra il mattocchio di Londra, che si lanciò con l'automobile sui passanti sul ponte di Westminster, e il kamikaze di Manchester, che portava sulle spalle un ordigno costruito da un professionista. La stessa differenza che passa tra uno che viene mandato a uccidere dai propri demoni interiori e uno che fa una strage su mandato e indicazione di menti ferine ma lucide.
Noi occidentali siamo ormai diventati incapaci di qualunque distinzione. Se avessimo conservato un minimo di lucidità, capiremmo che contro il “lupo solitario” dalla mente deragliata c'è poco che si possa fare, oltre a confidare nella professionalità delle forze di polizia e dei servizi sanitari. Mentre c'è molto che si può ancora fare contro le azioni dei professionisti del terrore, quelli capaci di trovare uno squilibrato, trasformarlo in un kamikaze e lanciarlo in mezzo alla folla con una bomba che nessuno può disinnescare.
È questo il terrorismo di cui dovremmo avere paura, è questo il terrorismo che si può combattere e neutralizzare, come proprio il “caso Manchester” e la storia di Salman Abedi dimostrano. E la prima cosa da fare sarebbe tagliare le sue linee di rifornimento. Viene però il sospetto che anche la confusione abbia un suo scopo. Trasformare il terrorismo in una notte in cui tutti i gatti sono bigi può egregiamente servire a non spiegare perché, dopo tanti lutti e tanti lamenti, seguitiamo a coccolare i Paesi che sono in prima fila nel finanziamento e nel sostegno ai terroristi.
La guerra al terrorismo”: un informe e ipocrita pasticcio che ci ha portati ad avere sempre più attentati
Qualche esempio. Che senso ha che il G7 concluda che serve un maggiore scambio di informazioni tra i Paesi membri per combattere gli attentatori se Donald Trump, appena prima di firmare quell'impegno, ha rovesciato sull'Arabia Saudita, che con il Qatar è uno dei grandi sponsor della violenza islamista, un fiume di armi che andranno ad alimentare, appunto, anche il terrorismo? Che senso ha che Theresa May si impegni a garantire la sicurezza del proprio Paese se l'industria degli armamenti del Regno Unito ha come primo cliente proprio quell'Arabia Saudita di cui abbiamo appena detto? Se ci sono più di 120 joint venture anglo-saudite che fatturano centinaia di miliardi di sterline l'anno? A che servono tutte le dichiarazioni se poi le azioni politiche concrete vanno in senso contrario?
Ecco, forse tutta quella confusione in merito a terroristi e terrorismo serve proprio a questo. A non far capire ai cittadini spaventati che se si è il migliore amico del migliore amico dei terroristi, la guerra al terrorismo te la puoi scordare.

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