domenica 3 gennaio 2016

Erbe, fiori, alberi, piante in Palestina : La taverna delle erbe e una storia piccola

Una gran bella partenza. È un brindisi prezioso e avvincente quello che saluta il 2016 offrendo alla nostra campagna una taverna delle erbe più libere, quelle selvatiche. Patrizia, che con eleganza e passione racconta abitualmente su queste pagine storie molto laiche di Palestina e di erbacce, ci farà presto conoscere la data. Per questa volta, intanto, scrive di una storia islamica che svela uno dei mondi diversi tanto cari a Comune. Una storia piccola piccola, capace di sorprendere e far sorridere, nella sua delicatezza, della stoltezza e della meschinità di una fobia e di un pregiudizio che perfino nella notte di fine anno hanno dilagato nelle città di mezza Europa
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Martín regala un disegno alla nostra campagna
di Patrizia Cecconi
Eccomi qui, di nuovo a fare “Comune insieme” dopo un po’ di assenza forzata. Torno, ma in realtà non mi sono mai allontanata davvero, e torno con una promessa mai dimenticata: fare la taverna comunale con le erbe libere, quelle che se ne infischiano dei Frontex, delle Convenzioni di Dublino, delle barriere dell’esclusione e pure del permesso d’asilo e di soggiorno: loro vanno, e dove trovano accoglienza si fermano. E dove si fermano fanno bella la terra e regalano tutto quello che le lenti opache dell’esclusione non sanno vedere, anzi non possono vedere, perché alle erbe libere manca il timbro omologante che le trasforma in valore economico o in moda che fa “in”.
Prometto che il 2016 vedrà la taverna delle “erbacce” e ne racconteremo pure le storie man mano che le porteremo in tavola.
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Raccogliere il timo
Ma dopo la promessa voglio raccontare una storia. Una storia vera. Piccola piccola, ma a me è sembrata così carina e così interna a rivelare i “mondi diversi”che esistono e che “noi” proviamo a raccontare che la voglio condividere, insomma la voglio mettere in comune con amiche e amici, compagne/i, lettrici e lettori di Comune-info.
E’ una piccola storia islamica e la racconto perché il mio umanesimo ateo è sufficientemente laico da non mettere steccati pregiudiziali alle culture religiose altrui.
E’ settembre, mi trovo in Palestina, esattamente in quella cittadina, una volta villaggio di pecore, capre e asinelli, in cui la leggenda dice che durante la notte del 25 dicembre di oltre 2000 anni fa arrivò un angelo a svegliare i pastori per annunciare loro la nascita del Messia. Oggi questo piccolo centro, il cui nome è Beit Sahour, è pieno di attività culturali nonostante la mannaia dell’occupazione militare. E’ un giorno di settembre, io sto a Beit Sahour e devo andare a sud, verso il campo profughi di Aroub, quello in cui l’esercito d’occupazione ha ucciso molti ragazzi ultimamente, tra cui anche due cugini di un mio caro amico. Qui, in Palestina, purtroppo non c’è famiglia che non abbia almeno un martire, ma questa è un’altra storia e non voglio raccontarla adesso. Devo andare ad Aroub e verrà a prendermi un amico che mi farà da guida perché quel posto lo conosco troppo poco per andarci da sola.
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Beit Sahour, la grotta
Devo dire che i palestinesi spesso hanno un senso del tempo abbastanza simile al mio, cioè per loro si può fare una cosa mentre se ne stava facendo un’altra e ti dicono “tanto che ci vuole, sono solo dieci minuti” oppure “è proprio qua dietro”. Non è quasi mai vero né che sono 10 minuti, né che è là dietro, ma poi ci si accorge che comunque, durante la giornata, c’è entrato sempre tutto e se per caso qualcosa è rimasto eccezionalmente fuori c’è il giorno seguente per rimediare. Così il mio amico mi viene a prendere e mi dice che però dobbiamo passare un attimo a Betlemme.
Qui comincia questa piccola storia.
Dobbiamo passare a Betlemme perché deve andare dal macellaio. Boh, lo guardo un po’ stupita e lui allora con l’aria più normale del mondo mi dice che deve proprio andarci ora perché deve comprare una pecora. Non so se a voi sembra normale, a me sinceramente no e quindi gli chiedo: “Una pecora? Per farci che?” Può darsi sempre che a voi sembri normale, ma a me no, però lui è gentile e paziente e mi spiega che la pecora gliel’ha chiesta sua sorella. Ah, sua sorella vuole una pecora! Strano. Mi permetto di chiedergli che ci fa sua sorella con una pecora e mi dice che siccome vive in Giordania ha affidato a lui il compito di comprarla.
Dunque, sua sorella vive in Giordania, è moglie di un imprenditore, è un’insegnante di liceo, ha figli grandi tutti occupati in ambiti professionali, non ha attività agricole o pastorali, inoltre la Giordania è piena di ovini e, nonostante questo, chiede al fratello in Palestina di comprarle una pecora! Non vorrei fare domande, con le domande si rischia sempre di entrare in una sfera di indiscrezione e la cosa crea imbarazzo, però, ditemi – se mi state ancora leggendo – voi al mio posto che avreste fatto? Bè, io la domanda gliel’ho fatta.
La risposta che mi ha dato però, mi ha portato dritta dritta dentro un’atmosfera degna di Ionesco. La pecora serve perché la figlia di sua sorella, in Giordania, ha appena avuto una bellissima bambina.
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Ancora Beit Shaour, l’occupazione e la resistenza palestinese in uno scatto
Mi chiedo se vogliono la pecorella per far giocare la piccola e mi rispondo che se è così sono davvero matti!
E poi, ma perché acquistarla in Palestina? E ancora, ma perché acquistarla da un macellaio e non da un pastore!
Intanto passiamo davanti a una macelleria ma il mio amico non si ferma. Al mio cenno risponde che di quelli non si fida, non sanno trattare le pecore!
Non so se mi sta prendendo in giro, io vorrei ridere ma sono perplessa e tengo la mia risata in gola.
I dieci minuti sono passati, ma ormai sto in gioco, mi tocca aspettare. Mi chiedo solo, con un po’ di preoccupazione, se dovremo mettere la pecora in macchina e portarla con noi ad Aroub, ma non ho il coraggio di esporre la mia perplessità. Lascio che il destino si compia e poi, in qualche modo, me la caverò.
Finalmente ferma la macchina, mi chiede di aspettare dieci minuti, che ormai si sommano a tutti i precedenti, ma fa parte della cultura palestinese e io mi ci sento di casa, quindi apro un giornale e aspetto! Per fortuna esce senza pecora. Però è soddisfatto e mi dice che è tutto a posto. Il regalo per la nascita della bambina è stato fatto. Ah bè, allora siamo a posto davvero! Però, solo per soddisfare quel pizzico di curiosità che, tanto per farla credere una cosa seria, spesso chiamiamo interesse sociologico, chiedo che ne farà la bambina così piccola di una pecora e la risposta mi immerge ancora di più in una situazione da teatro dell’assurdo.
Mi dice che è sua sorella, cioè la nonna della piccola che le ha voluto fare il regalo perché è un’usanza che tutte le famiglie ricche o anche solo benestanti rispettano quando succede qualcosa di molto bello come la nascita di un bambino. E’ un regalo che si fa seguendo un insegnamento del Corano.
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la Zakat in un villaggio islamico
Non so voi cosa avreste fatto, ma io, che pure rispetto le altrui culture, sono scoppiata a ridere e ho detto che anche noi facciamo un bel regalo al primogenito neonato e spesso anche alla mamma. Di solito regaliamo un braccialetto d’oro, dei ciondoli per il collo o anche qualcosa di più prezioso, qualcosa che farà parte del suo patrimonio a partire da quando nasce. Ma non gli regaliamo certo una pecora! Che poi, oltre ad essere ingombrante deve essere anche accudita e deve avere uno spazio per pascolare ecc. ecc. E il mio amico a questo punto si permette di guardarmi come se fossi io la persona strana e mi dice: quella pecora verrà divisa tra dieci famiglie molto povere che non sapranno mai chi ha fornito loro la possibilità di una buona cena. Mia sorella non sarà mai ringraziata, né mai vorrebbe esserlo perché ha soltanto rispettato una regola del Profeta, quella di dividere la propria gioia facendo godere anche gli altri. È la zakat, è l’applicazione di uno dei cinque pilastri del Corano, è quella che con un termine poco appropriato viene definita elemosina ma che in realtà è una forma di solidarietà umana che non offende la dignità di chi riceve e non gonfia la vanità di chi offre.
Se me l’avesse spiegato subito non avrei pensato al teatro dell’assurdo, non sarei scoppiata a ridere pensando a quanto sono strani ’sti palestinesi che ordinano le pecore per i neonati! Ma il mio amico sorride e mi dice: “mi sembrava normale, perché per noi è normale! Anche per me che non sono professante. Siete voi strani che concludete tutto con un regalo al neonato senza far godere gli altri”.
Allora mi viene l’ultima domanda, visto che si sente tanto normale, gli chiedo: “aiutate solo le famiglie musulmane o anche le cristiane?” La risposta è lapidaria: “Le dieci famiglie più povere. La fame è un bisogno umano e la religione non conta”.
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Poveri in Palestina
Bè, mi perdonino i vegetariani se è stato necessario il sacrificio della pecora per togliere un giorno di fame a dieci famiglie povere, prometto che quando faremo la cena delle erbacce alla taverna comunale sarà severamente bandito ogni sacrificio animale. Ma questa piccola storia, in un momento in cui dire Islam è come dire terrore e disprezzo per la vita, ve la volevo proprio raccontare. E detto da un’atea convinta credo sia proprio al di sopra di ogni sospetto!
Patrizia Cecconi, studiosa di psicologia sociale e presidente dell’associazione Oltre il mare. Ha scritto diversi libri: Lessico deviante e Vagando di erba in erba. Racconto di una vacanza in Palestina,  Città del sole edizioni; Belle e selvatiche. Elogio delle erbacce Chimienti editore. Tra le molte altre cose, cura un blog dedicato alla vita delle piante in Palestina, la terra che le scorre nelle vene, dove pubblica i testi che ha scelto di inviare a Comune-info e all’agenzia di stampa Nena News, diretta da Michele Giorgio.
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