Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate
del ricamo a mano palestinese: parlate delle donne che lo eseguono con
tanta dedizione e maestria, regalando alle loro figlie quegli abiti da
sogno.
Vestiti personali di Yara
Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate
del legame fra un contadino palestinese e il suo ulivo o aranceto:
parlate del suo amore nel coltivarlo, nel dargli da bere, nel potarlo,
nell’abbracciarlo e nel parlargli, nell’alzarsi al fajr per ringraziare
Dio dei frutti che gli concede. Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate del
dabke, la danza popolare palestinese che, in un turbinio di musica con
tamburi, fisarmoniche, mani, accompagna i momenti più gioiosi di tutti i
Palestinesi. Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate dei
piatti tipici, maqlubeh, knafeh al-nabulsi, della colazione con zeit
(olio), zatar (timo), zeitun (olive), jibna (formaggio) e khubz (pane)
fatto in casa, hummus, pomodori e cetrioli, dawali, kufta (mi fermo qui,
lo stomaco brontola!). Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate di
Mahmoud Darwish, il poeta della Palestina, e del suo “cavallo lasciato
alla solitudine” o della sua “carta d’identità”. Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate di
Fadwà Tuqan, sorella di Ibrahim, la poetessa della resistenza
palestinese, e del suo “mi basta divenir nel suo grembo” o di Nablus, la
sua “triste città”. Quando vi dicono che non esiste alcuna cultura palestinese, parlate di
Ghassan Kanafani, lo scrittore della Palestina, del suo “ritorno ad
Haifa” e di come è stato fatto saltare in aria perché troppo scomodo.
Quando vi dicono che la Palestina non esiste, che il popolo
palestinese non esiste, parlate di questo. Forse, si renderanno conto
che Fadwà Tuqan aveva ragione: la Palestina è eternamente viva.
Grazie, signora presidente e membri della commissione dei diritti umani, per avermi invitato oggi a questa sessione straordinaria su Gaza. Io sono molto triste perchè non vedo qui qualcuno della striscia di Gaza che potrebbe testimoniare a proposito dei pogroms che hanno vissuto. Sebbene io non sia della striscia di Gaza e sebbene non possa neanche entrarci, ho visto dei bambini di Gaza feriti che saranno sempre un ricordo indimenticabile delle atrocità inflitte dal mio governo e dall’esercito pagato con le mie tasse durante i due mesi trascorsi e i 14 anni precedenti. Credo che la scelta di tenere questa sessione nella data dell’11 settembre non sia per caso. Gli americani sono riusciti, con il loro talento per la messa in scena e la propaganda a fare di questa giornata il simbolo del male in tutto il mondo. Ma oggi, ricordiamoci che Gaza ha subito cinquantadue 11 settembre negli ultimi due mesi e molti altri prima- Qualcuno si ricorda del...
Porterò il lutto per la Nakba[1]. Porterò il lutto per la Palestina scomparsa che, nella sua maggior parte, non conoscerò mai. Porterò il lutto per la Terra Santa, che perde la sua umanità, il suo paesaggio, la sua bellezza e i suoi figli sull’altare del razzismo e del male. Porterò il lutto per i giovani ebrei che invadono e profanano le case delle famiglie a Sheikh Jarrah, buttano in strada i loro abitanti e ballano e cantano in memoria di Baruch Goldstein, assassino infame di bambini palestinesi, mentre i proprietari cacciati dalle loro case con i loro bambini ed anziani dormono sotto la pioggia, in strada, di fronte alle loro abitazioni. Porterò il lutto per i soldati e i poliziotti che proteggono questi malvagi invasori ebrei ortodossi senza alcun rimorso. Porterò il lutto per le terre di Bil'in e Nil'in e per gli eroi di Bil'in e Nil'in, molti di loro bambini tra i 10 e i 12 anni, che senza paura si alzano in piedi per il loro diritto a vivere con dignità ...
di Harriet Sherwood - «The Observer» . GERUSALEMME - Nurit Peled-Elhanan , professoressa israeliana, madre e donna di idee politiche radicali, evoca l'immagine di una schiera di scolari ebrei che, chini sui loro libri, studiano i loro vicini, i palestinesi. Ma, dice, questi non sono mai chiamati palestinesi se non quando l'argomento è il terrorismo. Li chiamano arabi. “Arabi su cammelli, vestiti come Ali Baba. Li descrivono come spregevoli, devianti e criminali, gente che non paga le tasse, che vive a spese dello stato, che non vuole progredire” spiega. “Vengono rappresentati solo come rifugiati, agricoltori arretrati e terroristi. Non si vede mai un bambino palestinese, un dottore, un insegnante, un ingegnere o un agricoltore moderno.” Peled-Elhanan, professoressa di lingue ed educazione all'Università Ebraica di Gerusalemme, ha passato gli ultimi cinque anni a studiare il contenuto dei testi scolastici israeliani, e i risultati delle sue ricerche, “L...
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