mercoledì 8 febbraio 2017

Una colata di cemento israeliano sulla Soluzione “Due popoli, due Stati”. Ma la pace è ancora possibile

 













Con l'approvazione di Israele di nuovi insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est e la legalizzazione retroattiva di 4mila alloggi su terre private palestinesi, la soluzione dei "Due Popoli, due Stati" sembra ormai fisicamente irraggiungibile. Con il processo di pace giunto a uno dei suoi livelli più bassi il conflitto israelo-palestinese fatica a trovare la giusta attenzione diplomatica stretto come è dalle guerre in Siria, Iraq, Libia e Yemen. Tuttavia è ancora vasto il fronte della comunità internazionale che cerca di rivitalizzare la soluzione "Due popoli, due Stati", in primis la Santa Sede con Papa Francesco. Ma è una soluzione ancora possibile?



Una colata di cemento sulle residue speranze di negoziati di pace tra israeliani e palestinesi e sulla proposta auspicata da gran parte della Comunità internazionale e da Papa Francesco, “Due Popoli, due Stati” (Two State Solution) sui confini del 1967. Potrebbe essere questa la conseguenza ultima dell’approvazione da parte del Parlamento israeliano di una legge che legalizza retroattivamente insediamenti per circa 4mila alloggi su terre di proprietà privata nella Cisgiordania occupata. Una decisione, assunta il 6 febbraio, che segue di poco quella di costruire oltre 3.000 nuove abitazioni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Contestualmente il premier, Benyamin Netanyahu, ha annunciato anche la pianificazione di una colonia completamente nuova. Fatto significativo poiché Israele negli ultimi 25 anni si era limitato ad ampliare con migliaia di nuovi alloggi le colonie già esistenti, ma mai aveva autorizzato un nuovo insediamento nei Territori palestinesi occupati 50 anni fa. Per i palestinesi “è evidente che Israele stia approfittando della nuova amministrazione Usa per prevenire l’esistenza di uno Stato palestinese”. Da qui la richiesta che Usa e comunità internazionale applichino delle misure prima che Israele completi la distruzione della continuità territoriale e demografica della Cisgiordania”. Un appello recepito in parte da Trump che ha chiesto a Netanyahu di cessare l’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati perché “non aiutano” la pace nella regione.
Verso uno Stato di apartheid? Ma per Vincent Fean, diplomatico britannico, già console generale a Gerusalemme dal 2010 al 2014, non ci sono solo gli insediamenti a complicare la situazione tra israeliani e palestinesi: “Gaza, dove vivono circa 2 milioni di persone in condizioni terribili e inaccettabili; la mancanza di lavoro e di opportunità in Cisgiordania; l’allontanamento dei giovani palestinesi dalla politica; la mancanza di sicurezza di Israele”. E l’elenco non finisce certo qui: “Il conflitto israelo-palestinese oggi fatica a trovare attenzione rispetto ad altre guerre più sanguinose (Siria, Iraq, Libia), lo stesso mondo arabo è diviso e non più troppo solidale verso i palestinesi”. Alla luce di tutto ciò la domanda torna attuale: la soluzione “Due Popoli, due Stati” è ancora praticabile?
“Quanto sta avvenendo sul terreno – afferma al Sir Fean – va nella direzione sbagliata, quella della creazione di uno Stato unico che non è la cosa migliore per entrambi i popoli.
Una svolta di questo tipo porterebbe a uno stato di perenne occupazione per i palestinesi, con un milione di coloni sparsi in Cisgiordania e Gerusalemme Est e con Gaza chiusa a chiave. Uno Stato di apartheid con Israele destinato a vivere con la spada e i palestinesi disperati e radicalizzati.
Israele sarebbe così il Sud Africa del 21° secolo”.
Una soluzione ancora possibile. La soluzione “Due popoli, due Stati”, ancora oggi, secondo Fean, “resta la più equa. Purtroppo la situazione sta peggiorando”. Per questo motivo diventa “determinante” la risoluzione 2334, adottata il 23 dicembre dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condanna “la costruzione e l’espansione delle colonie”, sottolinea che “la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispensabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati” e chiede “passi positivi per invertire le tendenze che stanno impedendo la soluzione dei due Stati”. In attesa di “passi positivi” la comunità internazionale deve continuare a sostenere questa soluzione “riaffermando gli eguali diritti dei due popoli e quello all’autodeterminazione dei palestinesi; riconoscere, a livello di nazioni, lo Stato di Palestina sui confini del 1967, sebbene sia sotto occupazione; agire sulla base delle leggi umanitarie internazionali senza timore o favori. Oggi Israele punisce ogni trasgressione dei palestinesi restando a sua volta impunito”. Tra le misure che l’Ue potrebbe mettere in campo c’è anche quella di “invitare aziende europee a non intrattenere rapporti commerciali con le colonie e quindi non acquistare merci e beni che vi si producono. Essendo le colonie illegali sono illegali anche i loro prodotti”. Stessa cosa anche per tutti “gli enti, associazioni, banche e fondazioni che sostengono gli insediamenti”.
Un diverso e meno fruttuoso rapporto costi/benefici dell’occupazione potrebbe, afferma il diplomatico, “far cambiare la visione israeliana del conflitto. Può richiedere del tempo ma deve accadere”.
D’altra parte, l’uso della violenza da parte dei palestinesi “è sbagliato e inutile. L’uccisione l’8 gennaio scorso, con un camion, di 4 soldati israeliani a Gerusalemme non aiuta la causa palestinese ma aumenta solo paura, diffidenza e odio”. Con un rischio in più dietro l’angolo:
“Questo non è un conflitto religioso, ma potrebbe diventarlo. La radicalizzazione rode il mosaico di fedi di questa Terra Santa.
Gerusalemme è sacra a tutte e tre le grandi religioni monoteistiche. Qualsiasi soluzione duratura dovrà garantire assoluta libertà di culto dei credenti nei loro luoghi sacri. Il peggioramento della situazione non può essere accettato come inevitabile. Urge lavorare per migliorare la vita di chi vive nell’ingiustizia e impegnarsi per porvi fine”.




La nuova legge israeliana sugli insediamenti è “l’ennesima conferma del fatto che Israele sia in mano a una coalizione di estremisti senza precedenti. Il parlamento ha approvato una legge che permette a Israele di appropriarsi definitivamente di centinaia di ettari di terra palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, legalizzando retroattivamente un furto: quello dì circa 4mila avamposti costruiti abusivamente dai coloni su terreni privati palestinesi. Rubare è illegale”. In un comunicato di condanna l’ambasciata di Palestina in Italia chiede alla comunità internazionale di intervenire. Tale norma, infatti, si legge nel testo è “una sfida arrogante alla comunità internazionale e avrà delle conseguenze catastrofiche se quest’ultima non interverrà con un’azione concreta per fermare Israele. Cos’altro dovrebbe fare il governo di Benjamin Netanyahu per meritare una risposta decisa da parte deI resto del mondo?” Da qui l’appello dei palestinesi “a tutti i Paesi che hanno approvato la Risoluzione 2334 e a tutti quelli che hanno a cuore la pace, affinché si assumano le proprie responsabilità mettendo fine alla prepotenza di Israele. Ciò che Israele sta perpetrando sulla terra della Palestina mira all’affondamento della soluzione dei due Stati. Tuttavia, le leggi che la Knesset ha approvato approverà in futuro non potranno mai cambiare la storia, e contribuiranno solo a smascherare la vera natura di un governo che pratica l’apartheid e che sarà l’unico responsabile delle sciagure di cui la sua politica è foriera”.




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internazionale.it


Il 6 febbraio il parlamento israeliano ha approvato in maniera definitiva, con 60 voti favorevoli e 52 contrari, una legge che permette a Israele di legalizzare retroattivamente 3.800 alloggi in Cisgiordania costruiti su terreni di proprietà di palestinesi. Secondo la norma i proprietari non possono opporsi, ma possono chiedere un risarcimento.
Considerata un ostacolo alla soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, la legge è stata duramente criticata dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), dalla Lega araba, dalla Turchia, dalla Giordania e dall’opposizione israeliana guidata dal laburista Isaac Herzog, che ha parlato di una possibile incriminazione di Israele da parte della Corte penale internazionale. Il 7 febbraio le autorità europee hanno rimandato un incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu previsto per il 28 febbraio, che avrebbe dovuto sancire il disgelo nei rapporti tra Israele e l’Unione europea.
Cosa prevede la nuova legge?
La nuova legge, spiega il quotidiano israeliano Haaretz, permette a Israele di espropriare i terreni privati palestinesi in Cisgiordania dove sono già stati costruiti insediamenti o avamposti. Inoltre permette ai coloni ebrei di restare nelle loro case, anche se non diventeranno i proprietari della terra su cui vivono. Impedisce ai palestinesi di rivendicare la proprietà dei terreni o di prenderne possesso finché “non arriverà una soluzione diplomatica che determini lo status dei territori”.
Come si chiama la legge?
La legge è stata chiamata in un modo che può essere fuorviante, scrive Haaretz, perché il nome ebraico può essere tradotto in diversi modi. La traduzione più usata è “legge della regolarizzazione”. L’obiettivo è “disciplinare gli insediamenti in Giudea e Samaria, permettere il loro mantenimento e il loro sviluppo”. Secondo il quotidiano israeliano progressista, un nome più adatto potrebbe essere “legge dell’esproprio”.
Perché tanto clamore? La Cisgiordania non è comunque sotto occupazione?
La nuova legge supera un limite che Israele non aveva mai oltrepassato. Anche secondo politici conservatori come Dan Meridor, che è stato a lungo membro del Likud, la knesset (il parlamento israeliano) non ha mai affrontato il tema dei diritti di proprietà dei palestinesi in Cisgiordania perché “gli arabi di Giudea e Samaria non votano per la knesset, che non ha l’autorità di approvare leggi in loro nome”. Meridor sostiene che se Israele vorrà esercitare la piena sovranità sulla Cisgiordania dovrà garantire ai palestinesi in quella regione la cittadinanza israeliana e il diritto di voto.
Il procuratore generale di Israele cosa ne pensa?
È d’accordo con Meridor. Avichai Mandelblit ha dichiarato che se qualcuno farà causa contro la legge, lui non la difenderà perché viola la Quarta convenzione di Ginevra. Questo non ha impedito alla ministra della giustizia Ayelet Shaked, del partito di estrema destra Habayit hayehudi (Casa ebraica), di promuovere la legge. Shaked ha detto che, se necessario, incaricherà un avvocato privato di rappresentare il governo in tribunale.
Quanti sono gli insediamenti tutelati dalla legge?
Secondo l’ong Peace Now, saranno legalizzati retroattivamente cinquanta avamposti e insediamenti costruiti con il consenso dello stato di Israele o da coloni che non sapevano di trovarsi su terre private. Tra questi, sedici sono interessati da ordini di demolizione che, in base alle nuove regole, saranno congelati per un anno mentre si valuterà se lo stato può appropriarsi di quei terreni.
La legge autorizza futuri insediamenti?
In teoria, sì. La misura permette al ministro della giustizia di aggiungere altri nomi alla lista degli insediamenti e degli avamposti espropriati, ma solo con l’approvazione della commissione parlamentare Costituzione, legge e giustizia.
In che modo saranno risarciti i palestinesi?
Avranno la possibilità di scegliere, se possibile, un lotto di terra alternativo oppure si vedranno versare ogni anno dei diritti d’uso di quei terreni. A meno che non venga raggiunto un accordo di pace tra Israele e Palestina che risolva anche la questione della proprietà terriera.
Com’è stato l’iter legislativo?
La norma ha ottenuto le prime approvazioni a novembre e a dicembre, ma in seguito il voto è stato spostato varie volte. La ragione principale era la preoccupazione del primo ministro Benjamin Netanyahu riguardo alle ultime mosse dell’amministrazione Obama, tra cui il mancato veto a una risoluzione di condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu, e il timore di cominciare con il piede sbagliato i rapporti con la nuova amministrazione Trump. La legge, però, è stata promossa aggressivamente dal ministro dell’istruzione Naftali Bennett.
Perché la legge è stata rilanciata e votata in tutta fretta la sera del 6 febbraio?
Gli Stati Uniti avevano chiesto a Netanyahu di non fare mosse importanti prima dell’incontro con Donald Trump previsto per il 15 febbraio. Ma Bennett e Shaked, fortemente pressati dalla loro base dopo lo smantellamento dell’avamposto di Amona, hanno respinto ulteriori rinvii. Non potendo fermare l’iter, Netanyahu ha informato rapidamente Trump, nello stesso giorno in cui la premier britannica Theresa May aveva detto al presidente statunitense che la legge era controproducente.
Secondo il New York Times, “mentre i sondaggi mostrano che gli israeliani sostengono ancora la soluzione a due stati, i loro leader e la realtà sul terreno puntano nella direzione opposta: a cinquant’anni dall’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, molti politici israeliani di destra dicono che ora che i negoziati con i palestinesi sono fermi, è arrivato il momento per Israele di decidere in che direzione procedere”.

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