lunedì 26 dicembre 2016

Paola Caridi : Lasciamo il caso Dreyfus alla Storia

 
 
 
 
 
Se fossi nel ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, non avrei paura di un altro caso Dreyfus, come da lui paventato oggi. Lieberman ha definito il possibile vertice sulla pace tra israeliani e palestinesi in agenda per metà gennaio come un “moderno caso Dreyfus”, in cui – ha aggiunto –
Invisible Arabs



Se fossi nel ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, non avrei paura di un altro caso Dreyfus, come da lui paventato oggi. Lieberman ha definito il possibile vertice sulla pace tra israeliani e palestinesi in agenda per metà gennaio come un “moderno caso Dreyfus”, in cui – ha aggiunto – sul banco degli imputati non ci sarebbe un solo ebreo (l’ufficiale Dreyfus, insomma, simbolo novecentesco del capro espiatorio), bensì l’intero Stato di Israele.
Il tentativo di Lieberman – condiviso in questi anni da (almeno, ma non solo) tutti i governi guidati da Benjamin Netanyahu – è di sovrapporre la comunità ebraica distribuita in tutto il mondo con Israele e gli israeliani. Un esercizio retorico, politico, propagandistico che non giova a nessuno: non giova alle diverse comunità ebraiche, e non giova a Israele. Secondo questo approccio, l’atteggiamento critico nei confronti della politica perseguita dai governi israeliani viene tacciata non solo di antisionismo, ma addirittura di antisemitismo. Ragione per la quale, anche la stessa risoluzione 2334 approvata il 23 dicembre scorso può essere accusata di un atteggiamento pregiudiziale nei confronti di Israele, e per proprietà transitiva nei confronti dell’ebraismo tutto.
Se fossi in Avigdor Lieberman, invece, non mi soffermerei in paralleli senza alcuna base storica. Non c’è nessun caso Dreyfus all’orizzonte. I capri espiatori, di questi tempi, sono altri. I migranti in primis, accusati di ogni disagio e di ogni sofferenza, di crisi vere e presunte. Mi preoccupererei semmai di quell’applauso chiaro e sonoro nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’applauso risuonato dopo la votazione che ha approvato la risoluzione 2334 e sancito di nuovo, per l’ennesima volta, l’illegalità delle colonie israeliane nel territorio dello Stato di Palestina. Nella forma, l’applauso è stato il riconoscimento di un impegno negoziale rapido ed efficace che è riuscito a mettere insieme paesi dalla storia e dall’atteggiamento diverso nei confronti del conflitto israelo-palestinese. Si sono trovati assieme Egitto e Venezuela, Ucraina e Russia, Angola e Malaysia, Nuova Zelanda, Francia, Cina, Spagna, Senegal, Uruguay, Gran Bretagna e Giappone. E l’astensione americana altro non è che un sostegno a una risoluzione i cui passaggi fondamentali sono stati fatti propri per gli Stati Uniti, con forza, da Samantha Power, forte di un curriculum personale sui diritti umani di tutto rispetto.
La sensazione è, però, che l’applauso liberatorio dica molto di più. Parli, cioè, di una stanchezza diplomatica alla quale molto si accenna nei corridoi frequentati da ambasciatori, mediatori, funzionari. Una stanchezza che si protrae da anni e di cui sono simbolo gli stracitati rapporti dei consoli europei a Gerusalemme, in cui le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme est, le demolizioni di case palestinesi, gli arresti e detenzione di minori palestinesi da parte degli israeliani, i checkpoint e la mancata libertà di movimento vengono indicati come minacce alla possibilità di una pace lunga e duratura. Sono anni in cui la diplomazia internazionale non ha potuto far molto, e persino dire molto, pena gli attacchi da parte dei governi israeliani e dei loro sostenitori. Una diplomazia congelata, senza libertà di movimento, senza neanche la libertà di criticare il governo israeliano per gli atti patentemente illegali che si protraggono da 50 anni, e in modo sempre più evidente, e sempre più arrogante, negli ultimissimi anni.
L’applauso liberatorio è, in certo qual modo, la risposta istintiva a chi accusa la diplomazia (a ragione, a mio parere) di aver agito troppo tardi, quando ormai troppo è già stato fatto sul terreno. Troppe colonie, troppe demolizioni, troppo Muro di separazione, troppe reti  stradali a uso dei coloni, troppe infrastrutture al servizio unico degli insediamenti israeliani. Almeno la risoluzione 2334 è stata approvata, prima dell’insediamento di Donald Trump. Prima che Trump metta in atto ciò che già ha detto: la sua sanzione e il suo sostegno totale alla politica di destra-destra di Netanyahu, Lieberman, Naftali Bennett e del sindaco di Gerusalemme, Barkat.
Se Israele si ritrova sul banco degli imputati ora, anche attraverso le illegalità che la risoluzione 2334 indica e conferma, non lo si deve a un pregiudizio nei confronti di Israele. Tanto meno nei confronti degli ebrei. Lo si deve proprio a quello che Avigdor Lieberman dichiara di voler fare da anni: costruire colonie in Cisgiordania, e impedire che si realizzi nei fatti uno Stato di Palestina. E questo non si può fare. È illegale, Mr. Lieberman.


 
 

 
 
 
 

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