martedì 22 novembre 2016

Gaza, la vita impossibile dei disabili

 
 
 
Gaza, la vita impossibile dei disabili - Nella Striscia ci sono 80 mila persone senza arti. Tra guerre e blocco israeliano curarsi è un'impresa. Senza medicine, strutture e protesi. La storia di Khaled.
lettera43.it
 
 
da Beirut
A fine settembre del 2016 in un ospedale nel Sud della Striscia di Gaza è nato Walid Shaath. Un neonato sano e vitale che con il suo arrivo ha portato la popolazione di quel fazzoletto di terra a quota 2 milioni. La Striscia, 360 chilometri quadrati chiusi tra il Mar Mediterraneo e le frontiere sigillate con Israele ed Egitto, è l’area più densamente popolata del pianeta. Secondo le Nazioni unite il territorio potrebbe diventare invivibile per la sovrappopolazione nel 2020. Pochi minuti dopo Walid è nata Lana Ayad, la cittadina numero 2.000.001. Ali Khaled, lo zio della piccola raggiunto via Skype, si chiede: «Che futuro può avere Lana qui a Gaza? Siamo reclusi e non abbiamo nulla, neppure la possibilità di curarci».
BOMBE SULLA CASA. Mentre muove la webcam per mostrare la sua protesi dice ancora: «Io sono fortunato. Ho perso la gamba quando un carro armato israeliano ha bombardato la mia casa. Era il 2012 e allora era più facile trovare una gamba da sostituire alla mia». Khaled è tra le migliaia di abitanti di Gaza che hanno imparato a vivere con la disabilità legata alla perdita di arti dopo tre guerre, combattute dal 2008 a oggi, tra i militanti palestinesi di Hamas e Israele. Secondo il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) a Gaza sono quasi 80 mila i disabili motori, un terzo di loro sono vittime di guerra.
NEL 2014 11 MILA FERITI. Solo durante il conflitto del 2014 i feriti furono più di 11 mila. Più di 10 anni di blocco israeliano e l'apertura a singhiozzo del valico di Rafa dal lato egiziano rendono difficile curarsi o seguire percorsi di riabilitazione nella Striscia. Scarseggiano le medicine, ci sono poche strutture per disabili e mancano i materiali e attrezzature per la costruzione delle protesi.
La protesi? Due barre metalliche e una scarpa da tennis
Khaled racconta che col passare degli anni ha imparato a muoversi meglio con la sua semplice protesi, due barre metalliche collegate da un giunto a livello del ginocchio, con una scarpa da tennis bianca e blu nella parte inferiore. «Nonostante i progressi che ho fatto con la nuova gamba non mancano i problemi. Per quelli come me la vita di tutti i giorni a Gaza è una sfida. Molte strade non sono asfaltate e sono invase di spazzatura, altre sono piene di buche e fossi». Poco o nulla è fatto dalle autorità per migliorare le condizioni di vita dei disabili.
«NON CHIEDIAMO LA LUNA». Khaled, così, ha fondato un’associazione che si batte per i diritti negati ai portatori di handicap. «Non chiediamo la luna, vogliamo solo strade asfaltate e magari un accesso alla spiaggia. Tutti possono andare al mare, ma noi non siamo abbastanza uguali agli altri per avere questo diritto». L’accesso alle cure e ai presidi sanitari è un altro dei grandi problemi che i disabili a Gaza devono affrontare.
«DIFFICILE IMPORTARE PRODOTTI». Nella Striscia esiste una sola fabbrica di protesi. Nabil Farah, il responsabile dell’azienda, spiega: «Non riusciamo a rispondere a tutte le richieste, è difficile far entrare le materie prime a Gaza, in particolare i prodotti chimici necessari per la produzione». Israele controlla rigorosamente le merci che entrano nella Striscia di Gaza, nel tentativo di evitare l’arrivo di elementi che potrebbero essere usati per costruire armi.

(© GettyImages) A un palestinese su tre è stato negato il permesso di raggiungere un ospedale fuori dalla Striscia.

Anche il confine con l’Egitto da tre anni è praticamente chiuso. Dall’inizio del 2016 sono entrate nella Striscia, passando dal valico di Kerem Shalom alla frontiera con Israele, 4.562 tonnellate di materiale medico. Il dato è fornito da Cogat, l’ufficio del ministero della Difesa israeliano che sovrintende il traffico di merci e uomini tra i due Paesi.
NUMERI INSUFFICIENTI. Cogat ha dichiarato di aver fatto uno sforzo per migliorare l’assistenza sanitaria per gli abitanti di Gaza, ma le Nazioni unite hanno chiarito che le forniture continuano a essere drammaticamente insufficienti e che è bisogno di una rimozione totale del blocco, almeno per i presidi sanitari. «Più di 2.300 persone a Gaza hanno bisogno di una protesi», dice ancora Farah, «e i rifornimenti che arrivano in fabbrica ci permettono di soddisfare 12-18 persone al mese. E questo solo grazie all’assistenza della Croce rossa».
Non solo per le merci, ma anche per gli esseri umani è difficile superare i valichi di frontiera. Le autorità di Tel Aviv rilasciano un numero limitato di permessi per uscire dal territorio, sempre più sigillato, anche per motivi di salute.
UNO SU TRE NON ESCE. Secondo Cogat nel 2016 è stato concesso a 22.635 palestinesi, compresi gli accompagnatori, il permesso di raggiungere la Cisgiordania o qualche Paese estero per curarsi. I dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), però, dicono che nel luglio 2016 a un palestinese su tre è stato negato il permesso di raggiungere un ospedale fuori dalla Striscia. Su 2.040 richieste 680 sono state rifiutate, comprese quelle di 146 bambini.

(© GettyImages) Durante il conflitto del 2014 i disabili per ferite di guerra furono più di 11 mila.

L’ortopedia è tra le specialità mediche che più ritorna nelle richieste di visto, insieme all'oncologia, pediatria, ematologia e oftalmologia. Quella che manca quasi completamente è l’assistenza psicologica.
SOSTEGNO FONDAMENTALE. «Questo tipo di aiuto è fondamentale», racconta Mamadou Sow, responsabile della Cicr a Gaza, «è un sostegno decisivo per aiutare le persone a imparare come vivere senza un arto, ma anche per facilitare il loro reinserimento nella società». Khaled è orgoglioso della sua nipotina apparsa su tanti giornali, anche se «non credo che potrò mai portarla a spasso per le strade di Gaza. Chissà, forse un giorno riusciremo a emigrare e vivere in un Paese diverso, dove io potrò passeggiare e Lana avere un futuro. Qui a Gaza non c’è speranza né per lei né per me».
 

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