Gaza,
la vita impossibile dei disabili - Nella Striscia ci sono 80 mila
persone senza arti. Tra guerre e blocco israeliano curarsi è un'impresa.
Senza medicine, strutture e protesi. La storia di Khaled.
lettera43.it
da Beirut
A fine settembre del 2016 in un ospedale nel Sud della Striscia di
Gaza è nato Walid Shaath. Un neonato sano e vitale che con il suo arrivo
ha portato la popolazione di quel fazzoletto di terra a quota 2
milioni. La Striscia, 360 chilometri quadrati chiusi tra il Mar
Mediterraneo e le frontiere sigillate con Israele ed Egitto, è l’area
più densamente popolata del pianeta. Secondo le Nazioni unite il
territorio potrebbe diventare invivibile per la sovrappopolazione nel
2020. Pochi minuti dopo Walid è nata Lana Ayad, la cittadina numero
2.000.001. Ali Khaled, lo zio della piccola raggiunto via Skype, si
chiede: «Che futuro può avere Lana qui a Gaza? Siamo reclusi e non
abbiamo nulla, neppure la possibilità di curarci». BOMBE SULLA CASA. Mentre muove la webcam per
mostrare la sua protesi dice ancora: «Io sono fortunato. Ho perso la
gamba quando un carro armato israeliano ha bombardato la mia casa. Era
il 2012 e allora era più facile trovare una gamba da sostituire alla
mia». Khaled è tra le migliaia di abitanti di Gaza che hanno imparato a
vivere con la disabilità legata alla perdita di arti dopo tre guerre,
combattute dal 2008 a oggi, tra i militanti palestinesi di Hamas e
Israele. Secondo il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) a
Gaza sono quasi 80 mila i disabili motori, un terzo di loro sono vittime
di guerra. NEL 2014 11 MILA FERITI. Solo durante il conflitto
del 2014 i feriti furono più di 11 mila. Più di 10 anni di blocco
israeliano e l'apertura a singhiozzo del valico di Rafa dal lato
egiziano rendono difficile curarsi o seguire percorsi di riabilitazione
nella Striscia. Scarseggiano le medicine, ci sono poche strutture per
disabili e mancano i materiali e attrezzature per la costruzione delle
protesi.
La protesi? Due barre metalliche e una scarpa da tennis
Khaled racconta che col passare degli anni ha imparato a muoversi
meglio con la sua semplice protesi, due barre metalliche collegate da un
giunto a livello del ginocchio, con una scarpa da tennis bianca e blu
nella parte inferiore. «Nonostante i progressi che ho fatto con la nuova
gamba non mancano i problemi. Per quelli come me la vita di tutti i
giorni a Gaza è una sfida. Molte strade non sono asfaltate e sono invase
di spazzatura, altre sono piene di buche e fossi». Poco o nulla è fatto
dalle autorità per migliorare le condizioni di vita dei disabili. «NON CHIEDIAMO LA LUNA». Khaled, così, ha fondato
un’associazione che si batte per i diritti negati ai portatori di
handicap. «Non chiediamo la luna, vogliamo solo strade asfaltate e
magari un accesso alla spiaggia. Tutti possono andare al mare, ma noi
non siamo abbastanza uguali agli altri per avere questo diritto».
L’accesso alle cure e ai presidi sanitari è un altro dei grandi problemi
che i disabili a Gaza devono affrontare. «DIFFICILE IMPORTARE PRODOTTI». Nella Striscia
esiste una sola fabbrica di protesi. Nabil Farah, il responsabile
dell’azienda, spiega: «Non riusciamo a rispondere a tutte le richieste, è
difficile far entrare le materie prime a Gaza, in particolare i
prodotti chimici necessari per la produzione». Israele controlla
rigorosamente le merci che entrano nella Striscia di Gaza, nel tentativo
di evitare l’arrivo di elementi che potrebbero essere usati per
costruire armi.
Anche il confine con l’Egitto da tre anni è praticamente chiuso.
Dall’inizio del 2016 sono entrate nella Striscia, passando dal valico di
Kerem Shalom alla frontiera con Israele, 4.562 tonnellate di materiale
medico. Il dato è fornito da Cogat, l’ufficio del ministero della Difesa
israeliano che sovrintende il traffico di merci e uomini tra i due
Paesi. NUMERI INSUFFICIENTI. Cogat ha dichiarato di aver
fatto uno sforzo per migliorare l’assistenza sanitaria per gli abitanti
di Gaza, ma le Nazioni unite hanno chiarito che le forniture continuano a
essere drammaticamente insufficienti e che è bisogno di una rimozione
totale del blocco, almeno per i presidi sanitari. «Più di 2.300 persone a
Gaza hanno bisogno di una protesi», dice ancora Farah, «e i
rifornimenti che arrivano in fabbrica ci permettono di soddisfare 12-18
persone al mese. E questo solo grazie all’assistenza della Croce rossa».
Non solo per le merci, ma anche per gli esseri umani è difficile
superare i valichi di frontiera. Le autorità di Tel Aviv rilasciano un
numero limitato di permessi per uscire dal territorio, sempre più
sigillato, anche per motivi di salute. UNO SU TRE NON ESCE. Secondo Cogat nel 2016 è stato
concesso a 22.635 palestinesi, compresi gli accompagnatori, il permesso
di raggiungere la Cisgiordania o qualche Paese estero per curarsi. I
dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), però,
dicono che nel luglio 2016 a un palestinese su tre è stato negato il
permesso di raggiungere un ospedale fuori dalla Striscia. Su 2.040
richieste 680 sono state rifiutate, comprese quelle di 146 bambini.
L’ortopedia è tra le specialità mediche che più ritorna nelle
richieste di visto, insieme all'oncologia, pediatria, ematologia e
oftalmologia. Quella che manca quasi completamente è l’assistenza
psicologica. SOSTEGNO FONDAMENTALE. «Questo tipo di aiuto è
fondamentale», racconta Mamadou Sow, responsabile della Cicr a Gaza, «è
un sostegno decisivo per aiutare le persone a imparare come vivere senza
un arto, ma anche per facilitare il loro reinserimento nella società».
Khaled è orgoglioso della sua nipotina apparsa su tanti giornali, anche
se «non credo che potrò mai portarla a spasso per le strade di Gaza.
Chissà, forse un giorno riusciremo a emigrare e vivere in un Paese
diverso, dove io potrò passeggiare e Lana avere un futuro. Qui a Gaza
non c’è speranza né per lei né per me».
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