giovedì 27 ottobre 2016

Ehud Ein-Gil e Daniel Blatman rispondono a Benny Morris : Israele ha perpetrato una pulizia etnica nel 1948

Israele ha messo in atto una pulizia etnica nel 1948. Le parole di mio padre lo testimoniano

di Ehud Ein-Gil Haaretz – 20 ottobre 2016 Lo storico Benny Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si…





Haaretz20 ottobre 2016
Lo storico Benny Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica.
Alla vigilia della proclamazione dello Stato [di Israele], un reparto di soldati della brigata “Givani” attaccò il villaggio di Al-Qubab. Yitzhak Engel, il sergente maggiore del primo battaglione della compagnia C, descrisse l’attacco nel libro di Avraham Eylon in ebraico “La brigata Givati nella guerra di Indipendenza”.
“Nel pomeriggio del 14 maggio, mentre eravamo veramente stanchi per il ripiegamento dal campo di detenzione nei pressi di Latrun, arrivò il vice comandante della compagnia e ci disse che dovevamo andare immediatamente al kibbutz Gezer per attaccare Al-Qubab .… Alle 21,30, due ore e mezza prima che il mandato (britannico) entrasse negli annali della storia, siamo partiti..
“Sono arrivate le 12, la mezzanotte del 15 maggio. Era iniziato il bombardamento del villaggio. Ce ne rendemmo conto dalle esplosioni che cominciarono a rimbombare. Eravamo contrariati dal fatto che questo “ammorbidimento” non fosse molto più di una goccia d’acqua che esce da un rubinetto. Poi ci rendemmo conto che i Davidkas (mortai prodotti artigianalmente) trasportati da una colonna blindata erano stati schierati lontano dal villaggio, ed anche i proiettili che riuscivano ad esplodere non colpivano il loro obiettivo.
“Quando questo ammorbidimento diminuì, Yosh (il comandante di compagnia Yosef Harpaz) gridò: “Avanti, ragazzi! Vendicate il sangue dei nostri compagni che sono caduti a Latrun [battaglia tra sionisti e giordani durante la guerra del ’48. Ndtr.]!” Attaccammo immediatamente le prime case nella parte occidentale del villaggio. I ragazzi presero a calci o sfondarono le porte con il calcio dei fucili, tirarono granate nelle stanze e le sventagliarono con il fuoco dei mitra con entusiasmo. Nel villaggio non c’erano né combattenti né abitanti, e, salvo qualche anziano, non trovammo anima viva nella parte di villaggio che ci era stata assegnata.
“A un certo punto pensai che avrei incontrato forze nemiche, ma anche lì mi aspettava una ‘delusione’. Ed è andata così. Mentre avanzavo attraverso la strada dove dovevamo incontrare la colonna corazzata, improvvisamente intravidi una luce che filtrava dalle fessure di una porta di legno di una delle case. Mi misi in ascolto e sentii un grande movimento nella casa. Mi avvicinai con grande cautela e buttai giù la porta, pronto ad usare lo Schmeisser (il mitra) che avevo in mano. E quello che vidi non furono altro che i nostri ‘partigiani’ seduti insieme alla luce di una lampada ad olio, che si scolavano bottiglie di soda per festeggiare la fine del mandato britannico e la dichiarazione dello Stato.”
Villaggi abbandonati
Non c’è sangue in questa descrizione. Gli spari erano da una parte sola e nessuno rimase ucciso, ma anche in questo consiste una la pulizia etnica – un insieme di azioni banali come questa. Yitzhak Engel, che ha fornito questa descrizione, è mio padre.
Quando lessi la sua testimonianza per la prima volta a 10 anni, poco dopo che il libro era stato pubblicato, non rimasi stupito. Quando l’ho riletta, in modo più critico, dopo il mio servizio militare, mi sono posto alcune domande.
Per esempio, se i soldati del Givati non incontrarono nessuna resistenza nel villaggio, chi avrebbero dovuto “ripulire” e “spazzare via” con i mitra e le granate? E se palestinesi disarmati fossero stati seduti in quella casa in cui mio padre ha fatto irruzione, e non ‘partigiani’, gli avrebbe sparato?
Avrei voluto pensare che non lo avrebbe fatto, ma io non avevo nessuno a cui chiederlo perché mio padre non era più vivo. E oggi, quando ho più o meno la stessa età di quegli “anziani” che trovarono nel villaggio, ci sono altre due cose che mi chiedo: quante persone anziane incontrarono esattamente gli assalitori, e qual è stato il loro destino?
Il professor Benny Morris ha scritto la scorsa settimana di non accettare il termine “pulizia etnica” per descrivere quello che gli ebrei fecero in Israele nel 1948. Ed aggiunge tra parentesi una riserva – “(se si prendono in considerazione Lod e Ramle, forse possiamo parlare di una pulizia etnica parziale).”
Mi sono ricordato del tour organizzato dai veterani della brigata Givati per le loro famiglie nei luoghi delle battaglie, quando ero un ragazzino. Non ho visto neanche un villaggio arabo in piedi in quel giro o durante i viaggi di famiglia nella zona. Un’occhiata ad una mappa conferma la mia impressione – non rimane neanche un villaggio arabo da Tel Arish, che si trovava tra Tel Aviv e il suo quartiere periferico di Holon, fino al confine di Gaza [85 km da Tel Aviv, verso sud. Ndtr.]. Lo stesso vale nell’area tra Tel Aviv e Hadera [a 45 km da Tel Aviv. Ndtr.], verso nord.
Morris conclude questa discussione con una prova, secondo lui, inequivocabile: “Alla fine, 160.000 arabi rimasero nel territorio israeliano.” Forse Morris dimentica che nell’aprile 1949, nell’accordo di armistizio con la Giordania, Israele ha annesso 28 villaggi di 35.000 abitanti e rifugiati che erano stati fino ad allora sotto il controllo militare iracheno?
‘Atmosfera favorevole al trasferimento’
Pertanto più di un quinto degli arabi che “rimasero” non lo fecero in aree sotto il controllo di Israele alla fine della guerra. Il numero di arabi che “rimasero” era quindi inferiore ai 125.000, tra cui 15.000 drusi che erano alleati di Israele, 34.000 cristiani, che Israele trattò in modo decente per non inimicarsi gli alleati occidentali, e qualche villaggio di beduini musulmani, i cui capi erano alleati di Israele o dei loro vicini ebrei.
Dei 75.000 musulmani che rimasero (meno del 15% rispetto a prima della guerra), decine di migliaia erano sfollati interni – gente che era scappata dai propri villaggi o era stata espulsa da questi e da allora non ebbe il permesso di tornare alle proprie case. C’erano anche cristiani che furono evacuati dai loro villaggi come Biram e Iqrit, nei pressi del confine con il Libano.
Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica ufficiale. Infatti il comandante della brigata Givati nel marzo 1948 ricevette un ordine dell’infame Piano D [che secondo alcuni storici prevedeva l’espulsione dei palestinesi dal territorio su cui venne fondato Israele. Ndtr.] citato nel libro del 1959 sulla brigata Givati. L’ordine – che lasciava decidere al comandante quali villaggi del suo settore “occupare, ripulire o sterminare” – divideva le operazioni nelle seguenti categorie:
“Distruzione di villaggi – incendiare, spazzare via e disseminare le rovine di mine – soprattutto quei centri abitati che sono difficili da controllare in modo costante, ” e “organizzare operazioni di ricerca e controllo in base alle seguenti indicazioni: circondare il villaggio e perlustrare al suo interno. Nel caso di resistenza, le forze armate devono essere distrutte e la popolazione deve essere espulsa al di fuori dei confini dello Stato.”
Quindi, quando Morris scrive che “c’erano ufficiali che espulsero gli arabi e altri che non lo fecero,” si deve ricordare che quelli che hanno operato le espulsioni agirono in base allo spirito dei tempi – la stessa “atmosfera favorevole al trasferimento” che ricevette l’appoggio dall’alto nell’ordine del Piano D dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.]. Dobbiamo ricordarci che hanno avuto un grande successo in quello che hanno fatto.
E mentre gli ufficiali che non hanno espulso nessuno hanno agito in base alla propria coscienza nonostante l’ “atmosfera favorevole al trasferimento”, non c’è da stupirsi del fatto che nessuno di costoro sia stato decorato.

[Ehud Ein-Gil è un giornalista di Haaretz e militante socialista rivoluzionario che si occupa del supersfruttamento cui sono sottoposti lavoratori di ogni provenienza in Israele. Ndtr.]

 

Sì, Benny Morris, Israele ha perpetrato una pulizia etnica nel 1948

di Daniel Blatman Haaretz – 14 ottobre 2016 Lo storico israeliano ha ragione su un punto:la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale.

 

di Daniel Blatman
Haaretz – 14 ottobre 2016
Lo storico israeliano ha ragione su un punto:la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale.
Uno storico serio esamina sempre le proprie conclusioni. Se arriva alla conclusione che le cose che ha scritto in precedenza necessitano di una revisione, è obbligato a farsene carico. Ma uno storico che, all’inizio della sua carriera, stabilisce che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948 e poi cambia la propria opinione fino a diventare il beniamino della destra dei coloni, è un caso patetico. Benny Morris ha seguito questo percorso.
Egli ha tradito due doveri fondamentali per lo storico: avere una mentalità aperta e riconoscere la vasta letteratura di ricerca che riguarda direttamente i suoi ambiti di ricerca; non distorcere le proprie conclusioni precedenti in base alle attuali opinioni politiche. [L’articolo di Morris “Israele non ha attuato nessuna pulizia etnica nel 1948“, Haaretz, 10 ottobre, era una risposta a quello di Daniel Blatman “Netanyahu, ecco cos’è veramente una pulizia etnica“, Haaretz, 3 ottobre].
Il 10 marzo 1948 il quartier generale dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.] approvò il “Piano Dalet”, che trattava dell’intenzione di espellere quanti più arabi fosse possibile dal territorio del futuro Stato ebraico. Morris ne ha scritto nel suo libro “1948: una storia della prima guerra arabo-israeliana” (2010) . Egli ha affermato che il piano ha suscitato una disputa storiografica, con gli storici filo-palestinesi che sostengono che fosse un piano generale per espellere gli arabi che vivevano in Israele. Egli ha affermato che un esame accurato del testo del piano porta a una conclusione diversa.
Quale conclusione diversa? Quella di studiosi esperti in pulizia etnica? O di esperti giuridici che si sono cimentati sul problema? No, quella di Morris, naturalmente. Egli non accetta la definizione di pulizia etnica attuata dagli ebrei nel 1948. Forse ci fu una “mini” pulizia etnica a Lod e Ramle [a sud est di Tel Aviv. Ndtr.]. Forse qualche massacro marginale (Deir Yassin), che provocò la fuga terrorizzata dei palestinesi.
Il problema è che queste sono esattamente le circostanze che portano ad una pulizia etnica. Se Morris si fosse preoccupato di studiare attentamente i documenti della Corte Penale Internazionale sulla ex-Jugoslavia, avrebbe capito perché queste affermazioni sarebbero considerate assurde in qualunque seria conferenza scientifica.
Quanto segue è stato sostenuto dal pubblico ministero nel processo a Radovan Karadzic, il leader serbo-bosniaco che è stato condannato per le sue responsabilità nella pulizia etnica dei musulmani di Bosnia: “Nella pulizia etnica..tu agisci in modo tale per cui, in un determinato territorio, i componenti di un determinato gruppo etnico sono eliminati… ci sono dei massacri. Non sono massacrati tutti, ma ci sono massacri allo scopo di spaventare quelle popolazioni…Naturalmente gli altri vengono scacciati. Sono spaventati…e, naturalmente, alla fine queste persone vogliono semplicemente andarsene…Se ne vanno sia per loro stessa iniziativa, oppure sono deportate….Alcune donne sono violentate e, inoltre, spesso vengono distrutti i monumenti che segnano la presenza di una determinata popolazione…per esempio, le chiese cattoliche o le moschee vengono distrutte.”
Esattamente come nel 1948: istruzioni implicite, accordi silenziosi, seminare il timore tra la popolazione la cui fuga è l’obiettivo; la distruzione della presenza fisica che hanno lasciato dietro di sé. Nel suo primo libro sull’argomento, “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949” (1989 in inglese), Morris scrisse: “Gli attacchi dell’Haganah e delle Forze di Difesa Israeliane (l’esercito del neonato Stato d’Israele. Ndtr.), ordini di espulsione, la paura degli attacchi e atti di crudeltà da parte degli ebrei, l’assenza di appoggio da parte del mondo arabo e dell’Alto Comitato Arabo, il senso di impotenza e di abbandono, gli ordini da parte di istituzioni e centri di comando arabi di andarsene ed evacuare, in molti casi erano la diretta e decisiva ragione per la fuga – un attacco da parte dell’Haganah, dell’Irgun, del Lehi [le due milizie armate della destra sionista, poi integrate nell’IDF. Ndtr.] o dell’IDF, o la paura degli abitanti per un simile attacco.”
Circa 15 anni fa, tuttavia, Morris ha cambiato opinione. Nel suo libro “Correggere un errore: ebrei ed arabi in Palestina/Israele, 1936-1956” (2000), egli ha affermato: “La maggioranza degli allontanamenti (da parte dei palestinesi) dalla maggior parte dei luoghi, il più delle volte l’ho attribuita ad attacchi da parte delle forze ebraiche. A volte uno storico deve correggere un errore.” Tanto di cappello ad uno storico che ammette di aver fatto un errore. Ma l’integrità professionale di Morris è messa alla prova in base a quanto egli ha detto ad Ari Shavit (Haaretz, gennaio 2004): “Non penso che le espulsioni del 1948 fossero crimini di guerra.. Penso che lui (Ben Gurion) abbia fatto un grave errore storico nel 1948…fu troppo timoroso durante la guerra. Alla fine vacillò….Se si fosse subito impegnato nell’espulsione, forse avrebbe fatto un lavoro definitivo.”
Allo stesso tempo Morris sostiene che Ben Gurion “non ha mai dato un ordine di espellere gli arabi.” In effetti, non è stato trovato nessun ordine scritto di questo tipo. E il lettore si chiederà: “Quindi c’era un ordine di espulsione, o forse un’espulsione senza un ordine? O forse c’è stata un’espulsione di massa, ma fu incompleta, e dunque non si tratta di pulizia etnica? E Morris rimpiange il fatto che non sia stato dato un ordine per completare la pulizia etnica?” Morris è fortunato a non essersi occupato della ricerca sull’Olocausto. Potrebbe essere stato capace di sostenere che non fu Hitler che ordinò la “Soluzione Finale”, dato che, per quanto ne sappiamo, non è mai stato trovato nessun ordine scritto da lui per l’uccisione degli ebrei europei.
Morris dice che le espulsioni non furono un crimine di guerra, perché furono gli arabi che iniziarono la guerra. In altre parole, centinaia di migliaia di civili innocenti, appartenenti alla parte che aveva iniziato la lotta, dovevano essere espulsi. Forse Morris sarebbe d’accordo che il genocidio compiuto dai tedeschi contro gli Herero nel 1904-1908 [i tedeschi sterminarono in campi di concentramento circa 65.000 indigeni su un totale di 80.000. Ndtr.] era giustificato perché, dopo tutto, gli Herero avevano iniziato la ribellione contro il colonialismo tedesco in Namibia.
Morris is right about one thing: The understandings that the Arabs should be expelled were not carried out in full. There were commanders who obeyed to the letter; there were others who didn’t. That’s exactly why some 160,000 Arabs remained inside the State of Israel in 1949. Just as tens of thousands of Armenians remained in Turkey after World War I, because there were government officials who didn’t carry out orders to the letter to expel or murder them. Fortunately, in 1948 there were IDF commanders who refrained from doing what they knew they could do without being held to account. If it weren’t for them, the war crime committed by Israel would have been even greater.
Morris ha ragione su una cosa: la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale. Ci furono comandanti che obbedirono alla lettera; ce ne furono altri che non lo fecero. E’ esattamente la ragione per cui 160.000 arabi rimasero all’interno dello Stato di Israele nel 1949. Proprio come decine di migliaia di armeni rimasero in Turchia dopo la Prima Guerra Mondiale, perché ci furono funzionari del governo che non applicarono alla lettera l’ordine di espellerli o ucciderli. Fortunatamente, nel 1948 ci furono comandanti dell’IDF che si astennero dal fare quello che sapevano che avrebbero potuto fare senza doverne pagare le conseguenze. Se non fosse stato per loro, il crimine di guerra commesso da Israele sarebbe stato ancora più grande.
L’autore è uno storico.
(traduzione di Amedeo Rossi)

 

“Pulizia etnica” e propaganda filo-araba

Di Benny Morris Haaretz – 22 ottobre 2016 Gli indiretti confronti fatti da Daniel Blatman con i crimini tedeschi contro gli ebrei ed altri non riflettono un modo serio di scrivere di storia.



Israele non ha attuato nessuna pulizia etnica nel 1948

Nota redazionale: pur non condividendone affatto i contenuti, e non potendo in questa sede entrare nel merito della sua fondatezza dal punto di vista storico (smentita ad esempio dai lavori di Ilan Pappé), abbiamo deciso…

 

 

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