Le elezioni presidenziali negli USA portano dietro sempre grandi
storie ma spesso anche grandi misteri e accese discussioni. Un attacco
hacker internazionale con lo zampino russo però rischia di stabilire un
nuovo record.
BREAKING: FBI confirms that it's investigating hack involving Democratic National Committee emails.
Pochi giorni dopo la fine della convention repubblicana, che ha
nominato Donald Trump candidato presidenziale per le prossime elezioni e
il giorno stesso dell'inizio della equivalente assemblea democratica,
l'FBI ha aperto ufficialmente un'inchiesta sulle email scambiate dal Democratic National Committee pubblicate in blocco da Wikileaks il 22 luglio.
Il DNC è l'organo di governo del Partito Democratico negli Stati
Uniti e si occupa anche, tra le altre cose, di organizzare la Convention
da cui uscirà ufficialmente il candidato presidenziale. In quanto
organo principale del partito – e non di una corrente o di un singolo – è
fondamentale che questo giochi un ruolo imparziale nel corso delle
primarie per la selezione del candidato. Primarie che sono fortemente
combattute, tanto più che la vera campagna elettorale, con i conseguenti
colpi più duri, avviene in questa fase. Basti pensare che tra le due
convention e le elezioni vere e proprie passano solamente pochi mesi (si
terranno infatti l'8 Novembre 2016).
Subito dopo la pubblicazione dei leak, i media statunitensi hanno
cercato di verificare se il DNC ha agito in maniera parziale, a favore
di uno dei due candidati. Mai i risultati sono stati deludenti: nessuno
insomma è stato in grado di trovare tra le 19.252 email la cosiddetta
"pistola fumante", la prova che il Partito Democratico remasse contro il
candidato "troppo di sinistra" Sanders per favorire il più ben visto
personaggio che dovrà a tutti costi battere Trump, Hillary Clinton.
Lo "scandalo a metà" ha portato alle dimissioni della carica più alta
del DNC, Debbie Wasserman Schultz: infatti, nonostante sia difficile
poter dichiarare che le primarie siano state viziate a favore della ex
first-lady, sicuramente Schultz non ha saputo mantenere quel ruolo super
partes o almeno, esterno alla naturale competizione che la sua
posizione richiede.
I dubbi sul metodo Wikileaks
Al di là del contenuto delle email del direttorio del Partito
Democratico, oggetto di investigazioni – e quindi polemiche e
speculazioni – è il modo in cui l'associazione no-profit di Julian
Assange sia venuta in possesso di tali dati. Questo perché, alla luce
dei fatti emersi, in molti hanno messo in dubbio l'originalità e
l'integrità dei leaks rilasciati.
Il momento zero, il punto di partenza della storia, è il 14 Giugno
2016, quando viene diffusa la notizia che qualcuno ha penetrato i
sistemi del DNC e ha sottratto una copia del dossier su Donald Trump a
uso interno del partito: più che il contenuto del dossier, a fare
notizia è piuttosto la grave falla nella sicurezza interna, con un certo
richiamo storico a quando, con ben altre tecnologie, la sede del DNC
era controllata da cimici piazzate dall'allora presidente Nixon, una
"cosuccia da niente" chiamata Watergate, per capirci.
In seguito a questo episodio, i democratici hanno chiamato a indagare
sull'accaduto una delle più grandi società di sicurezza informatica in
circolazione, la CrowdStrike che, dopo le indagini svolte nel maggio 2016, il 15 giugno pubblica un dettagliato rapporto sull'intrusione e sullo stato dei sistemi del DNC.
Sintetizzando e tralasciando i tecnicismi del report, la CrowdStrike
individua due soggetti responsabili dell'attacco e li colloca
addirittura in due diverse agenzie di intelligence russe: la società
tiene a precisare anche come sia tipico della Russia operare in simili
operazioni con più "identità" contemporaneamente. Non è un segreto che
le agenzie governative nel paese di Putin si mettano in concorrenza
l'una contro l'altra:
Mentre virtualmente non vedreste mai l'intelligence di un
paese occidentale attaccare lo stesso obiettivo senza evitare conflitti
interni per paura di compromettere reciprocamente le operazioni tra le
diverse agenzie, in Russia questo non è uno scenario insolito.
In buona sostanza, sono i metadata dei file (le informazioni che
ciascun file porta con sé, tutto ciò che non sia prettamente contenuto)
che portano la CrowdStrike sulla pista russa: tracce di
alfabeto cirillico e l'utilizzo di strutture informatiche di appoggio
già collegate ai russi in altri attacchi.
Invece il 15 giugno, con un post su un blog creato appositamente – e
con un parallelo annuncio su Twitter – un hacker denominato GUCCIFER_2 reclama
la responsabilità dell'attacco. GUCCIFER_2, proprio come il primo (e
vero) Guccifer, hacker famoso per aver compromesso Yahoo, AOL e anche
Facebook, dice di essere rumeno e l'unico coinvolto in questa operazione
contro il DNC.
Nessun russo, nessuna cospirazione, solo un singolo individuo, che poi passerà i documenti a WikiLeaks.
Ma la credibilità del presunto rumeno è molto bassa: in una intervista con Motherboard
egli sembra parlare male sia l'inglese che il rumeno stesso. Una serie
di incongruenze e difficoltà, anche tecniche, che fanno ipotizzare al
giornalista che dietro, più che un individuo, ci sia un team
organizzato.
via xkcd
L'importanza della fonte
Perché in questo caso è importante conoscere la fonte – tanto più che
di solito è mantenuta segreta a sua protezione, tranne in alcuni rari
casi, dal destino finora non felice, come Manning e Snowden –?
Lo scenario politico internazionale è già molto caldo e complesso. Da
un lato, la Russia di oggi, una delle più grandi potenze mondiali dove i
diritti civili hanno forti difficoltà a essere riconosciuti, che ospita
Edward Snowden, il whistleblower che ha scoperchiato la noncuranza
dell'intelligence americana rispetto agli stessi diritti civili.
Dall'altro, Donald Trump, il candidato presidenziale repubblicano, che secondo
il Partito Democratico, sorride a Putin. Ora, se uno stato nella
posizione della Russia si rende complice (fino a che punto?) di un
attacco come quello subito dal Partito Democratico, si scende nel campo
dello spionaggio puro e semplice e riuscire a distinguere il falso dal
vero diventa impresa ardua. Per questo poter verificare la fonte delle
informazioni pubblicate da Wikileaks diventa di fondamentale importanza.
Nessuno può garantire infatti che le email non siano state, anche in
minima parte, contraffatte dall'intelligence russa. Anzi, proprio le
tracce di metadati in cirillico fanno nascere il sospetto che qualcosa
sia stato cambiato, anche se basta aprire un documento per modificare i
metadati, un hacker esperto di questo calibro avrebbe potuto evitarlo.
Modifiche fatte apposta per screditare la candidata Clinton in favore di
un Trump vicino al leader russo, forse. Ma perché non c'è nessuno che
riesca a validare quanto rilasciato? Semplicemente perché diversamente
da altre volte, tutti i soggetti coinvolti hanno propri interessi in
ballo.
Il Partito Democratico non potrebbe confutare i documenti pubblicando
una versione "autentica" perché avrebbe tutto l'interesse a mostrarsi
"innocente" ed estraneo a una eventuale politica interna pro-Clinton.
Wikileaks, da un lato deve difendere il proprio operato e non può
rischiare di sentirsi complice di un complotto internazionale ordito
dalla Russia, dall'altro non può in alcun modo rivelare la sua fonte,
ammesso che poi anche questa mossa possa essere di aiuto.
Possiamo dire che fortunatamente non è stato trovato nulla di
scandaloso all'interno del leak pubblicato. Quello che è certo è che,
oltre il merito, la discussione che può e deve essere sollevata è sul
metodo di divulgazione dei documenti: appare rischioso e potenzialmente
compromesso, almeno in questo caso, quello utilizzato da Wikileaks in
cui tutto il materiale viene pubblicato in blocco online. Al contrario,
assume sempre più valore l'operato di Snowden che, mettendoci
letteralmente la faccia, ha deciso di affidare a dei giornalisti
competenti le informazioni in suo possesso in modo che fossero
accuratamente selezionate, verificate e pubblicate con oculatezza. Come
dice Thomas Rid in un articolo su Motherboard
che analizza in dettaglio l'hack, in queste situazioni non è necessario
eseguire il "sabotaggio" alla perfezione ma basta instillare il dubbio,
sfruttare gli stessi alti standard del giornalismo investigativo per
poter distruggere la reputazione di una fonte fino ad ora dimostratasi
affidabile. Aggiornamento: in una intervista con Democracy Now! Julian Assange dichiara questo a proposito delle fonti del leak:
In relazione alle fonti, qualcosa la posso dire. In
primis, non riveliamo mai le nostre fonti, ovviamente. Questo è
quello di cui andiamo fieri, e non lo faremo neanche in questo caso.
Nessuno sa quale sia la nostra fonte in questo caso, sono pure
speculazioni. Credo anche io che sia interessante e accettabile farsi
domande in merito a quali siano le nostre fonti, ma se stiamo parlando
del DNC, ci sono moltissimi consulenti e programmatori che hanno accesso
ai sistemi: infatti il DNC è stato hackerato decine e decine di volte.
Anche a detta loro, i sistemi sono stati costantemente violati negli
ultimi anni. E le date delle email che abbiamo pubblicato dimostrano che
queste sono successive a tutti gli attacchi che il DNC ha subito -
tutti tranne forse uno, c'è poca chiarezza su una data.
Lo scandalo delle mail rubate al Comitato Nazionale Democratico, diffuse da Wikileaks, sarebbe un’azione guidata dalla Russia per favorire Donald Trump e mettere in difficoltà la candidata democratica, Hillary Clinton.
Così, con un’accusa degna di una spy story, Robby Mook, il capo della
campagna elettorale della Clinton, cerca di rimediare all’imbarazzo dei
democratici, dopo la pubblicazione da parte di Wikileaks di quasi 20mila email,
che mostrano come la leadership del partito abbia cercato di favorire
in tutti i modi la candidatura della Clinton, rispetto a quella di
Bernie Sanders, attraverso una serie di stratagemmi e di operazioni
mediatiche volte a screditarlo.
Il contenuto delle migliaia di mail che i vertici del partito si sono scambiati tra loro, ha già inchiodato Debbie Wasserman,
la presidente del Comitato nazionale democratico (Dnc) che ha già
annunciato che rassegnerà le proprie dimissioni al termine della
convention di Philadelphia. Proprio Sanders, le cui lamentele e accuse
rivolte nei mesi scorsi al partito democratico hanno trovato conferma
nel contenuto delle mail, ha chiesto alla Wasserman di dimettersi. Le
email pubblicate alla vigilia dell’apertura dell’evento che incoronerà
ufficialmente la Clinton come candidata democratica alla presidenza
degli Stati Uniti, però, pesano come un macigno sulla convention di
Philadelphia che sarà, quindi, la convention di un partito che non avrà
nulla da “invidiare”, quanto a spaccature interne, al Partito
Repubblicano.
Forse per questo, il capo della campagna elettorale della Clinton si è
affrettato a gridare al complotto internazionale anziché commentare il
contenuto delle conversazioni diffuse da Wikileaks. Lo staff della
Clinton, infatti, è passato all’attacco sostenendo che siano stati “due agenti segreti russi”
a penetrare nei server del Partito democratico, per minare la campagna
elettorale della ex first lady ed aiutare Donald Trump a vincere le
elezioni presidenziali. “Attori statali russi sono entrati dentro il
Comitato Nazionale Democratico, hanno rubato le e-mail”, ha affermato
Mook, “e altri esperti ci dicono che le stanno mettendo in giro per
aiutare di fatto Donald Trump”. Secondo il responsabile della campagna
elettorale della Clinton, l’operazione sarebbe stata orchestrata alla
vigilia della convention proprio per creare il massimo danno alla
candidata democratica, e avvantaggiare il tycoon, che più volte si è
pronunciato contro la Nato, contro l’Ue e gli aiuti all’Ucraina, e, in
più di un’occasione, a sostegno di Putin.
Wikileaks ha subito rispedito le accuse al mittente in un tweet, e
via Twitter è intervenuto anche Donald Trump, il candidato repubblicano,
che oggi è passato avanti nei sondaggi rispetto alla Clinton. “La nuova
barzelletta in città è che i russi hanno trafugato le mail del Dnc
perché io piaccio a Putin”, ha scritto il candidato repubblicano sul
social network. Intanto, stasera sarà Michelle Obama ad aprire la
convention democratica alla quale interverrà anche Bernie Sanders. I
riflettori saranno quindi puntati anche sull’ex sfidante della Clinton,
la cui campagna elettorale, secondo quanto è emerso dal contenuto delle
email partite dagli account dei sette massimi dirigenti del partito, nel
periodo compreso tra gennaio del 2015 e maggio 2016, è stata, di fatto,
sabotata per favorire l’ex first lady.
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