martedì 26 luglio 2016

Amira Hass Una pallottola vagante


Una pallottola vagante

Amira Hass
La telefonata è arrivata quando stavo per lasciare Gerusalemme. “Aadel è in città. La figlia di due anni di nostro cugino è stata ferita a Shabura (il campo profughi di Rafah, nella Striscia di Gaza). Aadel è stato l’unico uomo della famiglia autorizzato ad accompagnarla in ospedale. Sono al St. Joseph (l’ospedale anglicano di Gerusalemme Est)”. A chiamarmi è stato Munir, mio amico di Gaza e fratello minore di Aadel. La loro casa è stata la prima che ho visitato in un campo profughi, nel 1993. I vicini erano rimasti a bocca aperta quando avevano scoperto che ero ebrea. “La vostra ospite non ha paura qui?”, gli avevano chiesto. Aadel aveva risposto: “Perché, siamo persone di cui aver paura?”.
Il 19 luglio l’ho incontrato in ospedale, elegante come sempre. È un fabbro di talento, e non ho mai capito come facesse a tornare a casa dopo quindici ore di lavoro con le scarpe impeccabili e la camicia pulita. Non lo vedevo dal 2009, dopo la guerra a Gaza. Da allora ha dovuto affrontare altre due guerre. La casa dei suoi vicini è stata una delle 142 bombardate da Israele nel 2014 mentre gli abitanti erano all’interno.
Gli ho chiesto dei suoi figli e nipoti e del suo vecchio padre. E naturalmente di come fosse stata ferita la bambina, che era in attesa di essere operata. Probabilmente qualcuno stava festeggiando i risultati dei test d’ingresso all’università. È stata colpita alla testa da una pallottola vagante mentre camminava in un vicolo vicino alla sua casa.

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