mercoledì 13 luglio 2016

I servizi segreti italiani ricambiano la visita a Damasco


 
 
 
 
 
 
Anche l'Italia da Asad. Uniti contro il "terrorismo" Damasco (al-Safir). Il fiammifero nella mano destra e il secchio d'acqua nella sinistra: il contestato presidente…
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Nella rassegna di oggi dal e sul Medio Oriente: il capo dell’Aise va a Damasco per chiedere collaborazione alla lotta al “terrorismo”; lo Stato Islamico torna a Palmira; a Mosul in Iraq ricompare il giornalista britannico ostaggio dell’Is.
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Anche l’Italia da Asad. Uniti contro il “terrorismo”
Damasco (al-Safir). Il fiammifero nella mano destra e il secchio d’acqua nella sinistra: il contestato presidente siriano Bashar al-Asad, sostenuto da Russia e Iran, si assicura di rimanere al potere mostrandosi colui che ha alcune chiavi per “la lotta al terrorismo” in Europa e in Occidente.
In seguito alla visita – segreta ma non troppo – di uno dei capi dei servizi di sicurezza siriani, Muhammad Dib Zaytun, a Roma a fine giugno, il capo dell’Aise (Generale Alberto Manenti) ha ricambiato, recandosi a Damasco pochi giorni dopo e incontrando di nuovo Zaytun. Nessuna conferma ufficiale, ovviamente. Ma le fonti del quotidiano libanese al-Safir, che non è certo ostile ad Asad, concordano.
Se così fosse, sarebbe la prima volta per l’Italia, che finora non aveva seguito le orme di altri paesi europei – come Germania, Belgio, Spagna – tornati sulla via di Damasco per chiedere agli uomini del presidente collaborazione contro “i terroristi”.
L’Unione Europea ha introdotto dal 2011 diversi pacchetti di sanzioni a personalità e aziende legate al regime e al sistema di controllo e repressione di Damasco, di cui Zaytun è uno degli esponenti. Gran parte dei paesi europei, tra cui l’Italia, fa parte del gruppo di undici Stati che, guidati dagli Usa, sostengono almeno formalmente le opposizioni in esilio e chiedono la rimozione (“transizione politica”) di Asad e del regime che da mezzo secolo comanda la Siria.
Eppure, da quando lo Stato Islamico (Is) si è fatto sentire nel cuore dell’Europa e da quando diversi combattenti stranieri con passaporto europeo presenti tra Siria e Iraq sono tornati a casa, i servizi di sicurezza di mezza Europa hanno visto in Asad e nel suo sistema di controllo un socio con cui parlare, non un nemico da ignorare. La chiamano ragion di Stato, difesa della sicurezza nazionale. Al-Safir titola: “Gli Italiani a Damasco. È l’inizio della normalizzazione europea?”.
Dopo che la Turchia di Erdoğan sembra essersi convinta, via Mosca, ad affidare ad Asad la “transizione”, e con la Casa Bianca in cerca di un nuovo inquilino, solo la Francia sembrava rimasta su posizioni oltranziste anti-Asad.
Eppure il ministro degli Esteri Jean-Marc Ayrault, da due giorni in visita a Beirut, ha incontrato nella capitale libanese esponenti di Hezbollah, alleato di Asad attivo con i suoi miliziani nella repressione della rivolta armata anti-regime. Hezbollah e il suo sponsor iraniano sono nemici giurati dell’Arabia Saudita, che in Occidente si sentiva garantita solo dalla Francia di François Hollande. Ora forse anche questa certezza vacilla.
Poco dopo l’incontro del capo dell’Aise a Damasco, il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni riceveva alla Farnesina l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan De Mistura e, soprattutto, il coordinatore della delegazione delle opposizioni siriane in esilio, Riyad Hijab.
L’Italia, “amica di tutti”, parla con tutti.

Lo Stato Islamico torna a Palmira. Mosca invia bombardieri 
Palmira (al-Hayat). I miliziani dello Stato Islamico sono tornati a Palmira, nella periferia della città moderna, nella Siria centrale.
In realtà, dopo la loro sconfitta tanto reclamizzata da media governativi siriani, russi e iraniani, nonché occidentali, lo Stato Islamico non se n’era mai andato dalla steppa (al-Badiya) a est di Palmira. Un’altra dimostrazione che in Siria e Iraq la questione Is non è interpretabile solo con le lenti della lotta al “terrorismo” esogeno che “occupa” un territorio senza uno Stato.
L’Is in Siria e in Iraq – è bene ricordarlo – è una delle forme di insurrezione di comunità locali che reclamano fette di potere e controllo del territorio e delle sue risorse.
Come qualche giorno fa scriveva sul The New York Times Hassan Hassan, tra i più seri studiosi del fenomeno Is, lo Stato Islamico appare sulla difensiva e in ritirata in Siria e in Iraq ma ha la capacità di cambiare strategia e di rimanere presente sul territorio. Come affermato di recente anche su Lo Strillone di Beirut, l’opzione militare non può essere sufficiente per sconfiggere lo Stato Islamico.
Gli ultimi sviluppi di Palmira lo dimostrano. Nelle regioni che separano la città nota per il sito archeologico e Dayr al-Zawr, roccaforte dell’Is, ci sono località minori ancora dominate dall’insurrezione siglata Stato Islamico. A Palmira città questi miliziani possono ancora trovare sostegno, simpatie, ricovero.
Anche perché la presenza militare siriana e i bombardamenti russo-governativi assomigliano, secondo la percezione di chi si trova sotto le bombe e chi è perquisito ai posti di blocco, a un’occupazione. Gli “occupanti” dal punto di vista di certi siriani della Badiya sono i “soldati nusayri” (alawiti, ovvero governativi) e quelli “miscredenti” (perché cristiani) russi.
Nei giorni scorsi un elicottero russo è stato abbattuto nella Siria centrale, non lontano da Palmira; due piloti di Mosca sono stati uccisi. Ai loro funerali, il presidente Vladimir Putin ha chiesto ai monaci ortodossi di pregare per i due militari. Le foto di Putin sullo sfondo di icone ortodosse hanno fatto il giro della stampa mondiale e araba. Putin si è voluto identificare da tempo con un leader politico-religioso che conduce una “guerra santa” – parole delle autorità ortodosse di Mosca – contro il “terrorismo”.
In questo festival del radicalismo a sfondo confessionale, l’Is si trova a giocare su un terreno favorevole. Non basteranno dieci altri bombardieri strategici russi a tenere i miliziani dello Stato Islamico lontani dall’anfiteatro romano di Palmira.

Iraq: a Mosul ricompare John Cantlie
Qayyara (Rudaw). Riappare a Mosul John Cantlie, il giornalista britannico da anni ostaggio dell’Is, mentre sulla stampa locale e straniera si parla in modo sempre più insistente della “liberazione” della città da parte delle forze governative sostenute da curdi e americani.
Ancora una volta Cantlie si trova a “recitare” la parte del reporter in un video di propaganda in cui l’organizzazione jihadista gli affida il compito di sensibilizzare il pubblico occidentale sull’impatto umanitario dei raid della coalizione, mostrando quelli che vengono presentati come gli effetti dei bombardamenti dell’Università di Mosul a fine marzo. Ai tempi l’agenzia stampa dell’Is Amaq aveva denunciato la morte di 25 civili, mentre il comando della coalizione aveva come al solito promesso di investigare sulle presunte morti di civili.
Da parte loro, ieri curdi e americani hanno firmato a Arbil un memorandum d’intesa per la partecipazione curda alla presa di Mosul dal lato di Qayyara, lungo la sponda occidentale del Tigri. Proprio qui negli ultimi giorni l’esercito iracheno, sostenuto da milizie tribali arabo-sunnite e dai raid della coalizione a guida statunitense, si è fatto strada verso ovest, riconquistando sabato la base militare di Qayyara e puntando ora sull’omonima cittadina. Si tratta di operazioni annunciate da tempo, in cui la coalizione capeggiata da Washington ripone non poche speranze.
Ashton Carter, il segretario americano alla difesa, è andato lunedì a sorpresa a Baghdad per annunciare l’arrivo di 560 militari americani, finalizzato all’espansione della base militare per utilizzarla come punto d’appoggio per la futura offensiva su Mosul. Secondo fonti curde, i militari sono arrivati proprio due giorni fa.
Da circa un anno il governo di Baghdad annuncia come “imminente” la campagna di “liberazione” di Mosul, in mano allo Stato Islamico dall’estate 2014. Qayyara si trova in una posizione strategica sul fiume Tigri, in una regione ad alta valenza geopolitica per via di giacimenti petroliferi la cui entità è stimata intorno agli 800 milioni di barili. Non si sa cosa rimarrà però dei pozzi petroliferi, poiché l’Is ha già iniziato a bruciarli per nascondere nel fumo i propri movimenti e sfuggire ai radar della coalizione.
Una ritirata distruttiva che ricorda – non a caso, viste le affinità politiche – il dietrofront delle truppe irachene di Saddam Hussein nella Guerra del Golfo, quando i giacimenti kuwaitiani vennero dati alle fiamme in segno di rappresaglia.

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