mercoledì 29 giugno 2016

Robert Fisk :Che cosa pensa il Medio Oriente della Brexit? Molto di più di quanto credereste


Che cosa pensa il Medio Oriente della Brexit? Molto di più di quanto credereste

Redazione 28 giugno 2016 1
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Che cosa pensa il Medio Oriente della Brexit? Molto di più di quanto credereste
Di Robert Fisk
26 giugno 2016
E’ sconcertante vivere  in Medio Oriente in un’epoca in cui gli arabi muoiono a migliaia per raggiungere l’UE e la Gran Bretagna commette un suicidio monetario per lasciarla. Il continente dell’abbondanza – e della sicurezza – per milioni di musulmani che cercano rifugio dai dittatori, dai torturatori e dalle guerre, è stato rifiutato da una nazione che ha combattuto quasi sei anni per distruggere dittatori, torturatori e guerre future.
Non c’è da meravigliarsi se gli arabi non sanno che cosa pensare della Brexit – o “breekseet” come appare nella corrispondente trascrizione araba – e ricorrono alla storia per spiegare la “giustizia” della crisi europea. Avendo deciso, nel 1916, di     smembrare l’Impero Ottomano in staterelli arabi che dovevano essere occupati dalle forze anglo-francesi, i discendenti di Sir Mark Sykes ne affronteranno ora le conseguenze,   o, secondo le parole di un tweeter saudita: “la Gran Bretagna che 100 anni fa si è spartita    i paesi arabi in parti incompatibili, assaggerà presto l’amarezza della divisione e dello spezzettamento .” Beh, fino a un certo punto.
I governi dei paesi del Golfo verso i quali la Gran Bretagna e specialmente David Cameron si sono tradizionalmente dimostrati servili, hanno prevedibilmente un’opinione rosea circa la potenziale catastrofe della Gran Bretagna. Un uomo d’affari saudita ha osservato che le importazioni del regno sarebbero  più economiche e così anche gli acquisti sul mercato immobiliare di Londra che è il nascondiglio arabo super ricco per i cittadini del Golfo immensamente ricchi – cosa che non era proprio quella che avevano in mente Boris, Mike e Nigel (Boris Johnson, Mile Gove e Nigel Farage) come benefici della Brexit. Il Baharein, che ha appena schiacciato il suo partito sciita di opposizione, e ha privato della nazionalità il suo l’ecclesiastico più illustre,  lo Sceicco Issa Qassem, ha  lodato la “coraggiosa storica decisione della Gran Bretagna di uscire”, senza dubbio una reazione alle rimostranze  dell’UE che il piccolo Baharein e il suo re ugualmente in miniatura, in questi anni recenti non sono stati  esattamente all’altezza degli  ideali democratici più belli.
Alcuni  sauditi sono stati più cinicamente equilibrati. Jamal Kassogi, uno dei più noti giornalisti del paese, e, tra parentesi, l’uomo che mi presentò a Osama bin Laden in Sudan – ha detto che Vladimir Putin era contento di essere “riuscito a creare fratture    nell’Unione Europea usando la crisi dei rifugiati creata in Siria.” Il giornalista siriano-druso Faisal al-Kassim ha osservato con uguale cinismo, sul canale televisivo del Qatar, al-Jazeera, che “in Gran Bretagna, quando la gente ha detto  ‘no’, Cameron si è dimesso immediatamente. In Siria, quando il popolo ha detto ‘no’, è stato questo ad andarsene, e al-Assad a restare.” Un’osservazione interessante, ma leggermente guastata dal fatto che David Cameron non se ne va “immediatamente” e dai molti cittadini del Regno Unito che cercano di avere passaporti britannici.
Ma il problema di fondo per quasi tutti gli arabi, a cui si è  soltanto parzialmente accennato da quando ha vinto la Brexit, è che le elezioni arabe sono così insensate,    i risultati così stravaganti, le loro maggioranze così fittizie, che il referendum nel Regno Unito è di per sé un sogno di democrazia, comunque orribili, ingiusti e     controversi possano esserne i risultati. Non sto parlando dei folli totali –  la vittoria di Saddam con 100% alle elezioni irachene del 2002, ma al povero vecchio Egitto che ha votato in catene per molti anni. Considerate soltanto quel 98,1% a favore di una costituzione del 2014 che ha permesso al Feldmaresciallo Abdul-Fattah Sisi di candidarsi alla presidenza dopo aver rovesciato il governo eletto di Mohamed Morsi. E poi c’è stata la vittoria di Sisi con il 96,1% alle elezioni presidenziali del 2014, che certamente farebbe sbavare di gioia Boris,  Mike   e Nigel ,  se soltanto noi britannici avessimo l’unità patriottica degli egiziani.
La Brexit, ha scritto su Twitter un egiziano, “mi ricorda la situazione attuale qui in Egitto: i vecchi che decidono il futuro dei giovani.” Ahmed Salem è stato ugualmente buffo: “E così, soltanto per un giorno, l’Egitto non sarà lo zimbello del mondo.” Ora, diceva un altro tweet , “Minoufia sta chiedendo un referendum per entrare nell’UE invece che nel Regno Unito.” La provincia di Minoufia – un fatto per cui su Twitter non c’è spazio sufficiente per spiegarlo – è stato il luogo di nascita dei dittatori Anwar Sadat e Hosni Mubarak, dei quali, naturalmente si parlava, durante i loro regni, come di leader di “regimi moderati favorevoli all’Occidente”.
Forse lo scambio personale  di idee  più commuovente e straordinario, provocato dalla Brexit in Medio Oriente, è stato quello tra il leader druso libanese Walid Jumblatt * e Uri Avneri, il novantaduenne filosofo, attivista di sinistra ed ex-soldato nell’esercito israeliano (nella guerra di indipendenza di Israele del 1948 – la “Nabka” o catastrofe dei palestinesi). Jumblatt è il più grande nichilista del mondo, come spesso gli ho detto, e Avnery che lasciò la Germania nazista nel 1933, è uno dei fari    di illuminazione per Israele e uno dei principali difensori della libertà palestinese all’interno di uno stato palestinese, motivo per cui ha sopportato tante calunnie dai suoi concittadini. I due uomini hanno formato un’amicizia duratura.
Jumblatt ha ricordato gli accordi Sykes-Picot e la dichiarazione di Balfour nella Prima Guerra Mondiale e la dichiarazione dello Stato di Israele nel 1948 che causò tanta sofferenza agli arabi, e ha continuato: “La storia del conflitto arabo-israeliano non può essere separata dalla storia europea moderna e dalle sue implicazioni nel 20° secolo. Sapendo che sei in un certo modo la memoria della maggior parte del secolo scorso, del popolo ebraico di quel secolo e della loro terribile traversia, sono arrivato a questa conclusione  dopo il voto in Gran Bretagna: 100 anni dopo la Prima Guerra Mondiale, sembra che l’Europa sia diretta di nuovo verso terribili tumulti che iniziano con l’economia ma in seguito si trasformano in problemi nazionali dato che l’identità europea è troppo debole per affrontare i demoni del nazionalismo.”
Un secolo dopo la Grande Guerra del 1914-18, Jumblatt ha  concluso che “i partiti di destra e quelli xenofobi in tutta Europa sono in aumento – oggi contro l’immigrazione straniera – principalmente quella di arabi e musulmani – domani contro gli ebrei, come ci dice la storia…Che peccato aver vissuto così tanti avvenimenti, ed essere obbligati a fare da testimoni a ciò che resta della vita, a questa triste fine della storia. Qualcuno ha detto che la storia si ripete.” Il capo druso ha concluso la lettera  con un sentimento di “profondo ossequio”  ad Avneri.
L’intellettuale israeliano rispose dopo poche ore: “Caro Walid, la storia si ripete, ma cambia anche per tutto il tempo. La Brexit è un grande passo indietro, ma spero che, cionondimeno, l’Europa  progredirà.  Continuiamo a sperare!  Salamaat, Uri.” Salamaat, in arabo, significa “saluti” (oppure: “buona salute”).
Scommetto che non ci siano molti britannici dalla parte di ‘Uscire’ o ‘Rimanere’, che oggi tra di loro, usino un’espressione analoga.
https://it.wikipedia.org/wiki/Walid_Jumblatt
Nella foto: Robert Fisk
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/what-does-the-middle-east-think-of-brexit-a-lot-more-than-youd-assume/
Originale : The Independent
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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