martedì 26 aprile 2016

Brigata ebraica e partigiani ebrei nelle formazioni partigiane liberali e comuniste e nella guerra di Spagna

 Commento personale  e come tale vale


Mi piacerebbe che alcune ale delle comunità ebraiche  o  degli amici di Israele  radicalizzando, consapevolmente o inconsapevolmene, lo scontro e la contrapposizione , ricordassero anche i partigiani ebrei nelle formazioni partigiane e facessero qualche accenno agli ebrei che combatterono contro Franco . Il" dubbio " di una prova o un test per un progetto ,gestito da alcune aree politiche, sulla distanza ravvicinata verrebbe in questo modo "smentito"  , così come il" sospetto "di una strumentalizzazione della Brigata ebraica,diciamo da destra. 

Siamo sicuri che il vero obiettivo della "guerra" all'ANPI per il secondo anno consecutivo sia determinato  dalle bandiere palestinesi? . Siamo sicuri che non ci sarebbe stata alcuna contestazione al   25 aprile  se avesse parlato un  relatore, anche ebreo, "non gradito"? 


Ebrei resistenti
 di Emilio Jona

Che gli ebrei si siano fatti uccidere come pecore dai nazisti è stata una opinione ricorrente tra israeliani e gentili.
Ricordo che Primo Levi, in uno dei tanti incontri nelle scuole si trovò a rispondere in modo non tanto semplice alla domanda di un ragazzo che, quasi con rimprovero, gli chiedeva: “perché non vi siete difesi?”.
Ed effettivamente se si considera l’enormità dello sterminio e l’esiguità dell’opposizione armata, o comunque resistenziale ebraica sembrerebbe un’opinione che ha una qualche attendibilità.
Ma le cose non stanno esattamente così e sono un po’ più complicate. Il genocidio, programmato a livello industriale e realizzato dai nazisti in un breve arco di tempo aveva colto di sorpresa la maggior parte della popolazione ebraica sparsa per l’Europa, specie quella dell’est più povera e numerosa.
Un’atavica capacità di reggere e di adattarsi alle persecuzione aveva poi impedito agli ebrei di percepire l’enormità di quanto andava accadendo nel XX secolo nel cuore di quella parte di Europa più civile e raffinata.
Gli ebrei tedeschi pagavano il biglietto del treno che li portava ad Auschwitz e i minorenni pagavano metà prezzo, mentre gli infanti viaggiavano gratis verso la morte. A Terezin la Croce Rossa Internazionale fu tratta in inganno dalla costruzione di false giornate normali di internati pronti per lo sterminio.
I grigi carnefici dicevano ai morituri che se qualcuno di loro fosse per caso sopravvissuto non sarebbe mai stato creduto.
Ma c’è qualcosa di più: per cominciare le Brigate Internazioni in Spagna durante la guerra civile erano rappresentate per più del 20% da ebrei, che erano quindi enormemente sovrarappresentati tra i combattenti di quello che fu il primo scontro tra fascismo e nazismo e la democrazia.
Alessandra Chiappano nella sua prefazione a questo prezioso piccolo libro su “Le voci della resistenza ebraica italiana” (Le Château, Aosta 2011 16,00) documenta il confluire di un buon numero di ebrei nei movimenti resistenziali nazionali in Europa, mentre non mancavano formazioni partigiane esclusivamente ebraiche e la creazione di gruppi e di istituzioni volte al salvataggio, specie di bambini ebrei. Insieme a questo era certamente una forma di resistenza e di reazione al progetto di distruzione nazista nei ghetti dell’Europa orientale quello di conservare e sviluppare una ricca vita spirituale, stampando giornali, tenendo rappresentazioni teatrali e concerti e tentando di conservare e di opporre in quelle condizioni estreme la propria personalità e la propria dignità.
Chiappano ricorda che non vi fu solo la rivolta del ghetto di Varsavia ma che anche i giovani dei ghetti di Bialjstok, Czestochova, Bedzin, Tarnow e Leopoli presero le armi, mentre persino nei campi di sterminio vi furono esempi di disperate forme di resistenza oltre che numerosi tentativi di fuga.
Passando all’Italia non vi furono formazioni partigiane ebraiche, gli ebrei infatti confluirono nelle formazioni garibaldine e di Giustizia e Libertà.
Fu invece presente in Italia negli anni 1939-43 l’organizzazione Delasem (Delegazione per l’assistenza degli immigranti ebrei) che dopo il 1943 soccorse anche gli ebrei italiani.
Complessivamente i partigiani ebrei morti in combattimento furono più di cento.
Chiappano ricorda giustamente alcune figure eroiche di combattenti come Emanuele Artom, Eugenio Curiel, Giorgio Diena per soffermarsi poi a quel singolare gruppo di ebrei, in prevalenza piemontesi, (Mila e Franco Momigliano, Primo Levi, Silvio Ortona, Ada Della Torre, Eugenio Gentili Tedeschi, Luciana Nissim, Alberto Salmoni) che coltivarono una fervida amicizia e ideali comuni negli anni più bui del fascismo (1942-1943) e fecero tutti la scelta della lotta partigiana
Alcuni di essi lasciarono anche una traccia scritta del loro operare in quel tempo che Chiappano ha raccolto in questo libro. Si tratta di racconti, memorie, testimonianze che talvolta non hanno valore letterario ma storico e antropologico.
Essi innanzitutto ci confortano perché mostrano l’esistenza del volto migliore dell’Italia di quegli anni, un volto pensoso, coraggioso e sereno anche nella gravità dell’ora. Le personalità e le competenze dei componenti del gruppo sono varie: sono impiegati,insegnanti, laureati in lettere, in legge o architettura, e tutti appartengono alla “buona” borghesia ebraica e comune e sicura è la scelta di campo.
Così Mila Momigliano ci offre gli appunti e i ricordi dei suoi giorni e delle sue notti di partigiana in una nebbiosa Milano 1944 e dell’ansia delle giornate torinesi alla ricerca di un rifugio segreto per il fratello Franco appena fuggito dalla prigione fascista. Franco Momigliano testimonia il suo arresto e la sua fuga avventurosa e fortunata da San Vittore.
Ada Della Torre narra di un’imprudenza, fortunatamente senza conseguenze, nella vita clandestina ed evoca, con un piglio da narratrice, storie di partigiani e dei difficili, ma a modo loro magnifici, anni 1942-43, per quel microcosmo di intellettuali, in tutta prevalenza ebrei, che si trovavano a Milano a lavorare e a discutere di politica, a scrivere poesie e racconti e a iniziare la loro militanza antifascista.
Eugenio Gentili Tedeschi narra della sua guerra in quella piccola repubblica partigiana che fu la valle di Cogne e Silvio Ortona ci dà il resoconto di una battaglia, quella di Sala nel biellese del febbraio 1945, o ci riconduce alle notti partigiane che erano fatte di poco sonno, di guardie o di marce e di molte imboscate. Egli fa un’appassionata e pacata riflessione sul mondo partigiano e sui valori e sulla realtà di una guerra che, a differenza di Ortona, pochi partigiani riconoscono essere stata anche una guerra civile.
Corre nei racconti di questi protagonisti un filo rosso comune che è la loro grande amicizia, il fervore e il rigore morale e anche una sorta di malinconia e di rimpianto per quel tempo in cui le ragioni del bene e del male erano così nette e c’era la consapevolezza, o l’illusione, di partecipare alla creazione di un mondo migliore.
Emilio Jona

 Alessandra Chiappano - Voci della resistenza ebraica italiana - LeChâteau, Aosta, 2011 -  pp. 176 - 16

 Gli ebrei nella guerra civile spagnola"  di  Anneliese Herskovits

Dopo la prima guerra mondiale, in tutta Europa si registrò una generale sconfitta delle sinistre1 e un'ascesa dei regimi totalitari.2 In Spagna, gli anni Trenta furono caratterizzati da due avvenimenti fondamentali: la proclamazione della Seconda Repubblica nel 1931 e la guerra civile, che iniziò nel 1936 e durò tre anni.
Per la maggior parte della popolazione ebraica di Spagna e del protettorato spagnolo del Marocco, la proclamazione della Repubblica rappresentò una speranza di cambiamento nell'atteggiamento del governo verso gli ebrei. La nuova Costituzione, infatti, limitava i poteri della Chiesa e garantiva libertà di culto, oltre a eliminare le leggi discriminatorie contro ebrei e protestanti.
L'occhio di riguardo con cui i rappresentanti della Seconda Repubblica guardavano alla causa ebraica ebbe a palesarsi durante la cerimonia, patrocinata e organizzata dal governo, che ebbe luogo a Cordova nel marzo 1935 in occasione dell'ottavo centenario dalla nascita di Maimonide. In quella circostanza, alla presenza del presidente Zamora si inaugurò una lapide con la scritta: "VIII Centenario de Maimónides / 1135 - 30 marzo 1935 / Espana, por el Gobierno de la Nación, expresa su omenaje al inmortal genio del judaismo. / Córdoba, su patria, le ofrenda la veneración de su recuerdo." (VIII Centenario di Maimonide / 1135 - 30 marzo 1935 / la Spagna, per il tramite del Governo della Nazione, rende omaggio al genio immortale dell'ebraismo. / Cordova, la sua patria, gli offre la devozione del suo ricordo).
La guerra civile
All'inizio della guerra civile, in Spagna vivevano circa sei mila ebrei: la metà di questi era nata in Spagna o vi risiedeva già prima della proclamazione della Seconda Repubblica3, l'altra metà vi si era rifugiata in seguito all'ascesa al potere del nazismo in Germania nel 1933 (all'epoca la Spagna era uno dei pochi Paesi che davano asilo agli ebrei). La maggior parte di questi ebrei si stabilì a Barcellona dove creò la Judischer Kulturbund ("Lega della cultura ebraica"), associazione culturale di sinistra, legata al comunismo ortodosso catalano.
Quando vi fu la sollevazione nazionalista molti ebrei, appartenenti all'associazione sportiva ebraica Hapoel, si trovavano in Spagna nella Ciudad Condal per partecipare alle Olimpiadas obreras che si dovevano svolgere in contrapposizione alle Olimpiadi di Berlino, organizzate dai nazisti. L'inizio della guerra civile, però, impedì lo svolgimento delle Olimpiadas obreras e i giovani appartenenti a Hapoel furono tra i primi a offrirsi volontari per combattere contro Franco.
La maggior parte delle comunità ebraiche, sia in Spagna che nel resto del mondo, mostrarono ostilità verso il partito nazionalista di Franco i cui dirigenti davano la colpa della guerra civile all'"ebraismo internazionale". Una significativa percentuale di ebrei, per la maggior parte comunisti o membri del partito rivoluzionario Bund4, si arruolò nelle Brigate internazionali, contribuendo a rafforzare la tesi del "bolscevismo ebraico".
Gli ebrei e il comunismo
Russia. Nonostante le critiche che vennero mosse a Stalin e all'Unione sovietica a proposito del suo comportamento durante la guerra civile, bisogna ammettere che senza l'aiuto sovietico la Repubblica spagnola, dopo le prime sconfitte, non avrebbe potuto continuare la lotta per la sua esistenza.
Dalla fine del 19° secolo esisteva in Russia una forte organizzazione operaia ebraica, l'Unione degli operai ebrei di Lituania, Polonia e Russia (Bund), che era il settore più attivo e importante del Partito operaio socialdemocratico della Russia (Posdr). Quando le aspirazioni nazionali degli ebrei trovarono la loro espressione nel sionismo (il grande antagonista del comunismo nella lotta per conquistarsi il sostegno della classe operaia ebraica), nel maggio 1934, onde garantirsi i voti degli ebrei venne loro riconosciuto il Territorio autonomo ebraico del Birobigian, fondato nel 1930 vicino alla frontiera con la Cina. Comunisti ebrei di tutto il mondo vi si trasferirono per vedere realizzato il loro sogno di una patria ebraica e comunista. Si diede vita alla Geserd (Geselschaft for jid ujif erd in Fssr: "Società per la colonizzazione agricola ebraica in Urss"), una sorta di organizzazione sionista dell'Unione sovietica, incaricata di raccogliere fondi per il Birobigian fra gli ebrei di tutto il mondo. Quasi tutti i funzionari della Geserd si presentarono volontari per andare a combattere in Spagna.
Palestina. In seguito a divisioni e conflitti sia con i sionisti sia con le autorità del Mandato britannico, il Partito comunista ebraico della Palestina, fondato nel 1919, si fuse con i comunisti arabi dando origine, nel luglio del 1923, al Partito comunista palestinese. Il Komintern, poiché approvava la resistenza araba contro le autorità del Mandato britannico, dette ordine a tutti i membri del Partito comunista palestinese, anche agli ebrei, di appoggiare l'insurrezione generale degli arabi.
I comunisti ebrei si trovarono quindi davanti a un terribile alternativa: o unirsi agli arabi e, con azioni armate, impedire l'arrivo in Palestina di persone appartenenti al loro stesso popolo o uscire dal partito. L'andare a combattere in Spagna rappresentò per molti ebrei comunisti una soluzione a questo dilemma: era un'opzione ideologicamente soddisfacente, oltre a offrire loro la possibilità di allontanarsi dalla situazione politica del loro Paese.
Quanti ebrei presero parte alla guerra civile spagnola
Non è facile dare cifre esatte sulla partecipazione ebraica alla guerra civile spagnola, anche perché per molto tempo, come Arno Lustiger e Alberto Fernandez hanno messo bene in evidenza, gli ebrei non sono stati neppure menzionati tra i volontari stranieri.
Lustiger, nel suo libro Shalom Libertad!, fa giustamente notare che, per chiarire la questione del numero dei volontari ebrei nella guerra civile, bisogna innanzitutto accordarsi sul criterio da utilizzare nella definizione di 'ebreo'. Gli ebrei sono un gruppo 'etnico-nazionale' oppure si qualificano esclusivamente come gruppo 'religioso' e quindi, in quanto tali, sono semplicemente cittadini della loro patria? E inoltre, chi va considerato 'combattente in Spagna'? Solo i soldati nelle trincee o anche i giornalisti, i medici e le infermiere, i tecnici, gli interpreti? Generalmente, per 'ebrei combattenti in Spagna' s'intendono tutte le persone di origine ebraica che hanno contribuito alla difesa della Repubblica durante la guerra civile.
Convinto dell'importanza di far emergere dall'oblio, volontario o casuale, la lotta e i sacrifici compiuti dagli ebrei che combatterono nella guerra civile spagnola, Arno Lustiger iniziò nel 1984 a raccogliere documenti e interviste a veterani, con lo scopo di scrivere un libro che potesse contribuire a rendere più noto l'impegno della generazione di idealisti ebrei che combatterono per un mondo migliore (tikkun olam, 'riparazione o restauro del mondo' si chiama questo postulato nelle fonti ebraiche)5. Risultato del lavoro di Lustiger fu il volume Shalom Libertad!, la cui prima edizione vide la luce nel novembre 2001.
Alberto Fernandez, in un articolo pubblicato nel settembre 1975 sulla rivista Tiempo de historia, notava che "più di 20 mila volumi sono stati scritti, in quasi tutte le lingue, sulla lotta che divise gli spagnoli in due fazioni inconciliabili per tre anni. Tra di essi ve ne sono sicuramente un centinaio dedicati unicamente ai volontari stranieri...che formarono le leggendarie Brigate internazionali.[...] In alcuni di questi volumi si accenna, senza insistere sull'argomento, che tra i volontari vi erano due o tremila ebrei. È forse l'unica allusione alla presenza, relativamente importante, sia in qualità che in quantità, di ebrei nelle citate Brigate internazionali". Fernandez si propone di colmare tale lacuna con il suo articolo "Judios en la guerra de España".
Fernandez inoltre, nel suo articolo "Voluntarios judios en las Brigadas internacionales" apparso sulla rivista Raices nel 1989, scrive che non si può stabilire quanti furono esattamente i volontari ebrei nelle Brigate internazionali anche "per il fatto che esistevano solamente determinate fonti di informazione, attentamente manipolate e messe a disposizione del pubblico, [talché] poche persone - e con molto ritardo - poterono consultare i documenti dispersi negli archivi nazionali."
Attualmente sembra che tutti siano d'accordo nell'affermare che i volontari stranieri furono da 40 a 45 mila. I dati sulla partecipazione degli ebrei nelle Brigate internazionali divergono molto, ma le valutazioni più attendibili sono le seguenti:
• Arno Lustiger e Leon Azerrat Cohen (Ben Krimo) ritengono che i volontari ebrei nelle Brigate internazionali fossero 6 mila su un totale di 32.000 - 42.000 combattenti.
• Hugh Thomas, nella sua Storia della guerra civile spagnola scrive che i volontari ebrei delle Brigate internazionali furono 3 mila su un totale di 40.000 combattenti.
• David Diamant, nel suo libro Combattants juifs dans l'armée republicaine espagnole 1936-1939 scrive che i volontari ebrei furono 5 mila.
• Jacques Delpierre de Bayal, nel suo libro Les Brigades Internationales pubblicato a Parigi nel 1972, scrive che i volontari ebrei furono da due a tremila.
• Josef Toch, nel suo libro Juden im Spanischen Krieg ('Gli ebrei nella guerra di Spagna'), pubblicato a Vienna nel 1974, scrive che, su un totale di 40.000 brigatisti, i volontari ebrei furono 7.758 (nell'anno 1936, in tutto il mondo la popolazione ebraica ammontava a 16,5 milioni di persone).
Paese per Paese, i volontari erano così suddivisi:
Polonia 2.250 gli ebrei erano l'11% della popolazione totale, il 45% dei volontari erano ebrei
Stati Uniti 1.236 gli ebrei erano il 3% della popolazione totale, il 30% dei volontari erano ebrei
Francia 1.043
Inghilterra 214
Palestina 267
Urss 53
Europa  paesi vari 1.093
Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Yugoslavia, Italia, Germania
Altri 40 paesi 1.602
Totale 7.758













Con 7.758 volontari, gli ebrei erano al secondo posto tra i contingenti nazionali, dopo gli 8.500 francesi (di cui 1.043 erano ebrei).
Pur rimanendo il dubbio sul numero complessivo dei volontari delle Brigate internazionali, è certo che la percentuale di ebrei in ogni contingente nazionale fu sicuramente molto superiore alla percentuale di ebrei nella popolazione del Paese d'origine considerato.6
Le Brigate internazionali
Nell'ottobre 1936 Manfred Stern, conosciuto in Spagna come il Generale Kleber7, formò le Brigate internazionali. Nel 1937, primo anniversario della loro costituzione, la casa editrice del Commissariato generale delle Brigate internazionali pubblicò il libro Los judios luchadores de la libertad della giornalista statunitense Gina Medem, corrispondente di guerra dalla Spagna per il Morgen freiheit, quotidiano americano in lingua yiddish. Con i suoi discorsi, le sue testimonianze e i suoi articoli, Gina Medem fu una protagonista nel sostegno offerto alla Repubblica.
Nel suo libro, Gina Medem spiega che tutti coloro che consideravano il fascismo come il maggiore pericolo immediato andarono in Spagna a combattere a fianco della Repubblica, e che fra i volontari dei diversi Paesi vi erano anche volontari ebrei. Era naturale che quegli fra gli ebrei, che lottavano per la libertà nei loro rispettivi Paesi, andassero in Spagna con gli stessi ideali, che si unissero ai loro compagni non ebrei nella lotta contro il fascismo che minacciava la Spagna.
Nella prefazione al libro della Medem, Luigi Longo scriveva: "... nei primi giorni, quando i volontari arrivavano ad Albacete...un giovane ebreo8 mi cercava perché ero il responsabile della organizzazione delle Brigate internazionali. Parlava in nome del primo gruppo di 15 volontari ebrei che egli stesso aveva organizzato...mi chiedeva che gli ebrei fossero riuniti in una loro formazione all'interno delle nostre Brigate. 'Vogliamo dimostrare', diceva in modo sincero e appassionato, 'vogliamo dimostrare che cosa siamo capaci di fare noi ebrei. I fascisti affermano che siamo vigliacchi. Mostreremo al mondo che sappiamo essere eroi'. Comprendevo esattamente i sentimenti e le motivazioni politiche di questo compagno; e dichiarai subito di condividere le sue idee...credo che si sentisse già in parte il vendicatore di tutte le calunnie lanciate contro i suoi fratelli e la sua razza...capì che noi, volontari della libertà, avevamo contratto un enorme debito nei confronti degli eroi ebrei che hanno scritto pagine magnifiche in tutte le nostre Brigate".
Il 12 dicembre 1937 Karol Gutman, comandante della seconda compagnia del battaglione Palafox9 appartenente alla XIII Brigata Dombrowski, fondò l'unità ebraica a cui si dette il nome Botwin, in ricordo dell'ebreo polacco comunista Naftali Botwin condannato a morte dalla polizia politica polacca nel 1925.


La Compagnia ebraica Botwin
(dei 152 brigatisti che la componevano, ne sopravvissero 86).
Un ordine del giorno dello Stato maggiore della XIII Brigata Dombrowski comunicava: " Il 12/12/1937 la Compagnia ebraica Botwin si è unita alla nostra gloriosa famiglia di combattenti antifascisti che comprende combattenti polacchi, tedeschi, ucraini, bielorussi, ebrei, ungheresi, spagnoli e di altre nazionalità. Al di là delle differenze nazionali o delle convinzioni politiche, ciò che ci unisce è la lotta contro il fascismo. Nella lotta per la nostra e la vostra libertà, si sono dati la mano gli antifascisti di tutti i Paesi del mondo.
"Tra i volontari delle Brigate internazionali, in particolare della Brigata Dombrowski, i volontari ebrei si sono fatti notare per il loro eroismo e il loro spirito di sacrificio nella lotta contro il fascismo. Per onorare la memoria dei combattenti ebrei caduti sul campo di battaglia, abbiamo deciso che la seconda compagnia dell'eroico battaglione Palafox da oggi si chiami Compagnia ebraica Botwin.
"A noi tutti è caro il ricordo di Naftali Botwin10, l'operaio ebreo polacco che sacrificò la sua vita per la lotta contro il fascismo. Il suo nome è simbolo della lotta delle masse popolari ebraiche, simbolo della solidarietà internazionale e della fratellanza fra i popoli".
Durante i nove mesi di esistenza della Compagnia Botwin, sei comandanti furono uccisi o morirono in seguito a ferite riportate durante i combattimenti. Oltre agli ebrei, sin dall'inizio militavano nella Compagnia Botwin polacchi, spagnoli, un greco e un italiano. In seguito si incorporarono alla compagnia due arabi che capivano lo yiddish, provenienti dalla Palestina. Eli Abdul Halak, iscritto al Partito comunista della Palestina, incarcerato più volte dalle autorità del Mandato britannico, giunto in Spagna aveva manifestato il suo desiderio di combattere nell'unità ebraica, e Fawzi Nabulsi, caduto in battaglia come soldato della Compagnia Botwin.
Il 21/9/1938, durante la battaglia dell'Ebro, l'unità Botwin fu decimata dalla superiorità delle forze nemiche. Tutti i sopravvissuti furono fatti prigionieri: i volontari ebrei furono uccisi sul campo di battaglia dai legionari di Franco mentre gli altri vennero portati in un campo per prigionieri di guerra.
L'inno della Botwin

Quando i battaglioni della Repubblica marciano al fronte,
quando la terra sanguina ed esplode la dinamite,
una canzone accompagna le bandiere che ondeggiano,
i botwinisti vanno in battaglia con una canzone,
canzone di speranza e di trionfo per milioni
che vogliono vivere in libertà e giustizia,
che ci mandano ad attaccare i cannoni nemici
e ci infondono coraggio per la battaglia finale.

No pasaran!

Avanti, valorosi, all'assalto, all'attacco!
Noi botwinisti marciamo
con la Brigata internazionale,
con il nostro esercito popolare!

Ci unisce l'odio contro gli oscuri banditi,
che vogliono soggiogare le terre di Spagna.
Difenderemo i campi rossoverdi
con la bandiera dell'unità, impugnando le armi.
Nella fratellanza di popoli e razze,
che non vogliono più miseria e schiavitù,
forgiamo l'arma per le masse,
il fronte popolare per il pane e la pace.

No pasaran!

Non abbandoneremo le armi,
perché è ciò che ci insegna Botwin, l'eroe,
fino a quando il futuro non ci apparterrà,
fino a quando non fiorirà un mondo liberato.
Nella nuova era, libera dalle guerre,
ricorderanno la nostra lotta,
ricorderanno quando i soldati ebrei della Botwin
espulsero i boia fascisti.

¡No pasaran!
La compagnia Botwin pubblicò due giornali in yiddish, il giornale murale Der freiheits kämpfer ('Il combattente per la libertà') e il giornale stampato Botwin, oltre a un giornale in spagnolo, La voz del combattente.
La stampa in yiddish11
Il primo numero del Freiheits kämpfer apparve il 7 agosto 1937.
Il giornale ebraico Naje presse, sulla prima pagina dell'edizione del 17 agosto 1937 scrive: "Appare in Spagna un giornale delle milizie ebraiche. Senza dubbio questa giornata rimarrà come data gloriosa nella storia del popolo ebraico, in particolare nella lotta dei suoi figli eroici che combattono per la libertà e l'indipendenza della Spagna ... Mentre gli antisemiti definiscono gli ebrei persone senza coraggio, mentre il giornale reazionario polacco Sila ha la sfrontatezza di dichiarare che in Spagna non combatte nemmeno un solo operaio ebreo, il leggendario esercito popolare della Repubblica spagnola inizia la pubblicazione di un giornale dedicato ai combattenti ebrei."
Stampare un giornale in yiddish non fu una compito facile perché le tipografie spagnole non avevano macchine per scrivere con caratteri ebraici. Si dovette quindi inizialmente ricorrere a un giornale murale. Sulla copertina del primo numero del Freiheits kämpfer erano rappresentati alcuni militanti ebrei durante un attacco. Sia in yiddish che in spagnolo vi era stampato il motto: "per la vostra libertà e la nostra". All'interno vi era un'intervista al commissario politico della compagnia Mickiewicz, nella quale combatterono molti ebrei, un articolo di Gina Medem, il discorso del corrispondente della Presse Nouvelle in Spagna che assistette al "Congresso della cultura ebraica" a Parigi.
Fondatore di questo giornale fu Gerszon Dua (Bogen) che sin da giovane fu attivista del partito sionista socialista Poale Zion (operaio di Sion); appartenne poi al direttivo degli Operai ebrei socialisti, organizzazione antecedente al Partito comunista palestinese. Espulso dalla Palestina dalle autorità del Mandato britannico, andò in Polonia dove diresse il settore ebraico del Partito comunista della Polonia.
Dua-Bogen lavorò sempre come giornalista e raccontò le esperienze della sua vita in un libro di memorie pubblicato in yiddish a Varsavia nel 1965.
Dopo la creazione della Compagnia ebraica Botwin apparve il più importante giornale stampato in yiddish,diffuso fra i combattenti di tutte le brigate: Botwin.
Il primo numero del giornale Botwin esce il 30/12/1937 e inizia con il seguente articolo: "Non solo l'unità Botwin, ma centinaia di volontari di altre compagnie attendono ansiosamente di poter leggere questo giornale. Dai quattro angoli della terra, volontari ebrei sono venuti in Spagna per combattere il fascismo. Non tutti hanno potuto essere inclusi in questa unità ebraica, molti di loro non hanno voluto essere separati dai loro compagni non ebrei degli altri Paesi. Questi volontari non hanno comunque dimenticato le loro origini ebraiche e non hanno neppure dimenticato che, combattendo contro il fascismo, si oppongono anche alla barbarie dell'antisemitismo e di quel dannato regime che ci ha portato le leggi di Norimberga, i ghetti, i pogrom.
Il numero 2 viene pubblicato nel febbraio 1938. Sulla copertina si vede una caricatura di Franco, Hitler e Mussolini che sono spazzati via con una grande scopa per eliminarli dalla Spagna. L'editoriale segnala il rafforzamento delle forze fasciste e conclude con queste parole: "Tutti uniti nella lotta contro l'inquisizione e la dittatura. Anche noi possiamo colpirli, anche da noi si possono aspettare delle azioni violente.. E noi, soldati della Botwin, raddoppiando le nostre forze, la nostra ira, la nostra amarezza, appoggiandoci alla solidarietà fraterna degli antifascisti di tutti i popoli, libereremo il mondo dalla barbarie fascista con le nostre armi della libertà."
Vi è anche un testo di Olek Nuss, il poeta che compose l'inno della compagnia Botwin.
Il numero 3, che avrebbe dovuto essere pubblicato poco dopo il secondo, uscì però soltanto il 22 aprile a causa degli spietati combattimenti sul fronte di Aragona in cui molti redattori morirono, o furono feriti e una gran parte del materiale preparato per il giornale, venne distrutta.
Il numero 4, che appare all'inizio del mese di agosto, è molto migliorato graficamente poiché non è più scritto utilizzando stampi a mano come i precedenti; finalmente era arrivata da Parigi una macchina per scrivere con caratteri ebraici.
Il numero 5 è il più importante di tutti. Viene pubblicato il 30 novembre 1938 quando le Brigate internazionali si stavano preparando ad abbandonare la Spagna. Rappresenta una sorta di bilancio di ciò che è stato fatto e l'impegno morale di fare ciò che resta da fare.
Il numero 5 sarebbe dovuto essere l'ultimo giacché i volontari aspettavano di essere rimpatriati. Il 12 dicembre, giorno dell'anniversario della fondazione della compagnia, i brigatisti si trovavano in un campo militare della Catalogna e decisero di preparare un'edizione speciale del Botwin.
Il numero 6 è l'ultimo e viene pubblicato il 13 dicembre, una settimana dopo lo scioglimento delle Brigate internazionali.
Dopo la sconfitta dell'esercito repubblicano i sopravvissuti, rinchiusi prima nel campo di concentramento di Saint Cyprien e in seguito in quello di Gurs, pubblicarono il giornale murale Tzu hilf (in aiuto) e il giornale Hinter shtachel drot (al di là del filo spinato).12
Nel settembre 1938 le Brigate internazionali cominciarono a ritirarsi dai fronti di guerra. L'ultimo addio lo diedero il 9 ottobre di quell'anno a Barcellona, poco dopo la sepoltura dell'ultimo caduto delle Brigate, l'ebreo Haskiel Honigstein. Il governo spagnolo e la direzione delle Brigate internazionali organizzarono una sepoltura ufficiale e militare per l'ultimo brigatista caduto, mentre aerei da caccia repubblicani proteggevano da un attacco aereo fascista l'immensa moltitudine di persone che presenziò al funerale. Un famoso poeta della Spagna repubblicana, José Herrera Petere, gli dedicò un poema: "A Jaskele Honigstein, ultimo caduto delle Brigate internazionali."
Ndr.: l'eroica lotta dei combattenti ebrei di Spagna continuò durante l'occupazione nazista della Francia. Moltissimi di loro combatterono nel gruppo Main-d'oeuvre immigrée. Il primo ufficiale delle SS ucciso a Parigi fu abbattuto da un combattente ebreo di questo gruppo.
 

Note:

1 Sconfitta della rivoluzione in Germania e Ungheria, annientamento della sinistra italiana da parte di Mussolini, sconfitta dello sciopero generale in Gran Bretagna, la sinistra in Austria è sconfitta da Dollfuss.
2 Dittature in Spagna e Portogallo, inizio dell'austro-fascismo, il regime totalitario di Dollfuss.
3 Nel 1924 Primo de Rivera aveva approvato un Decreto che garantiva agli ebrei di origine spagnola (sefarditi) il diritto alla cittadinanza spagnola.
4 Organizzazione operaia ebraica che, nata in Russia, si diffuse poi in molti altri Paesi europei, raggiungendo il suo maggiore sviluppo in Polonia.
5 Arno Lustiger, Shalom libertad!, p.456.
6 Alberto Fernandez, Tiempo de Historia, n°10, "Judios en la guerra de España".
7 In onore del generale napoleonico Jean-Baptiste Kleber.
8 Longo non conosceva il nome di questo combattente. Si trattava di Nahumi-Weitz, morto durante i sanguinosi scontri nella città universitaria di Madrid nel novembre 1936.
9 Palafox aveva guidato la ribellione contro le truppe napoleoniche all'inizio del 19° secolo.
10 Naftali Botwin era un noto personaggio del movimento operaio degli ebrei di Polonia. La polizia politica polacca introdusse nel sindacato una spia che denunciò i funzionari del Partito comunista polacco (PCP) che operavano in clandestinità. Il PCP decise di uccidere la spia e incaricò il giovane Botwin di farlo. Dopo l'uccisione, Botwin fu catturato e condannato all'impiccagione nel 1925.
11 David Diamant, Raices, n° 28.
12 Jacobo Israel Garzón, Raices, n°26


Riferimenti bibliografici:

Haim Avni, España, Franco y los judios
Arno Lustiger, Shalom libertad!
José Antonio Lisbona, Retorno a Sefarad
Alberto Fernandez, Tiempo de Historia, n° 10 (settembre 1975)
Alberto Fernandez, Raices n° 7 (1989)
Jacobo Israel Garzón, Raices n° 26 (1996)
David Diamant, Raices n° 28 (1996)
José Luis Rodríguez, Raices n° 42 (2000)
Hugh Thomas, Storia illustrata n° 220 (marzo 1976)
Alvarez Chillida,
El antisemitismo en España
 

Anneliese Herskovits, collaboratrice  dell’associazione ‘Memorie di Spagna’ e del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.






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