martedì 5 aprile 2016

A Gaza cresce il lavoro minorile


Negli ultimi cinque anni è raddoppiato il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 10 ed i 17 anni. Povertà e disoccupazione - aggravate dagli otto anni di assedio isra[...]



Negli ultimi cinque anni è raddoppiato il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 10 ed i 17 anni. Povertà e disoccupazione – aggravate dagli otto anni di assedio israeliano sulla Striscia e dalla ultima offensiva militare di Tel Aviv – hanno spinto bambini ed adolescenti a lasciare l’istruzione scolastica e a lavorare per aiutare le proprie famiglie
Un bambino palestinese raccoglie del pesce al porto di Gaza. Foto: REUTERS/Mohammed Salem)
Un bambino palestinese raccoglie del pesce al porto di Gaza. Foto: REUTERS/Mohammed Salem)
di Rosa Schiano
Roma, 5 aprile 2016, Nena News – Negli ultimi cinque anni è raddoppiato a Gaza il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 10 ed i 17 anni: sarebbero 9700, di cui 2.900 al di sotto dei 15 anni, cioè l’età minima legale di ammissione all’impiego. È quanto emerge da un rapporto dell’Ufficio Palestinese di Statistica. Secondo alcuni economisti della Striscia, la cifra reale potrebbe essere due volte superiore.
Le condizioni socio economiche sono peggiorate dopo otto anni di blocco economico che hanno messo in ginocchio l’economia della Striscia e soprattutto dopo la devastante offensiva israeliana dell’estate del 2014. Povertà e disoccupazione hanno spinto bambini ed adolescenti a lasciare l’istruzione scolastica e tentare di guadagnare per aiutare le proprie famiglie, altri riescono a lavorare una volta terminate le lezioni.
Lavorano duramente in officine meccaniche, fabbriche e cantieri edilizi, spesso vendono in strada accendini, caramelle, gomme da masticare, pane, tè caldo da bere al momento e guadagnano pochi euro a settimana, non sufficienti ad aiutare le proprie famiglie. Si tratta di ragazzi appartenenti a nuclei familiari che vivono in condizioni di grande povertà e che maggiormente hanno accusato il colpo dell’elevato tasso di disoccupazione – che attualmente si attesta al 43% – il più alto al mondo secondo la Banca Mondiale e che cinque anni fa era al 35%. Secondo le Nazioni Unite, l’80% della popolazione della Striscia è dipendente dagli aiuti internazionali.
I loro padri spesso non guadagnano abbastanza o sono disoccupati e le loro famiglie numerose lottano per andare avanti fino alla fine del mese. A volte, i bambini e gli adolescenti che lavorano hanno perso uno dei loro genitori durante la guerra, altre volte i genitori sono disabili o malati e non sono in grado di provvedere ai propri figli. Una situazione che li sottopone a un grande sforzo psicologico, considerato che la maggior parte di essi presentano sintomi da disturbo da stress post traumatico. In molti casi i minori si sono dati da fare per ottenere un ricavo economico anche dalle macerie che rimangono dall’ultima offensiva, cercando pezzi di cemento e materiali da riciclare e rivendere.
In un altro recente rapporto l’Ufficio Palestinese di Statistica aveva affermato che nel 2015 erano complessivamente oltre 65.000 i minorenni tra i 7 ed i 14 anni che lavorano nei Territori Palestinesi Occupati, in aggiunta a 102.000 minori sotto i 18 anni. Fra questi figurano i minori palestinesi che lavorano negli insediamenti coloniali – principalmente nella Valle del Giordano, in Area C – il cui sfruttamento è stato denunciato da Human Rights Watch in un rapporto pubblicato l’anno scorso. I bambini lavoratori sono costretti a raccogliere verdure e ortaggi negli insediamenti agricoli e lavorano in condizioni dure e pericolose per la propria salute. Anche in questo caso, i minori hanno dichiarato di essere costretti a lavorare per poter aiutare le proprie famiglie, lì in quell’area della Cisgiordania sotto totale controllo israeliano dove maggiormente è alto il tasso di povertà delle famiglie palestinesi.
A Gaza esiste inoltre un’evidente disuguaglianza economica tra bambini appartenenti a famiglie che vivono in condizioni di benessere e che si possono permettere vestiti e cellulari ed altri che non hanno accesso a beni di prima necessità. Alcune istituzioni ed organizzazioni umanitarie tentano di riportare in classe bambini che hanno abbandonato la scuola e spiegano alle loro famiglie che l’istruzione dei propri figli vale più dei pochi soldi che possono guadagnare.
Sembra che l’assedio isoli Gaza anche sotto l’aspetto del lavoro minorile; la Striscia pare infatti andare in controtendenza rispetto al resto del mondo, dove il tasso di lavoro è diminuito di un terzo dal 2000, secondo quanto riporta l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ed il numero di lavoratori minorenni è sceso da 246 milioni a 168 milioni.
L’economia di Gaza non può sopravvivere se non è connessa al mondo esterno. La chiusura dei valichi, le restrizioni al movimento di beni e persone imposte da Israele ed Egitto e la distruzione dei tunnel da parte del governo di Al Sisi hanno contribuito ad incrementare le difficoltà economiche nel territorio. Secondo un rapporto del Palestinian Center for Human Rights pubblicato a marzo sull’impatto del blocco, la restrizione al movimento di merci al valico di Kerem Shalom (Karm Abu Salem), unico valico commerciale della Striscia, ha comportato l’assenza di beni di prima necessità, carburante, gas da cucina e materiale da costruzione. Le autorità israeliane hanno inoltre continuato a vietare le esportazioni di prodotti verso la Cisgiordania ed il resto del mondo fatta eccezione per quantità limitate di alcuni prodotti per lo più agricoli. L’impossibilità di esportare ha costretto alla chiusura centinaia di fabbriche nella Striscia, fra cui fabbriche tessili e di abbigliamento. Di conseguenza, non vi è stata finora nessuna possibilità di rianimare l’economia palestinese.
Alle difficoltà dettate dall’assedio si aggiungono le conseguenze ancora vive dell’ultima operazione militare sulla Striscia nel corso della quale le bombe israeliane distrussero almeno 11.000 abitazioni e ne danneggiarono gravemente altre 6.800, causando lo sfollamento circa 100.000 persone. Nel mese di febbraio di quest’anno, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha dichiarato che alla fine del 2015 almeno 16.000 famiglie (90.000 persone) erano ancora senza casa, mentre alla fine di gennaio, solo il 15% circa delle famiglie sfollate (2.703) sono riuscite a tornare alle proprie case che sono state riparate o ricostruite. La riparazione e la ricostruzione di altre 2.000 case è in fase di completamento, grazie all’aiuto economico internazionale. Nonostante questi progressi – afferma il rapporto – ad un anno e mezzo di distanza dalla fine dell’offensiva, la ricostruzione e la riparazione delle abitazioni del 74% delle famiglie sfollate deve ancora iniziare. Nena News

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