giovedì 10 marzo 2016

Nicola Perugini : Pasolini, "Israele", e la modernità paradossale - il lavoro culturale


«Ma ecco anche, al centro della regione, come un convento benedettino in Ciociaria, l’edilizia concentrazionaria di un kibbutz», scriveva Pasolini nel 1964.
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«Ma ecco anche, al centro della regione, come un convento benedettino in Ciociaria, l’edilizia concentrazionaria di un kibbutz», scriveva Pier Paolo Pasolini in una poesia del 1964.

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Nelle dieci pagine del suo poema Israele (1964), un lavoro stranamente poco studiato, Pasolini costruisce la sua poetica politica attraverso una serie di contrapposizioni tra ebrei e arabi, termine quest’ultimo con cui designa la popolazione araba della Palestina senza mai ricorrere a “palestinesi”.
Come emergerà poi chiaramente da quello strano oggetto che sono i Sopralluoghi in Palestina, “gli arabi” per Pasolini incarnano una pre-modernità marginale, una Palestina pre-biblica, per usare le sue parole. Non sto qui a soffermarmi sulla problematicità delle classificazioni pasoliniane e della dicotomia tradizione-modernità (anche se su questo punto ritornerò). Si tratta di questioni ampiamente analizzate e per comprenderle al meglio e senza facili riduzionismi basterebbe rileggersi alcune pagine di Orientalismo eretico di Luca Caminati.
In Israele, Pasolini osserva alcuni “arabi” camminare su un lungomare, probabilmente nella nuova Tel Aviv: un lungomare che gli ricorda altre aree dell’Asia, dell’Africa, di Calcutta, di Nairobi. Vestono «blue-jeans color carogna, e magliucce bianche, aderenti, sudice – come algerini condannati a morte».
Poi, dopo qualche pagina, ecco alcune righe sui “piccoli degli arabi”, descritti così: «I piccoli degli arabi, essi sì, ridono, ridono scioccamente, con una struggente stupidità, come i nostri poverelli; i cuccioli del popolo affamato, le bestioline con gli stupendi occhi umani».
Empatia e identificazione “animal-umanista” dell’orientalista eretico.
Poi, nel gioco di accostamenti e contrapposizioni che contrassegnano queste poesie, Pasolini si avvicina anche a una modernità diversa da altre modernità di cui si occupa: i nuovi cittadini ebrei di Israele, i fratelli traumatizzati:
Non ce l’avete fatta più, fratelli – fratelli maggiori per dolore – segnati dalla grandiosità del male, e siete scappati quaggiù, siete venuti a raccogliervi quaggiù, come quando si vuol morire e non morire, ammucchiandovi come pecorelle che credono il calore delle sorelle coraggio. Il trauma, così passato di moda oggi nel mondo, di venti, di venticinque anni fa, qua lo conservate, avete cercato quest’area marginale, per preservarlo, istituzione di origine divina!
L’avvicinamento si fa poi transfert, trasposizione: «Tornate, ah tornate nella vostra Europa. Un transfert tremendo di me in voi, mi fa sentire la vostra nostalgia che voi non sentite, e a me dà un dolore che sconvolge ogni rapporto con la realtà. L’Europa non è più mia!»
Poi Pasolini prosegue il suo viaggio da Tiberiade verso il mare: «Ed ecco oltre gli ulivi israeliani, maculati di laboriosa polvere, le case di legno e latta, le felici bidonvilles [palestinesi]. Ma ecco anche, al centro della regione, come un convento benedettino in Ciociaria, l’edilizia concentrazionaria di un kibbutz».
L’identificazione pasoliniana con i sopravvissuti si sviluppa in modo del tutto particolare, insieme e attraverso la comparazione dell’incomparabile, l’accostamento dell’inaccostabile: eresia euristica e politica. Infatti per Pasolini l’architettura dei kibbutz preserva qualcosa. La chiama, lacerato dal suo transfert, “architettura concentrazionaria”.
Qui Pasolini accosta due elementi, senza armonizzarli, senza dire che sono la stessa cosa – i kibbutz non sono campi di concentramento – senza facili equazioni o sillogismi. Accosta l’architettura fondante del sionismo socialista e della nuova comunità politica israeliana all’architettura concentrazionaria nazista (un termine che poi Pasolini utilizzerà per descrivere anche le periferie italiane).
Ma c’è di più tra queste righe, una sorta di accostamento nell’accostamento. Questo è quel che scrive in Israele per descrivere i kibbutz: «Quattro magazzini, il silos, l’asilo, i dormitori come quelli di Dachau; e la pace di un villaggio del Centroeuropa, ambiguamente fusa con la pace coloniale».
Come interpretare questo passaggio ermetico? Il kibbutz porta le tracce di venticinque anni prima – i segni di sterminio della modernità – e quelli di ciò che chiama “pace coloniale”. Che cosa vuol dire con quest’ultimo termine? Di che pace coloniale ci parla?
Pasolini sembra operare una specie di “accostamento interdetto” in cui si intrecciano ambiguamente – come egli stesso scrive – due forme di pace apparentemente lontane: la pace del Centroeuropa e la pace coloniale. Quale pace del Centroeuropa? La pace in cui ha avuto luogo lo sterminio? La pace che gli ha fatto seguito. E quale pace coloniale? Una vaga pace delle colonie? O la pace coloniale di Israele?
Qualcosa di ambivalente lega i tre elementi di questo accostamento nell’accostamento. La modernità d’Israele assume la forma di una modernità paradossale che Pasolini non può non elaborare mediante una serie di letture contrappuntistiche.
Una lettura contrappuntistica della relazione tra il nuovo stato in cui Pasolini avrebbe voluto ambientare il suo Vangelo e la ragione concentrazionaria.
Una lettura contrappuntistica del kibbutz, in un periodo in cui la sinistra europea visitava i kibbutz con l’intento di testimoniare la realizzazione dell’utopia socialista. Pasolini si stacca dal mito del kibbutz come comune e dalla fascinazione per il sionismo laburista, leggendo l’utopia in contropelo, in contrapposizione, tracciando paralleli proibiti, attraverso un’amara disillusione. In Sopralluoghi questo contrappunto forse non c’è, ma poi esso emerge a posteriori, dopo il viaggio in Palestina, nelle poesie.
Infine una lettura contrappuntistica delle stesse dicotomie con cui leggeva il mondo africano, asiatico e mediterraneo in via di decolonizzazione. Pasolini prova a contrapporre il sorriso “pre-moderno” dei bambini arabi ai visi ebrei tristi e “moderni”; le tecniche agricole “pre-moderne” dei palestinesi ai laboriosi kibbutz. Ma poi non riesce a radicalizzare questa dicotomia come invece aveva fatto in altri contesti. Qualcosa fortunatamente non torna.
Infatti, in Israele, Pasolini si identifica sia con gli arabi palestinesi “pre-moderni”, sia con gli ebrei traumatizzati da quanto successo in Europa venticinque anni prima.
Si scaglia contro la modernità, ma poi nota come la modernità coloniale dei kibbutz in Palestina, in cui si stava ricostituendo la vita di molti sopravvissuti, conservi le tracce della modernità dello sterminio e di una misteriosa “pace coloniale”.
Le contrapposizioni e dicotomie utilizzate altrove, in altri sud coloniali, in un certo senso gli esplodono in mano e non riescono a radicalizzarsi. Queste dicotomie si inceppano in Israele, lasciando le orme di un pensiero contrappuntistico da cui potremmo ripartire.
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[Le immagini che accompagnano l’articolo sono presa da Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo Secondo Matteo (1965)]

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