giovedì 17 marzo 2016

Paola Caridi : articoli Gennaio -febbraio


Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche le modalità dell’intervista, il luogo in cui è stata fatta, il palazzo di Heliopolis, e soprattutto le risposte.
Le risposte dei presidenti egiziani sono spesso simili. Read more

Il Calamaio di Nura


abu elias 2“I baffi di Abu Elias erano lunghi. Lunghi e neri. Così lunghi, neri e ispidi che Nura rimaneva tutte le volte a bocca aperta, senza riuscire a staccare gli occhi dal suo viso. Sembrava come se un calligrafo si fosse divertito a disegnarli, quei baffi, sul volto di Abu Elias mentre il vecchio dormiva, grasso e pesante, sul materasso steso per terra, sulla terrazza della sua casa a Gerusalemme.
Era da poco che Nura scriveva. Piccola, sì, era piccola. E aveva, quindi, da poco preso in mano gli attrezzi per scrivere. Già sapeva, però, di non avere una bella grafia.  Non ci riusciva proprio ad avere la mano sicura, a girarla verso sinistra e a riempire la pagina del quaderno di tutti quegli archi, di quei segni tondi e fermi che fanno l’arabo bello ed elegante. Riusciva bene solo coi puntini sopra e sotto le lettere. Nura amava i punti, era precisa fino all’ossessione. E aveva invece paura delle linee.
Per questo i baffi di Abu Elias le facevano impressione. Erano come enormi lettere, stampate sulla sua faccia grande e arcigna…”
Questo è l’inizio del racconto per bambini (ma forse non solo per bambini) scritto da me e ambientato a Gerusalemme. Le illustrazioni del racconto sono di Maria Teresa De Palma, che ha anche ‘ambientato’ le atmosfere dei brani di Cafè Jerusalem, l’ultimo album dei Radiodervish.
Il Calamaio di Nura è “lavori in corso”. Tra un po’ avrete i dettagli sulla sua pubblicazione. E anche in questo caso, com’è successo per tutto il percorso di Cafè Jerusalem, c’è un elemento che connota questa piccola avventura: la libertà. 
Il Calamaio di Nura fa parte della narrazione collettiva di Gerusalemme voluta e ospitata da QCode Mag. Grazie, dunque, a Christian Elia e Angelo Miotto!

Gerusalemme: una, nessuna, centomila

È la città in cui si prega tre volte Dio in tre lingue diverse, tre modi diversi, tre templi diversi. È la città in cui si sogna di tornare, l’anno prossimo. È la città da cui si è partiti per convertire il mondo. E quella dalla quale si è ascesi per vedere il paradiso e ascoltare la Parola. È la città che è entrata dentro molti di noi come una parola, un mito, un sogno.
Come si coniuga, però, il mito con la città reale? La Gerusalemme celeste con la molto più terrena città in conflitto, ieri, oggi, novecento anni fa?
Abbiamo pensato di raccontarla, Gerusalemme, come una nessuna e centomila. La città che non esiste, se non nei desideri, e quella che permea e sconvolge la vita dei suoi dimenticati abitanti. È un cammino di avvicinamento a un appuntamento singolare, la rappresentazione di Cafè Jerusalem al Teatro Menotti di Milano, il prossimo 3 aprile.
Il testo l’ho scritto io, ed è stato il mio modo di vomitare ciò che di Gerusalemme non ero riuscita a dire. A nessuno, o quasi. In un caffè dimesso, Nura racconta la sua città, calata dentro una Storia più grande dei suoi abitanti. E racconta la sua vita, il suo amore nascosto e (quasi) impossibile per Moshe. Racconta Musa e le sue umiliazioni. Racconta l’incapacità (spesso maschile) di incrociare sguardi, e dunque inquinare il proprio. Carla Peirolero e Pino Petruzzelli (che cura la regia) danno corpo e anima ai personaggi, mentre si alza la musica di chi, come in ogni caffè arabo che si rispetti, suona per il pubblico degli avventori. I Radiodervish, dunque, sono nella scena e nell’azione. Perché Gerusalemme è fatta dei suoi suoni intrecciati.
QCode Mag ci sostiene, in questo cammino, in un modo particolare e intrigante. Vorrebbe raccontarla, Gerusalemme, componendo un mosaico. Le tessere saranno le diverse narrazioni di chi vorrà riflettere su una città che è ora persino più di una metafora e di un archetipo.
Comincio io, a raccontare. O almeno, a mettervi a parte di alcune immagini e di altrettante domande.

C’era una penitenza, a Roma. C’era quando io ero piccola. Gli amichetti si ponevano in due file, una di fronte all’altra, e il malcapitato era costretto a passare in mezzo alle due ali di bambini pronti a colpire. Il penitente incrociava le mani sul petto e si batteva, ripetendo a ritmo cadenzato la stessa frase. “Vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere”. E i bambini, lungo questa imberbe via dolorosa, cercavano di far ridere o piangere il loro coetaneo, già sconfitto nel gioco. Facce spaventose, o al contrario ridicole, linguacce, urla, il peggio veniva mostrato per costringere il penitente a sbagliare. Sbagliare, tornare indietro e ricominciare.
Non ci avevo mai pensato prima, ma forse è proprio questa la ragione per la quale dei bambini di 6, 7 anni, dei bambini delle elementari usavano quella frase così fantasiosa e al tempo stesso così piena di richiami storici e religiosi. “Vado a Gerusalemme”. Ci vado da pellegrino. E ci vado “senza ridere e senza piangere”. Doveva essere un piccolo calvario. La via dolorosa in cui l’astante, la gente del pubblico non parteggia per lo sconfitto. Anzi, lo dileggia. Come successe a Gesù Cristo, per chi ci crede.
Poi, più nulla. Di Gerusalemme non ho saputo nulla, dopo aver abbandonato per più di qualche anno chiesa, catechismi, sacerdoti e suore. Gerusalemme, lontanissima. Senza alcun peso, per me. Lontana da qualsiasi programma di vita. E persino da qualsiasi curiosità.
Gerusalemme mi è stata imposta dalla vita. Un giorno, era l’agosto del 2003, sono arrivata  a Gerusalemme per fare la giornalista. Lavorare e viverci.  E la città che ha fatto irruzione della mia esistenza era altro, rispetto al mito, alle frasi delle penitenze, ai continui richiami nelle omelie e nelle trame architettoniche delle chiese capitoline. Una città reale, sotto l’ombra di un mito plurimillenario che la ricopre, e la rende invisibile a tutti. Al mondo.
L’ho sopportata malamente, Gerusalemme. Non ne ho mai colto il sapore spirituale. L’ho trovata, al contrario, terribilmente prosaica. Una città crudele, senza  pietà verso i suoi abitanti. Spartana, senza alcun fronzolo, dunque senza neanche un briciolo di pietà. Scolpita nella pietra, non solo la fede, anche la vita reale. Tracciata nelle pietre la via dolorosa di allora, e il calvario contemporaneo.
Poi, quando me ne sono andata dopo dieci anni di vita e lavoro, quell’astio si è pian piano sedato. Ho guardato Gerusalemme da lontano, come si osserva un panorama. Ho ricordato. Ricordato i passi sulle pietre. I volti degli uomini e delle donne di Gerusalemme. Ricordato, soprattutto, l’aria tersa, la luce accecante che copre la città.
La domanda è rimasta lì, dov’è rimasta per dieci anni.
“Perché proprio a Gerusalemme?
Proprio a Gerusalemme, dentro le Mura. Se non tutto, molto, e per tanti. Perché lì, a Gerusalemme, non è tersa solo l’aria, ma i contorni dell’animo umano. Perché dunque gli ipocriti sono nitidamente ipocriti, e i coraggiosi altrettanto? Perché non c’è bisogno di spiegare la ragione del gesto del Samaritano, a Gerusalemme, ed è invece impossibile farlo comprendere qui?”
Nessuna risposta. Come non c’è risposta a quel “Vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere”. Tante riflessioni, però, sì. Gerusalemme costringe a pensare, a prendere posizione, a distinguere il bene dal male, e il necessario dall’inutile. Soprattutto, Gerusalemme costringe ad aver meno paura. O ad avere pietà della paura. Empatia per chi è nella polvere. Disprezzo per chi usa e abusa il potere. Mai riuscirò a ripagare Gerusalemme per questo dono.
La risposta, forse, è qui.

#perGiulio

#pergiulio



Una piazza virtuale è possibile, dove rendere testimonianza. Perché rimanere in silenzio su questo sequestro, su questa tortura e questa uccisione ci rende complici. Senza se e senza ma.
Trovate il vostro modo, ma trovatelo. Con un foglio, un pennarello, una foto, come ho fatto io. Oppure nel modo che ritenete più opportuno ed efficace. Un modo per dire, e dunque rendere testimonianza. Lo schermo colorato di un computer,  e una semplice scritta sopra. Un file audio. un disegno.
Le madri di Plaza de Mayo, me lo ha ricordato Gennaro Carotenuto, non erano ciniche, e hanno ottenuto verità e giustizia. Esposte al ludibrio di molti, che non comprendevano la loro pazienza e tenacia. In arabo si chiama sumud. E’ sempre la stessa cosa.
#lapiazzaperGiulio

Una firma per la libertà 

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Ci sono tempi. Tempi importanti. Duri. Tempi nei quali non c’è alternativa a dire, e a prendere posizione. Sembra così facile, a distanza. Se soltanto ci si avvicina al Cairo, attraverso uno slancio di empatia che restringe la distanza di migliaia di km tra Italia ed Egitto, si comprende quanto invece sia pericolosa anche una firma. La propria firma sotto il documento dei 500 scrittori, artisti, intellettuali, giornalisti, editori, già arrivati a quota 662 nel giro di due giorni. Il documento è un j’accuse diretto, chiaro, secco al regime di Abdel Fattah al Sisi. Read more

La vera Realpolitik passa dai diritti

Una terra distrutta da bombardamenti devastanti. Popoli piegati da morte, sofferenza e crudeltà, milioni in fuga dalle proprie case. Fame, povertà. Massacri deliberati. Dittatori spietati. No, non è la descrizione per titoli del disastro in cui versano ampie aree del Medio Oriente e il Nord Africa. È la descrizione dell’Europa a cavallo della seconda guerra mondiale. Un continente in preda a un’instabilità che poggiava su molte, complesse ragioni, ma che aveva nella mancanza dei diritti più elementari il suo peccato originale. image Read more

Verità e giustizia, per Giulio Regeni

imagela macchina del fango è partita, subdola. Come se, nel 2016, fosse semplice come lo era prima un lavaggio mediatico delle menti. Tracce, veline, voci, pareri di esperti più o meno esperti, notizie sui giornali filogovernativi egiziani, smentite (che vengono dalla procura di Giza, un dettaglio che farebbe intravedere una magistratura divisa, come lo era per fortuna anche ai tempi di Mubarak…). E ancora una volta l’informazione – lo dico da tecnica – sta mostrando la trama lisa di una professione che andrebbe rimessa in discussione, nel profondo.
forse è meglio ripartire dal basso. E fare pressione con gli strumenti che ognuno di noi ha a disposizione. Io cambio il mio profilo su Facebook, per esempio, aderendo alla campagna di Amnesty International. Alla richiesta di verità ho aggiunto la richiesta di giustizia, perché i due termini sono indissolubilmente legati. L’impunita patente delle forze di sicurezza, in Egitto, è la causa prima delle morti, delle scomparse, delle torture di questi anni. Pretendo verità e giustizia, per Giulio Regeni e per i tanti ragazzi egiziani senza nome che hanno subito lo stesso affronto e la stessa crudeltà. Pretendo, da cittadina, che il mio paese e il mio governo e le mie istituzioni facciano il loro dovere sino in fondo, chiedendo verità e giustizia al regime egiziano.


Parole vuote. Sull’Italia, l’Egitto, e la giustizia per Giulio – Omar Robert Hamilton

Questo blog, come sapete, contiene solamente i miei articoli, le mie riflessioni, i miei pensieri. Raramente faccio una eccezione, perché le eccezioni van fatte. Ho chiesto a Omar Robert Hamilton di mettere sul mio blog la traduzione italiana dell’articolo che ha pubblicato su Jadaliyya. Ed eccola qui. 
Poche parole sull’autore, Omar Robert Hamilton. Regista, attivista, firma analisi e commenti su The Guardian e London Review of Books. Era a piazza Tahrir, al Cairo, cinque anni fa, assieme alla sua famiglia e agli altri ragazzi che hanno fatto la rivoluzione.
Fratture multiple, bruciature di sigaretta, abrasioni, unghie strappate, tutte le dita rotte, decine di lacerazioni su tutto il corpo, sulle piante dei piedi, e sulle orecchie, e per concludere la rottura del collo e il soffocamento. Il corpo di Giulio è stato ritrovato seminudo lungo il ciglio di una strada.
I segni dei servizi di sicurezza egiziani sono immediatamente riconoscibili. Nessuno ha dubbi sulla mano che ha ucciso Giulio Regeni. E così i rapporti diplomatici ed economici tra Egitto e Italia sono stati spinti a forza sotto i riflettori. Read more

Ugo. Che poi era veramente un golpe

Mai guardare indietro, al passato. A meno che non faccia parte integrante del presente. E allora, siccome sembra che ci si sia accorti adesso di quello che sta succedendo da almeno due anni al Cairo, quasi quasi ripropongo un post del 4 luglio 2013. Lo avevo scritto all’indomani delle manifestazioni oceaniche organizzate da Tamarrod, e al golpe che i militari avevano compiuto in Egitto. Read more

Difendere gli studiosi

la MESA lo sta facendo. Per chi non frequenta gli studi sul Medio Oriente e Nord Africa, la o il MESA è la più importante associazione di studi sull’area a livello mondiale. Riunisce 3mila studiosi.
dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni in un fosso fuori dal Cairo, ucciso ancora da non si sa da chi, MESA ha scritto una lettera al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi sulla incolumità di studiosi e ricercatori. Ecco il link alla lettera.
e noi? E l’università italiana? E gli studiosi di Medio Oriente?
certo, un problema serio l’università italiana ce l’ha. Molti, moltissimi studiosi italiani in diaspora non hanno trovato posto nell’accademia del nostro Paese. Per loro, anche per i migliori tra loro, l’accademia non ha trovato posto.

La Meglio Gioventù, lasciata sola – 1

Stavo pensando a Islam Gawish, appena tre giorni fa. Uno dei più noti vignettisti egiziani, arrestato così, senza capi di imputazione, dai servizi di sicurezza del regime di Abdel Fattah Al Sisi. Lo hanno portato via, sottoposto a un lungo interrogatorio. Forse per l’amministrazione della sua pagina Facebook. Per Islam Gawish si è mobilitata immediatamente la Rete, internet, egiziano e internazionale, chiedendo conto di quello che si stava facendo al Cairo. Islam è forse il vignettista più noto in Egitto. Read more

#Jan25 Cairo


Anniversario triste, il 25 gennaio.
cinque anni fa, la rivoluzione di Tahrir.
oggi, quei ragazzi egiziani che abbiamo sbattuto in prima pagina e che avremmo invitato volentieri nei nostri inutili salotti, sono in galera, sono stati amnazzati, sono costretti al silenzio, si sono costretti all’esilio, lottano con il grande coraggio e i pochi strumenti che posseggono.
vergognamoci.
#shameonus

La letteratura araba a Torino

Al posto del Paese ospite d’onore, una nuova formula che offre un focus allargato e traversale su realtà culturali che superano le rigide divisioni degli Stati nazionali. A criteri puramente geopolitici subentrano più ampi criteri geoculturali. La letteratura come patria, come rifugio, come portatrice di diritti, come luogo deputato al dialogo, al confronto con l’altro. Non una semplice vetrina, ma un’occasione di scambio, un comune discorso in progress da opporre alle semplificazioni e ai pregiudizi. Read more

Di assorbenti e mestruazioni

Ho condiviso con Igiaba Scego un certo fastidio per il modo in cui l’ultima campagna di Giuseppe Civati è stata derisa, bollata, sminuita. Ho letto un tweet che suppergiù lo accusava di voler raggiungere le prime pagine dei giornali in qualsiasi modo. Mestruazioni comprese. E per l’ennesima volta, la polemica politica è tra uomini. Anche stavolta, come direbbe Lorella Zanardo, sul corpo delle donne.
E dunque sono molto contenta che Igiaba Scego abbia dedicato il suo ultimo articolo su Internazionale agli assorbenti. Read more

Salvare Ashraf Fayadh

ashraf fayadh




#FreeAshrafFayadh
Oggi è una giornata speciale, non solo per Ashraf Fayadh. Oggi è una giornata speciale, diversa da quelle alle quali abbiamo assistito in queste ultime settimane. Così piene di dolore, lutti, sangue, terrore, stereotipi, falsità, luoghi comuni, razzismo. Oggi è una giornata dedicata a una persona, a un uomo, a un poeta: un atto pieno e convinto di solidarietà, e un gesto in difesa dei diritti. Diritto alla vita per Ashraf Fayadh, poeta di origine palestinese, condannato a morte dall’Arabia Saudita, paese di cui siamo colpevolmente alleati nonostante le pervicaci violazioni dei diritti umani e civili da parte del regime degli Ibn Saud. Read more


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