lunedì 29 febbraio 2016

Valeriu Nicolae, Un rom in viaggio da Gaza a Gerusalemme


 
 
 
 
 
 
Sono in macchina insieme a due palestinesi. Per entrare a Gerusalemme i controlli sono umilianti. Sembro palestinese quanto basta per essere perquisito scrupolosamente. Il soldato israeliano avrà 18 o 19 anni, porta un’arma troppo…
internazionale.it|Di Valeriu Nicolae





Sto tornando dalla Striscia di Gaza. Sono in macchina insieme a due palestinesi. Per entrare a Gerusalemme i controlli sono umilianti. Sembro palestinese quanto basta per essere perquisito scrupolosamente. Il soldato israeliano avrà 18 o 19 anni, porta un’arma troppo grande per lui e mi urla addosso come impazzito.
La tensione a Gerusalemme è altissima. Dappertutto ci sono reti elettrificate e muri di cemento che separano le vite umane con un cinismo ributtante. Nemici reali o immaginari ovunque.
Ho passato qualche giorno in Israele e nella Striscia di Gaza e ho l’impressione che una parte di me sia morta. Me ne accorgo mentre mi perquisiscono. Non riesco a sentire nulla. Le voci che ho nella testa rimangono in silenzio. Non ho voglia di scherzare. Ho visto troppi ragazzi che sognavano di massacrarsi a vicenda. Hebron è stata un’esperienza dolorosa. Ho visto bambini di 8-9 anni minacciati con il fucile mentre andavano a scuola.
Sono rimasto qualche minuto sul tetto di una casa nella zona palestinese. Case ammassate e strade anguste e affollatissime. Sull’altro versante, una via deserta. Due ragazzi che giocano con un pallone da basket. Cecchini sulle torrette. Qualche ragazzo palestinese che fa finta di sparare ai ragazzi che improvvisano una partita di basket a una quarantina di metri di distanza. Ho visto i fori lasciati dai proiettili sparati durante il massacro nella moschea che ospita la tomba di Abramo. Mi hanno spinto con il calcio del fucile per farmi passare più velocemente attraverso i varchi piccoli e stretti del posto di blocco. Mentre mi controllavano, mi hanno fatto male.
L’anziano piangeva indicandomi il forno distrutto. Piangeva a dirotto, e io non sapevo cosa fare. L’ho abbracciato
Ho incontrato un vecchio beduino che somigliava curiosamente a mio nonno. Abitava in una tenda sulla cima di una collina brulla e pietrosa, dove viveva anche una trentina di famiglie in tende sparse tra le rovine. Tanti bambini senza futuro. Il panorama era incredibile: da un lato, colline rocciose di una bellezza aspra e selvaggia; dall’altro, reti elettrificate e altri sistemi di sicurezza intorno ai palazzi moderni del piccolo insediamento ebraico.
Le rovine sono quel che resta delle abitazioni distrutte. Per la terza volta. L’anziano piangeva indicandomi il forno distrutto. Piangeva a dirotto, e io non sapevo cosa fare. L’ho abbracciato. Mentre lo tenevo stretto, piangeva. Abbiamo bevuto un tè insieme. Tre ragazzi se ne stavano accovacciati e mi guardavano incuriositi con i loro grandi occhi tristi. Sono rimasto come paralizzato per qualche ora a guardare quel panorama meraviglioso e a bere un tè uno dopo l’altro con il beduino. Colpito dal senso di felicità che si prova ad ammirare un tramonto straordinario.
Una volta Gigilica Bourosu mi ha raccontato che mio nonno è voluto morire nel suo letto. Sono andati a prenderlo a Craiova e lo hanno accompagnato con la sua Trabant fino a dove arrivava la strada, a sei chilometri da Budrea, dov’era la sua catapecchia. Da lì lo hanno portato a spalla. Non si è lasciato morire finché non è entrato in casa. Quando mi sono allontanato dal beduino ho avuto la sensazione di essermi finalmente congedato anche da mio nonno.
Il soldato finisce di controllarmi. Ho trascorso la maggior parte del viaggio con i due palestinesi che sono in macchina con me. Abbiamo mangiato, riso e lavorato insieme. Mi piacciono: cercano sempre di aiutare le persone che hanno bisogno. Fanno un sacco di cose buone e sanno raccontarle. Sono abituati ai controlli degli israeliani. Accendono la radio e si comportano in maniera assolutamente normale. Io sono troppo stanco per chiacchierare. Alla radio qualcuno parla in modo agitato. I due ascoltano con attenzione. All’improvviso scoppiano in grida di gioia.
Chiedo cosa sia successo. Mi raccontano entusiasti che Hezbollah ha annunciato di aver ucciso due soldati israeliani alla frontiera con il Libano. Due ragazzi. Come il soldato che mi ha appena perquisito. Fermo la macchina. Vomito.

Voglio andare via

Comincio a urlargli contro. Prima solo con foga, poi con rabbia e con odio. Mi accorgo che sto gridando in romeno. Allora prendo a inveire in inglese. Sono spaventati, anche perché in un certo senso sono il loro capo. Cercano di tranquillizzarmi. Ma io non voglio essere tranquillizzato. Non voglio più rimanere qui, anche se dovrei restare altri due giorni. Non li voglio più vedere. Non li voglio più sentire. Chiamo la compagnia aerea e cambio il biglietto di ritorno. Non voglio più stare più in macchina con loro e chiamo un taxi.
Guardo i cimiteri ebraici, musulmani e cristiani che si trovano sul monte degli Ulivi. Mi affiora alla mente una vecchia credenza: il giorno del giudizio universale lo stato del nostro corpo sarà quello del momento della morte, e per rendere più veloce la resurrezione dovremmo essere sepolti il più vicino possibile alla porta est di Gerusalemme.
Sono sano e salvo. Non sono mai stato così in forma negli ultimi dieci anni, e sono vicinissimo alla porta est. Ma la mia anima è a pezzi. Se fosse possibile, vorrei morire e rinascere. So che non è possibile. Eppure lo vorrei davvero.
(Traduzione di Mihaela Topala)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano romeno Dilema Vec

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