giovedì 18 febbraio 2016

Nurit Peled Elhanan, La studiosa israeliana: "Nei nostri libri di scuola i palestinesi sono primitivi”

i Natascia Ronchetti
La studiosa israeliana: Nei nostri libri di scuola i palestinesi sono primitivi”
Nurit Peled Elhanan durante una manifestazione
L'associazione Zochrot, che in ebraico significa Esse Ricordano, non può ricevere donazioni, nemmeno dall’estero. Ordine del ministero della Giustizia di Israele. Gli uomini e le donne dell’organizzazione hanno chiesto aiuto a Nurit Peled Elhanan, docente di Semiotica del linguaggio alla Hebrew University di Gerusalemme, per mettere in rete testi scolastici che ristabiliscono verità storiche: li passano al setaccio, li correggono, depennano, aggiungono.

“Mi hanno appena invitato a contribuire alla revisione”, dice Nurit Peled “Hanno un programma di studio con il quale esaminano i libri di storia e, quando trovano ricostruzioni che non corrispondono alla verità, inseriscono tutto quello è stato omesso”. Nurit Peled ha completato una lunga ricerca sui testi che finiscono sui banchi della scuola dell’obbligo israeliana, che termina a 17 anni, quando scatta il servizio militare obbligatorio, tre anni per gli uomini e due per le donne.
parlato con l'autrice

Le sono serviti cinque anni di analisi linguistica e semiotica per dimostrare che, dalla storia all’educazione civica alla geografia, l’obiettivo è consolidare il pregiudizio nei confronti dei palestinesi e rafforzare gli stereotipi. Una ricerca che in Israele non trova spazio, nessuna casa editrice l’ha voluta pubblicare in ebraico.

Un caso che ricorda un altro recente fatto di cronaca, raccontato anche dall'Espresso , che ha fatto il giro del mondo: la proibizione da parte del ministero dell'Educazione di adottare come libro di testo nelle scuole “Borderlife”, il romanzo dell'israeliana Dorit Rabinyan che racconta l’amore tra un artista palestinese e una traduttrice israeliana a New York, diventato nonostante il divieto un vero bestseller in Israele.

Un muro eretto contro un altro muro - quello del negazionismo della Shoah, armamentario ideologico del gruppo terroristico palestinese Hamas ma anche di altri Paesi musulmani, come l’Iran, in prima fila nella delegittimazione di Israele – che avvita sempre di più il conflitto arabo-israeliano in una spirale di odio reciproco.
La copertina dell'edizione italiana...
La copertina dell'edizione italiana della ricerca di Nurit Peled-Elhanan

Lo studio di Nurit Peled, che nel 2001 ha vinto il premio Sakharov per la libertà di pensiero e i diritti umani, in Italia ha iniziato a circolare grazie al contributo della ex vice presidente del Parlamento europeo, Luisa Morgantini, con il libro “La Palestina nei testi scolastici di Israele” (edizioni gruppo Abele). Nurit, che insegna tuttora a Gerusalemme, è in questi giorni in Italia per un ciclo di conferenze, in collaborazione con Assopace Palestina. Prossime tappe a Padova (domani 19 febbraio) e a Roma, il 22, alla Casa internazionale delle donne.

Professoressa Peled Elhanan, quanti libri ha analizzato?
Tutti i testi che vengono proposti nelle scuole, dalle elementari alle superiori, dopo l’autorizzazione di una apposita commissione del ministero dell’Educazione. In teoria gli insegnanti possono scegliere. Ma l’impostazione è, più o meno, sempre la stessa. E, a loro volta, i docenti sono stati formati nello stesso modo. Quindi, sono stati ideologizzati.

Facciamo degli esempi?
Partiamo dalle immagini: il palestinese è raffigurato come un contadino arretrato, quasi sempre con una tunica e spesso su un cammello. Non parliamo semplicemente di una stereotipizzazione. E’ un messaggio che congela il popolo palestinese in una dimensione storica e sociale che è stata ampiamente superata da ben oltre mezzo secolo. Nei testi non compaiono mai palestinesi che fanno i medici, gli ingegneri, i cantanti, i giornalisti, gli insegnanti, solo per fare qualche esempio. Sono tutti primitivi Alì Baba. Delle caricature. E, potenzialmente, dei terroristi. Sui confini dello Stato di Israele, nei libri ci sono quasi sempre solo i riferimenti biblici, quelli definiti dalle antiche tribù. E i check point vengono rappresentati non come sono in realtà – posti di blocco davanti ai quali si accalcano centinaia di palestinesi che rivendicano il diritto di lavorare - ma come luoghi rassicuranti dove i soldati bevono tè.

E le proteste? Docenti e studenti tacciono?
Certo che le proteste ci sono. Così come ci sono i docenti critici, per esempio quelli organizzati nell’associazione Insegnanti politici di Gerusalemme. Ma sono pochi e non sono sostenuti dagli intellettuali di sinistra israeliani. E mi riferisco anche a grandi scrittori di fama che vogliono sapere ma non vogliono sapere tutto, che sono contro l’occupazione militare dei territori palestinesi ma non sono attivisti. Tutti vedono la realtà come costituita da un “noi” e da un “loro”. Poi, naturalmente, si avvicendano i ministri e di conseguenza cambiano anche i libri di storia e di geografia. Ma, nella sostanza, tutto resta uguale. E adesso due ministeri chiave come quello all’Educazione e quello alla Giustizia sono in mano ad Habait Hayehudì, la Casa Giudaica, partito religioso e fondamentalista di destra che vuole cacciare dalla Knesset, il parlamento, anche i deputati arabi che hanno avuto in un lontano passato rapporti con palestinesi protagonisti di scontri con gli israeliani. Vogliono accentuare la giudaizzazione del Paese, non la democrazia. E hanno un forte potere negoziale nella coalizione di governo guidata da Netanyahu.

Torniamo alla ricerca. Ne parla con i suoi studenti?
Certo. La prima reazione è lo choc. Quando sanno, però, non possono più fare finta di nulla. Ma solo i giovani maggiormente istruiti possono sviluppare questa consapevolezza.

E lei non subisce pressioni?
Molte, ma nessuno è ancora riuscito a fermarmi. La ricerca che ho svolto non è stata ben accolta nemmeno dai miei colleghi della Hebrew, non hanno voluto contribuire alla pubblicazione. Il problema di fondo è l’impostazione ideologica dell’insegnamento, che riguarda tutto il Paese. Con qualche rara eccezione: le scuole indipendenti, che possono fare il loro programma, e le scuole miste, dove si studiano sia la lingua araba sia l’ebraico. Ma il razzismo è, purtroppo, dominante.

Poi però ci sono organizzazioni come Zochrot…
Alla quale il ministero ha, di fatto, tagliato i fondi. E’ costituita da formatori e ricercatori universitari che cercano di insegnare agli insegnanti cos’è la nakba, che per i palestinesi è l’Olocausto del loro popolo. Stanno correggendo i testi scolastici. E mi hanno appena chiesto di revisionarli, insieme a loro, apportando le integrazioni necessarie, per poi pubblicarli su Internet. Invito gli attivisti di Zochrot ai miei corsi, collaboriamo. Ma il peso politico del fondamentalismo e della destra è molto forte, mentre il partito arabo non ha alcuna influenza.

Intanto a Gerusalemme e in tutta Israele prosegue la cosidetta intifada dei coltelli…
Parliamo di ragazzini palestinesi disperati, non di terroristi. Si ribellano a tutto per affermare il diritto di vivere da persone libere. Una mobilitazione spontanea. E incontrollabile. Alla quale l’esercito reagisce con le uccisioni o con gli arresti. Dallo scorso settembre oltre duemila giovani sono finiti in carcere.  

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