venerdì 29 gennaio 2016

Polonia :L’EBREO, IL FANTASMA E LO SPECCHIO


 
 
 
 
 
 
 
1. I RAPPORTI TRA GLI EBREI E L’ODIERNA Polonia devono apparire ai non addetti ai lavori come un vero rompicapo. La comunità ebraica organizzata è minuscola: 8 mila persone in una nazione di 39...
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Spazzata via dalla Shoà, la presenza ebraica resta al centro del dibattito nazionale. Le radici storiche dell’ambiguità polacca verso gli ebrei. L’antisemitismo ha ancora radici profonde. Il comunismo quale ‘congiura giudaica’. La mitizzazione di Israele.
di Konstanty GEBERT
1. I RAPPORTI TRA GLI EBREI E L’ODIERNA Polonia devono apparire ai non addetti ai lavori come un vero rompicapo. La comunità ebraica organizzata è minuscola: 8 mila persone in una nazione di 39 milioni di abitanti 1, meno dei buddhisti e sicuramente meno dei musulmani. Eppure, nell’immaginario collettivo polacco nessuna di queste due comunità religiose occupa un posto neanche lontanamente paragonabile a quello degli ebrei. Nemmeno i protestanti o i cristiani ortodossi, presenti con più di un milione di fedeli a testa in questa fiera nazione cattolica, possono rivendicare nulla che assomigli all’importanza tuttora ricoperta dagli ebrei.
Almeno due o tre volte l’anno, il dibattito polacco è dominato da tematiche che riguardano l’ebraismo. Nel 2013, per esempio, il settantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto di Varsavia è stato commemorato con una cerimonia nazionale, con la partecipazione del presidente e del primo ministro e di decine di migliaia di persone che indossavano il giacinto giallo, simbolo della ricorrenza, accompagnate dal rintocco delle campane di tutte le chiese della capitale. Addirittura, migliaia di curiosi hanno fatto la fila per visitare l’edificio ancora vuoto che dal prossimo autunno ospiterà il Museo della storia degli ebrei polacchi. In giugno, la ventitreesima edizione del Festival della cultura ebraica a Cracovia, il più importante d’Europa e forse del mondo intero, ha attirato quasi 30 mila partecipanti, figurando sulle prime pagine dei quotidiani. Poco meno di un mese più tardi il parlamento, forte del 60% dei consensi dell’opinione pubblica, ha rovesciato la posizione del governo, vietando la pratica della macellazione ebraica e musulmana, bollato da un’efficace offensiva mediatica come deliberatamente crudele. La decisione, al momento sotto esame alla Corte costituzionale, è la prima del genere in Europa dai tempi del dopoguerra.
Nel marzo 2013, una delegazione della diocesi polacca in visita in Israele è stata ricevuta dal presidente Shimon Peres. In giugno, il premier Binyamin Netanyahu si è recato a Varsavia e in novembre il presidente polacco Komorowski è stato in Israele – oltre che nei territori palestinesi. Il commercio tra i due paesi è schizzato a 551 milioni di dollari annui e sul palcoscenico internazionale la Polonia ha assunto una posizione nei confronti dello Stato ebraico a metà strada tra quella americana e quella europea.
Nonostante queste fitte interazioni, l’antisemitismo in Polonia è vivo. Secondo un sondaggio nazionale condotto nel 2012 da Ireneusz Krzemiński, circa il 20% dell’opinione pubblica esprime posizioni antisemite 2. Un’altra ricerca del 2010 di Marek Kucia ha stabilito che il 50% circa degli intervistati non ama gli ebrei, anche se per il 60% il sentimento antiebraico è un tema marginale. In un sondaggio tra gli studenti superiori di Varsavia, il 44% afferma di non volere un ebreo come vicino di casa. Nonostante questa presenza nel discorso pubblico – accompagnata da diffusi e offensivi graffiti – gli atti di violenza contro ebrei o istituzioni ebraiche sono molto rari.
2. Per cogliere l’importanza degli ebrei in Polonia e la relazione conflittuale che ha scatenato occorre assumere una prospettiva storica. Fino alla Shoà, la comunità ebraica rappresentava il 10% della popolazione polacca, raggiungendo picchi superiori al 30% nelle città: in proporzione, un tempo Varsavia era più ebraica di quanto non lo sia New York oggi. Gli ebrei hanno fornito un contributo fondamentale alla crescita economica del paese e i loro intellettuali – una minoranza guardata con sospetto da entrambe le parti – hanno avuto un’influenza enorme sulla cultura polacca del XX secolo. La letteratura in particolare ha subìto l’influsso di autori di origine ebraica del calibro di Bruno Schulz e Julian Tuwim. Tutto ciò ha alimentato una reazione antisemita, in virtù della quale gli ebrei assimilati venivano accusati di infiltrare la «polonità» per corromperla, mentre la maggioranza non assimilata veniva tacciata di indifferenza verso il proprio paese. L’antisemitismo polacco fiorì, invocando prima la rimozione degli ebrei dalla vita nazionale e poi l’allontanamento fisico dallo Stato, anche se si fermò ben prima di commettere omicidi di massa.
L’invasione tedesca fornì lo spunto per una Endlösung 3 del «problema ebraico». Per quanto i nazisti non avessero incoraggiato una partecipazione strutturata ai crimini, migliaia di polacchi denunciarono gli ebrei o li uccisero: recenti studi dimostrano come diverse decine di migliaia di persone morirono in questo modo. La partecipazione di molti polacchi alla Shoà, non riconosciuta e nemmeno dibattuta nella sua interezza fino a poco tempo fa, fu dovuta a un insieme di fattori, tra cui l’odio e la cupidigia. In molti hanno approfittato della fuga o della morte degli ebrei per occuparne le posizioni. Le forze politiche del dopoguerra, tanto i comunisti al potere quanto gli anticomunisti nell’ombra, guardavano con favore a una nuova Polonia monoetnica. Nel sondaggio del 2010 prima menzionato, il 20% degli intervistati ritiene che, nonostante la Shoà sia stata un terribile crimine, la liquidazione degli ebrei abbia avuto conseguenze positive. Un dato sconcertante, anche se il 67% si è dichiarato contrario a questa affermazione.
Tuttavia, migliaia di polacchi difesero gli ebrei dai nazisti mettendo a rischio la propria vita e per questo costituiscono il gruppo nazionale più corposo (un quarto del totale) nel novero dei «giusti tra le nazioni» riconosciuti dallo Yad Vashem (Museo dell’Olocausto di Gerusalemme). Anch’essi infatti furono vittime delle uccisioni di massa. I polacchi non ebrei rappresentano la metà dei sei milioni di persone uccise in Polonia durante il secondo conflitto mondiale. Ed è proprio in virtù di questo tributo di sangue che gli stessi polacchi faticano a riconoscere e condannare i crimini di cui sono in parte responsabili, dimenticando inoltre il perverso disegno alla base dell’Olocausto. Sempre nel sondaggio del 2010, la metà degli intervistati ritiene che polacchi ed ebrei abbiano sofferto allo stesso modo e secondo il 15% i primi hanno addirittura pagato il fio più duro.
È chiaramente in corso una gara tra chi ha sofferto di più, resa ancor più agguerrita dal fatto che entrambe le comunità tendono a usare il loro passato come una polizza di assicurazione e come giustificazione per attaccare le nazioni che non impedirono quelle violenze, per costringerle a giurare «mai più». Tuttavia, nella competizione per la pietà del mondo, gli ebrei battono di gran lunga i polacchi. Un’umiliazione che brucia ancora e contribuisce a tenere la comunità ebraica al centro dell’attenzione in Polonia, al pari delle irrisolte conseguenze di quei crimini. La Polonia è infatti l’unico ex satellite sovietico all’interno dell’Unione Europea a non essersi dotato di una legge per la restituzione delle proprietà private confiscate da nazisti e comunisti. Che sia Schadenfreude 4, antisemitismo o paura di investigare le modalità con cui avvennero i trasferimenti di proprietà, prevale la riluttanza a restituire agli ebrei quel che fu loro. In un sondaggio del 2009 condotto da Michał Bilewicz, più della metà degli intervistati si oppone a questa opzione.
Uno dei collanti di questi atteggiamenti negativi è la diffusa convinzione delle responsabilità degli ebrei nell’ascesa del comunismo e nell’asservimento della Polonia. Stando alle ricerche dello storico Krzysztof Szwagrzyk dell’Istituto polacco per la memoria nazionale, «il 37% dell’apparato di repressione [polacco sotto lo stalinismo] era di estrazione ebraica». Queste scoperte avrebbero un qualche significato politico se fossero in grado di individuare una specifica via ebraica al comunismo. Neanche a dirlo, simili tesi sono impossibili da dimostrare. L’unica correlazione tra ebrei e comunismo è negativa: in seguito al secondo conflitto mondiale, i primi hanno lasciato la Polonia in massa 5, invece di restare in patria a imporre il comunismo, come sostengono i detrattori. Eppure, nemmeno questo basta per sbugiardare i sostenitori della Żydokomuna («comunismo ebraico» in polacco), convinti che ancora oggi, dopo la fine del regime nel 1989, i fili del paese siano tirati da un’occulta congiura giudaica.

3. Almeno in parte, questi fattori spiegano i motivi della cattiva reputazione degli ebrei presso l’opinione pubblica polacca. Nonché del grande sostegno alla proposta di bandire la tradizionale macellazione della carne, centrata più sulla comunità ebraica che sulle pratiche musulmane. Se, in virtù dello stereotipo della Żydokomuna, gli ebrei sono malvagi, capaci di massacrare i bambini cristiani per scopi rituali (la secolare accusa del sangue, citata tra le cause dei pogrom successivi al 1945, è ancora popolare in Polonia) e di uccidere il figlio di Dio (secondo il sondaggio di Krzemiński, circa il 10% continua a descrivere così gli ebrei), è facile credere che essi maltrattino gli animali.
Gli stereotipi negativi non sono però gli unici fattori che determinano l’opinione dei polacchi sugli ebrei. L’antisemitismo si accompagna di frequente ad atteggiamenti quali l’autoritarismo, il nazionalismo, il fondamentalismo, l’antieuropeismo, la misoginia, l’omofobia. Essere antisemita o anti-antisemita diventa così la cartina tornasole della posizione di un polacco su questi altri temi e sul tipo di Polonia che egli vorrebbe.
Esiste inoltre una profonda e persistente sensibilità verso la Shoà e la necessità di reagire a essa, anche a settant’anni di distanza e indipendentemente da quanto si riconosca la partecipazione dei polacchi all’Olocausto. L’assenza degli ebrei, per quanto desiderabile per alcuni, è percepita dalla maggioranza come un fatto negativo. Non è infatti possibile aver assistito a un genocidio – e per certi versi avervi preso parte – e continuare come se nulla fosse accaduto.
I sonni polacchi sono ancora affollati dai fantasmi dell’ebraismo. Come disse un vecchio contadino negli anni Settanta all’etnografa Alina Cała dopo la consueta trafila di stereotipi antisemiti: «Da quando se ne sono andati, i raccolti non sono più buoni».
L’innaturale assenza degli ebrei è percepita come una perdita. Nella produzione culturale polacca è diffuso uno sgradevole senso di monotonia, specie se si guarda al prolifico e vibrante panorama letterario del passato. La Polonia monoetnica è una novità nella storia, essendo essa stata a lungo ospite di molte e diverse culture e incubatrice di vivaci interazioni. Oggi si trova ancora traccia di questo fenomeno nel fascino per la cultura ebraica. Non solo Cracovia ma anche Varsavia e un’altra ventina di cittadine hanno programmato annualmente eventi o festival dedicati. Gruppi di attivisti locali si prendono cura dei monumenti della cultura ebraica sopravvissuti con un forte senso di responsabilità per queste manifestazioni della tradizionale apertura mentale della loro nazione. L’incoraggiamento e il sostegno accordato dai polacchi alla rinascita dell’autentica vita ebraica – non quella a uso e consumo dei turisti, ricreata da non ebrei per non ebrei – sono ulteriori segnali positivi.

4. L’atteggiamento della Polonia nei confronti di Israele è plasmato da meccanismi diversi. Durante il periodo comunista, l’ostilità nei confronti dello Stato ebraico era forte. Le relazioni furono interrotte dopo la guerra dei Sei giorni e il personale dell’ambasciata israeliana fu bersagliato da una folla di agitatori all’aeroporto. La Polonia fu inoltre tra le promotrici della risoluzione alle Nazioni Unite che equiparava il sionismo al razzismo. L’eredità di questo periodo ha reso le élite postcomuniste estremamente sensibili alla questione israeliana. Varsavia è stata infatti la seconda tra le capitali ex comuniste a ristabilire le relazioni con lo Stato ebraico e ha promosso la cancellazione dell’infame risoluzione. Per quanto la Polonia non si spinga fino ad alienare i legami con gli Stati arabi, i rapporti con Israele sono cordiali a prescindere da chi sieda al governo. Nel 2006, l’esecutivo Kaczyński parlò addirittura di un «triangolo strategico Varsavia-Gerusalemme-Washington», suscitando la perplessità degli altri due vertici dell’improvvisata figura geometrica.
L’inclinazione verso Israele non è dovuta soltanto al senso di colpa e al maldestro tentativo di ingraziarsi gli americani corteggiandone un alleato. C’è di più. Per quanto la Polonia, membro dell’Ue e della Nato, non si sia mai sentita così poco minacciata, essa si percepisce come immersa in un ambiente regionale insicuro, vista la vicinanza della Russia. Per questo motivo, i polacchi sono convinti di capire Israele e le difficili decisioni che è chiamato ad assumere. E così nello Stato ebraico alcuni vedono riflessa la Polonia che vorrebbero. La sinistra, per esempio, scorse nei kibbutzim israeliani l’unica forma di socialismo in grado di coesistere con la democrazia. Modificando in questo modo la percezione di Israele per farla combaciare con le proprie categorie ideologiche. Oggi, invece, di una simile mitizzazione sono responsabili alcuni politici di destra. Che tra Giordano e Mediterraneo credono di osservare uno Stato compatto, nazionalistico, religioso, tanto potente che nessuno osa affrontarlo. Tuttavia, questa immagine esiste essenzialmente nella loro fantasia – oltre che in quella di qualche politico israeliano. L’importanza di Israele per i polacchi risiede quindi in ciò che lo Stato ebraico racconta di loro. Come per l’antisemitismo.
(traduzione di Federico Petroni)

1. Contare gli ebrei è arduo compito. Il censimento del 2002 fissa il numero di persone che si definiscono «etnicamente ebree» a 1.229. Questo tuttavia può essere dovuto al fatto che gli istruttori del censimento avessero istruzioni di suggerire agli intervistati per prima cosa un’identità etnica «polacca» e di consentire una diversa risposta solo in presenza di un preciso rifiuto. Inoltre, molti non considerano l’ebraismo un attributo etnico. D’altronde, tutte le minoranze nazionali hanno subìto questa limitazione: in un paese dove la componente ucraina è stimata attorno al mezzo milione, solo 55 mila si sono identificati come ucraini. Nel più preciso censimento del 2012, la stima degli ebrei si aggira intorno alle 8 mila persone, un numero in linea con le stime delle organizzazioni ebraiche in Polonia. Questo conteggio esclude però gli ebrei praticanti ma non affiliati e i polacchi di origine ebraica.
2. I risultati di questi sondaggi dipendono dalla metodologia usata. Una ricerca del 2009 commissionata dall’Anti-Defamation League, un’ong ebraica americana, ha riscontrato livelli di antisemitismo molto più alti, con la metà circa degli intervistati d’accordo con tre o quattro delle affermazioni qui discusse.
3. «Soluzione finale» in tedesco, n.d.t.

4. «Felicità delle disgrazie altrui» in tedesco, n.d.t.
5. Nei due mesi successivi al pogrom di Kielce del 1946, in cui persero la vita 42 ebrei, in 100 mila lasciarono la Polonia: un terzo dei sopravvissuti alla seconda guerra mondiale.

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