Turchia: morire in silenzio. Assassinato il mediattivista Naji Jerf,

Assassinato in Turchia il mediattivista Naji Jerf, che raccontava Raqqa e la vita sotto Daesh, come due colleghi prima di lui
di Alessandro Di Rienzo
Un giornalista e filmaker viene ammazzato sulla strada dell’esilio. La notizia è dell’altro ieri e rimbalza su tutti i quotidiani occidentali. Si tratta Naji Jerf, 37enne che ha passato gran parte della sua vita a Damasco. Se avesse vissuto ancora avrebbe passato un altro pezzo della sua vita a Parigi, città che lo attendeva da esule con la moglie e le due piccole figlie.
Ad ucciderlo una mano che tutti hanno imputato a Daesh. Un solo colpo alla testa nel pomeriggio di Gaziantep, città di un milione e mezzo di abitanti a 120 km da Aleppo. Poche ore prima, alle 13:48, Naji aveva postato sul proprio profilo facebook un saluto ad un amico più anziano, Marwan Abderrazak.
Quattro righe intrise di nostalgia a denunciare relazioni umane ridotte alla proscrizione, ai like e ai cuoricini per chi avrebbe preferito, godersele fino in fondo: Marwan: Che cosa è questo amore che mi hai piantato nel cuore? / Quale cuore sopporterà la nostra lontananza? / Abu Baher: Ti amo quanto le canzoni e l’alcol nel mio sangue.
Alle 18:57 la notizia della sua morte fa il giro del mondo, diramata dal profilo twitter del sito al quale collaborava: Raqqa is Being Slaughtered Silenty (RBSS), in italiano: Raqqa viene sterminata nel silenzio.
Un’esperienza necessaria di giornalismo. Un media rudimentale quanto indispensabile, nato dalla necessità di dire la propria nella quotidianità di una città che gli edificatori del califfato considerano capitale. La colonna di destra del sito sembra simile a quella di una qualsiasi pagina online di un qualsiasi gazzettino di provincia.
Vengono proposti video spesso girati dagli stessi mercenari di Daesh, ragazzi che con annoiata disinvoltura alternano nella mano la videocamera di uno smartphone Samsung ad un mitra Ak-47. Puoi vedere come una donna viene uccisa per un presunto adulterio nella pubblica via, un colpo perpendicolare sparato come fosse la climax a una breve predica.
Puoi vedere l’uccisione di un giovane ragazzo intento a supplicare aiuto al governatore della città, prima che un colpo di scimitarra gli faccia sobbalzare la testa lontano dal corpo. Piani sequenza senza regia, girati dai mercenari di Daesh per la propaganda interna, diffusi da RBSS all’opinione pubblica mondiale nel tentativo di preservare un solo medesimo concetto di umanesimo; per non cadere nella trappola mediatica di martiri a differente diritto di cittadinanza.
I video sono alternati a pezzi di analisi politica e geopolitica a loro volta alternati ad articoli di cronaca quotidiana: “Tutto sembra normale quando esci di casa, esattamente come prima […] ma dopo poco capisci che non potresti riconoscere nessuna donna, anche se è tua madre […] Da quando hanno come obbiettivo la liberazione della città la centrale elettrica è il posto più colpito, così da non avere più la corrente nemmeno all’ospedale nazionale, luogo che da cura a tutti i civili, e la calamità della morte diviene equiparabile alla calamità della mancanza di corrente”.
Gli autori di RBSS sono tutte donne e uomini rimasti sul posto, oppure esuli in terre da riparo. Alcuni sono giornalisti, filmaker, artisti, altri sono divenuti giornalisti loro malgrado assecondando un’urgenza narrativa. Per chi in Europa ha partecipato da noglobal al G8 di Genova 2001, RBSS ricorda straordinariamente l’esperienza di Indymedia.
Una produzione di senso collettiva e partecipata contro le interpretazioni forzate di tutte le propagande impegnate su quello spazio pubblico. Dieci giorni fa il quotidiano inglese The Independent pubblicava un lungo articolo di Kyle Orton sull’esperienza di RBSS: “Fin dall’inizio della rivolta siriana il regime di Bashar al-Assad e l’Isis sono stati uniti sul loro obiettivo strategico: eliminare l’opposizione moderata e fare della Siria una scelta binaria tra le loro opzioni”.
RBSS è quella voce moderata, è anche la nostra voce moderata. Naji Jerf è il terzo mediattivista del sito ammazzato nel 2015, prima di lui hanno perso la vita Fares Hamadi e Abd al Fares.


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