Sergio Della Pergola: il 67,5 degli arabi favorevole a negoziati con Israele

  1 In questi tempi tormentati quasi su tutti i fronti, si sentono sempre più spesso voci euforiche e trionfaliste che con assoluta certezza deliberano che “le illusioni di Oslo vanno lasciate cadere, non esiste, fuori dal mondo dei puri desideri, la possibilità di una pace nel breve ma anche nel medio periodo”. “La pace non è oggi nell’ordine delle possibilità reali, è una parola che ha solo referenza propagandistica”. Supponendo anche che questo sia vero, non è né astuto né redditizio dirlo da parte ebraica o israeliana. Dettate dall’Italia, poi, queste massime, unite a panegirici circa le doti insuperabili del governo di Gerusalemme, sembrano bollicine di champagne aleggianti nel cielo celeste. In Israele esiste pur sempre un’opposizione civile, leale, affettivamente legata al proprio paese, che non rinuncia a pensare con la propria testa, e a volte – o spesso – scorge gravi carenze nella conduzione della cosa pubblica e fa proposte costruttive per migliorare la situazione. I giudizi trancianti che individuano nell’impasse attuale il migliore dei mondi possibili hanno – ne siamo ben consapevoli – lo scopo primario di opporsi a chi d’altra parte cerca con tutti i mezzi di delegittimare l’esistenza dello Stato d’Israele e (en passant) della civiltà ebraica. L’intenzione è forse buona, ma il risultato è decisamente controproducente. Israele e gli ebrei hanno urgente necessità di fare meno retorica e più politica. La politica non si fa con le dichiarazioni auto-elogiative; si fa lavorando quotidianamente e anche sotterraneamente alla ricerca permanente di interessi condivisi, scambiando costantemente piccoli benefici con piccole rinunce. Infine, contano forse non solo, ma anche, i fatti. Un sondaggio svolto in ottobre in Egitto, Marocco, Giordania, Libano e Emirati del Golfo rivela un sostegno del 67,5% a favore di un accordo di pace con Israele (nei confini del 1967) – non poco, anche se in calo del 6,5% rispetto al 2009. La pace è sì moribonda, ma forse non è ancora deceduta.
Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme
2    Risposta a  Ugo Volli     Chiedo scusa ai lettori, ma – chiamato in causa da Ugo Volli – penso di dover rispondere al suo intervento della scorsa domenica su questa pagina. Ugo se la prende con me per un mio blog pubblicato qui giovedì 1 dicembre, in cui esaminavo criticamente le seguenti parole da lui pubblicate il 27 novembresempre su questa pagina: “le illusioni di Oslo vanno lasciate cadere, non esiste, fuori dal mondo dei puri desideri, la possibilità di una pace nel breve ma anche nel medio periodo”. “La pace non è oggi nell’ordine delle possibilità reali, è una parola che ha solo referenza propagandistica”. Dopo averci ben pensato, avevo deciso di riportare le parole di Volli fra virgolette ma senza citare esplicitamente l’autore, proprio perché mi ero illuso si potesse da questo evincere che dissentivo dai contenuti, senza peraltro aprire una polemica personale. Mi ero evidentemente sbagliato. Partendo dal mio testo di 312 parole Volli sviluppa una risposta di 1206 parole – un rapporto di circa 4 a 1 – in cui cita il mio nome sei volte. Per controbattere proporzionalmente, dovrei ora scrivere 4800 parole citandolo almeno 24 volte, cosa che non intendo fare. Desidero però chiarire che mi dissocio dal nuovo intervento di Volli per due motivi, uno di forma e uno di sostanza.
Riguardo alla forma, trovo appunto deplorevole che non si possa dissentire civilmente su argomenti di interesse generale senza tirare in campo e contestare la persona dell’interlocutore, le sue specializzazioni professionali, le sue motivazioni profonde, il suo senso generale del comprendonio, e perfino la sua integrità. Volli ironizza su un riferimento dell’”illustre demografo” a un sondaggio di opinione svolto lo scorso ottobre in cinque paesi arabi che rivela un dato del 67,5 per cento a favore di un accordo di pace con Israele (nei confini del 1967). Potrei dire – ma non dirò – che l”illustre semiologo” troverà gli estremi della ricerca nel qui allegato documento dell’Anwar Sadat Chair for Peace and Development, University of Maryland. I dati, intendiamoci, sono tutt’altro che rose e fiori, ma sono comunque il frutto di un lavoro svolto da persone legittimamente inserite nel sistema dell’educazione superiore degli Stati Uniti d’America. Il sondaggio, dunque, esiste e se non ho citato la fonte fin dall’inizio è perché in un blog di 300 parole (che meglio sarebbe se fossero 200) non c’è spazio per note a margine e bibliografie. La susseguente lezione di statistica di Ugo è superflua dato che i limiti della disciplina sono noti. Semmai è interessante notare l’analogia con le garbate parole inviatemi da un altro lettore di origine torinese, il Dott. Sergio Tezza Hadar: “Ma perché questo “honorable man” s’inventa, come sempre professoralmente, le statistiche? Ma li ha visti i risultati delle elezioni in Egitto, Tunisia e Marocco? Altro che i suoi sondaggi!! Perché, nel suo delirio ideologico pacifista a prova di realtà, ignora che una delle prime richieste del partito al potere in Tunisia è stata di mettere nella costituzione il rifiuto di ogni contatto con Israele e il fatto che il Sionismo è il nemico principale dell’Islam? Ma di che cosa cavolo parla dalla sua torre d’avorio?” In breve, quando l’altrui risultato non corrisponde alla nostra presupposizione, il messaggero dev’essere pazzo, criminale, o prezzolato. Fin qui sulla cultura del dibattito.
Il discorso sui contenuti è più complesso, e per essere chiaro, togliendomi i guanti, dirò semplicemente che Ugo non ha proprio capito il messaggio essenziale del mio blog. Il problema non è tanto quello del processo di pace, su cui io ho scritto che chi ne ha decretato la morte potrebbe “anche avere ragione”, e che ho definito io stesso “moribondo”. Io stesso, poi, ho scritto contestando l’assurdo concetto di “primavera araba”, e ho correttamente previsto che il voto in Egitto sarebbe stato deciso da quell’80 per cento di elettori che non sono connessi all’internet, e non dal 20 per cento che lo sono. I due aspetti su cui richiamavo l’attenzione erano, invece, quello del saper fare politica, che – ho sostenuto – è molto carente nell’attuale amministrazione israeliana; e quello del dar giudizi politici a distanza da parte di chi non è abbastanza addentro alle sfumature della vita in Israele, o addirittura manca delle nozioni fondamentali.
Il fatto è che lo Stato d’Israele si trova attualmente in una posizione quasi senza precedenti di isolamento nel contesto della comunità internazionale. Se Sarkozy dice che Bibi è un bugiardo, se Obama si lamenta che lui se lo deve subire tutti i giorni, se la Clinton dice che Israele sta diventando come l’Iran, e se pure la Merkel ha da ridire, tutto ciò non significa necessariamente che Israele abbia torto o che debba essere distrutto alla radice nel suo contenzioso con i suoi nemici e rivali. Nemmeno significa che tutti questi personaggi siano tutti dei bavosi antisemiti. È anche vero, per fortuna, che al momento delle grandi decisioni politiche come nel caso della votazione per l’ammissione all’UNESCO dell’Autorità palestinese, numerosi paesi tuttora soppesano i loro interessi nel contesto globale e scelgono di non allinearsi decisamente contro Israele. In particolare, gli Stati Uniti – al consiglio di Sicurezza, all’Assemblea dell’ONU, alle commissioni dell’ONU (e di questo sono stato personalmente testimone), all’UNESCO – con grande coerenza e fermezza si oppongono ai tentativi di delegittimare o di marginalizzare Israele. Ma i giudizi si danno a biglie ferme e non ha senso fare dei grandi consuntivi in questo momento fluido e farraginoso per gli affari mondiali.
Quello che è certo è che purtroppo l’immagine di Israele è a terra, e questo ha serie conseguenze per la forza strategica del paese. Molti di coloro che dovrebbero essere gli amici di Israele o comunque i partners in una conversazione fra adulti sono esasperati da qualche cosa che sta succedendo nell’amministrazione e nella società israeliana. Non meno preoccupante è il fatto che una buona parte dei cittadini d’Israele – e per essere espliciti diciamo: dei cittadini ebrei di Israele – esprimono altrettanto gravi riserve sulla conduzione delle cose pubbliche. La critica verte in particolare sull’attacco massiccio condotto da una parte dei ministri e dei deputati della coalizione di Netanyahu contro il potere giudiziario, sull’ingerenza prepotente dei circoli religiosi più fondamentalisti nella vita della società civile, sull’incapacità del governo di scalfire vecchi e nuovi centri di privilegio e di esenzione nel sistema economico e sociale. Dietro tutto questo vi sono le necessità di piccolo cabotaggio della coalizione di Bibi che alla grande hanno la precedenza sugli interessi reali del paese. Va ben detto che quella attuale non è l’unica coalizione di governo possibile. In parlamento ce ne sarebbe almeno un’altra che probabilmente otterrebbe un consenso più ampio da parte degli israeliani, e che ovviamente svolgerebbe politiche diverse, primariamente sul fronte interno. In sostanza la compagine governativa israeliana si distingue sempre di più per le sue dichiarazioni ben al di sopra delle righe, e per l’alienazione crescente nei confronti di larghi settori della società.
Di fronte a queste tendenze preoccupanti, le dichiarazioni di supporto incondizionato di Ugo Volli e dei suoi pari tendono con sempre maggiore aggressività verbale a delegittimare chiunque non segua pedissequamente la retorica governativa, anzi fanno violenza a una delle maggiori caratteristiche positive della società israeliana che è la grande libertà di opinione, la circolazione e il confronto delle idee, il libero arbitrio, il pluralismo democratico. Diversi milioni di israeliani, dotati di grande lealtà nei confronti dello stato, patriottismo, senso civico, e insieme a questo gelosi del proprio senso critico, vengono assimilati provocatoriamente e cinicamente a una piccola minoranza di gruppettari post-sionisti, o anti-sionisti, o francamente anarchici che pure esistono. Oltre a tutto, Ugo Vollli che è vicino al movimento ebraico riformato, se vivesse in Israele si troverebbe prontamente fra gli emarginati, e sarebbe tra i primi a scendere in strada per difendere i diritti di equa rappresentanza del suo gruppo.
Nella vita è importante sia la qualità del prodotto, sia l’immagine del prodotto. Israele deve migliorare la propria immagine, senza dimenticare di migliorare sé stesso. La buona politica, come ho scritto, si fa con meno dichiarazioni trancianti, con meno retorica, con meno scelte estremizzanti, con una maggiore ricerca del consenso, e anche con maggiore aderenza alla legge di fronte a palesi violazioni da parte di alcuni dei “nostri”. La più grave di queste violazioni è stata l’uccisione di Itzhak Rabin, che non è venuta dal cielo bensì da gruppuscoli di estremisti non legittimi, che hanno trovato attorno a sé l’avallo di gruppi minoritari ma più numerosi di attivisti, e alla lunga il beneplacito di sezioni molto più ampie dell’opinione pubblica politicamente orientata “contro Oslo”. Il limite fra ciò che è legittimo e ciò che non lo è dovrebbe essere sempre marcato indelebilmente nella coscienza politica degli israeliani, e purtroppo non sempre lo è. La politica d’altra parte si fa con incessanti sforzi quotidiani di ricerca del partner della parte avversa, e con la ricerca costante di interessi condivisi, sia pure parziali. Il partner esiste, e i sondaggi lo confermano, sia pure minoritario, timidissimo, con scarsissime capacità dialettiche, con infinite contraddizioni logiche, sempre prigioniero di storici pregiudizi, condizionato e impaurito da parte di chi usa il terrorismo come metodo di lavoro quotidiano.
Guardandoci bene intorno, rendiamoci conto che è poco astuto e poco redditizio dire: “Noi siamo contro la pace”. Noi siamo sempre per la pace, sono gli altri che sono contro. Noi saremo sempre per la trattativa e la ricerca del compromesso, sono gli altri che si oppongono. Così è stato subito dopo l’assemblea dell’ONU, e Israele per un giorno ha guadagnato un punto. Israele ha una dichiarazione di indipendenza che afferma “completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantisce libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite”. Sono gli altri che discriminano, che sognano un mondo judenrein. Perché invertire i ruoli in questo balletto? Dov’è il dividendo? O semmai è un autogol?
Infine, sulla questione del diritto degli ebrei della Diaspora a parlare. In Israele io sono fra coloro (Ugo Volli li chiama “gli intellettuali”) che in modo più esplicito si sono dichiarati per una partnership istituzionale fra diaspora ebraica e istituzioni israeliane di fronte all’analisi e alla gestione dei maggiori problemi comuni. Questa partnership operativamente oggi non esiste, al di là delle molte istituzioni che affermano o si illudono di rappresentarla. Il diritto di critica di quanto avviene in Israele è ovviamente parte imprescindibile dell’identità ebraica degli ebrei, dovunque risiedano al mondo. Ma va anche riconosciuto con onesta umiltà che gli osservatori che non vivono in Israele e che non possono avere immediato accesso alla stampa e alle molte altre fonti di informazione in lingua ebraica, finiscono inevitabilmente per avere una conoscenza molto parziale e schematica della realtà del paese, con le sue infinite complessità, contraddizioni e interazioni – fra religione e politica, fra politica estera e politica economica, fra politica della difesa e diritti civili. Le quotidiane dichiarazioni da parte di chi sostiene a spada tratta e a priori tutto quello che il governo fa e dice sono simili – non nella sostanza ma nella metodologia – alle dichiarazioni di chi per partito preso contesta tutto quello che Israele dice o fa. È vero, gli uni credono di operare per il bene della causa, gli altri vogliono causare danno. Ma gli uni come gli altri finiscono per fare delle dichiarazioni di propaganda di partito, legittime fin che si vuole, ma che non rappresentano e non possono rappresentare la totalità di Israele. Non è mai il caso di farsi illusioni pericolose, ma non è il caso nemmeno di scavarsi una fossa e adagiarvisi, o di cominciare a scagliare ordigni nucleari in tutte le direzioni. Israele è, o dovrebbe essere, una società aperta al futuro. Un futuro che si fonderà sempre sulla conoscenza, sull’incontro, sull’ottimismo, e sulla speranza.
Sergio Della Pergola, demografo
"Israele deve restare aperto al futuro"

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