Nidal El Khairy: disegnare la realtà dalla ‘stazione degli autobus’

"Ti sembra normale che un bambino di dieci anni disegni soldati? Se hai attorno solo violenza, è ovvio che anche il tuo segno sia violento". Nidal El Khairy è un illustratore. Prima di stabilirsi ad Amman ha girato il mondo: dal suo villaggio occupato in Cisgiordania agli Stati Uniti e al Canada, dove ha iniziato a interessarsi di politica con la Coalition against the Deportation of Palestinian refugees e con le organizzazioni per il riconoscimento dei diritti dei rifugiati No One Is Illegal e Solidarity Across Boarders.

di Marta Ghezzi da Amman

Ora Nidal dedica tempo ed energie alla politica 'disegnata': fumetto, illustrazione, vignette di critica sociale e satira, dibattiti, murales, free press. Tutto con un unico scopo: uscire dai musei e dai
salotti e parlare con la gente.
"È come una stazione degli autobus: chi arriva qui è solo di passaggio, aspetta di andare da un’altra parte. Magari passa una vita intera aspettando e sperando. Ma noi siamo qui, e ora. La nostra vita è qui".
Classe 1977, sul passaporto risulta nato in un villaggio della Cisgiordania che non esiste più. O meglio, esiste, solo che lui non ci può più tornare. Nidal El Khairy mi racconta la sua vita, il suo lavoro, la sua visione del mondo e del Medio Oriente al sole di una terrazza affacciata su Amman, nell’ultimo giorno di autunno.
Palestinese di origine, sfollato a Ramallah dopo l’occupazione israeliana del suo villaggio, ha studiato Belle Arti tra gli Stati Uniti e il Canada, prima di arrivare, nel 2006, ad Amman, città che lo ha accolto e che lui ha scelto come casa. "Non esiste un posto perfetto", mi dice, "però Amman è un posto a cui ci si può sentire legati".
Durante gli anni della scuola, ha preso parte a diversi movimenti per il riconoscimento dei diritti dei rifugiati. Nell’aprile scorso ha lasciato il lavoro, quello vero, per dedicarsi alla sua missione: disegnare i tempi che vive.
"Per quanto mi ricordi, io ho sempre disegnato. Credo derivi da un disordine compulsivo, ma non posso non farlo, è più forte di me".
Ha iniziato da bambino, disegnando quello che aveva attorno. Militari israeliani armati ad ogni angolo della strada, carri armati, mezzi blindati. "Ti sembra normale che un bambino di dieci anni disegni soldati? Se hai attorno solo violenza, è ovvio che anche il tuo segno sia violento".
Ha visto la prima Intifada con i suoi occhi, l’ha vissuta. E ha vissuto la cosiddetta "electronic intidafa". Di lì l’illuminazione. "Non esiste l’arte per l’arte. L’arte deve parlare alla gente, deve essere politica e sociale insieme. Deve essere legata alla realtà del luogo e del momento".
Negli anni è arrivato il riconoscimento a livello mondiale: i suoi lavori sono stati esposti in giro per il mondo, ha iniziato a collaborare con riviste e quotidiani, come i libanesi al-Safir e al-Akhbar, le sue illustrazioni usate per eventi come la Settimana mondiale contro l’apartheid israeliana.
"C’è un gap, una distanza tra le generazioni. Noi vogliamo colmarla. Abbiamo un mezzo, semplice: l’arte. E abbiamo il modo, semplice: internet. Portiamo avanti un progetto di arte condivisa, grazie al web. Tutto è scaricabile, stampabile, fascicolabile".
Parla al plurale, riferendosi agli altri artisti arabi che con lui partecipano al progetto ‘Zine al-Arab’, unafanzine indipendente, autoprodotta e gratuita, fogli pinzati assieme, che parla di politica e società un momento così importante per il mondo arabo.
"Non ci interessa diventare famosi o arricchirci, noi vogliamo parlare alla gente, iniziando dai giovani. Sono loro che possono cambiare le cose, in questi tempi strani. È in corso una evoluzione politica, più che una rivoluzione. La gente ha scelto, e ha scelto il cambiamento. È tutto così veloce: ti rendi conto che è stata la disperazione di un individuo, uno solo, in Tunisia, quasi un anno fa, a innescare tutto questo? Non si può più nascondere quello che sta succedendo. Tutti ne vogliono fare parte. Tutti ne devono fare parte".
"L’estate scorsa ero a Ramallah, lavoravo ad un murale sull’occupazione israeliana. Mi si è avvicinato un signore, avrà avuto sessant’anni. Mi ha detto che apprezzava il mio lavoro, che ne avrebbe voluto uno così anche a casa sua. Ecco, io lo faccio esattamente per questo".
"È impossibile non sentirsi parte di una società, di un mondo più grande. I confini servono solo per dividere. Ma dividere cosa? Chi? Prendi la situazione qui in Giordania: è solo propaganda. La gente, tutta, pensa ad arrivare a fine mese. Le manifestazioni per le riforme, il venerdì, sono una questione di classe, non c’entra niente l’essere palestinese o giordano".
"Le divisioni su base etnica, in generale, non hanno senso. Nel mondo, intendo. Non sono naturali. La questione palestinese, in sè, non è naturale. Non esiste una soluzione ‘due popoli, due stati’. È passato troppo tempo. Oggi è possibile solo un unico stato, dove tutti siano cittadini, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. La richiesta di riconoscimento della Palestina all’Onu è una contraddizione in termini: riconoscere la Palestina, per poi tornare. Ma dove?".
"Israele, oggi è uno stato razzista. Vige un regime di apartheid. Ma lo abbiamo visto, decenni fa, come vanno a finire le cose in paesi basati sulla divisione etnica: il sistema non funziona, è destinato a fallire. La situazione, allo stato attuale, è inaccettabile: Israele è uno stato severo, irregimentato. Ma così non può sperare di andare avanti. Le persone hanno un inalienabile diritto di vivere tutti uguali e con uguali diritti".
"Bene, adesso spiegami tu cosa sta succedendo in Italia".
30 novembre 2011

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