giovedì 31 luglio 2008
Gideon Levy: Tamir incriminato per uso improprio di un mezzo militare,non per i crimini di guerra commessi
lunedì 28 luglio 2008
Di Amir Oren:Pentagono: La guerra con l'Iran sarebbe 'disastrosa'
Sintesi personale
In un articolo scritto sulla rivista l'US Army War College Gates afferma che con l'esercito già bloccato in Iraq e in Afghanistan, "un'altra guerra in Medio Oriente sarebbe l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno" - nonostante l'Iran "sostenga il terrorismo", e sia "una forza destabilizzante per tutto il Medio Oriente e per Asia sud-ovest ," In un altro documento che dovrebbe essere pubblicato entro il 2008" il National Defense strategia," Gates stralcia Israele dalla lista dei principali alleati USAPentagon chief: War with Iran would be 'disastrous'
Israele privatizza i checkpoint nel West Bank
3 aprile 2008 più a un terminal aeroportuale. La sicurezza sta passando dal Ministero della Difesa ad alcune ditte private. Secondo il governo la scelta è orientata a una maggiore efficienza e al risparmio, ma il fatto che i palestinesi sentano la mancanza dell’esercito dà da pensare. | |
giovedì 24 luglio 2008
Coloni palestinesi attaccano villaggio palestinese e polizia

mercoledì 23 luglio 2008
Akiva Eldar :benvenuti nella Gerusalemme divisa
Carlo Strenger,:La psiche scissa di Israele
martedì 22 luglio 2008
Libano: Israele protesta,Onu da' ragione a militari italiani
| (ANSA) - GERUSALEMME, 22 LUG - Israele protesta, l'Onu da' ragione agli italiani. Motivo: il saluto militare in Libano al passaggio delle bare con 200 arabi uccisi. Israele ha protestato perche' i soldati italiani hanno salutato militarmente le bare con circa 200 arabi. Unifil: 'E' da sempre costume dei militari salutare militarmente i feretri al loro passaggio', sia per militari che civili';lo stesso e' stato fatto per le salme israeliane. L'Onu: non e' stato fatto nulla di contrario ai regolamenti. |
domenica 20 luglio 2008
1.200 abitanti isolati dall'esercito, nell'area più povera della Cisgiordania

sabato 19 luglio 2008
Ury Avnery : e lo Stato si chiamerà Israele
Ogni volta che sento la voce di David Ben-Gurion pronunciare le parole «perciò siamo qui riuniti...» penso a Issar Barsky, un giovane affascinante, fratello minore di una mia amica.
L'ultima volta che ci siamo incontrati fu davanti al refettorio del Kibbutz Hulda, il 14 maggio 1948. La notte successiva la mia compagnia avrebbe attaccato al-Qubab, un villaggio arabo sulla strada per Gerusalemme, a est di Ramle.(…)
Pochi giorni dopo fu ucciso. Così ancora oggi lo ricordo come era allora: un ragazzo di 19 anni, sorridente, un Sabra alto, pieno di gioia di vivere e di innocenza.
Più ci avviciniamo alle celebrazioni del grandioso 60esimo anniversario, più sono tormentato dalla domanda: se Issar potesse aprire gli occhi e vederci oggi, ancora ragazzo di 19 anni, che cosa penserebbe dello Stato che fu ufficialmente costituito quel giorno?
Vedrebbe uno Stato che si è sviluppato oltre i suoi sogni più folli. Da una piccola comunità di 635mila anime (più di 6000 delle quali sarebbero morte con Issar in quella guerra) siamo cresciuti fino a diventare sette milioni. I due grandi miracoli da noi forgiati - la rinascita della lingua ebraica e l'istituzione della democrazia israeliana - continuano a essere realtà. La nostra economia è forte e in alcuni campi - come l'hi-tech - siamo nella squadra dei primi al mondo. Issar sarebbe eccitato e orgoglioso.
Ma egli avvertirebbe anche che qualcosa è andato storto nella nostra società. Il kibbutz dove quel giorno piantammo le nostre tende da bivacco è diventato un'impresa economica come le altre. La solidarietà sociale, della quale eravamo tanto orgogliosi, è crollata. Masse di adulti e bambini vivono al di sotto della linea di povertà, gli anziani, i malati e i disoccupati sono abbandonati a se stessi. La diseguaglianza fra ricchi e poveri è una delle più ampie del mondo sviluppato. E la nostra società, che un tempo innalzava il vessillo dell'eguaglianza e della giustizia, schiocca appena la sua lingua collettiva e si occupa d'altro.
Ma quello che lo scioccherebbe di più sarebbe scoprire che la guerra brutale, che uccise lui e ferì me, insieme ad altre migliaia, ancora continua a tutta forza. Determina l'intera vita della nazione. Riempie le prime pagine dei giornali ed è in testa ai notiziari.
Che il nostro esercito, l'esercito che davvero eravamo «noi», è diventato qualcosa di completamente diverso, un esercito la cui principale occupazione è opprimere un altro popolo.
Non c'è scampo dal fatto storico: il giorno dell'Indipendenza di Israele e il giorno della Naqba (la catastrofe) palestinese sono le due facce di una stessa medaglia. In 60 anni non siamo riusciti - e in realtà non ci abbiamo nemmeno provato - a sciogliere questo nodo creando un'altra realtà. E così la guerra continua.
Il vero emblema dello stato è conficcato al suolo e si vede da lontano: il Muro. Il Muro di Separazione. Separazione fra chi e che cosa?
Apparentemente fra Kfar Sava in Israele e
Il nostro Muro è diventato la linea del fronte tra questi due mondi.
Il Muro non è soltanto una struttura di cemento e filo spinato. Esso è soprattutto un proclama ideologico, una dichiarazione d'intenti, una realtà mentale. I suoi ideatori dichiarano di appartenere, anima e corpo, a un campo, quello dell'Occidente, e che sull'altro versante del muro comincia il mondo opposto, il nemico, le masse degli arabi e degli altri musulmani.
Quando è stato deciso tutto ciò? Chi lo ha deciso? E in che modo?
102 anni fa, Theodor Herzl scrisse nella sua pionieristica opera «Der Judenstaat» (Lo Stato ebraico, ndt), da cui nacque il movimento sionista, una frase densa di significato: «Per conto dell'Europa noi dovremo costituire lì (in Palestina, nda) un settore del muro contro l'Asia, dovremo servire come avanguardia della cultura contro la barbarie». Così, in 22 parole tedesche, fu definita la visione del mondo del Sionismo, e il nostro posto in quel mondo. E ora, con un ritardo di quattro generazioni, il muro fisico sta prendendo il posto di quello mentale. Il quadro è chiaro e netto: Noi siamo essenzialmente una parte dell'Europa (come il Nord America); una parte della cultura, che è interamente europea. Dall'altra parte: l'Asia, un continente barbaro, senza cultura, che comprende il mondo arabo e musulmano.
Si può comprendere la visione del mondo di Herzl. Egli era un uomo del XIX secolo e scrisse il suo trattato quando l'Imperialismo bianco era allo zenit.(…) La massima di Herzl non rimase un pensiero astratto. Il movimento sionista la seguì dal primo momento in poi e lo Stato di Israele continua a farlo a tutt'oggi. Avrebbe potuto andare diversamente? Avremmo potuto diventare una parte di una regione, una sorta di Svizzera culturale, un'isola indipendente tra Est e Ovest, che collegasse le due parti facendo da mediatrice?(…)
La storia di questa terra ha visto decine di invasioni, che possono dividersi in due categorie principali.
Ci sono stati invasori venuti da Occidente, come i Filistei, i Greci, i Romani, i Crociati, Napoleone, gli Inglesi. Questi invasori stabilivano delle teste di ponte, e il loro atteggiamento mentale era quello di chi sta in un avamposto. La regione intorno a loro era territorio ostile, i suoi abitanti dei nemici che dovevano essere sottomessi o distrutti. Alla fine, tutti questi invasori furono cacciati.
E ci sono stati gli invasori che venivano da Oriente, come gli Emoriti, gli Assiri, i Babilonesi, i Persiani e gli Arabi. Questi conquistavano la terra e diventavano parte di essa, influenzavano la sua cultura e ne venivano influenzati. E alla fine mettevano radici.
Gli antichi Israeliti appartenevano a questa seconda categoria. Anche se ci sono dubbi sull'Esodo dall'Egitto come descritto nel Libro di Mosè, o sulla conquista di Canaan come descritta nel Libro di Giosè, è ragionevole assumere che essi fossero tribù che venivano dal deserto, infiltratesi tra le città fortificate della Cananea che non potevano conquistare - come in effetti è descritto nel Libro dei Giudici 1.
(…) Io non sono preoccupato dell'esistenza dello Stato d'Israele. Esso esisterà fintanto che esistono gli Stati. Il vero problema è: che genere di Stato sarà?
Uno Stato in guerra permanente, terrore dei suoi vicini, dove la violenza pervade ogni sfera della vita, dove i ricchi prosperano e i poveri vivono in miseria, uno Stato abbandonato dai suoi figli migliori? Oppure uno Stato che vive in pace con i suoi vicini, con mutuo vantaggio; una moderna società con uguali diritti per tutti i suoi cittadini e senza povertà; uno Stato che investe le sue risorse nella scienza e nella cultura, nell'industria e nell'ambiente, dove le future generazioni vorranno vivere, fonte di orgoglio per tutti i suoi cittadini?
Questo può essere il nostro obiettivo per i prossimi 60 anni. Io credo che questo sia quel che anche Issar avrebbe voluto. Articolo
Israele e la bufala del «Foglio»
By Amos Harel and Avi Issacharoff :cronaca di un fallimento: il rapimento dei due soldati
venerdì 18 luglio 2008
di Uri Avnery e la guerra libanese:articoli
Zvi Bar elCi sono voluti due anni, ma Nasrallah ha mantenuto la sua promessa

L’accordo per lo scambio di prigionieri fra Hezbollah e Israele ha suscitato aspre polemiche ed un forte senso di sconfitta all’interno dello stato ebraico, di fronte a quello che è stato considerato l’ultimo successo di Hassan Nasrallah, un uomo che ancora una volta sembra aver rovesciato la situazione a proprio vantaggio. In questo articolo, il giornalista israeliano Zvi Bar’el dà la propria interpretazione della figura rappresentata dal leader di Hezbollah, e della strategia da lui adottata
Nell’aprile 2006, in occasione del 27° anniversario dell’incarcerazione di Qantar, Hassan Nasrallah promise: “I prigionieri torneranno a casa molto presto”.
Ci sono voluti due anni perché Qantar fosse liberato. L’insistenza di Nasrallah affinché Israele liberasse Qantar, che non era un uomo di Hezbollah ma un membro del Fronte di Liberazione della Palestina, era un test per la leadership del segretario generale di Hezbollah. Neanche la restituzione del corpo di suo figlio, dopo che era stato ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nel 1997, lo aveva rallentatoNasrallah ha trasformato Qantar in un simbolo della propria credibilità e capacità di mantenere le promesse, al punto da imporre il suo rilascio a tutti in Libano. Le lodi e gli elogi si sono riversati a pioggia su Hezbollah. La presenza di leader libanesi è stata rilevante al momento di ricevere i prigionieri liberati, e le bandiere libanesi e quelle di Hezbollah hanno sventolato fianco a fianco. Tutto ciò ha fuso Qantar, il simbolo, con il leader che lo ha riportato a casa, e con lo stato le cui politiche vengono dettate da Nasrallah. L’insistenza di Israele nel non liberare Qantar ha giocato a favore di Nasrallah, poiché egli ha compreso, con la sua abituale capacità di leggere a fondo nello stato d’animo dell’opinione pubblica israeliana, che Israele gli stava fornendo una bandiera.
Ci si attende che Nasrallah fornirà ulteriori dettagli sull’ultimo negoziato nel prossimo futuro. Ma il suo approccio al rilascio di Qantar è particolarmente interessante. Come uomo di religione, ci si aspettava che egli avrebbe fatto uso di proclami religiosi in un contesto etnico. Ma Nasrallah ha fatto l’opposto. Si è astenuto dall’utilizzare termini religiosi, e non sta attribuendo il suo ultimo successo alla comunità sciita. Egli lo considera un trionfo di Hezbollah e del Libano – dei cristiani, degli sciiti, dei siriani, e dei drusi che appoggiano la resistenza. Questa è una vittoria militare e politica – e non ideologica – adatta al Libano, che sta cercando di equilibrare il potere della religione con i benefici politici su cui si sono accordati i suoi rappresentanti.
Nasrallah ha familiarità con questo gioco, sapendo di poter compensare le limitazioni del suo potere religioso con i risultati politici a vantaggio della sua comunità e dei suoi alleati, anche se non sono sciiti.
Così, due giorni fa Nasrallah ha di fatto obbligato il presidente cristiano del Libano, il primo ministro sunnita ed alcuni rivali politici ad abbracciare il ‘suo’ prigioniero. Per un attimo è sembrato che Nasrallah stesse imponendo la sua vittoria alla leadership libanese, poiché coloro che stavano abbracciando i prigionieri non sarebbero stati in grado di criticare l’organizzazione che ha portato il Libano ad una guerra. Questa tecnica di Nasrallah non è nuova. Nelle sue dichiarazioni nel corso degli anni, si è dimostrato abile a tessere insieme le fila politiche, religiose e nazionaliste del Libano.Nasrallah, 48 anni, è uno sciita che ha studiato due anni nella città santa di Najaf, in Iraq, ma era anche uno stretto alleato del sunnita Rafiq Hariri, il primo ministro libanese che fu ucciso nel 2005. Egli è alleato con la Siria laica, e coordina la sua ideologia religiosa con l’Iran. Se da un lato ha stretto un patto politico con il cristiano Michel Aoun, dall’altro parla in termini sciiti nei sobborghi meridionali di Beirut, la roccaforte della comunità sciita libanese. Egli utilizza la ‘resistenza islamica’ per difendere la patria e i suoi confini – termini che sono ideologicamente contraddittori con l’idea di rifondare la nazione islamica.
Il nazionalismo palestinese è importante per lui al punto da poter erodere il suo prestigio e quello di Hezbollah. Egli si preoccupa delle sofferenze dei palestinesi in Libano, al punto che essi chiedono il diritto di lavorare o di acquistare proprietà nel paese. Poi Nasrallah si unisce ai ranghi degli altri politici libanesi, i quali vogliono che i palestinesi vadano via dal Libano.
Nasrallah è un uomo di grande ostentazione e cerimoniosità – di riti in cui l’uniforme, la bandiera e le armi sono i pilastri principali. Ma fino a quando sarà in grado di sostenere il Libano con la grande esibizione che ha inscenato due giorni fa, prima che gli venga chiesto di spiegare quale sarà la sua prossima mossa dopo i negoziati fra Israele e la Siria? Egli permetterà al Libano di aprire anch’esso dei negoziati, o resterà fermo a guardare la Siria avvicinarsi al nemico?
Zvi Bar’el è un analista politico israeliano; scrive abitualmente su “Haaretz”
Ci sono voluti due anni, ma Nasrallah ha mantenuto la sua promessa
lunedì 14 luglio 2008
Il cuore di Jenin per ricordare il bimbo palestinese che donò i suoi organi

domenica 13 luglio 2008
Gideon Levy : a hebron e a nablus l'occupazione ha perso ogni decenza e moralità
Ecco il “prossimo passo” nella guerra contro il terrorismo: la lotta alle parrucchiere. Dopo che Hamas ha conquistato più di metà del popolo palestinese, in buona parte a causa delle politiche israeliane, dopo che abbiamo cercato di combatterlo con le armi e l'assedio, la distruzione e gli omicidî, gli arresti di massa e le espulsioni, l'esercito israeliano e i servizi di sicurezza dello Shin Bet hanno inventato qualcosa di nuovo: un attacco ai centri commerciali, alle panetterie, alle scuole e agli orfanotrofi - prima a Hebron, ora a Nablus. L'esercito sta chiudendo saloni di bellezza, negozi di abbigliamento, ambulatori, persino una fattoria per produrre il latte: tutto con il pretesto che sono connesse a Hamas, o che l'affitto che pagano arriva ad un'organizzazione terroristica. Continua qui Tag: Gideon Levy | |
sabato 12 luglio 2008
Gideon Levy:'Peggiore dell'apartheid'
mercoledì 9 luglio 2008
Yesh Din: solo 10% delle denunce contro i coloni arriva in giudizio

SINTESI personale Solo il 10 per cento delle denunce contro coloni sono giunti in giudizio Questi i dati presentati oggi dal gruppo dei diritti umani Yesh Din. che ha esaminato 205 diversi casi di aggressione Il gruppo sostiene che la polizia in Cisgiordania non è riuscita a completare le indagini sui presunti attacchi contro i palestinesi. ""Non si fanno rispettare le leggi agli israeliani che vivono nella West Bank,", ha detto Michael Sfard, consulente legale dello Yesh Din. 149 indagini di polizia sono stati chiuse : 91 in quanto non si è scoperta l'identità del responsabile, 43 per mancanza di prove e il resto perché non vi è stata alcuna violazione penale,

