ASIANEWS : A Gaza un conflitto che uccide innocenti e cancella un patrimonio millenario


ISRAELE - PALESTINA Gaza: la guerra uccide anche i cristiani e travolge gli ospedali


A Gaza un conflitto che uccide innocenti e cancella un patrimonio millenario



In atto “durissimi combattimenti” nella Striscia, ma gli attacchi sono ormai diffusi anche in Cisgiordania. Dalla fine della tregua oltre mille morti palestinesi. I familiari dei rapiti incontrano (e contestano) Netanyahu. Studioso danese ricorda il valore storico, culturale e artistico della città per cristiani, musulmani ed ebrei. A rischio il futuro della popolazione.






Gerusalemme (AsiaNews) - A Gaza sono giorni di “durissimi combattimenti” come annuncia l’esercito israeliano (Idf), caratterizzate da intensi bombardamenti e numerose vittime, almeno 1207 palestinesi sono morti dal primo dicembre secondo i dati diffusi dall’Alto Commissario Onu per i diritti umani (Ohchr). Una lunga scia di sangue dalla fine della tregua che, per qualche giorno e al netto dello scambio di prigionieri fra Israele e Hamas, aveva fatto sperare in una de-escalation del conflitto smentita dai fatti di queste ore. Nei raid aerei dei caccia con la stella di David sarebbero stati colpiti oltre 250 obiettivi dei miliziani nella Striscia, ma bombardamenti sono in atto anche nel sud del Libano, in particolare nelle località a ridosso della linea di demarcazione.

Per il governo dello Stato ebraico serve ancora almeno un mese “di pressione” prima di parlare di una nuova tregua con Hamas, escludendo a breve un nuovo scambio di prigionieri. Una posizione che ha portato i familiari dei rapiti a contestare il premier benjamin Netanyahu durante un incontro tenuto ieri, che ha registrato più di un momento di forte tensione. Intanto la Radio Militare annuncia nuovi attacchi a nord e a sud della Striscia, dove sono ancora nascosti almeno 138 ostaggi israeliani e stranieri nelle mani dei vari gruppi e fazioni militanti. Intanto le violenze si estendono sempre più anche in Cisgiordania, dove in queste ore sono stati uccisi altri due palestinesi in scontri con i militarti israeliani presso il campo profughi di Al-Fara e nei pressi di Nablus, ferite altre 11 persone.

La guerra, che in questi giorni ha provocato lo sfollamento di 600mila persone nel sud della Striscia e circa 16.330 morti palestinesi, il 75% donne e bambini secondo fonti dei miliziani (oltre 1200 le vittime israeliane), rischia di cancellarne per sempre il patrimonio storico e culturale di Gaza. A lanciare l’allarme, in un lungo articolo pubblicato dal sito di informazione danese POV International, è Jakob Skovgaard-Petersen, professore di studi islamici e arabi all’università di Copenaghen, dal 2005 al 2008 direttore dell’Istituto di dialogo danese-egiziano al Cairo. Lo studioso ricorda come la sorte della città simbolo della Striscia ricorda quella di altre nella regione devastate dai conflitti, da Aleppo a Mosul. “Negli ultimi dieci anni - afferma - alcune delle città più antiche del mondo sono state brutalmente rase al suolo” ed è come se fossero andate perdute realtà del valore di “Amsterdam, Madrid e Glasgow” a livello “di arte, cultura e storia”.

Uno degli edifici simbolo della distruzione, prosegue il docente, è l’ospedale al-Shifa, il più grande di Gaza City, “assediato, bombardato e perquisito”, il quale deriva il proprio nome da un libro sulle guarigioni (Kitab al-Shifa) del filosofo e medico Ibn Sina (morto nel 1037). I suoi libri hanno dato il nome a ospedali e farmacie moderni, è stato autore del manuale medico più avanzato per molti secoli e opera di riferimento nella medicina sino al XVII secolo. Oltretutto “il tessuto di cotone a trama sottile - fa notare il professor Skovgaard-Petersen - per medicare le ferite, la garza, prende il nome, come molti altri beni importati, dalla località da cui è stato ottenuto: Gaza”.

Lo studioso ricorda come Gaza sia stata nei secoli una “città cristiana” che ha contribuito al suo sviluppo con la creazione di due scuole prestigiose, una delle quali nata su iniziativa di Yasser Arafat. In particolare la scuola delle Suore del Rosario, colpita duramente nei bombardamenti di novembre, che ha garantito nel tempo la scolarizzazione di moltissimi studenti musulmani. E ancora, la parrocchia latina della Sacra Famiglia e la chiesa di san Porfirio, un simbolo delle devastazioni dei raid israeliani che hanno colpito “il cuore” dei cristiani di Gaza.

“Gaza - osserva Skovgaard-Petersen - ha anche uno dei più grandi santi sia della tradizione cattolica che ortodossa, Vitalis (morto nel 625)” diventato simbolo dei lavoratori a giornata e dell’opera caritatevole di aiuto alle prostitute con le quali pregava a fine giornata. “I lavoratori giornalieri sono ancora una professione diffusa a Gaza, e gli abitanti di Gaza fanno lunghe file da anni per essere assunti dai datori di lavoro israeliani dall’altra parte del confine”. Una fonte di reddito fondamentale per moltissime famiglie, che la guerra ha spezzato causando un ulteriore impoverimento generale.

La città simbolo della Striscia è legata anche alla tradizione giudaica sin dai tempi delle Crociate, tanto da diventare “un centro del commercio e dell'apprendimento ebraico nel XIII secolo. Fu a Gaza che il mistico ebreo Nathan di Gaza proclamò nel 1665 che il messia era ormai arrivato nella forma di un altro mistico, Shabtai Zvi (morto nel 1676)”. Infine dell’islam e dei musulmani, che “risale addirittura a prima dell’ascesa musulmana” nell’anno 635. Infatti, in una delle moschee più antiche vi è “una tomba per il bisnonno del profeta Maometto, Hashim, e si dice che fosse qui che Umar aveva commerciato e accumulato ricchezze prima di convertirsi all’islam”.

Per molti secoli, Gaza, con la sua posizione strategica, è stata un “palcoscenico” per molti fra i “grandi costruttori di imperi: egiziani, babilonesi, persiani, Alessandro, i romani, i mongoli, gli ottomani e gli inglesi”. Tuttavia, nell’ultimo secolo nell’era ribattezzata del “nazionalismo” ha registrato un progressivo isolamento trasformandosi in una “prigione a cielo aperto” e oggi la città è “un cumulo di rovine. Da centro cosmopolita, Gaza City - conclude - è diventata un capolinea. Ma se si vuole che la sua gente abbia un futuro, anche la storia e la cultura di Gaza devono poter risorgere dalle ceneri” partendo dalla salvaguardia e dalla salvezza “dei suoi abitanti”.




Arcivescovo di Damasco: guerra a Gaza fa ‘paura’. Giovani cristiani, il 95% vuole fuggire

Il presule maronita mons. Nassar sottolinea che da 12 anni la popolazione siriana vive “in una situazione di incessante pericolo”. La vana attesa della pace spezzata da conflitti, povertà, pandemia e terremoto. Senza le nuove generazioni “la Chiesa perde le sue basi e non ha futuro” come il resto del Paese. Il Wfp da gennaio sospenderà il programma di aiuti alimentari.

Damasco (AsiaNews) - “Siamo spaventati” dal conflitto a Gaza, che rappresenta una minaccia per tutti ma rende ancora più “preziosa e degna” la vita. Da 12 anni “viviamo in una situazione di incessante pericolo, in attesa di una pace” che tarda ad arrivare. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Samir Nassar, arcivescovo maronita di Damasco, descrivendo il clima che si respira nella capitale siriana in queste settimane di profonda tensione in tutta la regione mediorientale. Un quadro di violenza e terrore, che si sovrappone a una realtà già critica per le profonde difficoltà economiche, politiche e sociali. “Proprio pensando a quanto sta accadendo nella Striscia aggiunge il presule - abbiamo deciso di cancellare le feste e le ricorrenze legate al Natale, mantenendo solo le celebrazioni religiose”.

Per troppo tempo i siriani, soprattutto la popolazione civile che non ha avuto un ruolo o interessi nel conflitto, ha dovuto subire punizioni collettive ingiuste a causa delle sanzioni internazionali e del Caesar Act imposto dagli Stati Uniti, fra le cause principali della crisi. Ed è di questi giorni l’annuncio, da parte del World Food Programme, della fine del programma di assistenza alimentare nel Paese a fine gennaio 2024, per la mancanza di fondi come già denunciato in passato dall’agenzia Onu. Guerra, economia in ginocchio, terrorismo, pandemia e terremoto, da ultimo il conflitto a Gaza: sono molte le ombre sul futuro del Paese e dei giovani, che sempre di più scelgono l’esodo, la fuga all’estero, non trovando orizzonti e prospettive in patria. Ed è questo il tema principale attorno al quale ruota il messaggio dell’Avvento di mons. Nassar, inviato ad AsiaNews, in cui sottolinea che senza le nuove generazioni “la Chiesa perde le sue basi e non ha futuro”.
Ecco, di seguito, il messaggio di mons. Nassar:

Non avendo né la possibilità, né i mezzi per andare alla Giornata mondiale della Gioventù (Gmg) in Portogallo, più di mille giovani siriani si sono riuniti dal primo al 4 agosto 2023 nel Santuario di Nostra Signora di Sidnaya, a nord di Damasco. Per tutti loro l’obiettivo comune era quello di celebrare una sorta di “Gmg siriana” a distanza, ma in piena comunione con i giovani di Lisbona.

Questi bellissimi pentecostali, durante gli incontri, hanno mostrato come in realtà il 95% dei giovani vorrebbe lasciare il Paese, manifestando a gran voce la loro angoscia e la loro disperazione per la condizione attuale e le prospettive. Per loro il futuro appare infatti completamente bloccato: alla situazione economica estremamente precaria e alla drastica mancanza di lavoro, si aggiunge da qualche tempo la cronica mancanza di alloggi e persino di elettricità.

Nuove minacce, oltre a quelle passate, incombono sulla società da tre anni [con la pandemia legata al Covid-19 che ha esasperato la situazione] ed è raro trovare anche solo una famiglia completa. Vi sono infine altri due elementi che si sono andati ad aggiungere nell’anno in corso e che si sta per concludere: il devastante terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia e Siria e la sanguinosa guerra divampata a Gaza, che hanno ulteriormente oscurato le prospettive.

Una emorragia testimoniata dai numeri: il dato relativo alla comunità cristiana di Aleppo è crollato passando da 160mila nel 2011, alla vigilia del conflitto, ai 30mila del 2018. Dopo il sisma si è assistito a una ulteriore fuga, tanto che oggi se ne contano a malapena 19mila.

Ma è possibile immaginare una Chiesa senza i giovani?

Per questo chiedo che la luce del Natale risplenda nei cuori di questi giovani e possa restituire loro un po’ di speranza.

* Arcivescovo maronita di Damasco




Suor Nabila: a Gaza ‘distruzione ovunque’, una ‘tragedia’ in ogni strada e famiglia




Per la religiosa, da 13 anni nella Striscia, la tregua ha permesso “di dormire un po’ di più, visitare i pochi negozi per qualche vestito invernale”. Servono cibo, medicinali, gasolio e “da nord a sud non vi è alcun posto sicuro”. Di quattro guerre “questa è la più sanguinosa”. Mancano prospettive per il futuro “soprattutto per i bambini”. Appello per un “Natale di pace”. Milano (AsiaNews) - “Devastazioni ovunque, tutto è distrutto. In questi giorni di tregua, i cristiani ne hanno approfittato per andare a vedere le loro case: nessuno è tornato felice, perché non ne è rimasta una. Sono tutte ridotte a macerie o comunque inutilizzabili”. È quanto racconta ad AsiaNews suor Nabila Saleh, religiosa della congregazione delle suore del Santo Rosario, che approfittando in questi giorni della pausa nei bombardamenti dei caccia israeliani ha visitato ampie parti della Striscia. “Una tragedia ovunque - racconta al telefono, nonostante le difficoltà nelle comunicazioni e le frequenti interruzioni della linea - non è rimasto nulla in piedi e la sofferenza è dappertutto, in ogni strada e in ogni famiglia”.

La pausa temporanea nella guerra, prolungata in extremis da Israele e Hamas per altre 24 ore nonostante l’ala radicale del governo dello Stato ebraico (i ministri Ben-Gvir e Smotrich) parli di caduta dell’esecutivo in caso di mancata ripresa del conflitto, è servita per visitare parti di Gaza. “Si avverte un po’ meno tensione - sottolinea la religiosa di origini egiziane, da 13 anni nella Striscia - ma i segni dei bombardamenti e dei 58 giorni di guerra sono ben visibili”. Almeno la pausa, prosegue, “ci ha permesso di dormire un po’ di più, siamo riusciti a visitare i pochi negozi ancora aperti, chi ha potuto ha comprato qualche vestito invernale, che nessuno aveva, per ripararsi dal freddo che qui inizia a farsi sentire”.

I bisogni e le necessità sono enormi, spiega suor Nabila, soprattutto “il mangiare, gli abiti, il gas per il riscaldamento e per far funzionare i generatori di corrente”. La religiosa è anche preside della scuola delle Suore del Rosario di Gerusalemme, nella zona di Tel al-Hawa, la più grande della Striscia con i suoi 1250 alunni, in larghissima maggioranza musulmani. “All’interno - racconta - abbiamo un pozzo ma senza luce e corrente non riusciamo a prelevare l’acqua per lavarci, per soddisfare i bisogni minimi per l’igiene personale”.

Le “macerie” del conflitto divampato il 7 ottobre scorso con l’attacco di Hamas al cuore di Israele e la strage di civili, che ha innescato la durissima risposta dell’aviazione israeliana con bombardamenti incessanti e diffusi a Gaza sono “in ogni via e piazza. Vi è un clima di grande tristezza e paura - racconta suor Nabila - lenita solo in parte dalla pausa. Si cerca di pensare al futuro, oltre la guerra, ma qui non vi sono più case, scuole, manca il lavoro e non si intravedono prospettive, soprattutto per i giovani, i bambini”. “La parrocchia latina - spiega - si è spesa molto per dare un aiuto e la chiesa ha offerto rifugio e riparo a molti [sono quasi 700 gli abitanti di Gaza accolti dalla Sacra Famiglia, ndr], ma da nord a sud non vi è alcun posto sicuro”.

“Ad oggi non sappiamo quello che succederà - afferma la religiosa - ma resta in tutti la paura della guerra e di quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni. In ogni momento si avverte il pericolo di poter morire. Ho sentito tanti racconti di madri in cerca dei figli dopo i bombardamenti, sono storie terribili. Come quella dell’anziana cristiana [colpita da un cecchino israeliano] il cui corpo è stato recuperato da alcuni giovani in un momento di tregua, poi hanno seppellito quello che era rimasto di lei, pregando. Sono storie difficili anche da raccontare, e ve ne sono molte come questa”.

E poi le vittime fra i più piccoli, i bambini, anche fra quanti frequentavano la scuola cristiana: “Tantissimi sono morti” conferma la religiosa, come nel caso “del padre che ne ha estratti due dalle macerie”. In questo contesto di sofferenza, morte e disperazione è “molto importante la vicinanza di papa Francesco” che quasi ogni giorno chiama la parrocchia o le religiose per avere informazioni, pregare, mostrare la solidarietà della Chiesa alla popolazione, cristiana e non, della Striscia. “Quelle telefonate - afferma suor Nabila - ci aiutano”. Da ultimo, con la comunicazione che si interrompe a più riprese, la religiosa vuole lanciare un appello: “Vogliamo la pace, basta con le violenze perché la popolazione ha già sofferto abbastanza. Abbiamo sperimentato quattro guerre e questa è certamente la più terribile e sanguinosa. Vogliamo la pace - conclude - perché con la guerra non c’è nessun vincitore. Speriamo tutti e preghiamo per l’arrivo delle medicine perché è in atto una tragedia anche a livello sanitario, sia garantito del cibo, degli aiuti e di poter festeggiare e celebrare un Natale di pace, soprattutto per i nostri bambini”.




Adel Misk: oltre Gaza, è guerra anche in Cisgiordania. Israele non cancellerà Hamas


L’attivista palestinese racconta la gioia temporanea per la sospensione dei combattimenti, ma lo sguardo è già al futuro prossimo. La “macchina da guerra” israeliana vuole “pulire” la Striscia, dove l’85% dei morti sinora registrati “sono donne e bambini”. Solo l’intervento della comunità internazionale può fermare questa tragedia.

erusalemme (AsiaNews) .- La popolazione è “contenta” per la tregua nei combattimenti ma “la preoccupazione resta grandissima” per quello che potrebbe accadere “nei prossimi giorni”, perché “la macchina da guerra israeliana” minaccia di colpire con maggiore forza “per liberare tutta la Striscia”. È quanto sottolinea ad AsiaNews Adel Misk, medico neurologo e attivista palestinese, che osserva con attenzione “la pausa nei combattimenti” e gli scambi “di prigionieri, soprattutto donne e bambini” sebbene i timori di una deriva ancora più sanguinosa del conflitto siano forti. Da Israele, aggiunge, giungono voci che fanno presagire una “ulteriore escalation”.

Il cessate il fuoco temporaneo tra Israele e Hamas è entrato nel quinto giorno dopo che è stata concordata una proroga di 48 ore. Tre palestinesi saranno rilasciati dalle prigioni israeliane in cambio di ogni ostaggio israeliano restituito da Gaza. Interpellata dalla Bbc una fonte di Hamas in Qatar ha dichiarato che alcuni degli ostaggi civili sono detenuti da gruppi minori come la Jihad islamica e aggiunge che 10 ostaggi saranno rilasciati oggi e altri 10 domani, ma non vi sono conferme sui numeri. Intanto le Nazioni Unite hanno approfittato della pausa dei combattimenti per far arrivare nella Striscia aiuti di cui vi è disperato bisogno, ma “ne servono molti di più”.

Adel Misk, volto di The Parents Circle, associazione che riunisce circa 250 israeliani e 250 palestinesi, tutti familiari di vittime del conflitto, riferisce che nell’enclave “la popolazione è perplessa e spaventata, non sa dove andare, e anche il trasloco da nord a sud [voluto da Israele] non garantisce sicurezza. In 47 giorni di combattimenti nella Striscia si contano case distrutte e migliaia di vittime, di cui l’85% sono donne e bambini” per questo non è esagerato parlare di un pericolo di “genocidio”. “Nessuna zona è sicura - prosegue - soprattutto dopo la tregua se l’esercito colpirà dappertutto con l’obiettivo, usando il loro linguaggio, di ‘pulire’ la Striscia”.

Il sostegno dei governi occidentali, soprattutto di Europa e Stati Uniti, per ora garantisce sostanziale libertà di azione all’esercito israeliano (Idf), ma molte popolazioni in occidente “hanno mostrato solidarietà al popolo palestinese, che sta pagando un prezzo altissimo” riprende l’attivista. “Tutti vivono con preoccupazione e attenzione - aggiunge - per i possibili sviluppi, e i timori non riguardano solo Gaza perché sono in atto atrocità anche in Cisgiordania, da Nablus a Jenin, soprattutto nel nord dove le fazioni palestinesi sono prese di mira”. “Non è solo una guerra contro Hamas nella Striscia - avverte - perché ormai riguarda anche la Cisgiordania. Per questo è urgente che il mondo, la comunità internazionale fermi la macchina da guerra israeliana” poiché “chi osserva e non ostacola, o non ferma, si rende complice di tutto questo”.

Anche il tema dello scambio dei prigionieri desta più di una perplessità in Adel Misk, il quale ricorda che “sono oltre 7mila i palestinesi nelle carceri israeliane, a cominciare da Barghouti [Marwan, che i sostenitori definiscono il “Nelson Mandela palestinese”, oltre che un prigioniero politico, mentre per Israele è un criminale]”. Inoltre, dal 7 ottobre [giorno dell’attacco terrorista di Hamas in territorio israeliano che ha innescato il nuovo conflitto, ndr] sono stati arrestati “altri 3mila palestinesi” aggiunge, secondo cui lo scambio è funzionale alla successiva “operazione di pulizia” che Israele vuole mettere in atto nella Striscia.

L’attivista e medico palestinese conclude con una riflessione su quello che Israele definisce l’obiettivo primario della guerra, ovvero l’eliminazione di Hamas dalla regione. “In realtà esso gode di un sostegno politico anche in Cisgiordania. È una fazione armata, ma che è parte del popolo palestinese, con una componente e una linea politica, che si può sostenere o meno, ma non è questo il punto. Ecco perché, alla prova dei fatti, non ha senso dire di voler sterminare Hamas perché - conclude - come il Fronte palestinese, come Fatah, è parte della società palestinese e non verrà cancellato da questa operazione militare”.

(Immagini di arresti in Cisgiordania tratte dalla pagina Telegram di Eye on Palestine)



Gaza: l’esercito israeliano circonda la casa delle suore di Madre Teresa
onti di AsiaNews: all’interno almeno 60 persone bisognose di cura, dai disabili gravi agli anziani allettati. L’Idf avrebbe concesso l’evacuazione delle Missionarie della carità, ma non intende lasciare uscire ospiti e personale. Il rifiuto delle religiose che condividono fra loro un pane o un’arancia come pasto. Capi delle comunità cristiane di Terra Santa contro gli attacchi dei coloni ebraici al quartiere armeno.




Gerusalemme (AsiaNews) - La sede delle suore di Madre Teresa di Calcutta a Gaza “è sotto assedio”. Rimbalzano in queste ore notizie preoccupanti sulla sorte delle Missionarie della carità nella Striscia, ma soprattutto degli ospiti del loro centro vittime innocenti - come i pazienti di altre strutture sanitarie e ospedali - dell’esercito israeliano nella guerra lanciata ormai da oltre un mese contro Hamas. A lanciare l’allarme è un messaggio lanciato da sr. Chiara, mentre aumentano i timori sulla sorte di disabili e portatori di handicap affidati alle cure delle religiose. Interpellato nella mattinata di oggi da AsiaNews p. Francis Xavier, commissario della Terra Santa in India, riferisce che “tutta l’area” in cui sorge la struttura delle suore “è circondata dall’esercito israeliano”.

Sono ore di ansia e preoccupazione per le missionarie della Carità nella Striscia, la cui sede è nel mirino dei soldati con la stella di David. Fonti locali riferiscono che l’esercito israeliano (Idf) ha concesso la possibilità di evacuazione alle religiose, ma non ai disabili e al restante personale di servizio presente nella struttura. “Tra questi - spiega un testimone - vi sono anche persone che non sono autosufficienti e non si possono muovere da sole”. Altri ancora, prosegue, “non sono nemmeno in grado di nutrirsi” e “hanno bisogno di assistenza completa”, per questo la presenza delle suore è fondamentale.

Il convento delle suore di Madre Teresa, così come la parrocchia della Sacra Famiglia, si trova non lontano dall’area in cui sorge l’ospedale di al-Shifa, da giorni sotto assedio delle forze israeliane a caccia di miliziani di Hamas e armi nei tunnel sotterranei. Una caccia che ha esasperato una emergenza umanitaria già insostenibile, con i medici sotto assedio e i pazienti impossibilitati a ricevere anche solo le cure salvavita, bambini compresi. “Le comunicazioni con l’esterno - afferma una fonte - sono interrotte” e “solo di tanto in tanto” i telefoni “si connettono alla rete”.

Nel convento vi sono tre religiose e 60 ospiti la grande maggioranza dei quali con estremo bisogno di aiuto, dai bambini disabili e con problemi mentali, agli anziani costretti a letto con piaghe da decubito. Essi non hanno cibo, acqua, medicine, elettricità, gas. A volte, racconta una fonte da Gerusalemme, “alcune persone generose e coraggiose portano qualcosa da mangiare. Qualunque cosa ricevano dall’esterno, le suore servono prima i loro ospiti. Se rimane qualcosa mangiano anche loro. A volte dispongono di un solo pasto al giorno. Un giorno avevano solo una pagnotta di pane, che hanno condiviso fra loro tre, un altro ancora si sono sfamate con solo un’arancia da condividere” in un quadro di profondo bisogno e indigenza.

Minacce e attacchi contro i cristiani non si limitano alla Striscia di Gaza, ma sono oggetto di controversia e allarme anche nella città santa. Nel fine settimana, infatti, il Consiglio dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme ha pubblicato una nota durissima contro i recenti attacchi dei coloni ebraici al quartiere e alle proprietà cristiane nel quartiere armeno. “Noi, come comunità cristiana a Gerusalemme e nel resto della Terra Santa, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione - scrivono i capi cristiani - per i recenti eventi che si sono verificati nel quartiere armeno di Gerusalemme”. Al centro della controversia la cancellazione di un “contratto contestato” relativo allo “sviluppo” di gran parte del quartiere armeno. “Invece di trattare attraverso i canali legali appropriati, i presunti sviluppatori - prosegue la nota - hanno deciso di assumere alcuni rivoltosi armati per bloccare gli ingressi al parcheggio” ed effettuare “lavori di demolizione sul posto”. Tali eventi “possono mettere in pericolo la presenza armena a Gerusalemme” e risultano “incompatibili con il sistema comunitario basato sullo spirito di pace a cui gli armeni aspirano come parte della famiglia cristiana in Terra Santa”. Queste provocazioni “impiegano tattiche” che minacciano di “cancellare la presenza armena nella regione”, rendendo ancora più “vulnerabile” la presenza cristiana in Terra Santa. I capi delle Chiese, conclude la nota, confermano il “sostegno al patriarcato armeno” e alla comunità “nella loro decisione di intraprendere azioni legali appropriate per annullare la transazione” e rinnovano l’appello “agli organi governativi e non governativi competenti per ripristinare la pace e l’armonia”.

(Ha collaborato Nirmala Carvalho)

Foto: immagine di repertorio della comunità delle Missionarie della carità a Gaza / Christian Media Center



Iraq, capi cristiani: il sangue di Gaza (e Qaraqosh) ‘cancella’ le feste di Natale


Su invito del patriarca caldeo, ieri a Erbil si è tenuto un incontro dei leader delle Chiese irachene. La condanna della “devastante guerra” fra Israele e Hamas, le critiche per il ritiro del decreto presidenziale e la richiesta di giustizia per le vittime dell’incidente alle nozze. Il card. Sako sottolinea i “tre ostacoli” sul cammino dei cristiani e che minacciano la loro presenza nel Paese.






Erbil (AsiaNews) - Condanna della “devastante guerra” in Terra Santa, critiche per il ritiro del decreto presidenziale nell’annosa vicenda che vede coinvolto il patriarca caldeo e profondo “dolore” per la tragedia che ha colpito la comunità cristiana a Qaraqosh e che, ad oggi, vede i responsabili impuniti. Sono i punti principali del comunicato finale diffuso ieri, a conclusione dell’incontro dei capi delle Chiese in Iraq tenuto presso il monastero sacerdotale di Ankawa, a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, su invito del card. Louis Raphael Sako. “Annunciamo l’annullamento delle celebrazioni di Natale e Capodanno” si legga nella nota dei leader cristiani, con le funzioni “limitate alle preghiere e ai riti ecclesiali” in segno di rispetto per le vittime a Qaraqosh e in Terra Santa. Cancellati pure i “tradizionali ricevimenti” delle autorità politiche e religiose (anche musulmane) con relativo “scambio di auguri”.

Si è concentrato sull’attualità, sulla guerra fra Israele e Hamas che rischia di travolgere tutta la regione mediorientale, oltre alla tragedia che ha colpito a settembre la comunità cristiana con l’incidente alla festa di nozze, l’incontro fra i leader e capi delle Chiese. Un vertice iniziato “con un minuto di silenzio” per le vittime “dell’olocausto” di Qaraqosh e del sanguinoso conflitto fra Israele e Palestina e, durante il quale, i leader hanno ribadito che “i cristiani non sono una minoranza in patria” e le “radici” sono “profonde” nell’Iraq. Prima e dopo l’islam, spiega la nota, i cristiani “hanno avuto un ruolo radicato nella storia” della Mesopotamia, fin dalle “prime civiltà”. Essi sono “pacifici” per loro “natura e fede”, non sono inclini a “violenza e vendetta”, ma “nonostante ciò sono stati sottoposti a pressioni, attacchi e tentativi di impossessarsi delle loro case e proprietà in modi subdoli”. Tutto questo ha spinto “coloro che hanno i mezzi a emigrare, per preservare la loro vita e il futuro dei loro figli”, per questo è tempo che lo Stato intraprenda “azioni serie” per “preservarne” i diritti, garantire loro giustizia e “restituire le proprietà usurpate”.

Quest’ultimo punto si lega con la vicenda del patriarca caldeo che, a metà luglio, ha trasferito in via temporanea la sede patriarcale dalla capitale irachena a Erbil, in risposta all’annullamento da parte del presidente della Repubblica del decreto che ne riconosce ruolo e autorità. Una decisione sorprendente, quella del capo dello Stato: Abdul Latif Rashid, infatti, ha sconfessato una tradizione secolare colpendo la massima autorità cattolica irachena, che è anche responsabile della gestione del patrimonio e dei beni ecclesiastici. Ed è qui che ruota la questione di fondo: il controllo delle proprietà finite nel mirino del sedicente leader cristiano “Rayan il caldeo” e delle milizie filo-iraniane che lo sostengono (una galassia variegata che comprende sciiti, cristiani, sunniti, etc), minaccia per la pace e la convivenza per tutta la nazione. Da qui la richiesta, nel comunicato dei leader cristiani, di ripristinare la tradizione millenaria perché “questi decreti sono importanti” in quanto “riconoscono il capo di ciascuna Chiesa” e ne sanciscono “i pieni poteri”.

In riferimento alla tragedia al matrimonio cristiano a Qaraqosh, i capi delle Chiese parlano di “dolore e shock” ancora presenti per la morte “di 133 persone” innocenti e i numerosi feriti. “Chiediamo al governo iracheno - afferma la dichiarazione - di condurre un’indagine seria, per scoprire chi ha causato l’incidente e renderlo responsabile davanti alla giustizia”. Un riferimento non certo casuale, visto che a distanza di due mesi (era il 26 settembre) sulla strage è calato il silenzio e non vi sono ancora oggi elementi certi o persone indiziate. Anche per questo i leader cristiani si rivolgono ai funzionari iracheni chiedendo loro “saggezza e coraggio” per “combattere la corruzione, porre fine alle quote settarie, limitare le armi alle forze legittime e riconosciute dalla Costituzione, rafforzare esercito e polizia” in un’ottica di “stabilità e progresso”.

In apertura dell’incontro, il card. Sako si era rivolto ai presenti evidenziando i “tre ostacoli” da superare per un Paese e una società in cui i cristiani possano davvero vivere: in primo luogo “superare il fanatismo-estremismo” respingendo ciò che “ostacola l’incontro e il dialogo onesto”; la “lealtà verso Dio, Cristo e il nostro Paese” che “amiamo ancora, nonostante le ferite” con la speranza di “vivere in pace, libertà, dignità”; terzo e ultimo, “vigilanza e attenzione” nell’individuare le “molteplici pressioni” cui sono sottoposti gli iracheni e i cristiani in particolare, ricordando a tutte le confessioni e denominazioni cristiane presenti che “è importante lavorare come un’unica squadra in questo momento difficile”.






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