Alberto Negri Il finto “strappo” di Joe Biden e -Via da Gaza, ma dove?

Il finto “strappo” di Joe Biden


Ogni volta i leader occidentali ci cascano o, da ipocriti, fanno finta di credere alla buonafede degli Stati Uniti in Medio Oriente. Biden, che si presenta apertamente come amico e protettore di Israele, ha dichiarato che lo Stato ebraico rischia di perdere il sostegno internazionale a causa di quelli che ha definito «bombardamenti indiscriminati» a Gaza.

Questo accadeva nella stessa giornata in cui l’Assemblea generale Onu votava a larghissima maggioranza una risoluzione per un cessate il fuoco umanitario immediato a Gaza. L’Italia, con altri Paesi europei, si è astenuta certificando ormai che sulle questioni decisive siamo come Nanni Moretti in “Ecce Bombo”: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? La risoluzione non avrà alcun effetto, non ha carattere vincolante.

In questi casi è il Consiglio di sicurezza a decidere e Washington ha già posto il veto su una risoluzione simile l’8 dicembre. E lo farà ancora, è una certezza, tanto è vero che il rappresentante israeliano all’Onu ha denunciato l’ipocrisia della votazione, definendo «inutile» il testo.

Gli Usa non hanno mai votato una condanna di Israele, non hanno mai messo un sanzione allo Stato ebraico e quanto agli insediamenti illegali dei coloni Washington si limita sempre ad ammonizioni verbali che cadono nel vuoto, senza conseguenze. I governi israeliani lo sanno perfettamente. È una commedia diplomatica che si replica da decenni e maschera una tragedia. Con un risultato evidente: dagli accordi Oslo del 1993 a oggi Israele ha portato i coloni in Cisgiordania da 100mila a 800mila e se si dovesse proclamare uno stato palestinese sarebbe ridotto al 22% di quello previsto dal piano di partizione dell’Onu del 1947.

L’atteggiamento americano è una presa in giro totale che si chiama doppio standard. Nel 1990 gli Stati uniti fecero votare al Consiglio di sicurezza sanzioni immediate per l’occupazione irachena del Kuwait. L’occupazione israeliana della Cisgiordania dura da mezzo secolo senza che nessuno abbia mai alzato un dito. Se questo lo chiamiamo diritto internazionale lo è sicuramente per gli Usa e l’Occidente ma non per il resto del mondo. In realtà esiste un legge per i ricchi e una per i poveri. Il premier Netanyahu lo sa benissimo, infatti ha subito replicato che per lui gli accordi di Oslo – da cui nacque un primo embrione di autogoverno palestinese – non esistono. Biden ci ha poi informati che Netanyahu non vuole una soluzione «due popoli, due stati».

Che strano, non ce ne eravamo accorti. E per difendere quello che dice, senza troppa convinzione, aggiunge che «Netanyahu deve cambiare il suo governo, il più conservatore nella storia di Israele». Ma questo avverrà soltanto quando Gaza sarà rasa al suolo da un pezzo e attuata la pulizia etnica. Il presidente non si è accontentato di criticare i bombardamenti ma ha anche manifestato pubblicamente le sue divergenze con i leader israeliani. Biden ha scelto di fare una specie di “strappo”.

Pur sostenendo la guerra contro Hamas, infatti, ha espresso il suo totale disaccordo con Netanyahu su ciò che sarà necessario dopo la guerra, visto che il premier rifiuta la soluzione Usa e occidentale di affidare Gaza all’amministrazione dell’Anp di Abu Mazen (per altro come se fosse una soluzione facile e praticabile). In realtà quello di Biden non è un vero e proprio “strappo” verso Israele. Quando dice a Netanyahu che lo Stato ebraico è impopolare in realtà dovrebbe allargare il tiro. È la politica americana nella regione che è impopolare: l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Kurdistan, sono la dimostrazione agli occhi dei popoli mediorientali di quali disastri abbia provocato Washington in questi decenni.

In più, almeno finora, non c’è stata mai stata la volontà pratica di cambiare le cose ma di perpetuare il doppio standard. Come scriveva ieri Michele Giorgio sul manifesto, gli Usa continuano fornire a Israele i cannoni per far fuori i palestinesi. Israele riceve ogni anno circa 4 miliardi di dollari in aiuti militari: dalla fondazione dello Stato ebraico sono affluiti da Washington 130 miliardi di dollari di armi. Il bilancio delle forze armate israeliane supera quello di Egitto, Giordania, Libano e Iran messi insieme. Senza contare che Israele con dozzine di testate nucleari è l’unico Paese della regione con un enorme potenziale atomico. La Casa Bianca ha delineato un pacchetto sicurezza dopo il 7 ottobre per altri 14 miliardi di dollari, condiviso – diversamente da quello per l’Ucraina – anche dai repubblicani ma contestato da Bernie Sanders per l’assenza di condizioni a Israele.

Biden con le sue dichiarazioni si comporta come se Netanyahu non fosse quel che è: una creatura della politica estera americana. Che poi adesso gli Usa se ne vogliano sbarazzare è un altro conto. Il presidente Usa forse preferirebbe trattare con un uomo di centro come Benny Gantz, avversario di Netanyahu e attuale componente del gabinetto di guerra e in attesa del suo momento.

Ma intanto nel sostegno americano a Israele non cambia nulla. E oggi arriva a Tel Aviv il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan, che alla vigilia del 7 ottobre aveva dichiarato che «negli ultimi vent’anni il Medio Oriente non era mai stato così tranquillo come oggi». Andiamo bene…

https://ilmanifesto.it/il-finto-strappo-di-joe-biden



Alberto Negri -Via da Gaza, ma dove?
Sulla sorte dei Palestinesi in fuga sono in atto grandi manovre economiche. Fmi, Banca Mondiale e Unione Europea vogliono convincere l'Egitto a diventare la casa di oltre un milione di sfollati. In cambio di molti miliardi.
La guerra sarà lunga, dicono i generali israeliani, perché non sono stati raggiunti “neppure la metà degli obiettivi”. Ma alla fine, tentano di rassicurare, arriverà una fase di “transizione e stabilizzazione” i cui obiettivi non sono ben chiari: tra questi ci potrebbe essere anche una pulizia etnica di Gaza su larga scala, oltre allo sbandierato “sradicamento” di Hamas. Un piano che l’ex capo del Mossad Efraim Halevy ha definito “mal consigliato” e che potrebbe ulteriormente radicalizzare Gaza e la Cisgiordania con scenari ancora peggiori degli attuali.
Mentre a Gaza Nord si prevede, nei documenti israeliani, una sorta di “fascia di sicurezza” senza entrate e uscite, lo “svuotamento” del Sud della Striscia – almeno dei militanti e delle loro famiglie – dipende dai negoziati dietro le quinte con l’Egitto. Il Cairo finora ha respinto ufficialmente e con forza l’insediamento in Sinai di una parte dei gazawi, visto tra l’altro che Hamas è un movimento legato alla Fratellanza Musulmana, nemico giurato del generale-presidente Al Sisi. Ma a Gaza Sud sono già affluiti 1,5 milioni di rifugiati interni alla Striscia e la situazione diventerà a breve ingovernabile. Al punto che, in realtà, Gaza non la vuole nessuno: l’Anp di Abu Mazen, che gli americani vorrebbero coinvolgere, è screditata persino in Cisgiordania; e i Paesi arabi esitano a mandare forze militari che potrebbero scontrarsi con i palestinesi.
Ma dopo le elezioni presidenziali egiziane di questa settimana qualche cosa potrebbe cambiare. All’Egitto sono già arrivati dalle istituzioni internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Ue, Afriexibank) impegni per prestiti da 26 miliardi di dollari che potrebbero servire, nel tempo, come un incoraggiamento a ricollocare una parte dei palestinesi in Sinai. Strozzato da un debito estero di 165 miliardi di dollari, l’Egitto potrebbe prendere in considerazione anche l’offerta israeliana di abbonare 20 miliardi di indebitamento. Sulla stampa araba se ne parla, i governi occidentali e del Medio Oriente per ora stanno zitti perché quando verrà il momento diranno che non lo sapevano.
In queste settimane l’Egitto – che fino alla guerra del 1967 governava la Striscia di Gaza – è stato inondato di aiuti finanziari (o per lo meno dalle promesse di aiuti). Il Fondo monetario ha annunciato un aumento immediato dei prestiti al Cairo da 3 a 5 miliardi di dollari. L’obiettivo ufficiale è quello sostenere la quotazione della lira egiziana, che sui mercati valutari è debole e inflazionata. Lo scopo immediato è sostenere un Paese oberato da un debito che richiede, soltanto per quest’anno, il pagamento di 29 miliardi di interessi. Ma la direttrice del Fondo, Kristalina Georgieva, ha anche specificato che questi soldi “sono destinati ad aiutare l’Egitto a fronteggiare gli effetti della guerra di Gaza”.
In Egitto e all’estero si ritiene che questi finanziamenti siano collegati alla guerra di Gaza e alla ricostruzione futura della Striscia. L’African Export-Import Bank sta per definire un prestito da 11 miliardi di dollari, destinato all’insediamento di una nuova zona commerciale speciale e al commercio interafricano. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen due settimane fa ha incontrato il presidente al Sisi al Cairo, presentando uno studio di Bruxelles per erogare 9,8 miliardi di euro destinanti esplicitamente ad affrontare gli effetti della guerra. Il piano ha lo scopo “di aiutare l’Egitto a sostenere il fardello del debito e prevenire le migrazioni irregolari attraverso il Mediterraneo verso l’Europa”. Ovvero ci si prepara all’eventuale, e probabile, insediamento di centri di raccolta dei profughi.
Assai chiara la dichiarazione a Bloomberg di Gergili Ormusi, capo del settore marketing strategico di Societé Genérale, attiva da sempre in Egitto, secondo il quale il significato di questo afflusso di finanziamenti al Cairo “è giustificato dal ruolo del Paese nel sostenere il prossimo afflusso di profughi palestinesi in fuga dai bombardamenti da Gaza”.
E c’è anche dell’altro. I fondi dell’Unione europea sono motivati dal futuro ruolo dell’Egitto nella regione. All’ultimo G-20 il premier israeliano Netanyahu e il presidente indiano Modi hanno annunciato, insieme, il progetto di una nuova rotta marittima e terrestre per collegare l’India alla penisola arabica, fino ad arrivare ai porti israeliani sul Mediterraneo, per approdare infine sulle coste italiane. Una rotta alternativa alla Via della seta cinese e allo stesso canale di Suez. Dietro al fiume di sangue che scorre a Gaza ci sono anche i nuovi equilibri mondiali.

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