LORENZO FORLANI →Progetti d’Israele su Gaza? Dal governo fantoccio alla ‘denazificazione’: è lo stesso scenario dei fallimenti americani in Iraq e Afghanistan
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Trasferimento definitivo della popolazione di Gaza nel nord del Sinai, “spostamento” dell’Autorità Nazionale palestinese (ANP) nella Striscia, con la quale replicare il “modello” di gestione “congiunta” della Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndr), dove l’autorità civile sarebbe in mano ai palestinesi e quella militare alle Idf, oppure promozione di una “nuova leadership palestinese”, che rimpiazzi Hamas dopo la sua distruzione. Sono queste le tre “soluzioni” per Gaza paventate in un documento elaborato alcuni giorni fa dal ministero dell’Intelligence israeliano, presieduto da Gila Gamliel, membro del Likud. Un “testo di concetto”, non vincolante, ha voluto precisare Netanyahu. Anche perché le opzioni, al momento, sarebbero un fallimento annunciato.
Sono
diversi i motivi per cui tutte queste strade risultano impraticabili.
La prima opzione, quella caldeggiata dal ministero, è anche quella che desta le
maggiori preoccupazioni e perplessità: anzitutto per la configurazione di crimini contro l’umanità che sottenderebbe e in secondo luogo per
le turbolenze regionali che potrebbe provocare. “Il messaggio (da
recapitare ai palestinesi per spingerli fuori da Gaza, ndr)
dovrebbe incentrarsi sulla perdita
territoriale e dovrebbe chiarire che non c’è
alcuna speranza che gli sfollati tornino nei territori che Israele potrebbe poi
decidere di occupare o meno – si legge nel documento – E l’immagine deve
ricordare loro qualcosa come ‘Allah si assicurerà che voi perdiate questa terra a
causa della leadership di Hamas e non c’è scelta per voi se non quella di
spostarvi altrove, con l’assistenza dei vostri fratelli musulmani'”.
L’opzione
in questione configurerebbe una pulizia
etnica nella Striscia – abitata già oggi da
chi durante le guerre israeliane è stato costretto a ricollocarsi nei campi
profughi in Libano, Siria e Giordania e
nell’enclave stessa, nel cui degrado esistenziale sono poi sorti movimenti come
Hamas – e ha soprattutto già incontrato l’opposizione dei possibili Paesi coinvolti. L’Egitto –
che aveva inizialmente proposto in alternativa di spostare i profughi nel
deserto del Negev –
ha infatti già rimarcato la sua irrazionalità, se è vero che, anche ignorando i
dirimenti aspetti umanitari, un trasferimento di 2,5 milioni di palestinesi di Gaza nei campi profughi del Sinai darebbe
verosimilmente luogo ad attacchi
verso Israele, e nello specifico l’emersione di nuovi gruppi radicali, proprio come avvenuto nei campi profughi della
Striscia con la nascita di Hamas. Quanto questa possibilità irriti Il Cairo lo
si era già visto alcuni giorni fa, quando MadaMasr,
uno dei pochi quotidiani indipendenti rimasti nel Paese, è stato sospeso per
sei mesi e denunciato al procuratore generale per “danni alla sicurezza
nazionale e invenzione di notizie” proprio per aver pubblicato un report che
alludeva alla possibilità di un trasferimento dei palestinesi nel Sinai.
Anche Washington,
tuttavia, ha già fatto sapere in modo esplicito di essere contraria allo
spostamento permanente della popolazione al di fuori della Striscia, nonostante
lo stesso documento caldeggi l’idea che Tel
Aviv chieda proprio agli Stati Uniti di
fare pressione sul Cairo affinché accetti una simile soluzione, così come su
altri paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita e
il Qatar.
Si opporrebbero anche i Paesi che il documento cita come possibili futuri
approdi per i rifugiati palestinesi, cioè il Canada,
la Grecia e
la Spagna, i
cui ministri più a sinistra in questi giorni hanno definito quanto sta
accadendo a Gaza come un “genocidio”.
C’è
poi la seconda opzione, quella che prevederebbe di replicare il “modello Cisgiordania” attribuendo all’Anp il governo di quella
Striscia di Gaza in cui vanta un radicamento
residuale. Ma non è di difficile attuazione non
solo per aspetti legati al consenso che l’Anp (non) ha. Il problema principale
lo individua infatti lo stesso documento laddove si legge che “sarebbe
complicato il mantenimento dell’occupazione militare senza il sostegno degli
insediamenti coloniali”. Ciò provocherebbe il conseguente “rischio di pressioni internazionali per il ritiro
delle truppe” con Israele che potrebbe in tal caso
“essere considerata una potenza
coloniale con un esercito occupante,
in una situazione ancora peggiore di quella in Giudea e Samaria”. Anche se,
secondo le Nazioni Unite, Israele è già un Paese occupante anche nella
Striscia.
Infine,
ci sono dei precedenti non proprio fortunati, che potrebbero essere associati
anche alla terza ipotesi, cioè quella della promozione di una “nuova leadership araba” – al di fuori dell’ANP – che rilevi il potere di
Hamas. Entrambe queste strade, infatti, ricordano in modo sinistro quanto
realizzato dagli Stati Uniti sia in Afghanistan che in Iraq. Nel caso afghano, dopo aver scacciato i Talebani –
la cui connessione col territorio può in un certo senso essere paragonata a
quella di Hamas nella Striscia – Washington decise di investire sulla figura
di Hamid Karzai, che poi diventò presidente dal 2004 fino al 2014,
venendo anche rieletto in un processo elettorale in cui è stato accusato
di brogli:
sono anni in cui la corruzione nel Paese cresce a dismisura e nei quali quest’ultimo
veniva definito “sindaco di Kabul”, in riferimento alla sua scarsissima popolarità al di
fuori della capitale. Ancor più artificioso il mandato dell’ex presidente Ashraf Ghani che
dopo una carriera negli Stati Uniti e alla Banca mondiale nel
2014 viene riconosciuto dal Comitato elettorale afghano come legittimo
vincitore delle elezioni, nonostante in prima battuta fosse arrivato secondo
con un notevole distacco dall’altro candidato, Abdullah Abdullah. I
mandati di Karzai e Ghani sono alla base delle ragioni che hanno poi
determinato il ritorno dei Talebani che hanno ripreso il potere nel 2021.
Nel
caso iracheno, balza alla memoria un altro piano: quello concepito dall’allora
“governatore” statunitense dell’Iraq, Lewis
Paul Bremer. Questo stabilì lo smantellamento dell’Esercito iracheno, la messa al bando del partito Ba’ath in
ogni sua forma (incluso il personale amministrativo e burocratico) e un
artificioso trasferimento dei poteri sostanziali alla minoranza (oggi
maggioranza) sciita, a lungo discriminata da Saddam Hussein.
Ciò produsse quasi nell’immediato mezzo
milione di disoccupati, la latitanza di
migliaia di militari che poi si “ricollocheranno” anche nell’Isis qualche
anno dopo, una inarrestabile insorgenza
armata irachena, nonché il graduale e quasi
naturale – soprattutto per via della nota diplomazia bilaterale tra i centri
religiosi sciiti iracheni e iraniani – spostamento dell’Iraq “sciita” sotto la
sfera di influenza dell’Iran, nemico giurato degli stessi Stati Uniti.
L’opzione
di investire su una “nuova leadership araba”, diversa dall’Anp, è a dire il
vero quasi “bocciata” dallo stesso documento: “Il rischio principale è
l’emersione di una leadership islamista ancor più radicale di Hamas”, si legge. Per
perseguire una strada simile, chiosano gli autori, “sarebbe necessario mettere
in moto un cambiamento ideologico nella popolazione palestinese, attraverso un
processo di denazificazione che inizi dalla decisione e dall’imposizione da
parte di Israele dei curricula scolastici a beneficio di una intera
generazione”.
Non
è nemmeno necessario recepire le parole rilasciate alla Bbc dal
politico palestinese Mustafa Barghouti che ha ricordato come Hamas sia “un movimento
radicato nella popolazione, che può essere sconfitto soltanto con una totale
pulizia etnica di Gaza”. Basterebbero forse quelle di Michael Milshtein,
ex capo del Dipartimento per gli Affari palestinesi dell’Intelligence militare
israeliana, intervistato sempre dall’emittente britannica: “Spero che i
consulenti che Washington ha inviato a Tel Aviv spieghino agli israeliani i
loro disastrosi errori in Iraq, in modo che i nostri non si facciano
l’illusione di sradicare il partito dominante a Gaza o di cambiare la mente
delle persone. Perché ciò non accadrà“.
L’esistenza
del piano proposto dal ministero dell’Intelligence israeliana sottende forse
una realtà più banale, evidenziata da diversi osservatori, e cioè che un reale piano per Gaza al momento non esiste. Come non ne esisteva uno percorribile in
Afghanistan, occupato (al costo di 3mila miliardi di dollari) dagli Stati Uniti
col fine di sconfiggere i Talebani e poi abbandonato dopo quasi vent’anni
proprio nelle mani degli uomini di Hibatullah
Akhunzada. E come forse non ne esisteva uno
sostenibile nello stesso Iraq, oggi molto più instabile e impoverito di venti
anni fa, dilaniato nel nome di quella “debaathificazione” che non solo dal
punto di vista fonetico sembra far rima con la “denazificazione” immaginata dal
governo di Benjamin Netanyahu.
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