Eric Salerno : Peggio del presente, a Gaza, c’è solo il futuro e altri articoli


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2 Altri ostaggi sono tornati a casa, tutti sembra, in relativamente buone condizioni di saluti anche se traumatizzati dal rapimento e dalla prigionia nelle mani degli uomini di Hamas. In Israele manifestazioni di giusta felicità miste a paura per quello che è accaduto il 7 ottobre e per quello che potrebbe ancora succedere. Centinaia di video passano di mano in mano. In Israele e fuori. Analisi e commenti diametralmente opposti tra gli ebrei da una parte e gli antisemiti o anti-israeliani che non sono necessariamente la stessa gente. Chi non voleva vedere è quasi costretto a guardare le immagini dei massacri, delle violenze sulle donne e si chiede cosa sarà il domani. Se lo chiedono, tra un incubo e l’altro, tra una sirena anti-missile e l’altra, gli israeliani e i palestinesi: dal Nord al confine con il Libano, all’estremo sud a ridosso di Gaza e l’Egitto.

Una distanza, da ricordare sempre, minima. Come in pochi luoghi sulla terra gli Stati, le popolazioni antagoniste sono così vicine: Israele è grande come una regione italiana o poco più. Nel secolo scorso, a visitare la Terra Santa, fu Luigi Barzini, un grande inviato del Corriere della Sera che si era fatto notare con uno straordinario e soprattutto onesto reportage dalla Cina durante la rivolta dei Boxer. Basterebbe leggere quelle parole per capire perché Pechino e Washington, la Cina e l’Occidente, non sono proprio amici. Non molti anni fa il suo racconto della visita in Palestina fu ripubblicato da un editore italiano. Nella prefazione a quel testo aggiunsi poche pagine per spiegare le distanze-vicinanze dei luoghi della Terra Santa.

Partiamo, viaggiatore di oggi con una colazione a Tel Aviv sulle rive del Mediterraneo; il secondo espresso o caffe arabo (o turco) a Gerusalemme 45 minuti dopo prima della discesa in mezzo ora a Gerico attraversando rapidamente i territori occupati della Cisgiordania – che gli ebrei chiamano Giudea e Samaria. L’attraversamento, poi, in pochi minuti del fiume Giordano per entrare in Giordania, e trequarti d’ora dopo, volendo, nuovamente a tavola, pranzo? o aperitivo ad Amman per ripartire e raggiungere un paio di ore dopo Damasco (suggerivo di assaggiare alcuni tra i migliori dolci della zona); poi una turbolente (per i controlli) ingresso in Libano e la discesa per raggiungere Beirut, in ampio tempo per la cena in uno suoi straordinari ristoranti di pesce. Serviti sovente da camerieri perfetti con guanti anche mentre arrivavano i boati della guerra (una delle tanti di quelle di allora) e i bambini dei benestanti giocavano tranquilli sulla spiaggia.

Israeli scout boys and girls hold Israeli flags as they gather outside the Schneider Children’s Medical Center waiting for released hostages to arrive, in Tel Aviv, Israel, 26 November 2023 ANSA/EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Oggi non ci sono spiagge tranquille da quelle parti. Paura e odio dominano. E la domanda sulla bocca di tutti: E domani? Meglio? Peggio? Sicuramente diverso rispetto a ieri. Il premier israeliano continua a passare da parole di felicità per il rilascio degli ostaggi a altri che promettono ancora ferro e fuoco sulla striscia di Gaza. Sulla sua popolazione di uomini, donne e bambini che il leader israeliano vorrebbe cacciare per sempre dalla striscia devastata e spedire altrove.

Biden dall’altra parte del mondo, combatte una sua battaglia multipla per sostenere anche questa Israele mentre molti gli americani, e non solo, vorrebbero che facesse di più per fermare le bombe invece di mandarne altre a Tel Aviv o nelle basi militari nel Sinai. L’altro giorno in un tranquillo (non è più stagione turistica) paese sull’Adriatico dove presentavo il libro di un collega su Israele, la gente voleva capire. Perché cresce l’antisemitismo? Perché Israele è libera di fare quello che vuole? Le risoluzioni dell’Onu servono a poco. Il governo Usa è schierato da sempre: perché? Dell’Ucraina non si parla più, o quasi. Le domande sono tante. C’è una parte di Israele che vuole la pace? Tutti vogliono la pace ma è minoritaria quella disposta oggi a pensare a un futuro con gli arabi alle porte. Hamas, porta avanti altri giochi. Chiede tempo, ancora tregua “per darci la possibilità di trovare altri ostaggi – donne e bambini – in mano ad altre organizzazioni palestinesi che hanno partecipato all’assalto di ottobre”. Israele è quanto meno incerta.

Difficilmente la tregua – dicono nel governo di Tel Aviv – andrà avanti per molto tempo oltre martedì. È sicuro, dunque, che i bombardamenti riprenderanno su Gaza; la sua popolazione sarà spinta ancora più a sud a ridosso del confine con l’Egitto. Possibilmente, dicono negli uffici di Netanyahu e del suo ministro della difesa Gallant, oltre il confine. È un quadro desolante, sospeso e in attesa di nuovi input. Ma quali? In Cisgiordania si parla poco del futuro di fronte a un presente che sta peggiorando giorno dopo giorno. I reparti militari israeliani continuano a colpire “sospetti terroristi” e spesso giovanissimi manifestanti che lanciano pietre o poco più contro di loro come ai tempi lontani della prima Intifada, nel 1987. I coloni estremisti sono sempre più attivi. Minacciano, feriscono i civili palestinesi e promettono loro un “nuovo olocausto”, una nuova Nakba. Ossia un’azione militare per cacciarli oltre il fiume Giordano. Ma prima bisogna pensare a quelli di Gaza.

Sul quotidiano israeliano Haaretz, da sempre di sinistra, il titolo dell’analisi proposta oggi offre una visione a dir poco scettica: “Affinché il cessate il fuoco sia permanente, ci deve essere un piano pratico per Gaza nel dopoguerra. La proposta del presidente egiziano Sisi (un miscuglio di idee vecchie e nuove) è irrealistica, i funzionari di Ramallah stanno inviando segnali contrastanti e Israele dice che non lascerà che l’Autorità palestinese abbia alcun ruolo”. E ancora senza giri di parola: “Biden sembra non avere partner nelle sue speranze di una risoluzione permanente del conflitto israelo-palestinese”.

Per altre analisi c’è una specie di complotto quasi segreto per assecondare Netanyahu. Ossia il trasferimento dei palestinesi nel Sinai egiziano – trasformato in un nuovo enorme campo profughi – con finanziamenti europei al Cairo mascherati, almeno per ora, in aiuti “previsti” per l’economia in gravi difficoltà del colosso arabo.


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Alberto Negri


Arrivano i soldi per la pulizia etnica di Gaza
Da Gaza Nord gli israeliani non se ne andranno spingendo centinania di migliaia di palestinesi a Sud. All'Egitto sono già arrivati dalle istituzioni internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Ue, Afriexibank) impegni per prestiti da 26 miliardi di dollari che serviranno nel tempo a ricollocare una parte dei palestinesi in Sinai. I nostri governi diranno che non lo sapevano.




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