3 GIDEON LEVY - UN'AMBULANZA PALESTINESE È STATA TRATTENUTA AD UN POSTO DI BLOCCO A GERUSALEMME EST. IL PAZIENTE È MORTO
A un'ambulanza palestinese che trasporta una vittima di ictus priva di sensi viene impedito di passare attraverso un posto di blocco di Gerusalemme Est, sottoposto a infruttuosi tentativi di rianimazione. Mundal Jubran, 40 anni, è morto.
Di Gideon Levy - 5 agosto 2023
L'ambulanza palestinese è arrivata al posto di blocco senza previo coordinamento, motivo forse per cui il paziente è morto. Anche un'ambulanza che trasporta una persona in gravi condizioni, che sta morendo, deve coordinare il suo movimento in anticipo tramite i canali regolari: tre copie di due documenti o due copie di tre documenti. In caso contrario l'ambulanza non sarà autorizzata a passare per raggiungere l'ospedale più vicino, per salvare la vita del paziente. Un'ambulanza senza previo coordinamento è un'ambulanza inesistente, così come la persona a bordo, la cui vita è appesa a un filo, è considerata inesistente, senza valore.
Gli agenti della Polizia di Frontiera hanno fatto avanti e indietro intorno all'uomo morente, che è stato steso a terra al posto di blocco in modo da poterne tentare la rianimazione, proprio lì, sul terreno di un'area di sicurezza senza l'attrezzatura adeguata. Tutto ha continuato a procedere secondo regolamento, le regole diaboliche delle leggi dell'Occupazione. Secondo i regolamenti della Polizia di Frontiera, un'ambulanza i cui movimenti non sono coordinati in anticipo non deve passare e nulla aiuterà: né un tribunale, né un medico o un paramedico, né il fratello del paziente, che ha supplicato gli agenti di far passare il veicolo.
Secondo le registrazioni dell'autista dell'ambulanza palestinese, le suppliche sono andate avanti per ben 19 minuti, insieme ai disperati tentativi di rianimare l'uomo senza mezzi salvavita, al posto di blocco, sotto gli occhi di tutti. Diciannove minuti in cui sarebbe stato possibile salvare la vita di Mundal Jubran, della cittadina di Azzariyeh, 40 anni, padre di cinque figli, di età compresa tra gli otto mesi e i 16 anni. Diciannove minuti in cui ogni secondo contava, segnando così il suo destino dopo l'ictus che aveva subito. Diciannove minuti durante i quali non un solo agente della Polizia di Frontiera al posto di blocco, non uno, ha pensato che forse le norme restrittive andrebbero momentaneamente messe da parte, che per una volta si dovrebbe mostrare un po' di umanità nei confronti di un moribondo e che l'ambulanza dovrebbe essere lasciata passare velocemente per salvargli la vita.
La sacralità della vita è totalmente svanita martedì scorso al posto di blocco di Al-Zaim a Gerusalemme Est. Di sicuro, è scomparsa nel momento in cui è diventato chiaro che l'uomo morente era un palestinese. Sacralità della vita? Rigorosamente per gli ebrei, il cui sangue è molto più rosso del sangue palestinese e le vite mille volte più preziose. Così è morto Mundal Jubran, di fronte alla disumanità del personale della Polizia di Frontiera. Se solo uno solo di loro avesse immaginato come si sarebbe sentito se fosse stato suo padre a giacere lì, a terra, morente, a un posto di blocco, i cui colleghi non avrebbero permesso che l'uomo fosse portato d'urgenza all'ospedale più vicino, solo a pochi minuti di distanza, vanificando così il tentativo di salvargli la vita.
Tale fu la morte di Mundal Jubran, che lavorava nel negozio di spezie della sua famiglia ad Anata, vicino ad Azzariyeh, di fronte all'insediamento urbano di Ma'aleh Adumim. Quel giorno non era andato a lavorare, apparentemente perché si sentiva male. Verso le 21:00 disse a sua moglie, Ibtisam, che si sentiva peggio. Aveva la bocca contorta, le guance doloranti, le labbra formicolanti, la lingua pesante. Il suo parlare divenne confuso. Spaventata, Ibtisam ha chiamato il fratello di Mundal, Madhat, che lavora alla tv palestinese e per passione fa il cantante. Madhat era a Nablus, quindi le disse di chiamare un altro fratello, Nahad, che lavora in un altro negozio di spezie della famiglia, ad Azzariyeh. Nahad, che ha 45 anni, si è affrettato ed è corso a casa di suo fratello, a pochi minuti di distanza.
Nahad ci ha detto durante la nostra visita questa settimana che mentre stava corredo per raggiungere il fratello, ha ricevuto un'altra telefonata da un parente, non ricorda chi, che lo informava del rapido peggioramento delle condizioni di Mundal. A casa ha incontrato un vicino che stava uscendo e che gli ha detto di chiamare rapidamente un'ambulanza.
Il corpo di Mundal era rigido e piegato, e suo fratello aveva difficoltà a farlo sdraiare. Nahad ha provato a far parlare Mundal: "Mi senti? Fai un cenno con la mano se mi senti", ma invano. Oltre a allungare la mano per toccare il viso di Nahad, Mundal non rispondeva. I suoi occhi erano spalancati e fissi, ma non era chiaro se capisse qualcosa. Aveva la bava alla bocca.
L'ambulanza è arrivata in cinque minuti. Rapidamente l'autista e il paramedico portarono Mundal su una barella al veicolo e si affrettarono verso il pronto soccorso dell'Ospedale Makassed, nella vicina Abu Dis. Nahad li ha accompagnati. Il direttore del centro medico, il dottor Abdullah Ayyad, ha detto loro di portare immediatamente Mundal all'Ospedale Makassed, situata non lontano, a Gerusalemme Est. Ayyad ha fatto salire in ambulanza anche il medico di turno della clinica. Li ha esortati a fare il più veloce possibile e ha detto che avrebbe cercato di coordinarsi con il personale al posto di blocco sulla strada per l'ospedale. L'opzione di portare Mundal all'Ospedale Governativo di Ramallah è stata esclusa a causa del traffico intenso; il viaggio avrebbe richiesto almeno 40 minuti.
Mundal è stato rimesso in ambulanza e sono partiti per l'ospedale, credendo che sarebbero arrivati in cinque o dieci minuti. La sirena del veicolo ha continuato a suonare mentre si avvicinavano al posto di blocco, ma il personale della Polizia di Frontiera ha segnalato loro di svoltare a destra nell'area dei controlli di sicurezza. Che fretta c'è?
L'autista, che ha esperienza in queste situazioni, ha preso le carte d'identità dei due fratelli ed è scomparso per quelli che pensava fossero cinque minuti di trattative con gli agenti di polizia. Le condizioni di Mundal continuarono a peggiorare; il medico di accompagnamento della clinica ha deciso di tirarlo giù dall'ambulanza e posizionare la barella a terra in modo da avere più spazio per assisterlo. Sentendo che stava perdendo Mundal, il medico iniziò la procedura di rianimazione. A questo punto Nahad, sconvolto, è sceso dall'ambulanza ed è corso verso uno degli agenti, chiedendo, in ebraico, di parlare con un loro superiore.
"Fateci passare, non c'è tempo, le sue condizioni stanno peggiorando", ha detto Nahad all'ufficiale. Assolutamente no. L'uomo gli ha spiegato che l'ambulanza non sarebbe potuta passare in nessun caso, che dovevano aspettare che un'ambulanza israeliana andasse a prendere suo fratello.
I minuti passavano, le condizioni di Mundal peggioravano. Nel frattempo l'autista è tornato con le due carte d'identità. Non gli sarebbe stato permesso di passare attraverso il posto di blocco in ambulanza. Uno degli agenti ha parlato al cellulare, e nel frattempo sempre più personale della Polizia di Frontiera e curiosi si sono radunati intorno alla barella a terra, guardando con indifferenza, ricorda Nahad. Lanciarono un'occhiata e proseguirono. Era impossibile non cogliere che il paziente era in condizioni molto critiche.
Qualcuno ha suggerito di nuovo l'Ospedale di Ramallah, ma l'idea è stata scartata a causa della distanza. Un'ambulanza può arrivare al Makassed dal posto di blocco in pochi minuti. Ancora una volta l'agitato Nahad ha implorato il personale di sicurezza israeliano: "Le sue condizioni sono gravi, fate qualcosa. Fate passare l'ambulanza". Niente. Non c’era niente da fare. Hanno dovuto aspettare l'arrivo di un'ambulanza della Mezzaluna Rossa da Gerusalemme Est; queste ambulanze portano targhe israeliane.
Da parte sua, Madhat nel frattempo era arrivato da Nablus e stava aspettando vicino al posto di blocco, dove ha visto trasferire Mundal sulla seconda ambulanza. Ma la Polizia di Frontiera non gli ha permesso di avvicinarsi e vedere suo fratello nei suoi ultimi momenti. Aveva paura che gli sparassero, ci dice Madhat.
Secondo i registri della Mezzaluna Rossa, la chiamata per un'ambulanza è arrivata alle 22:27, l'autista è partito alle 22:29, è arrivato alle 22:34 al posto di blocco e alle 22:36 è partito per Makassed, arrivando all'ospedale alle 22:42. Gli sforzi per rianimare Mundal sono continuati per tutto il tempo e l'equipaggio dell'ambulanza è stato in continuo contatto con l'ospedale. Una squadra medica era in attesa all'ingresso di emergenza per ricevere il paziente e iniziare il trattamento mentre veniva trasportato in terapia intensiva. Nahad rimase fuori, agitato. Arrivarono parenti da Gerusalemme Est.
Un documento dell'ospedale afferma che due minuti dopo l'arrivo dell'ambulanza il respiro del paziente si è interrotto. Nahad ha visto la squadra dell'ospedale correre avanti e indietro e ha capito che la situazione era grave. Nessuno, però, ha osato dirgli che suo fratello era morto. Ha cercato di entrare in terapia intensiva ma gli è stato impedito. Non ricorda chiaramente. "Non riuscivo a controllarmi", dice in ebraico. Un medico gli si avvicinò e gli chiese: "Perché sei agitato? Perché piangi? Tuo fratello è uno Shahid? (Martire). L'Occupazione lo ha ucciso?".
A quel tempo, i genitori dei fratelli, Ahmad e Zahur, erano in visita di famiglia nella loro città natale di Sa'ir, vicino a Hebron. Sentendo la notizia, Ahmad si è recato al posto di blocco del Monte degli Ulivi nella speranza che gli sarebbe stato permesso di passare, o per la sua età, 72 anni, o perché aveva detto alle forze di sicurezza che suo figlio era appena morto e voleva ricongiungersi con lui in ospedale. Ma fu respinto e vergognosamente rimandato a casa.
"Non avete un cuore? Il vostro cuore è fatto di pietra?" chiese Ahmad ad un poliziotto. Di nuovo, invano. "Non gli interessava, proprio come prima non interessava all'ufficiale di polizia che mio figlio fosse fermo al posto di blocco". Fino ad allora nessuno aveva avuto il coraggio di dire la verità su Mundal a sua madre, Zahur, 60 anni, che questa settimana sedeva con noi, in silenzio, vestita di nero. Fu informata solo molto tardi quella notte che il figlio era morto.
Fonti della Polizia di Frontiera hanno spiegato questa settimana che la decisione di far passare un'ambulanza spetta all'Amministrazione Civile del governo militare. Ma un funzionario dell'Amministrazione ha affermato che in casi di emergenza la decisione è in realtà prerogativa del comandante del posto di blocco.
Un portavoce della polizia israeliana (a cui fa capo la Polizia di Frontiera) ha fornito questa risposta ufficiale, quando gli è stato chiesto dell'incidente: "L'ambulanza è arrivata senza il necessario coordinamento presso un'unità del Dipartimento di Coordinamento e Collegamento dell'IDF, che è responsabile delle autorizzazioni di transito. Il comandante sul posto ha verificato con il Dipartimento l'autorizzazione al transito del paziente. Tuttavia, l'autorizzazione richiesta non è stata ricevuta prima dell'arrivo di un'ambulanza israeliana per consentire il suo trasferimento secondo la procedura. Nel momento in cui è arrivata un'ambulanza israeliana, il paziente è stato trasferito per continuare il trattamento in Israele".
La risposta dell'Unità per il Coordinamento delle Attività Governative nei Territori è stata: "L'evento descritto è noto all'Amministrazione Civile. Questo evento è oggetto di indagine secondo le procedure da parte degli organi competenti".
Prima di lasciare questa casa in lutto, il nipote di Mundal, un ragazzino in mutande, chiese a suo padre che lingua stessimo parlando. Suo padre gli spiegò che eravamo israeliani e che parlavamo ebraico. Al che il ragazzo ci chiese, in arabo, "Perché state uccidendo i palestinesi?"
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso..
4 GIDEON LEVY - SOLDATI ISRAELIANI HANNO SPARATO E FERITO PRESUNTI "AGGRESSORI" PALESTINESI, MA NON LI HANNO ARRESTATI
I soldati hanno improvvisamente aperto il fuoco sui cugini Suheib e Mohammed Kilani, ferendoli gravemente entrambi senza una ragione apparente mentre si dirigevano verso l'appezzamento della loro famiglia per cercare tregua dal sole cocente. L'esercito li ha accusati di aver tentato un attacco di speronamento con automobile, ma non li ha trattenuti.
Di Gideon Levy e Alex Levac - 29 luglio 2023 "Due amici partono, bim bam bom", recita una vecchia canzone israeliana. Suheib Kilani e suo cugino e caro amico Mohammed Kilani sono partiti un tardo pomeriggio del mese scorso per recarsi nell'appezzamento di terra della loro famiglia a Tura a-Sharkiya, un piccolo e tranquillo villaggio in Cisgiordania, nella speranza di trovare sollievo dal caldo opprimente all'ombra dei carrubi. I due uomini, provenienti dalla vicina città di Yabad, stavano avanzando lentamente, non c'è altro modo di guidare qui a causa dei numerosi dossi disseminati sulla strada di accesso a Tura, quando un soldato delle Forze di Difesa Israeliane è improvvisamente apparso sulla strada davanti a loro e cominciò a sparare colpi in aria. In un attimo i due cugini sbalorditi furono colpiti da tutte le direzioni.
Entrambi hanno subito gravi lesioni. Entrambi sono ora disabilitati. Uno non può stare in piedi senza aiuto; l'altro è costretto a letto, gemente di dolore, il braccio tenuto insieme da viti di metallo. Entrambi necessitano di un lungo periodo di complicata riabilitazione.
Tura e Yabad si trovano nel Distretto di Jenin, nel Nord della Cisgiordania. Quasi ogni centimetro dell'adiacente Valle di Dothan, appena a Sud di Yabad, è attualmente ricoperta da un tappeto verde di piante di tabacco; le loro foglie vengono stese ad asciugare al sole tra gli alberi negli uliveti. La barriera di separazione è a poche centinaia di metri di distanza, e in lontananza i tetti rossi dell'insediamento di Shaked luccicano per il caldo.
Nel punto in cui la strada entra a Tura si erge un'antica e imponente quercia che la gente del posto chiama "l'albero del fidanzamento". Situato a metà strada tra Haifa e Nablus, questo è il luogo in cui le famiglie dei futuri sposi di queste due città si incontrano tradizionalmente per celebrare il fidanzamento e le cerimonie nuziali. L'albero è apparentemente una specie unica; c'è una quercia come questa ad Haifa e un'altra a Irbid, in Giordania, ci dice il capo del Consiglio di Tura, Zakaria Kilani. Zakaria, titolare di un negozio di alimentari all'ombra dell'albero, si è sposato qui nel 1994; in seguito ha scontato un lungo periodo di detenzione in una prigione israeliana.
Circa 200 metri prima della quercia, una specie di albero ornamentale cresce lungo il ciglio della strada accanto a una buganvillea viola; il suo tronco è ora piegato. È qui che l'auto dei due giovani cugini si è fermata dopo essere stata colpita dalle raffiche di arma da fuoco. Suheib, l'autista, aveva cercato di evitare di investire il soldato che aveva sparato in aria e si trovava in mezzo alla strada, sterzando a sinistra, dopodiché aveva perso conoscenza.
Sulla strada si possono ancora vedere le macchie di sangue annerite dei due uomini; hanno sanguinato per circa 20 minuti prima che i soldati permettessero a un'ambulanza palestinese di portarli in un vicino ospedale. Questa settimana sono tornati a Yabad, in convalescenza.
Suheib, nato in Giordania, che ha 20 anni e indossa l'apparecchio e un sorriso timido, è arrivato con sua madre in Cisgiordania per visitare il suo villaggio natale quattro giorni prima dell'incidente, avvenuto il 19 giugno. Aveva programmato di iniziare la sua formazione per fare l'infermiere a settembre ad Amman, dove suo padre è gastroenterologo. Mohammed, un residente di Yabad di 24 anni, lavora come cameriere ai matrimoni nelle comunità arabe israeliane.
L'episodio è avvenuto di lunedì. Due sere prima, Mohammed ha lavorato a un matrimonio a Tira. Domenica si è riposato e poi lunedì ha suggerito a Suheib di fare una gita nell'appezzamento di terra della loro famiglia a Tura per godersi la natura e sfuggire al caldo torrido. Suheib prese in prestito l'auto di suo zio, una Volkswagen Golf. Poco dopo le 17:00 partirono per il viaggio di tre chilometri. Il loro piano era di fermarsi al negozio di alimentari di Zakaria Kilani all'ombra della quercia per fare scorta di merendine e bibite. Non ci sono mai arrivati.
A casa a Yabad, quando gli abbiamo fatto visita questa settimana, Mohammed, debole e pallido, e con difficoltà a stare seduto, ci ha raccontato cosa è successo. Subito dopo che lui e Suheib hanno superato la piazza sulla strada per Tura, un soldato è balzato improvvisamente davanti a loro e ha iniziato a sparare in aria. I due furono presi dal panico. Poi l'auto è stata presa di mira da entrambi i lati della strada, dice Mohammed, aggiungendo che secondo lui c'erano dai 15 ai 20 soldati nascosti tra gli ulivi.
Lui e Suheib sottolineano che non avevano sentito che c'erano soldati nella zona, altrimenti non ci sarebbero mai andati. Testimoni oculari hanno riferito ad Abdulkarim Sadi, un ricercatore sul campo dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, che dozzine di colpi sono stati sparati contro l'auto, che è stata crivellata di proiettili. Le raffiche sono continuate per circa 20 secondi.
Suheib fu colpito al petto e si accasciò. Mohammed gridò terrorizzato ai soldati: "Smettetela di sparare! Smettetela! Siamo disarmati, non abbiamo fatto nulla!". L'auto ha sterzato sul lato sinistro della carreggiata ed è andata a sbattere contro l'albero ornamentale. Suheib è stato colpito in cinque punti della parte superiore del corpo, compreso il collo; Mohammed è stato ferito in tre punti della schiena, sia da proiettili che da schegge.
Un soldato si avvicinò all'auto e ordinò a Mohammed di uscire. Incapace di alzarsi, strisciò fuori e cercò di raggiungere l'altro lato dell'auto per aiutare Suheib. Temeva suo cugino fosse morto.
"Aiutatemi, aiutatemi!" disse ai soldati, ma invano. Un soldato ha afferrato l'incosciente Suheib per i vestiti, lo ha trascinato fuori dall'auto e gettato sulla strada, racconta Mohammed. Mohammed supplicò i soldati di chiamare un'ambulanza per loro. "Tranquillo, tranquillo", lo zittirono, ma poi aggiunsero: "Sta arrivando un'ambulanza". Mohammed ci ricorda che l'ambulanza palestinese arrivata sul posto non è stata convocata dall'esercito ma da un residente locale.
Da Yabad sono infatti arrivate due ambulanze, ma i soldati ne hanno fatta avvicinare solo una. È nata una discussione tra loro e il paramedico, che ha cercato di spiegare che aveva solo una barella e che due persone gravemente ferite non potevano essere evacuate in un'ambulanza sola. Ma i soldati erano irremovibili, dichiarando: "Un'ambulanza o niente". Il paramedico ha messo Suheib sulla barella, mentre Mohammed, che era stato anche lui afferrato per i vestiti e trascinato sull'ambulanza dai soldati, è stato costretto a sedersi su una panca del veicolo, contorcendosi per il dolore.
Mohammed è stato trasferito sulla seconda ambulanza a Yabad, e i due veicoli si sono diretti al vicino Ospedale Governativo di Jenin. Di notte, quando la gravità delle condizioni di Suheib è diventata evidente, è stato trasferito in una clinica privata a Nablus, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico per salvargli il braccio sinistro. Rimane paralizzato, ma questa settimana è riuscito in qualche modo a muovere un paio di dita. Mohammed è stato ricoverato in ospedale per nove giorni, quattro dei quali in terapia intensiva. Ha ancora la schiena fasciata. Soffre anche di dolori lancinanti all'anca destra e un rene e il fegato sono stati danneggiati.
Dopo che Suheib fu portato all'Ospedale di Nablus, Mohammed era certo che suo cugino fosse morto. Pochi giorni dopo, però, hanno potuto parlarsi in video. Si sono visti per la prima volta di persona solo 25 giorni dopo l'evento.
Da parte sua, il ricercatore sul campo Sadi ci racconta che testimoni oculari hanno affermato che dopo l'evacuazione dei due feriti, i soldati hanno raccolto i bossoli dei numerosi proiettili che giacevano sparsi sulla strada, forse per eliminare le prove di quanto era accaduto?
L'Unità del Portavoce dell'IDF questa settimana in risposta a una domanda di Haaretz ha dichiarato: "Il 19 giugno si è verificato un attacco di speronamento con automobile contro i militari dell'IDF, nei pressi del posto di controllo 300 nel settore territoriale della Brigata Menashe. Due soldati sono stati feriti leggermente. Le forze hanno risposto sparando contro gli attentatori nel veicolo. I fatti sono stati confermati. I terroristi hanno ricevuto i primi soccorsi dalle forze sul campo e successivamente sono stati evacuati dal servizio di ambulanza di emergenza della Mezzaluna Rossa. La decisione sulle modalità di svolgimento dell'evacuazione e sul numero delle ambulanze è stata presa dalla Mezzaluna Rossa. Non sono pervenuti reclami a seguito dell'evento. Se ne verranno ricevuti, saranno esaminati secondo il consueto protocollo".
La risposta del Portavoce dell'IDF è più che sconcertante, per usare un eufemismo. Se c'è stato davvero un "attacco di speronamento con automobile", perché gli autori non sono stati arrestati per essere interrogati? Il fatto che Suheib e Mohammed siano stati immediatamente rilasciati dopo essere stati feriti e ricoverati in un ospedale palestinese, sembra essere una prova incontrovertibile che Mohammed, il cameriere delle nozze, e Suheib, l'ospite giordano, non hanno perpetrato un attacco di speronamento o alcun altro attacco. Apparentemente sono stati colpiti nonostante non avessero commesso alcun illecito.
Riposando nella casa con aria condizionata dei suoi parenti, Suheib sorride debolmente. Suo padre, il dottor Abdul Rahim Kilani, non può stare con il figlio ferito; gli è stato negato il visto turistico dall'ambasciata israeliana ad Amman. Il dottor Kilani è nato a Yabad e ha studiato medicina in Ucraina. Poiché non è mai tornato a casa durante i suoi anni di studio, ha perso il suo status di residente in Cisgiordania. Ora Israele non gli permette di visitare la città in cui è nato lui e i suoi antenati, per prendersi cura di suo figlio sia come padre che come medico.
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.
4 Rivista italiana, non è quindi Haaretz
intervista a cura di Riccardo Michelucci
Gideon Levy non ha preso parte alle manifestazioni di protesta che per più di sette mesi hanno tentato di bloccare la riforma della giustizia del governo Netanyahu. “Apprezzo le istanze di questo enorme movimento che vuole preservare la democrazia nel nostro Paese e mi auguro che possano svegliare Israele una volta per tutte – ci ha spiegato - . Ma le persone scese in piazza a Tel Aviv, a Gerusalemme e nel reso del Paese stanno lottando soltanto per una parte della popolazione, per gli ebrei, e per questo motivo non posso far parte di questo movimento”.
Firma storica del quotidiano progressista Haaretz, da sempre voce scomoda e invisa al potere politico israeliano, Levy sostiene che gran parte del movimento di protesta con base a Kaplan street, nel cuore della capitale, non ha ancora capito che la democrazia è incompatibile con l’occupazione della Cisgiordania, e che non è possibile battersi per l’autonomia del potere giudiziario, per la laicità dello stato e per il diritto di manifestare ignorando al tempo stesso la questione palestinese.
L’abbiamo incontrato sul lungomare di Tel Aviv, insieme a una delegazione di Pax Christi Italia, subito dopo l’approvazione della riforma giudiziaria da parte della Knesset.
Una situazione simile non si era mai verificata in 75 anni di storia di Israele. Adesso come può evolvere questa protesta?
Finora è stato toccato il problema dell’occupazione perché la maggioranza dei manifestanti ritiene che Israele possa conciliare democrazia e occupazione. Io non sono affatto d’accordo ma incrocio le dita sperando che tutte queste persone scese in piazza alla fine possano cambiare davvero lo status quo per tutti gli abitanti di Israele. Prima dovranno però comprendere che è necessario battersi per i diritti di tutti, non solo di una parte della popolazione. Si tratta senza dubbio di una situazione assai esplosiva e c’è un rischio molto serio che prima o poi possano esserci omicidi per le strade. Basta un singolo episodio, qualcosa che va storto e la natura pacifica della protesta può cambiare. Spero che le forze dell’ordine riescano a mantenere la calma.
Una parte minoritaria della protesta di questi mesi, il cosiddetto “blocco anti-occupazione”, la pensa come lei.
Purtroppo sono ancora troppo pochi ad averlo capito ma confido che col tempo il loro numero possa crescere e avere un impatto decisivo sul futuro del Paese. Sono trascorsi ormai 55 anni (dalla guerra dei Sei giorni del 1967, ndr) e credi che dopo tutto questo tempo non si possa più parlare di occupazione temporanea della Cisgiordania. Questo è a mio avviso un punto cruciale, perché se lo consideriamo – come di fatto è - un fenomeno duraturo allora ridefinisce anche la natura dello stato di Israele. In altre parole, se l’occupazione è permanente Israele è uno stato di apartheid. Al momento ci sono circa sette milioni di ebrei che vivono in Israele e altrettanti palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Per questi quattordici milioni di persone ci sono tre differenti regimi politici: una democrazia liberale per gli ebrei, una mezza democrazia per i palestinesi di Israele che sono cittadini israeliani e votano per il parlamento, hanno un passaporto israeliano e gran parte dei diritti degli ebrei ma sono profondamente discriminati, infine una brutale tirannia militare per i palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza. Ma di loro molti israeliani non si preoccupano affatto. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’intero mondo occidentale ritiene che Israele sia una democrazia liberale e condivida gli stessi valori dell’Occidente, ma ciò non può essere affatto vero se nel suo cortile sul retro mantiene in vigore una brutale tirannia. La comunità internazionale dovrebbe comportarsi con Israele come fece qualche decennio fa con il Sudafrica, quando riuscì infine a far cadere un regime che opprimeva i neri sudafricani.
Perché ritiene che Israele sia uno stato di apartheid?
Basta andare a vedere con i propri occhi quello che accade nei Territori occupati. Ci sono villaggi dove gli ebrei godono di ogni diritto e si sono appropriati di tutte le risorse – a cominciare da quella idrica – e accanto a essi ci sono invece realtà palestinesi prive di acqua, di luce, e persone private dei diritti più elementari. Esistono legislazioni differenti per ebrei e non ebrei, tribunali separati e pene diverse a seconda dell’imputato, persino strade diverse per ebrei e palestinesi. Se un giovane ucraino lancia una molotov contro un carro armato russo è considerato un eroe, un combattente per la libertà, mentre se un giovane palestinese attacca un blindato israeliano, nel suo Paese, è visto invece come un terrorista.
La comunità internazionale deve smetterla con le risoluzioni internazionali, visto che Israele le ignora tutte da sempre, e deve agire in modo chiaro e netto, adottando sanzioni e strategie di boicottaggio e disinvestimento, proprio come ha fatto nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Lo stato di Israele deve essere ritenuto responsabile per quello che ha fatto in 55 anni di occupazione e pagare per i propri crimini, altrimenti non ci sarà mai la pace.
A lungo si è parlato della soluzione “due popoli in due Stati”. Pensa che sia un’ipotesi tramontata?
Era una soluzione ottima ma ormai è del tutto impraticabile. Non sono certo che Israele abbia mai voluto concedere uno stato ai palestinesi ma quel che è certo è che adesso non è più attuabile, perché i palestinesi non hanno più un territorio dove poter creare uno stato. Chi continua a considerarla possibile o non sa di cosa parla o è in malafede e vuole soltanto protrarre l’occupazione all’infinito.
Secondo lei quale potrebbe essere la soluzione?
Dobbiamo innanzitutto smetterla di parlare di insediamenti, di confini, di muri e di check point e iniziare un nuovo percorso con un unico obiettivo: garantire uguaglianza e parità di diritti per tutti. Sarà un percorso lungo e pieno di difficoltà ma è davvero l’unico modo per risolvere il problema. È questo che il mondo dovrebbe cominciare a chiedere a Israele, che deve scegliere una volta per tutte se vuole essere uno stato ebraico o uno stato democratico, perché entrambe le cose non sono compatibili. Deve diventare uno Stato per tutti i suoi cittadini.
C’è qualcosa che possono fare i palestinesi nel frattempo? Tra non molto l’Autorità Palestinese dovrà trovare un nuovo leader perché Abu Mazen è ormai molto anziano.
La leadership palestinese dovrebbe essere più forte e soprattutto più unita. Dopo la morte di Arafat nessuno è parso in grado di ripristinare l’unità perduta. L’unico che forse potrebbe riuscirci è Marwan Barghuti ma si trova in carcere da tanti anni. Ormai l’ANP è del tutto irrilevante sul piano politico. Dopo Abu Mazen verranno altri burocrati corrotti che non cambieranno niente. In passato i palestinesi hanno tentato tutte le strade possibili: la violenza, la nonviolenza, la diplomazia, l’economia, le battaglie legali. Adesso hanno raggiunto il momento più basso della loro storia. La soluzione non è più nelle loro mani dei palestinesi o in quelle degli israeliani. Soltanto la comunità internazionale può fare ancora qualcosa.
Ha mai avuto problemi personali o di censura per quello che scrive e per le sue posizioni politiche?
Seguo l’occupazione da 35 anni e fino ad oggi non ho mai avuto alcun problema di libertà di opinione, non sono mai stato limitato né censurato dal mio giornale. Talvolta ho avuto problemi con la gente e con alcuni gruppi di estremisti ma mai con il governo o con i servizi segreti. Non do per scontato che continuerà a essere così anche in futuro perché l’attuale governo sta cambiando la natura del Paese. L’unica limitazione che ho dovuto subire riguarda Gaza, dove da sedici anni non mi consentono più di entrare, perché da allora l’accesso ai giornalisti è stato interdetto. In Israele il problema principale dei mezzi d’informazione non è la censura ma semmai l’autocensura perché gran parte dei mezzi di informazione sono commerciali e non parlano di quello che accade nei Territori occupati semplicemente perché la gente non è interessata a conoscerlo. Di fatto gran parte dei media israeliani collaborano all’occupazione, non perché siano forzati a farlo ma in modo del tutto volontario e ciò, a mio avviso, è ancora più grave.
Riccardo Michelucci, giornalista
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